Alba Rubata: La Sconosciuta Online Era la Mia Migliore Amica
La mia migliore amica di 28 anni, insegnante di yoga, era la sconosciuta con cui mi segavo da mesi online.
Roxanne aveva trentadue anni e lavorava da casa, a Roma, come grafica freelance: scadenze, tablet, caffè amaro alle tre di notte. Aisha, ventotto anni, insegnante di yoga con lo studio a Trastevere, era la sua migliore amica da quasi un decennio. Si conoscevano da prima che Roxanne lasciasse lo studio pubblicitario, da prima che Aisha aprisse il suo spazio con i materassini colorati e le candele di sandalo. Cene, weekend al mare, confidenze su uomini deludenti e cicli ormonali: tutto, tranne il segreto che Roxanne teneva chiuso nel laptop.
Da mesi, dopo mezzanotte, Roxanne apriva una chat anonima. L’altra si faceva chiamare Alba. Voce bassa, parole che le scivolavano dritto tra le cosce. «Apriti per me», scriveva Alba. «Dimmi com’è bagnata quella figa mentre ti tocchi pensando a una bocca che non hai mai visto». Roxanne rispondeva con le dita già scivolate sotto l’elastico delle mutandine, descrivendo il clitoride gonfio, il modo in cui stringeva le cosce. Non sapeva che dall’altra parte Aisha aveva riconosciuto il ritmo delle sue frasi al primo messaggio, quel modo di mischiare pudore e oscenità che Roxanne usava solo quando era ubriaca di desiderio. Aisha aveva trattenuto il respiro, poi aveva continuato. Ogni notte la stessa tensione: il piacere di essere desiderata senza maschera e la paura di distruggere l’unica amicizia che contava davvero.
Quella sera la videochiamata era già accesa da venti minuti. Nessuna delle due inquadrava il viso: solo torace, ventre, mani. Roxanne aveva la maglietta sollevata sopra i seni, i capezzoli scuri e duri sotto le dita. Aisha — Alba — aveva la canotta scostata, un seno pieno stretto tra pollice e indice.
«Più sporca», mormorò la voce di Alba. «Dimmi cosa faresti se fossi qui».
Roxanne chinò lo sguardo sulla webcam, la mano destra che scendeva tra le labbra già lucide. «Ti metterei in ginocchio e ti farei leccare finché non mi viene in faccia. Poi ti spingerei sul letto e ti scoperei con le dita fino a farti squirtare sul materasso». La voce le uscì roca. «Alba… voglio vederti. Di persona. Un hotel. Domani sera. Stanza 412 all’Hotel Celio. Se dici di sì, vengo e ti scope davvero».
Silenzio. Poi la voce di Aisha, tremante di eccitazione, senza più filtro: «Sì. Ci sono. Voglio che mi tocchi per davvero».
Il giorno dopo Roxanne arrivò per prima. Vestito nero semplice, tacchi bassi, cuore che le batteva contro le costole. Quando la porta si aprì e Aisha entrò — leggins scuri, felpa leggera, capelli raccolti — il tempo si fermò. Si guardarono. Gli occhi di Aisha erano gli stessi di sempre, ma ora c’era dentro tutto il calore delle chat, tutta la voglia trattenuta.
«Sei tu», sussurrò Roxanne.
Aisha chiuse la porta alle spalle, si avvicinò di un passo. «Da mesi. Ho riconosciuto la tua voce al secondo messaggio. Avevo paura di dirtelo. Paura di perderti». Fece un altro passo. «Ma ti desidero. Da prima ancora di fingere di essere Alba. Se vuoi fermarti, mi fermo. Se vuoi…»
Roxanne non la lasciò finire. La baciò. Bocca su bocca, lingua calda, un gemito basso che salì da entrambe. Le mani di Aisha le corsero ai fianchi, la spinsero piano contro il muro, poi verso il letto. Il bacio diventò morso leggero al labbro inferiore, respiro corto, corpi che si riconoscevano finalmente senza bugie.
«Sdraiati», disse Aisha con una dolcezza che non ammetteva rifiuto. Roxanne obbedì, scivolò sul materasso. Aisha le sollevò il vestito, le sfilò le mutandine già umide, le aprì il reggiseno. Si chinò sui seni di Roxanne e prese un capezzolo tra le labbra, lo succhiò forte mentre l’altra mano scendeva. Due dita trovarono la figa fradicia, scivolarono dentro con un suono umido e osceno. Roxanne arcò la schiena.
«Cazzo… Aisha… più a fondo».
Aisha leccò l’altro capezzolo, lo morse piano, pompò le dita in un ritmo lento e profondo, il pollice che sfiorava il clitoride. Poi le fece fare un mezzo giro. «In ginocchio. Quattro zampe. Voglio mangiarti tutta».
Roxanne si mise come le era stato detto, la faccia contro il cuscino, il culo sollevato. Aisha si inginocchiò dietro di lei, le aprì le natiche con le palme e affondò la lingua. Prima sulla fessura bagnata, poi sul clitoride gonfio, poi più su, sul buco del culo, leccando con fame, il naso premuto tra le pieghe. Roxanne gemette forte, le cosce che tremavano.
«Lingua… così… non fermarti…»
Aisha la divorò finché Roxanne non cominciò a spingere indietro il bacino contro la sua bocca. Poi Aisha si distese sulla schiena e tirò Roxanne verso di sé. «Sali. Sul mio viso. Cavalcami finché non vieni».
Roxanne si sistemò a cavalcioni, le ginocchia ai lati della testa di Aisha, e abbassò la figa sulla bocca aperta. Aisha le tenne i fianchi e leccò, succhiò, spinse la lingua dentro mentre Roxanne si strofinava con movimenti circolari sempre più rapidi. Il clitoride batteva contro il naso, le labbra, i denti appena sfiorati. Roxanne gettò la testa all’indietro, i seni che oscillavano.
«Vengo… Aisha, vengo sulla tua lingua…»
L’orgasmo la scosse a ondate, i muscoli del basso ventre che si contraevano, un grido roco che riempì la stanza. Aisha bevve ogni scossa, ogni goccia, tenendola ferma finché i brividi non calarono.
Ancora ansimanti, si sistemarono di lato, una gamba di Roxanne sopra l’anca di Aisha, fiche premute l’una contro l’altra. Si mossero insieme, scivolose, labbra gonfie che si strofinavano, clitoridi che si cercavano. La posizione a forbice diventò frenetica: bacini che battevano, umidità che schizzava leggera sulle cosce, unghie conficcate nella pelle.
«Più forte», ansimò Aisha. «Strofina quella figa contro la mia finché non squirtiamo insieme».
Roxanne spinse più giù, il contatto caldo e disperato. Si guardarono negli occhi mentre il piacere saliva di nuovo, doppio, sincrono. Vennero urlando, i corpi bloccati in un tremito lungo, le voci che si mescolavano in un’unica onda.
Dopo, rimasero intrecciate tra le lenzuola già umide di sudore e di sesso. Il respiro di Aisha le accarezzava il collo. Roxanne sentiva ancora i battiti tra le cosce, la bocca gonfia di baci. Nessuna delle due parlava della mattina, di come si sarebbero guardate al bar di sempre, di cosa sarebbe successo all’amicizia ora che il segreto era pelle contro pelle. Aisha passò un dito lento lungo la schiena di Roxanne, si fermò sulla curva del fianco.
«Non ho finito con te», sussurrò contro l’orecchio, la voce già di nuovo bassa e carica. «Stasera voglio di più. Voglio vederti correre ancora. E voglio che tu mi leghi i polsi al comodino e mi usi finché non ti supplichi di fermarti… o di continuare».
Roxanne chiuse gli occhi, un sorriso stanco e affamato. Fuori la città di Roma continuava a muoversi, ignara. Dentro la stanza 412, tra lenzuola che sapevano di corpo e di confesso, la notte era appena cominciata e nessuna delle due sapeva ancora dove le avrebbe portate il giorno dopo — solo che il desiderio non si era spento con l’orgasmo. Si era semplicemente spostato più in profondità, pronto a richiedere un altro round, un’altra verità, un altro limite da oltrepassare insieme.
Aisha restò con le labbra ancora appoggiate all’orecchio di Roxanne, il respiro caldo che le solleticava la pelle. Roxanne aprì gli occhi, si voltò appena e la guardò. Negli occhi dell’amica c’era la stessa luce delle chat notturne, solo più nuda, più vera. Senza una parola allungò una mano verso la cassetta del comodino—l’aveva notata prima, una di quelle cose da hotel che nessuno usa mai—e ne estrasse la cintura della propria vestaglia e una cravatta lasciata chissà da chi. Aisha seguì il gesto e sorrise, lenta, già eccitata.
«Fallo», mormorò. «Legami. Voglio sentire che non posso scappare mentre mi usi».
Roxanne la fece sdraiare a pancia in su, le prese i polsi e li legò insieme sopra la testa, fissandoli al montante del comodino con un nodo stretto ma non crudele. Aisha tirò leggero, provò la resistenza, e un brivido le corse lungo la schiena. Aveva ventotto anni, insegnava yoga ogni mattina a corpi che cercavano equilibrio, e ora era lei a essere tenuta ferma, esposta, desiderata da quella che conosceva da un decennio. Roxanne si tolse il vestito del tutto, rimase nuda, i seni pesanti, le cosce ancora lucide del primo orgasmo. Si chinò e le leccò un capezzolo, poi l’altro, morse piano il bordo del seno finché Aisha non gemette e arcò il petto verso l’alto.
«Da mesi ti ho descritto questa figa», disse Roxanne con voce roca, scendendo con la bocca. «Da mesi mi sono venuta immaginando di farti squirtare. Ora la vedo. Ora la levo». Aprì le gambe di Aisha con le mani, ne osservò le labbra gonfie, già bagnate, i peli curati, il clitoride in evidenza. Soffiò sopra, poi affondò la lingua. Leccó in lunghe strisciate lente, dal buco del culo fino al clitoride, ci girò intorno, lo succhiò forte. Aisha tirò sui legacci, i muscoli delle braccia in tensione, i fianchi che si sollevavano contro la bocca di Roxanne.
«Cazzo… più a fondo… metti le dita…»
Roxanne spinse due dita dentro, le curvo verso l’alto, trovò il punto gonfio e lo massaggiò mentre succhiava. Il suono era umido, osceno, riempiva la stanza 412 insieme ai gemiti di Aisha. Aggiunse una terza dito, pompò più forte, il pollice che premeva sul perineo. Aisha cominciò a tremare.
«Vengo… Roxanne, non fermarti… mi leghi e mi fai venire così…»
L’orgasmo la prese a ondate: i muscoli della figa che stringevano le dita, un getto caldo che bagnò il mento e il collo di Roxanne, un grido lungo strozzato. Roxanne non si scostò. Continuò a leccare, a bere, a spingere finché i brividi non diventarono troppo acuti e Aisha non ansimò «basta… un attimo…». Solo allora Roxanne si sollevò, le baciò la bocca con sapore di figa, e le sciolse un polso abbastanza da farle girare il corpo. La mise a pancia in giù, le ri-legò i polsi dietro la schiena, le sollevò il bacino con un cuscino sotto.
«Ora ti scopo come ti ho promesso online», sussurrò. Prese la propria mano, ne bagnò le dita di nuovo nella figa di Aisha, poi le portò al buco del culo. Girò piano, spinse un dito, poi due, aprendo con pazienza mentre l’altra mano le strofinava il clitoride. Aisha gemeva contro il materasso, il viso di lato, i capelli sciolti ora, sudati.
«Sì… così… usami…»
Roxanne le montò dietro in un certo senso, il corpo premuto, e si strofinò la propria figa contro la coscia di Aisha mentre le dita andavano avanti e indietro nel culo stretto. Poi scese di nuovo, la leccò lì, lingua spinta dentro l’anello che si apriva e si chiudeva, mentre tre dita tornavano nella figa e la pompavano. Aisha urlò, venne di nuovo, meno potente ma più lungo, il corpo che si contraeva contro i legacci. Roxanne sentiva il proprio clitoride pulsare, il bisogno di venire di nuovo salire come una marea.
Si slegò le mani di Aisha solo il tempo di girarla di nuovo e di salirle sopra a forbice, ma questa volta più aggressiva: una gamba di Roxanne sotto, l’altra sopra, fiche premute fortissimo, labbra che si aprivano e si chiudevano l’una contro l’altra. Si mossero con forza, bacini che battevano, il suono bagnato di pelle contro pelle. Roxanne tenne i polsi di Aisha sopra la testa con una sola mano, l’altra le strinse un seno.
«Guardami», ordinò. «Mentre ti strofino e ti faccio squirtare di nuovo. Dimmi chi sono».
«Roxanne», ansimò Aisha. «La mia migliore amica. Quella con cui mi segno da mesi. Quella che mi sta scopando la figa con la sua».
Vennero quasi insieme. Prima Aisha, con un grido rotto e un altro schizzo leggero sulle cosce di Roxanne; poi Roxanne, il corpo che si irrigidì, gli occhi chiusi, un gemito basso che le uscì dal fondo della gola mentre il piacere le esplodeva dal basso ventre fino alle spalle. Restarono bloccate così, tremano, ansimando, le fiche ancora a contatto, i cuori che martellavano.
Quando il tremore calò, Roxanne sciolse del tutto i nodi. Aisha le massaggiò i polsi, poi le tirò addosso, pelle contro pelle, seni schiacciati, gambe intrecciate. Si baciarono piano, senza fretta, lingue lente, assaggiandosi il sapore di entrambe. Roxanne sentiva ancora i legacci sul comodino, l’odore di sesso nella stanza, il sudore che scivolava tra i seni di Aisha. Pensò alle chat, alle notti sole, alla paura di perdere l’unica persona che contava. Ora c’era solo questo: il corpo dell’altra, vivo, acconsentito, ancora caldo.
Aisha le accarezzò i capelli, le baciò la tempia. «Non torno indietro», mormorò. «Non voglio tornare indietro. Domani mattina andiamo al bar di sempre e ti guardo come ti ho sempre guardato, solo che adesso so com’è il sapore della tua figa e com’è la tua voce quando vieni legata a me».
Roxanne non rispose subito. Le passò un dito lungo la linea della mandibola, le baciò la spalla, poi il seno, poi semplicemente si accoccolò contro di lei. Fuori, Roma faceva il suo rumore lontano: un clacson, una risata, il traffico che non smetteva. Dentro, le luci della stanza 412 erano basse, le lenzuola un disastro umido, i corpi ancora intrecciati.
Aisha chiuse gli occhi. Roxanne restò sveglia ancora un minuto, ascoltando il respiro dell’altra diventare regolare, sentendo il caldo della pelle contro la propria. Il desiderio non era sparito; si era solo quietato, posato tra di loro come una cosa viva che non aveva bisogno di parole. Nessuna promessa alta, nessun piano. Solo il silenzio della stanza, il battito lento di due cuori, e la certezza muta che qualcosa di irrevocabile era stato detto con il corpo e restava lì, tra le pieghe del materasso, senza bisogno di essere nominato.
Il respiro di Aisha si fece ancora più lento. Roxanne chiuse gli occhi a sua volta. Nella stanza 412 non rimase altro che quiete.
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