Sotto gli Occhi del Mare
Nadia e Delphine si leccano la figa con passione sulla barca in Sardegna.
Nel cuore di una piccola baia isolata della Sardegna, l’acqua trasparente lambiva gli scogli caldi come una lingua pigra. Nadia, ventottenne turista svizzera, alta e atletica, con i capelli biondi corti appiccicati alla nuca sudata, si era spogliata completamente. Il costume giaceva abbandonato sulla roccia. L’acqua salata le baciava le tette sode, i capezzoli già duri per il fresco e per qualcosa di più oscuro che le pulsava tra le cosce. Si immersa fino al petto, poi si girò, galleggiando nuda, le gambe aperte appena, la figa rasata che brillava sotto la superficie.
Dalla barca da pesca ormeggiata a pochi metri, Delphine la osservava. Trentadue anni, mora, formosa, la pelle abbronzata dal sole sardo come cuoio caldo. Portava solo pantaloncini corti di tela grezza e una canottiera bianca sudicia di sale e sudore, le tette pesanti che premevano contro la stoffa. Le mani callose stringevano il bordo della barca mentre gli occhi scuri divoravano ogni centimetro del corpo della straniera. Nadia sentì lo sguardo come dita invisibili che le sfioravano le labbra della figa. Alzò lo sguardo, lo incrociò, e non abbassò le palpebre. Un sorriso lento le spaccò la bocca. Delphine le restituì lo stesso sguardo carico, leccandosi il labbro inferiore. Il mare calmo faceva da specchio a quella tensione erotica che vibrava tra loro, salata e densa.
—Ehi, bionda— chiamò Delphine con voce rauca, in italiano spezzato dall’accento sardo. —L’acqua è fredda per stare nuda così a lungo. Vieni sulla barca. Ho un asciugamano. E vino.
Nadia nuotò verso lo scafo con mosse deliberate, le spalle che tagliavano l’acqua, il culo tondo che emergeva a ogni bracciata. Delphine le tese una mano callosa e un asciugamano ruvido. Mentre Nadia saliva, la pescatrice le sfiorò volutamente il seno: il dorso della mano pesante strisciò sul capezzolo duro, lo pinchò un attimo tra le dita prima di ritirarsi. Nadia gemette basso, eccitata dalla sfacciataggine.
—Cazzo, hai le tette belle— mormorò Delphine, gli occhi fissi. —E la figa rasata. Si vede tutto dall’acqua.
Nadia si avvolse a metà nell’asciugamano, lasciando scoperte le cosce e il pube. Ricambiò toccandole i fianchi larghi, le dita che scendevano a stringere la carne morbida sotto i pantaloncini.
—E tu hai il culo da scopare e le tette da succhiare— rispose in italiano con accento tedesco, la voce già roca. —Ti guardavo da sotto. Mi sono bagnata solo a pensare alla tua bocca.
Le parole diventarono subito sporche. Delphine le versò del Cannonau in un bicchiere di plastica, ma non lo bevve. Si avvicinò, il fiato caldo di vino e sale.
—Voglio leccarti la figa bagnata, turista. Voglio succhiarti il clitoride finché non mi pisci in bocca di piacere. Te lo confesso dritto: da quando ti ho vista nuda tra gli scogli mi è venuta l’acquolina. Lasciami mangiare quella fica svizzera.
Nadia sentì un getto caldo scenderle tra le labbra. Afferrò la canottiera di Delphine e la tirò su, liberando le tette abbronzate, pesanti, i capezzoli scuri e larghi.
—Allora fallo. Leccamela. Scopami con la lingua e con le dita finché non sguazzo sul ponte.
Delphine non aspettò oltre. Spinse Nadia contro il legno caldo della barca, il bordo che le graffiava la schiena nuda. Le divaricò le cosce con forza, si inginocchiò sull’asciugamano steso e affondò la faccia tra le labbra già fradicie. La lingua larga e calda le leccò tutta la figa in una passata lunga, dal buco del culo fino al clitoride gonfio. Poi succhiò forte quel bottone duro, tirandolo tra le labbra mentre due dita callose le entravano dentro, curva verso l’alto, scopandola a ritmo sardo, lento e profondo.
—Ahh, cazzo, sì, mangiami la figa— gemette Nadia, le mani affondate nei capelli neri di Delphine, spingendole la testa contro il pube. —Succhiami il clit, scopatemi più forte con le dita… senti come gocciolo sulla tua faccia.
Delphine grugniva contro la carne bagnata, leccando e succhiando con rumori osceni, schiocchi e baci umidi. Le dita entravano e uscivano, lucide di succhi, mentre la lingua non smetteva di lavorare il clitoride. Nadia inarcò la schiena, le cosce che tremavano intorno alla testa della pescatrice.
Poi Delphine si alzò, si tolse i pantaloncini, la figa mora e pelosa che gocciolava già, e tirò Nadia sul ponte. Si sistemarono in 69, Delphine sopra, il culo pieno sulla faccia della svizzera. Nadia aprì la bocca e leccò avidamente quella figa fradicia, la lingua che si spingeva tra le labbra gonfie, succhiando il clitoride di Delphine mentre le dita le sfioravano il buco del culo, lo leccavano con la punta della lingua, lo baciavano. Delphine faceva lo stesso sotto: leccava la figa di Nadia e il suo anello stretto con la stessa avidità, alternando dita e lingua, ficcandole un dito nel culo mentre la lingua le scopava la figa.
—Leccami il buco del culo, troia bionda— ansimava Delphine contro la carne. —Senti che sapore ha la fica di una pescatrice… più salata del mare.
Si rincorrevano così, lingue e dita, gemiti soffocati contro le fiche, saliva e succhi che colavano sui menti. Poi Delphine si girò, si sedette pesante sulla faccia di Nadia, le cosce larghe che le chiudevano le orecchie. Cavalcava forte, strofinandosi la figa gonfia su bocca, naso e mento della svizzera, lasciando scie lucide.
—Mangiami tutta, succhiami… sto per venire— ruggì. Nadia la leccava e la succhiava con rabbia, due dita conficcate nella figa di Delphine, a curva, a pompaggio veloce. Delphine si strinse, urlò qualcosa in sardo gutturalo, e venne copiosamente: un getto caldo le schizzò sulla lingua e sul viso di Nadia, che continuò a succhiare e a ditalinare finché un secondo squirting le bagnò il mento e il collo. Nadia stessa esplose sotto, le cosce che battevano, la figa che si contraeva a vuoto contro l’aria, venendo solo per il sapore e la pressione di quel culo sulla faccia.
Dopo gli orgasmi violenti, Delphine scese lentamente, il corpo ancora tremante. Si chinò e baciò profondamente Nadia, ancora sporca dei suoi umori: lingue che si mescolavano, sapore di figa e sale e vino. Il bacio era lento, porco, le labbra lucide che si succhiavano.
—Cazzo, quanto goccioli— sussurrò Delphine contro la bocca di lei, poi passò al sardo basso e osceno, parole che Nadia non capiva del tutto ma che le facevano rabbrividire il clitoride di nuovo: «Deu t’apa a fottere comente una bagassa, ti prangia su strap cun sa figa e su culu finas a ti fàghere isquitare totu». Poi tornò all’italiano, la voce roca all’orecchio di Nadia mentre le dita le accarezzavano ancora la figa sensibile.
—La prossima volta ti prendo con lo strap-on. Te lo ficco nella figa e nel culo finché non mi supplichi di fermarmi. Ti legherò alle cime della barca e ti scoperò sotto questo sole finché non svenirai. Resta stanotte. Non ho finito con te, turista.
Delphine non staccò le labbra da quelle di Nadia. Il bacio si fece più lento, più sporco, lingue che si avvolgevano ancora impregnate del sapore di figa e sale. Le dita callose di Delphine scivolarono di nuovo tra le cosce della svizzera, due digiti che entrarono senza fatica nella fica già aperta e gonfia, pompando piano mentre il pollice strofinava il clitoride ancora pulsante. Nadia gemette nella bocca dell’altra, le anche che si muovevano incontro a quelle dita.
—Lo vuoi davvero lo strap?— ansimò Nadia contro le labbra di lei, la voce rotta. —Ficcamelo. Adesso. Voglio sentirlo spaccarmi mentre mi lecchi le tette.
Delphine sorrise, un ghigno da predatrice, e si alzò. Andò verso la piccola cabina della barca a remi, il culo nudo e lucido di succhi che oscillava. Tornò con una cintura di cuoio grezzo e un dildo di silicone scuro, spesso, venato, già unto d’olio. Se lo allacciò ai fianchi con gesti rapidi, il cazzo finto che sporgeva duro e minaccioso dal pube peloso. Nadia la guardò da sotto, le gambe ancora aperte sul ponte caldo, le labbra della figa che si contraevano a vuoto solo a quella vista.
—Gira. In ginocchio— ordinò Delphine. Nadia obbedì subito, il petto contro il legno ruvido, il culo alto, le ginocchia divaricate. Delphine le si mise dietro, le mani pesanti che le apredevano le chiappe. Prima le leccò di nuovo il buco del culo, lingua larga che girava intorno all’anello stretto, poi lo baciò a suono umido. —Così. Aperto per me, troia bionda.
Infilò la punta dello strap nella fica di Nadia con un colpo secco. Nadia urlò basso, le unghie che graffiavano il ponte. Delphine spingeva lento all’inizio, centimetro dopo centimetro, fino a che le anche non battevano contro il culo pieno della svizzera. Poi cominciò a scoparla davvero: lunghe spinte profonde, il silicone che usciva lucido di succhi e rientrava con uno schiocco bagnato. Una mano le afferrò i capelli corti, tirandole la testa indietro, l’altra le pinzò un capezzolo duro.
—Cazzo, come ti stringi— grugnì Delphine, sudore che le colava tra le tette pesanti. —La tua fica svizzera mi ingoia tutto. Senti come ti scopro? Ti apro tutta.
Nadia spingeva indietro, il culo che sbatteva contro il ventre di lei. —Più forte… scopami come una cagna… sì, così, fino in fondo… mi fai squirtare di nuovo…
Delphine accelerò, il ritmo sardo, pesante, le natiche che schiaffeggiavano. Poi ritirò lo strap lucido e lo premette contro il buco del culo di Nadia. —Respira. Lo voglio dentro anche qui.
Nadia ansimò un sì roco. Delphine spinse piano, la testa del dildo che apriva l’anello stretto, entrando millimetro dopo millimetro mentre le dita dell’altra mano rientravano nella fica. Nadia tremava, gemiti gutturali, il corpo che si apriva a forza di piacere. Quando lo strap fu sepolto nel culo, Delphine cominciò a scoparla doppia: il silicone che andava e veniva nel buco stretto, tre dita che pompavano la figa, il pollice che massaggiava il clitoride gonfio.
—Ahhh… Delphine… mi fotti il culo… leccami le tette mentre mi scassi…— Nadia si contorceva, saliva che le colava dal mento. Delphine si piegò su di lei, le labbra che succhiavano un capezzolo, denti che lo tiravano mentre i fianchi non smettevano di battere. Il ponte della barca cigolava, l’acqua sotto che schiaffeggiava lo scafo a ritmo delle spinte.
Si staccò un attimo, tirò Nadia su e la fece sdraiare di schiena. Le legò i polsi con una cima di canapa alle ringhiere laterali, le braccia aperte, il corpo esposto al sole sardo. Nadia tirò le corde, eccitata dalla costrizione. Delphine le si montò sopra, lo strap che rientrava dritto nella fica fradicia, e cominciò a cavalcarla con forza, le tette pesanti che ballavano sopra il viso di Nadia. La svizzera alzò la testa e le prese un capezzolo scuro in bocca, succhiando forte, lingua che girava intorno mentre veniva scopata a spinte violente.
—Succhia… mangiami le tette mentre ti riempio…— Delphine ansimava, una mano che le strofinava il clitoride di Nadia a cerchi rapidi. —Voglio vederti squirtare sul mio cazzo. Fallo. Pisciami addosso di piacere.
Nadia scoppiò. La figa si contrasse a ondate, un getto caldo schizzò intorno allo strap, bagnando il ventre e le cosce di Delphine. Continuò a venire a scosse, le corde che le segnavano i polsi, la bocca ancora piena di tette. Delphine non si fermò: tirò fuori lo strap e lo ficcò di nuovo nel culo di Nadia, scopandola a ritmo forsennato mentre le dita tornavano nella fica a pompaggio veloce. Un secondo orgasmo colpì Nadia quasi subito, più lungo, più umido, il corpo che si inarcava contro le legature, urla rotte che si perdevano sulla baia deserta.
Delphine si sfilò la cintura, gettò lo strap di lato e si sedette di nuovo sulla faccia di Nadia, la figa mora e pelosa che premeva su bocca e naso. —Leccami. Finiscimi. Voglio venire sulla tua lingua di turista.
Nadia leccò con rabbia, lingua piatta che spazzava dalle labbra gonfie al clitoride, due dita che entravano nella fica di Delphine e una terza che le sfiorava il buco del culo. Delphine si strofinava forte, cavalcando il viso, gemiti bassi e sardi. Venne con un grido roco, un altro getto caldo che schizzò sulla lingua e sul mento di Nadia, cosce che stringevano la testa della svizzera finché l’onda non passò.
Si sciolsero le corde. I corpi crollarono uno sull’altro sul ponte caldo, sudati, lucidi di sali e di succhi, petti che si alzavano e abbassavano a scatti. Delphine le baciò piano la spalla, poi il collo, poi le labbra, un bacio lento senza lingua, solo respiro condiviso. Nadia le accarezzò i capelli neri appiccicati, le dita che tracciavano la schiena abbronzata.
Il sole calava piano. L’acqua della baia batteva leggera contro lo scafo. Nessuna di loro parlò più. Restarono così, intrecciate, il respiro che si allineava, gli occhi mezzo chiusi sul mare piatto. Solo il lieve scricchiolio del legno e il rumore lontano dei gabbiani. Silenzio.
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