Il ritorno che non ho mai dimenticato
Colette torna a casa, ritrova il suo vecchio diario e si masturba furiosamente sul letto fino a venire come una troia.
La casa sapeva ancora di legno vecchio e di gelsomino secco. Colette chiuse la porta dietro di sé con la spalla, le valigie abbandonate nell’ingresso come corpi stanchi. Ventotto anni, eppure il battito le era sceso dritto nello stomaco appena aveva varcato la soglia. L’estate pesava sull’aria come una mano calda; le cicale strillavano oltre le finestre socchiuse e il sole, basso, dipingeva strisce arancioni sul pavimento di terracotta. Era tornata da sola. Nessuno l’aspettava. I genitori in montagna, la casa di famiglia vuota, le stanze piene di silenzio e di polvere leggera.
Salì le scale senza accendere le luci. La sua vecchia camera era rimasta intatta: lo stesso letto di ferro battuto, lo stesso armadio scuro, lo stesso odore di lenzuola dimenticate nel cassetto. Aprì la prima valigia, tirò fuori magliette e jeans, poi il secondo bagaglio. Fu sotto un maglione di lana — ridicolo, in piena estate — che le dita incontrarono il taccuino. Copertina nera, elastico sfilacciato, angoli ammorbiditi dal tempo. Il diario. Quello che a vent’anni nascondeva sotto il materasso e riempiva di notte, con la lampada da comodino e le cosce strette.
Si sedette sul bordo del letto. Le dita tremavano un poco mentre sfilava l’elastico. La prima pagina odora ancora di inchiostro e di sudore giovane. «Stasera mi sono toccata fino a farmi male. Voglio sentirmi usata da me stessa. Voglio farmi venire come una troia, con le dita sporche e il culo alzato.» Colette deglutì. Il calore le salì subito tra le gambe, improvviso, insolente. Aveva creduto di aver sepolto tutto quello. Anni all’estero, lavoro, relazioni pulite, orgasmi educati. E invece bastava quella calligrafia storta, quelle parole grezze, per riaccendere qualcosa di feroce e proibito che le batteva già nel basso ventre.
Voltò pagina. E un’altra. Fantasie su di sé: nuda sullo stesso letto, gambe divaricate, dita che entravano e uscivano mentre si chiamava con nomi sporchi. «Colette la porca. Colette che si spompa la figa finché non cola sul lenzuolo.» Si morse il labbro inferiore. L’aria della stanza era densa, la maglietta leggera le si appiccicava già tra le scapole. Posò il diario aperto sul cuscino e rimase ferma un attimo, ascoltando il rumore del sangue nelle tempie. Nostalgia e urgenza si mischiavano: il profumo della casa, il ricordo della ragazza che era, e il bisogno immediato, animale, di toccarsi.
Si sdraiò. Il materasso scricchiolò come una volta. Con una mano cominciò a sfiorarsi il seno sopra il tessuto: il capezzolo destro si indurì subito sotto il palmo, piccolo e reattivo. Circolò il pollice, poi pinzò piano attraverso la maglietta e il reggiseno sottile. Un brivido le corse lungo la schiena. L’altra mano scese sul ventre, sul bordo dei pantaloncini di cotone. Leggeva ancora, a tratti, le frasi più spinte. «Voglio tre dita e il culo in aria. Voglio gemere il mio nome finché non sbrodo.» Il calore tra le cosce era diventato un battito umido. Si alzò appena i fianchi, sfilò i pantaloncini e le mutandine insieme, li buttò a terra. L’aria fresca della sera le lambì la figa già gonfia, le labbra sessenose.
Apri le gambe. I piedi piatti sul materasso, le ginocchia che cadevano all’esterno. Con l’indice e il medio cominciò a scivolare lungo la fessura, raccogliendo il liquido che già colava. Il clitoride era teso, caldo, e quando lo toccò — un cerchio lento, poi più stretto — un gemito basso le uscì dalla gola. «Cazzo…» sussurrò. Riviveva le pagine: se stessa a vent’anni, le stesse dita, la stessa fame. Ora spingeva di più. Due dita si appiattirono sul clitoride gonfio, lo strofinarono con movimento circolare, poi scesero e affondarono dentro fino alle nocche. Era stretta e scivolosa; le pareti le si chiusero intorno come una bocca affamata. Ritmo lento all’inizio, poi più deciso. Il pollice restava fuori a premere sul nodo nervoso mentre le dita entravano e uscivano con un suono umido, osceno, che riempiva la stanza quieta.
Si strappò la maglietta e il reggiseno. Seno nudo, capezzoli scuri e dritti. Con la mano libera li prese uno alla volta, li strinse forte, li tirò finché il dolore dolce non si fuse col piacere che le saliva dalla figa. «Colette…» gemette, usando il nome come nelle fantasie vecchie. «Colette la troia…» Le dita accelerarono. Due, poi di nuovo due, ma più profonde, curvate in avanti a cercare quel punto che le faceva contrarre la pancia. Il diario era ancora aperto accanto al cuscino; ogni tanto gli occhi le ci cadevano e le frasi le bruciavano la testa. Si sentiva osservata dalla ragazza che era stata, e quella ragazza le diceva di non fermarsi.
Si girò. A carponi sul letto vecchio, ginocchia divaricate, petto basso contro il materasso, culo alzato. La posizione le aprì tutto. Con la mano destra raggiunse da dietro, tre dita stavolta — indice, medio, anulare — e le spinse dentro d’un colpo solo. Un gemito lungo, rotto. «Ah— cazzo, sì…» Le dita scomparvero fino al palmo; la figa le fece schioccare intorno, bagnata da far scorrere il polso. Iniziò a fottersi da sola con movimenti lunghi e profondi, il dorso della mano che batteva contro le labbra e il clitoride a ogni spinta. Poi cambiò: circoli stretti sul clitoride gonfio con le punte delle dita, mentre il pollice restava conficcato dentro. Alternava. Veloce, profondo, circolare, di nuovo veloce. L’altra mano le strizzava un capezzolo senza pietà, unghie che lasciavano segni rosa.
Sudava. I capelli le cadevano sulla faccia, il respiro era un rantolo. Gemé forte, senza trattenersi — nessuno poteva sentirla, la casa era vuota, la notte d’estate assorbiva tutto. «Colette… Colette porca… vieni, vieni come una troia…» Le gambe tremavano già. Tre dita che affondavano ritmicamente da dietro, il polso che ruotava, il clitoride strofinato senza pausa. Il piacere salì a ondate, sempre più alte, finché non ruppe. L’orgasmo la colpì violento: la figa che si contraeva a scatti intorno alle dita, un fiotto caldo che le scese lungo il polso, le cosce che si chiusero e si riaprirono, un grido soffocato contro il cuscino. Continuò a muovere le dita attraverso le scariche, prolungando, spremendo ogni spasmo finché le ginocchia non le cedettero.
Si lasciò cadere a pancia in giù. Il respiro le usciva a raffiche calde contro il lenzuolo. Le dita restavano ancora tra le cosce umide, lente, pigre, a sentire le ultime pulsazioni. Il sapore del piacere le attraversava tutto il corpo — pancia morbida, seni schiacciati, culo ancora leggermente alzato. Sorrideva tra sé, gli occhi socchiusi. L’odore di sesso e di legno vecchio si mescolava. Con la mano libera chiuse il diario, ma non lo allontanò. Lo tenne vicino al cuscino, l’elastico appena accennato.
Quella notte non sarebbe stata l’ultima. Lo sapeva già, mentre il batticuore le scendeva piano e l’umidità le raffreddava l’interno coscia. C’era altro in quelle pagine, fantasie più sporche, più lunghe, cose che a vent’anni aveva solo scritto e mai osato fino in fondo. Ora aveva tempo. Aveva la casa vuota. Aveva il corpo che le rispondeva di nuovo come allora, forse peggio. Si promise, a mezza voce, di tornare su quelle parole la sera dopo, e quella dopo ancora. Di spingersi oltre. Di scoprire quanto potesse essere cattiva con se stessa, sola, in quella stanza che sapeva di passato e di sete nuova.
L’aria della notte entrava dalla finestra socchiusa. Colette restò distesa, dita ancora pigre sulla figa pulsante, il sorriso che non le spariva. Il ritorno aveva solo cominciato a mordere.
Si alzò solo quando le gambe smisero di tremare. Il lenzuolo sotto di lei era già macchiato, un alone scuro e caldo che sapeva di lei. Colette restò seduta un momento, nuda, i capelli appiccicati alla fronte, le dita ancora lucide di sé. Il diario era lì, chiuso a metà, l’elastico allentato come un invito. Lo riaprì. Le pagine successive erano più fitte, la calligrafia più nervosa, come se a vent’anni avesse scritto di corsa tra un orgasmo e l’altro.
«Voglio qualcosa di grosso dentro. Voglio sentirmi piena fino al dolore buono. Voglio il culo aperto e la figa che sbroda mentre mi chiamo troia. Voglio usare quello che trovo in casa e farmi venire finché non riesco più a camminare.»
Il battito le ripartì basso, tra le cosce ancora pulsatili. Non era sazia. Quella prima scarica aveva solo scoperchiato qualcosa di più affamato. Si alzò, nuda, e camminò fino all’armadio. Cercò. Tra le vecchie sciarpe e i cassetti dimenticati trovò una spazzola di legno, il manico liscio e leggermente ricurvo, abbastanza grosso da farle stringere le cosce solo a guardarlo. Lo portò al letto. Poi scese in cucina a piedi nudi, il pavimento fresco sotto le piante. Prese una bottiglia di olio d’oliva, piccola, e tornò su. Nessuno l’avrebbe disturbata. La casa era tutta sua.
Si sdraiò di nuovo, ma questa volta con le spalle al muro di testa, le gambe aperte a V, i piedi piatti sul materasso. Aprì l’olio, ne versò un filo tra le labbra già gonfie. Il liquido scese caldo, scivoloso, le fece rabbrividire. Con due dita si spalmò tutto, entrò piano, poi uscì e andò più su, a cerchiare l’ano. «Cazzo…» sussurrò, e si spinse un dito dentro. Stretto, caldo, ribelle. Respirò a fondo e ne aggiunse un secondo, lentamente, finché le nocche non le premettero contro la pelle. Il diario era aperto accanto a lei; lesse ad alta voce, la voce rauca:
«Colette, apriti il culo come una porca. Fatti sentire piena e sporca.»
Il manico della spazzola era già unto. Lo portò alla figa e lo spinse dentro d’un colpo solo. Un gemito grezzo le uscì dalla gola. Era più grosso delle dita, liscio, e le pareti le si chiusero intorno con un suono umido e osceno. Lo fece scorrere fuori fin quasi alla punta, poi di nuovo dentro, più a fondo, finché il legno non le batté contro il punto che le faceva contrarre la pancia. Allo stesso tempo i due dita nell’ano si muovevano lenti, allargando, ruotando. Si sentiva aperta da entrambi i buchi, usata da sé stessa esattamente come aveva scritto anni prima.
«Troia… Colette troia…» gemette, e accelerò. Il manico entrava e usciva con schiocchi bagnati, l’olio e il suo liquido colavano sul lenzuolo, sulle cosce, sul polso. L’altra mano non stava ferma: strofinava il clitoride a cerchi stretti, pressanti, mentre si fotteva. I seni ballavano a ogni spinta; ogni tanto abbassava la testa e prendeva un capezzolo tra i denti, lo tirava, lo succhiava fino a farlo male dolce. Il piacere saliva a ondate più alte della prima volta, più sporche, più pesanti.
Si girò di lato, una gamba alzata, e spinse il manico ancora più a fondo mentre i dita nel culo diventavano tre. Il bruciore si fuse col piacere. «Sì— così— riempimi, usami…» La stanza odora di sesso e di olio e di legno vecchio. Sudava di nuovo, il respiro corto, i gemiti che diventavano grida basse ogni volta che il legno le toccava il fondo. Lesse un’altra riga a mezza voce: «Voglio venire col culo pieno e la figa che schizza.»
Allora lo fece. Lasciò il clitoride e usò entrambe le mani: una a spingere e tirare il manico con forza, l’altra a martellare tre dita nel culo. Il ritmo era brutale, animale. Le anche si muovevano incontro alle spinte, il materasso scricchiolava, il ferro battuto del letto batteva contro il muro. Sentiva il liquido scendere lungo la fessura, gocciolare sull’ano, bagnare tutto. Il primo orgasmo della sera l’aveva lasciata sensibile; il secondo arrivò come un pugno. La figa si strinse a scatti violenti intorno al legno, l’ano pulsò forte sulle dita, e un fiotto caldo le uscì spingendole un grido contro il cuscino. Continuò a muoversi attraverso gli spasmi, più lenta ma più profonda, spremendo ogni contrazione finché non le uscirono lacrime di piacere agli angoli degli occhi.
Non si fermò. Teneva ancora il manico conficcato, immobile, mentre le dita uscivano piano dal culo. Restò così, aperta, tremante, a guardare il diario. C’erano ancora pagine. Fantasie con oggetti più spessi, con legacci fatti di sciarpe, con lo specchio per vedersi mentre si spompava. Si promise di arrivarci. Stasera no. Stasera voleva ancora una volta, più lenta, più cattiva.
Estrasse il legno con un suono schioccante e lo posò sul comodino, lucido di lei. Poi si mise a carponi di nuovo, ma questa volta di fronte allo specchio dell’armadio che aveva aperto. Si vide: capelli scarmigliati, seni pesanti, labbra gonfie e rosse, figa aperta e lucida, culo ancora leggermente dilatato. Portò la mano destra davanti e cominciò a masturbarsi guardandosi. Due dita sul clitoride, rapide, precise; tre dentro la figa, curvate, a cercare quel punto che le faceva sbavare. L’altra mano le strizzava un seno, l’unghia sul capezzolo.
«Guardati, Colette. Guardati mentre ti fai venire come una puttana.» La voce le usciva bassa, rauca, piena di saliva. Si parlava come nelle pagine, e lo specchio le restituiva ogni movimento. Il terzo orgasmo salì lento, cattivo, dal basso ventre. Lo lasciò crescere senza fretta, strofinando più forte solo quando le cosce cominciarono a tremare. Quando ruppe, tenne gli occhi aperti. Si vide contrarsi, si vide il liquido scendere in fili lucidi lungo le dita e i polsi, si vide la bocca aprirsi in un gemito lungo e rotto. Continuò a guardarsi finché l’ultima ondata non la fece crollare in avanti, la fronte contro il materasso, il culo ancora alzato.
Restò così a lungo, ansimando. Il corpo le doleva di piacere buono: figa calda e aperta, ano che pulsava ancora, seni segnati dalle unghie. Si voltò a pancia in su e prese il diario. Lo sfogliò con dita umide. Trovò una pagina piegata all’angolo, una che non aveva mai osato rileggere ad alta voce nemmeno a vent’anni.
«Voglio legarmi i polsi al letto con la sciarpa della nonna. Voglio tenermi aperta con nastro e farmi venire finché non chiedo pietà a me stessa. Voglio usarmi per ore. Voglio svegliarmi ancora bagnata e ricominciare.»
Colette deglutì. Il calore le tornò subito, basso, insolente, nonostante i tre orgasmi. Si alzò, nuda e barcollante, e aprì il cassetto dell’armadio. Trovò la sciarpa di seta scura, quella che odorava ancora di naftalina e di casa. La portò al letto. Si sedette a gambe divaricate, i polsi appoggiati contro le sbarre di ferro battuto del testata. Cominciò ad avvolgere la sciarpa, lenta, deliberata. Non tirò troppo — solo abbastanza da sentire la pressione, da non potersi liberare con un gesto solo. Il cuore le batteva in gola. Era lei che lo faceva a sé stessa. Era lei che sceglieva di restare aperta e impotente di fronte al proprio bisogno.
Con le mani così, poteva ancora raggiungere la figa. Lo fece. Due dita, poi tre, entrarono con facilità adesso che era già rovinata di piacere. Si fotteva piano, guardando il diario aperto sulle ginocchia. Ogni spinta faceva tendere la sciarpa, faceva male dolce ai polsi. Parlava da sola, a mezza voce, sporca:
«Colette… porca legata… fottiti… vieni ancora…»
Il quarto orgasmo fu più lungo, più strappato. Arrivò a ondate che le facevano inarcare la schiena e tirare contro i legacci. Gemé il proprio nome finché la voce non le si spezzò. Quando finì, le dita restarono dentro, pigre, e lei restò legata, il respiro che scendeva a scatti, gli occhi fissi sul soffitto crepato della stanza d’infanzia.
Sapeva che poteva sciogliersi quando voleva. Ma non lo faceva ancora. Restava lì, polsi stretti, figa che pulsava intorno alle dita, il diario aperto e le pagine successive ancora da leggere. L’aria della notte entrava dalla finestra e le raffreddava il sudore sulle cosce. C’era altro. Oggetti più spessi in cucina. Lo specchio da portare più vicino. Ore ancora prima dell’alba. E lei non aveva finito di scoprire quanto potesse essere cattiva, sola, in quella casa che sapeva di gelsomino secco e di sesso fresco.
Il sorriso le tornò sulle labbra, lento, affamato. La sciarpa teneva. Le dita si mossero di nuovo, appena.
Le dita si mossero di nuovo, appena. Colette restava legata alle sbarre di ferro, i polsi strette dalla sciarpa di seta che odorava di naftalina e di casa antica. Tre dita conficcate nella figa già rovinata, pigre all’inizio, poi più decise. Il pollice premeva sul clitoride gonfio a cerchi stretti mentre lei teneva gli occhi sul diario aperto sulle ginocchia. Le pagine successive erano macchiate d’inchiostro, la calligrafia che correva come se la ragazza di vent’anni avesse scritto con una mano sola e l’altra già tra le cosce.
«Voglio qualcosa di più grosso. Voglio il manico del mattarello, quello di legno grezzo, unto d’olio, che mi riempia finché non posso più chiudere le gambe. Voglio legarmi meglio e farmi venire guardandomi nello specchio finché non piango.»
Il battito le ripartì basso, insolente, nonostante i quattro orgasmi. Colette tirò contro la sciarpa; il tessuto scricchiolò ma tenne. Con un gesto goffo sfilò una mano, solo una, abbastanza da raggiungere il comodino. Il manico della spazzola era ancora lì, lucido di lei e d’olio. Lo prese e lo spinse di nuovo dentro la figa con un gemito grezzo. Era caldo dal suo corpo, scivoloso, e le pareti le si chiusero intorno con uno schiocco umido. «Cazzo… così…» La mano libera andò subito al clitoride, strofinando forte mentre il legno entrava e usciva a spinte lunghe. L’altra mano restava legata, il polso che bruciava dolce ogni volta che lei si inarcava.
Si parlava da sola, la voce rauca che riempiva la stanza quieta. «Colette porca… Colette che si fotta da sola come una troia legata…» Il diario era ancora sulle ginocchia; ogni tanto abbassava lo sguardo e leggeva ad alta voce le frasi più sporche, lasciando che le parole le bruciassero la testa. «Apriti di più. Usa due cose insieme. Voglio sentirmi piena da entrambi i buchi finché non sbrodo sul lenzuolo.»
Il calore le salì di nuovo, pesante. Estrasse il manico con un suono schioccante e lo portò più in basso, contro l’ano già dilatato dalle dita di prima. Respirò a fondo, spinse. La punta entrò piano, poi tutto il legno liscio scivolò dentro fino a metà. Un gemito lungo le uscì dalla gola; bruciava buono, la riempiva in un modo che le faceva contrarre la pancia. Con la mano libera tornò alla figa: tre dita subito, curvate, a cercare quel punto che le faceva sbavare. Si fotteva da sola così, un buco pieno di legno e l’altro di dita, il ritmo che diventava brutale. I seni ballavano a ogni spinta; ogni tanto abbassava la testa e prendeva un capezzolo tra i denti, lo tirava finché il dolore non si fuse col piacere.
Sudava di nuovo. I capelli le cascava sugli occhi, il respiro era un rantolo. «Sì— riempimi— usami…» La sciarpa teneva il polso sinistro fermo contro il ferro; ogni movimento faceva tendere il tessuto e le ricordava che era lei a scegliersi impotente. L’orgasmo arrivò improvviso, violento. La figa si strinse a scatti sulle dita, l’ano pulsò forte intorno al legno, e un fiotto caldo le scese lungo il polso e le cosce. Gemé il proprio nome contro il cuscino, continuando a muoversi attraverso le scariche, più lenta ma più profonda, spremendo ogni spasmo finché non le uscirono lacrime agli angoli degli occhi.
Non si fermò. Estrasse il manico dal culo con un suono osceno e lo posò di nuovo sul comodino, lucido di lei. Poi si sciolse del tutto la sciarpa, solo per un momento. Aveva bisogno di altro. Si alzò barcollante, nuda, le gambe che tremavano, e scese di nuovo in cucina a piedi nudi. Il pavimento di terracotta era fresco sotto le piante. Aprì il cassetto delle posate e trovò il mattarello di legno, quello grezzo che la nonna usava per la pasta. Grosso, liscio agli estremi, abbastanza lungo da farle stringere le cosce solo a guardarlo. Prese anche un’altra bottiglia d’olio e tornò su di corsa, il cuore che batteva in gola.
Si rimise a carponi sul letto, di fronte allo specchio dell’armadio. Si vide: capelli scarmigliati, seni pesanti e segnati, labbra gonfie, figa aperta e lucida, culo ancora leggermente dilatato. Versò l’olio a fiotti tra le labbra e sull’ano, si spalmò tutto con le dita, poi portò la punta del mattarello alla figa. Lo spinse dentro d’un colpo solo. Un grido basso le uscì; era più grosso della spazzola, riempiva tutto, le pareti le si chiusero intorno con un suono umido e osceno che riempiva la stanza. «Ah— cazzo, sì… pieno…» Cominciò a fottersi da sola con movimenti lunghi e profondi, il legno che spariva fin quasi alla base, poi usciva fin quasi alla punta. L’altra mano andò indietro, due dita nell’ano, poi tre, allargando mentre si spingeva incontro al mattarello.
Si guardava nello specchio. «Guardati, Colette. Guardati mentre ti riempi come una puttana.» La voce le usciva piena di saliva. Accelerò. Il materasso scricchiolava, il ferro battuto del letto batteva contro il muro. I seni pendevano pesanti; ogni tanto si prendeva un capezzolo tra le dita e lo strizzava senza pietà. Il piacere saliva a ondate più alte, più sporche. Leggeva ancora dal diario, a mezza voce, mentre si fotteva: «Voglio venire col culo pieno e la figa che schizza. Voglio sentirmi usata per ore.»
Allora lo fece. Lasciò le dita nell’ano e usò entrambe le mani sul mattarello, spingendo e tirando con forza. Il ritmo era animale. Le anche si muovevano incontro alle spinte, il liquido colava lungo le cosce, gocciolava sull’ano, bagnava tutto. Il sesto orgasmo della notte arrivò come un pugno nello stomaco. La figa si contrasse a scatti violenti intorno al legno, un fiotto caldo le uscì spingendole un grido contro il materasso. Continuò a muoversi attraverso gli spasmi, più lenta ma più profonda, spremendo ogni contrazione finché non le dolevano le braccia.
Si lasciò cadere di lato, il mattarello ancora conficcato a metà. Respirava a raffiche calde. Ma non era finita. C’era ancora la sciarpa. La riprese, si legò di nuovo i polsi alle sbarre, questa volta più stretti, abbastanza da sentire la pressione ma non da tagliarsi. Con le mani così poteva ancora raggiungere la figa. Lo fece. Estrasse il mattarello a fatica e lo lasciò sul lenzuolo, lucido e caldo. Poi tre dita dentro, il pollice sul clitoride, e si masturbò guardandosi nello specchio. «Colette… porca legata… fottiti ancora… vieni come una troia…»
Il settimo orgasmo fu più lungo, più strappato. Arrivò a ondate che le facevano inarcare la schiena e tirare contro i legacci finché il ferro non scricchiolò. Gemé il proprio nome finché la voce non le si spezzò. Quando finì, le dita restarono dentro, pigre, e lei restò legata, il respiro che scendeva a scatti, gli occhi fissi sul soffitto crepato.
Ma il diario era ancora lì. Con un gesto goffo lo trascinò più vicino e voltò pagina con il naso e le labbra. Una frase le saltò agli occhi, scritta a caratteri più grandi, nervosi:
«Voglio portarmi lo specchio sul letto. Voglio vedermi da vicino mentre mi spompo. Voglio usare la sciarpa anche intorno alle cosce, tenermi aperta, e farmi venire finché non chiedo pietà a me stessa. Voglio ore. Voglio svegliarmi ancora bagnata e ricominciare prima dell’alba.»
Il calore le tornò subito, basso, insolente, nonostante tutto. Colette sorrise, lenta, affamata. Si sciolse un polso solo abbastanza da trascinare lo specchio a figurina più vicino al letto, quello piccolo che stava sull’armadio. Lo posò tra le gambe, inclinato. Poi si rilesò meglio, cosce divaricate, sciarpa che le teneva i polsi e ora anche un anello intorno a una coscia, tenendola aperta. Si vide da vicino: figa rossa e aperta, clitoride teso, liquido che colava ancora. Portò le dita lì, cominciò di nuovo a strofinare, a entrare, a curvare.
«Guardati…» sussurrò. «Guardati mentre ti fai venire di nuovo.»
Il piacere saliva già, cattivo, dal basso ventre. L’aria della notte entrava dalla finestra e le raffreddava il sudore. C’era ancora il mattarello a portata di mano. C’erano ancora pagine. Ore prima dell’alba. E lei non aveva finito di scoprire quanto potesse essere cattiva, sola, in quella casa che sapeva di gelsomino secco e di sesso fresco. Le dita accelerarono. Il sorriso le restò sulle labbra, affamato, mentre il corpo le rispondeva di nuovo come allora, forse peggio.
Le dita accelerarono sul clitoride gonfio, cerchi stretti e precisi mentre lo specchio le restituiva ogni dettaglio: le labbra aperte e lucide, il buco della figa che si contraeva a vuoto, l’ano ancora leggermente dilatatо che pulsava. Colette teneva i polsi legati alle sbarre, la sciarpa di seta che le bruciava la pelle ogni volta che si inarcava, e una coscia bloccata aperta dallo stesso tessuto. Respirava a raffiche, la voce rauca che riempiva la stanza di legno vecchio.
«Guardati, puttana. Guardati mentre ti spompi.»
Prese il mattarello con la mano libera, lo unse di nuovo con l’olio che colava sul lenzuolo già rovinato, e lo spinse dentro la figa d’un sol colpo. Il legno grezzo la riempì fino in fondo, le pareti le si chiusero intorno con uno schiocco umido e osceno. Gemé lungo, rotto, gli occhi fissi sul riflesso. «Cazzo… così grosso… Colette troia piena…» Cominciò a fottersi da sola con spinte lunghe e profonde, il mattarello che spariva quasi intero, poi usciva fin quasi alla punta lucida dei suoi succhi. L’altra mano — il polso che tirava contro la sciarpa — raggiunse l’ano e ci ficcò tre dita subito, ruotando, allargando mentre il legno batteva contro il punto che le faceva contrarre la pancia.
Il diario era aperto accanto allo specchio. Lesse ad alta voce, la saliva che le colava dall’angolo della bocca:
«Usami per ore. Tieniti aperta. Fatti venire finché non piangi e poi ricomincia.»
Obbedì. Il ritmo diventò brutale. Le anche si muovevano incontro al mattarello, i seni pendevano pesanti e segnati, i capezzoli scuri e duri che ogni tanto afferrava tra i denti e tirava finché il dolore non si fondeva col piacere che le saliva dalla figa. Sudava. L’odore di sesso, olio d’oliva e gelsomino secco impregnava l’aria calda della notte. «Colette porca… Colette che si riempie i buchi da sola… vieni, sbroda, schizza…» L’ottavo orgasmo la colpì senza preavviso. La figa si strinse a scatti violenti intorno al legno, un fiotto caldo le uscì spingendole un grido contro il materasso, l’ano che pulsava forte sulle dita. Continuò a spingere attraverso le scariche, più lenta ma più profonda, spremendo ogni contrazione finché le lacrime non le bruciarono gli occhi.
Non si fermò. Estrasse il mattarello con un suono schioccante, lo guardò lucido di lei nello specchio, poi lo portò più in basso. Respirò a fondo e lo spinse nell’ano già aperto. Entrò piano all’inizio, poi tutto d’un tratto fino a metà. Un rantolo le uscì dalla gola; bruciava buono, la riempiva in un modo che le faceva tremare le cosce. Con le dita tornò alla figa: quattro adesso, curvate, a martellare quel punto mentre il legno le teneva il culo dilatato. Si guardava da vicino. «Vedi? Tutta aperta. Tutta usata. Tutta mia.»
Parlava da sola come nelle pagine di vent’anni prima, ma adesso la voce era più bassa, più affamata, piena della certezza di un corpo che non aveva più paura di sé. Accelerò di nuovo. Il ferro battuto del letto batteva contro il muro a ogni spinta. Il liquido colava lungo la fessura, bagnava le dita, gocciolava sull’ano e sul legno. Il nono orgasmo fu più lungo, più strappato: ondate che le facevano inarcare la schiena e tirare contro i legacci finché la sciarpa non le segnò i polsi di rosso. Gemé il proprio nome finché la voce non le si spezzò in un pianto di piacere. «Colette… Colette… cazzo sì…»
Quando le scariche calarono restò così, mattarello conficcato nel culo, dita pigre nella figa, lo specchio che le mostrava il disastro bello che era diventata. Ma il diario non aveva finito. Con il naso e le labbra voltò un’altra pagina. La calligrafia era quasi illeggibile, macchiata:
«Voglio legarmi i polsi e le caviglie. Voglio tenermi completamente aperta e usare tutto quello che ho finché non chiedo pietà. Voglio svegliarmi bagnata e ricominciare prima che il sole salga.»
Colette sorrise, lenta, cattiva. Si sciolse abbastanza da rifare i nodi. Sciarpa ai polsi e ora anche alle caviglie, legate alle sbarre inferiori del letto di ferro, cosce divaricate al massimo, figa e culo esposti allo specchio e all’aria della notte. Non poteva più chiudere le gambe. Il cuore le batteva in gola, ma era lei che sceglieva, lei che si offriva a se stessa. Riprese il mattarello, lo unse ancora, e lo spinse di nuovo nella figa fino in fondo. Poi, con un gesto goffo e determinato, ci ficcò anche le dita accanto al legno, allargandosi di più, sentendosi spaccata e piena come non aveva mai osato.
«Pietà un cazzo,» sussurrò. «Ancora.»
Si fotteva così, legata, aperta, guardandosi da due dita di distanza nello specchio inclinato. Il piacere saliva cattivo, pesante, dal basso ventre già rovinato. Ogni spinta faceva tendere i legacci, faceva male dolce ai polsi e alle caviglie, le ricordava che era impotente solo perché voleva esserlo. Lesse un’ultima frase ad alta voce, la voce spezzata:
«Fatti venire come una troia finché non puoi più muoverti. Poi resta così.»
Allora lo fece. Lasciò andare ogni freno. Spinte profonde, circoli furiosi sul clitoride con il pollice, il mattarello che entrava e usciva con schiocchi bagnati che riempivano la stanza quieta. I seni ballavano, i capezzoli strizzati tra le dita libere quanto bastava. Il decimo orgasmo arrivò come un’onda che la sommerse. La figa schizzò, un fiotto vero che le bagnò il polso, lo specchio, il lenzuolo. L’ano si contrasse a vuoto. Lei gridò, nuda e legata, il grido che la notte d’estate assorbì intero. Continuò a muoversi attraverso gli spasmi, più lenta, più profonda, spremendo ogni ultima scarica finché il corpo non le cedette del tutto.
Restò distesa, legata, ansimando, il mattarello ancora conficcato a metà, le dita immobili dentro la figa che pulsava. Lacrime di piacere le solcavano le tempie. L’alba filtrava già dalla finestra socchiusa, strisce grigie sul pavimento di terracotta. A poco a poco si sciolse. I nodi cedettero. Le braccia e le gambe le dolevano di un male buono, la figa calda e aperta, l’ano che pulsava ancora, i seni segnati, i polsi rossi. Estrasse il legno con un ultimo suono osceno e lo lasciò sul comodino accanto alla spazzola, entrambi lucidi di lei.
Si trascinò fino al diario. Con dita ancora umide scrisse in fondo all’ultima pagina, calligrafia storta e soddisfatta:
«L’ho fatto. Tutto. E tornerò. Ogni notte che questa casa sarà vuota.»
Chiuse l’elastico. Non nascose niente. Il lenzuolo era un disastro di aloni scuri, olio e liquido. L’odore di sesso impregnava le lenzuola, il legno, l’aria. Colette si coprì appena con un angolo del lenzuolo pulito, il sorriso che non le spariva, il corpo che ancora sussultava di tanto in tanto. Si addormentò così, nuda, bagnata, il diario contro il cuscino.
Ore dopo il telefono vibrò sul comodino. Era la madre. «Tesoro, sorpresa. Partiamo stamattina, saremo a casa per pranzo. Abbiamo deciso di accorciare. Non vedere l’ora di abbracciarti.»
Colette rispose con voce ancora roca, calma, quasi tenera: «Perfetto, mamma. Vi aspetto. La casa è esattamente come l’avete lasciata.»
Riattaccò. Si voltò di lato, le cosce che scivolavano l’una sull’altra ancora umide, e chiuse gli occhi. Lei sapeva. Sapeva ogni macchia, ogni oggetto lasciato in vista, ogni frase nuova scritta nel taccuino nero, ogni grido che le mura avevano assorbito. Loro no. Loro sarebbero entrati tra poche ore, avrebbero respirato gelsomino secco e legno vecchio, e non avrebbero saputo niente di ciò che la figlia aveva fatto — e avrebbe rifatto — in quella stanza. Il ritorno aveva morso fino in fondo. E il segreto restava solo suo.
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