Pioggia Battente, Corpi che Si Sfiorano

Due amiche adulte, una trentenne architetta e una ventisettenne fotografa, si scopano con passione lesbica davanti al camino durante un violento temporale in montagna.

14 min read September 14, 2026New

La pioggia martellava il tetto di legno della baita come un esercito furioso, un rombo continuo che riempiva ogni angolo della stanza e faceva vibrare i vetri. Colette, trentadue anni, architetta dal temperamento deciso e dalle spalle larghe da chi è abituata a comandare cantieri, sbatteva i piedi bagnati sullo zerbino e lanciava un’occhiata a Priya. La fotografa ventisettenne, ancora fradicia fino alle ossa, si scrollava i capelli scuri dalle spalle e rideva a denti stretti, un suono basso e nervoso.

«Merda, Colette. Se non scappavamo in tempo restavamo conficcate su quella cresta fino a domani.»

«Lo so.» Colette chiuse la porta con un colpo sordo. L’odore di legna bagnata e di resina salì subito dal camino spento. «Accendi il fuoco, io prendo le coperte.»

Si muovevano da mesi in quel silenzio carico. Amiche da anni, viaggi, mostre, notti ubriache a parlare di uomini che non bastavano mai. Ma da almeno sei mesi qualcosa si era incrinato sotto la superficie: sguardi troppo lunghi quando una si spogliava in spogliatoio dopo la palestra, mani che restavano un secondo di troppo sulla schiena dell’altra mentre si aiutavano a salire in macchina, battute che finivano a mezza voce. Nessuna aveva avuto il coraggio di dirlo. Ora il temporale le aveva rinchiuse qui, sole, lontane da tutto, e l’aria tra di loro pesava come piombo caldo.

Priya si chinò davanti al focolare. I jeans le si erano attaccati alle cosce, delineando la curva del sedere e la linea del perizoma. Colette, tornata con due asciugamani spessi, si fermò a guardarla. Il petto le batteva forte, non solo per la corsa sotto la pioggia. Vedeva le scapole di Priya muoversi sotto la camicia bagnata, i capezzoli induriti dal freddo che premevano contro il tessuto sottile. Ingoiò saliva.

«Togliti quelle robe prima di ammalarti», disse con voce più roca del previsto.

Priya si alzò. Si girò lentamente. Gli occhi scuri di Colette la trapassarono. Per un istante nessuna parlò. Solo la pioggia e il crepitio delle prime fiamme che Priya aveva acceso con mano ferma.

Cominciarono a spogliarsi. Colette si sfilò il pile zuppo, poi la maglietta tecnica. La pelle aveva la pelle d’oca, i seni pieni chiusi in un reggiseno nero completamente impregnato d’acqua. Priya la osservava di sottecchi mentre si liberava della propria camicia. I suoi seni più piccoli, sodi, si liberarono quasi subito: niente reggiseno, solo pelle liscia e capezzoli scuri già turgidi. Si mordicchiò il labbro inferiore.

«Cazzo, sei gelata», mormorò Colette, ma lo sguardo era sceso sul torace di Priya e non saliva più.

Priya fece un passo avanti. Poi un altro. L’aria calda del camino cominciava a salire, ma il brivido che le percorse la schiena non c’entrava col freddo. Si fermò a un palmo da Colette. Le mani salirono lentamente, deliberatamente, fino alle spalline del reggiseno bagnato.

«Ti aiuto», sussurrò.

Le dita di Priya scivolarono sotto le spalline, le tirarono giù con lentezza esasperante. I pollici sfiorarono la curva superiore dei seni di Colette, poi, mentre sganciava il gancio dietro la schiena, il dorso della mano destra premette di proposito contro il seno sinistro, schiacciando il tessuto fradicio contro la carne calda. Colette emise un gemito basso, grezzo, che le uscì dalla gola prima che potesse trattenerlo. Priya rispose con un suono quasi identico, un respiro spezzato che le trepidò sulle labbra.

Il reggiseno cadde a terra con un tonfo bagnato. I seni di Colette, pesanti, con i capezzoli rosa scuro eretti dal freddo e dall’eccitazione, restarono nudi a pochi centimetri dalle mani di Priya. Nessuna delle due si mosse per un secondo. Poi Priya, gli occhi neri di fame, sfiorò di nuovo, questa volta senza scuse: il palmo aperto coprì il seno destro di Colette, lo strinse piano, sentì il capezzolo duro premere contro la pelle. Colette gemette di nuovo, più forte, e le ginocchia le tremarono.

«Priya…»

«Lo so», rispose la fotografa, la voce rauca. «Lo so da mesi.»

Colette non regse più. Le mani scesero a afferrare i fianchi di Priya, le dita affondarono nella carne morbida sopra i jeans bagnati, e la trascinò contro di sé. La bocca di Colette si abbatté su quella di Priya con una fame rabbiosa, labbra che si aprirono subito, lingue che si cercarono come se avessero aspettato anni. Il bacio era umido, disordinato, pieno di denti e di saliva. Priya gemette dentro la bocca di Colette, le braccia le salsero intorno al collo, i seni nudi premuti contro il torace ancora parzialmente vestito dell’altra.

Si staccarono solo per respirare, le fronti appoggiate l’una all’altra, il respiro corto che si mescolava.

«Ti voglio da così tanto tempo», confessò Colette a voce alta, le parole che le uscivano graffiate. «Ogni volta che mi mandavi quelle foto di nudo artistico fingendo che fossero per il portfolio, mi bagnavo le mutande. Ogni cazzo di volta.»

Priya rise, un suono rotto, e le leccò il labbro inferiore. «E io. Dio, Colette, quando ti vedevo tornare sudata dai cantieri con la canottiera attaccata alle tette, immaginavo di metterti in ginocchio e leccarti la figa finché non urlavi. Mi tocavo al pensiero. Mi venivo col tuo nome in bocca.»

Colette la baciò di nuovo, più duro, una mano che scese a stringere una chiappa di Priya ancora coperta dai jeans. L’altra mano le salì tra i capelli bagnati e le tirò leggermente la testa indietro per morderle il collo, sotto l’orecchio, lasciando un segno rosso. Priya inarcò la schiena, offrendosi, e i suoi fianchi si strusciarono contro la coscia di Colette.

«Toglili», ordinò Colette contro la pelle salata. «I jeans. Adesso.»

Priya obbedì con mani tremanti, sbottonò, calò la cerniera, si sfilò il denim fradicio insieme alle mutandine nere già scure di umidità. Restò nuda davanti al fuoco, la figa rasata solo in parte, le labbra gonfie e lucide che già luccicavano. Colette la guardò dall’alto in basso mentre si liberava a sua volta dei pantaloni e dello slip. La sua figa era più carnosa, i peli scuri un triangolo curato, e tra le labbra si vedeva già il luccichio del desiderio.

Si avvicinarono di nuovo. Seno contro seno, pancia contro pancia. Colette scivolò una coscia tra le gambe di Priya e la strinse, sentendo il calore umido della figa dell’altra premere contro il muscolo. Priya gemette e cominciò a muoversi, a strusciarsi, cercando pressione sul clitoride.

«Cosi», sussurrò Colette. «Fregati contro di me. Voglio sentire quanto sei bagnata.»

Priya obbedì, i fianchi che ondulavano, la figa che scivolava sulla coscia di Colette lasciando una scia calda. Le mani di Colette le afferrarono il culo a piene mani, le dita che scendevano nel solco, sfiorando l’ingresso già aperto senza entrarci ancora. Priya tremava.

«Da quanto tempo», ansimò Priya contro la bocca di Colette, «da quanto cazzo di tempo sogno di avere le tue dita dentro di me mentre mi lecchi le tette.»

«Da prima dell’estate», rispose Colette, e le morse il labbro. «Da quando ti sei presentata a quella cena con il vestito scollato e ho passato tutta la notte a immaginare di succhiarti i capezzoli sotto al tavolo.»

Si baciarono ancora, più lente stavolta, più profonde, lingue che si attorcigliavano mentre i corpi si strofinavano. Il fuoco scoppiettava, la pioggia batteva più forte, e il calore saliva tra le cosce di entrambe. Colette fece scivolare una mano davanti, tra i corpi, e le dita trovarono la fessura di Priya. Era zuppa, scivolosa, le labbra gonfie che si aprivano al minimo contatto. Colette le accarezzò il clitoride con due dita, circoli lenti e pressanti, e Priya emise un gemito lungo, quasi un pianto.

«Colette… così… non fermarti.»

«Non ho intenzione di fermarmi.» La voce di Colette era un ringhio basso. «Voglio farti venire almeno due volte prima che il temporale finisca. Poi voglio che tu mi metta la bocca sulla figa e mi lecchi finché non grido il tuo nome.»

Priya scosse la testa, eccitata, e spinse i fianchi contro le dita. «Sì. Sì, cazzo. Toccam i. Mettimele dentro.»

Colette infilò un dito, poi un secondo, sentendo le pareti calde e strette chiudersi intorno. Priya aggrottò la fronte, la bocca aperta, e cominciò a muoversi incontro alle spinte. L’altra mano di Colette le strinse un seno, il pollice che strofinava il capezzolo duro. Si baciavano a tratti, si mordevano, si parlavano contro le labbra.

«Sei così stretta», ansimò Colette. «Mi immagino già la mia lingua al posto delle dita. Ti aprirò con la bocca, ti succhierò il clitoride finché non sgoccioli sul mio mento.»

Priya rispose con un gemito rotto e le mani le scesero a cercare la figa di Colette a loro volta. Le dita trovarono il calore, il slick, e penetrarono con la stessa urgenza. Ora si scopavano a vicenda in piedi, davanti al fuoco, i corpi che sbattevano piano, i seni che si schiacciavano, i gemiti che si sovrapponevano al rombo della pioggia.

Colette sentiva il piacere salire già troppo in fretta, il basso ventre che si contraeva. Si staccò appena abbastanza da guardare Priya negli occhi, le pupille dilatate, le labbra gonfie e lucide di saliva.

«Dicilo di nuovo», chiese. «Dicimi quanto mi vuoi.»

Priya le leccò il collo, poi le parlò all’orecchio, la voce spezzata dai gemiti ogni volta che le dita di Colette le toccavano il punto giusto dentro.

«Ti desidero da mesi. Voglio la tua bocca sulla mia figa. Voglio le tue tette in faccia mentre mi cavalchi la coscia. Voglio leccarti il culo e la figa finché non tremi. Voglio sentirti venire sulla mia lingua e poi baciarmi col sapore tuo in bocca. Ti amo scopare, Colette. Ti voglio tutta.»

Colette gemette forte e accelerò le dita, il pollice che massaggiava il clitoride di Priya con circoli stretti. Priya faceva lo stesso, due dita profonde, il palmo che batteva contro il monte di Colette. I loro respiri si facevano più corti, i muscoli delle cosce che tremano, la tensione che saliva senza ancora spezzarsi.

La pioggia fuori diventava un muro d’acqua. Dentro, i due corpi nudi si tenevano stretti, si sfondavano a vicenda con le mani, si confessavano ogni fantasia sporca che avevano tenuto nascosta. Colette sentiva di poter venire da un momento all’altro, ma si tratteneva, voleva prolungare, voleva che Priya crollasse per prima, voleva assaporare ogni secondo di quella resa che aveva aspettato troppo a lungo.

Si spintonarono piano verso il divano basso davanti al camino, senza mai staccare le mani dai corpi l’una dell’altra. Colette fece sedere Priya, le aprì le ginocchia, si inginocchiò tra le sue cosce ancora senza abbassare la bocca, solo guardando quella figa aperta e lucida, le labbra rosse, il clitoride gonfio che pulsava.

«Guardami», disse Colette. «Voglio che mi guardi mentre ti lecc o.»

Priya annuì, gli occhi vitrei di lussuria, una mano già nei capelli di Colette. Il temporale ruggiva. Il fuoco scoppiettava. E tra di loro la tensione, invece di spegnersi, si tendeva ancora di più, pronta a esplodere nel modo più bagnato e rumoroso possibile.

Colette non aspettò oltre. Le ginocchia le bruciavano sul tappeto di lana davanti al fuoco, ma il dolore era niente rispetto al bisogno che le riempiva la gola. Afferrò i fianchi di Priya, la trascinò in avanti sul bordo del divano e le aprì le cosce con le mani. L’odore di lei salì forte, salato e dolce, mescolato al fumo di legna. Colette leccò una lunga strisciata dalla base della fessura fino al clitoride gonfio, e Priya emise un suono gutturale, le dita che si conficcarono nei capelli scuri di Colette.

«Cazzo… così…» ansimò Priya, la schiena già inarcata. «Mettici la lingua. Tutta.»

Colette lo fece. Aprì le labbra di Priya con i pollici, spinse la lingua dentro, sentì le pareti calde chiudersi intorno, assaporò il liquido che già colava. Succhiò, leccò, morsicò piano il clitoride, poi lo avvolse con le labbra e tirò. Priya spingeva i fianchi contro la sua bocca, bagnandole il mento, il naso, le guance. Il fuoco scoppiettava. La pioggia martellava più forte, un rombo continuo che copriva i gemiti sempre più alti.

Colette sentiva la propria figa pulsare, vuota, che gocciolava sulle cosce. Si staccò solo abbastanza da parlare, la voce rauca di saliva e desiderio.

«Sul tappeto. Adesso. Voglio che mi cavalchi la faccia.»

Priya scese senza esitare. Colette si stese sulla schiena, la testa appoggiata a un cuscino basso, e guidò Priya sopra di sé. Le cosce della fotografa le inquadrarono le guance, la figa calda e lucida che scese dritta sulla bocca aperta. Colette afferrò il culo di Priya a piene mani e la tirò giù, seppellendo il viso tra quelle labbra gonfie. Cominciò a leccare con avidità, lingua piatta e larga, poi a punta, poi di nuovo piatta, succhiando il clitoride ogni volta che Priya scendeva.

Priya gemette e si piegò in avanti, il busto che scivolava lungo quello di Colette. I seni piccoli e sodi le sfiorarono la pancia, poi scese ancora, la bocca che trovò la figa carnosa di Colette. Aprì le labbra con le dita e le succhiò il clitoride con forza, mentre infilava due dita dentro di lei, profonde, curve verso l’alto. Colette urlò contro la figa di Priya, il suono soffocato, le anche che si sollevarono incontro alle dita.

Si scopavano così, bocca contro figa, in un sessantanove disordinato e rabbioso. Colette leccava come se stesse morendo di fame, la lingua che entrava e usciva, il naso schiacciato contro il monte di Priya, il mento lucido di umori. Priya succhiava e scopava con le dita, il ritmo sempre più veloce, i gemiti che vibravano contro la carne di Colette. Il sapore di entrambe si mescolava: salato, acido, caldo. Colette sentiva il piacere salire a ondate, il basso ventre che si contraeva ogni volta che le dita di Priya le sfioravano quel punto gonfio dentro.

«Più forte», ansimò Colette, la bocca che si staccava solo un secondo. «Scopami la figa. Voglio sentirti fino in fondo.»

Priya obbedì, tre dita adesso, il palmo che batteva contro il clitoride di Colette. Colette rispose leccando più duro, succhiando il clitoride di Priya tra le labbra e tirando, mentre le mani le tenevano le chiappe aperte e un pollice le sfiorava l’ano senza ancora entrare. Priya tremava, i muscoli delle cosce che si contraevano intorno alla testa di Colette.

Poi Colette decise. Spinse via Priya con delicatezza ferma, la fece girare a quattro zampe sul tappeto. Il fuoco illuminava il profilo del culo di Priya, le labbra della figa ancora aperte e lucide che colavano. Colette si mise in ginocchio dietro di lei, le cosce che si premevano contro le cosce dell’altra, e spinsò i fianchi in avanti come se avesse un cazzo. La figa di Colette si strusciò contro quella di Priya, labbra contro labbra, clitoride che sfregava clitoride. Afferrò i fianchi di Priya e cominciò a scoparla così, movimenti decisi del bacino, avanti e indietro, il slick che rendeva tutto scivoloso e rumoroso.

«Sì… così… cazzo, Colette, scopami», gemette Priya, la faccia premuta contro il cuscino, le mani che stringevano il tappeto. «Più forte. Usami.»

Colette accelerò. Una mano le scese sotto, trovò il clitoride di Priya e lo strofinò in circoli stretti mentre i fianchi continuavano a battere. L’altra mano le salì al seno, pinzò un capezzolo scuro e lo torturò tra pollice e indice. Priya gemette più alto, spinse il culo indietro incontro a ogni spinta. Colette sentiva il proprio clitoride gonfio e sensibile sfregare contro la carne calda di Priya, ogni movimento che mandava scosse elettriche su per la spina dorsale.

Si alternavano. Priya allungò un braccio indietro, le dita che trovarono la figa di Colette e le strofinarono il clitoride a loro volta. Poi le dita di entrambe passavano dai capezzoli ai clitoridi, torcendo, pizzicando, massaggiando. Colette si chinò sul dorso di Priya, le morse la spalla, le leccò il collo sudato, le parlò contro l’orecchio con voce rotta.

«Vieni con me. Voglio sentirti stringere mentre mi bagno le cosce. Voglio che urliamo insieme.»

«Sto… sto per…» ansimò Priya. «Non fermarti. Non cazzo di fermarti.»

I movimenti divennero più rudi, più disperati. Colette scopava i fianchi di Priya con forza, il suono umido della figa contro figa che si mescolava ai gemiti e al crepitio del fuoco. Le dita di Colette sul clitoride di Priya andavano più veloci, circoli stretti e pressanti. Priya faceva lo stesso, le dita scivolose che massaggiavano Colette mentre l’altra mano le stringeva un seno e le tirava il capezzolo. Il piacere salì come un’onda che non si poteva più fermare.

Colette sentì le pareti della propria figa contrarsi a vuoto, il calore esplodere dal basso ventre. Urlò, un suono lungo e grezzo che le uscì dalla gola senza controllo. Priya la seguì un secondo dopo, il corpo che si irrigidì, le cosce che tremarono violentemente, un grido acuto che si spezzò a metà mentre veniva a ondate, bagnando le dita di Colette e le proprie cosce. Continuarono a muoversi attraverso l’orgasmo, più lente ma ancora unite, i muscoli che si contraevano e rilasciavano, i liquidi che colavano, i respiri che si spezzavano in singhiozzi di piacere.

Quando finì, crollarono sul tappeto, l’una contro l’altra, petti che salivano e scendevano. Erano lucide di sudore, di saliva, di umori. Il fuoco le illuminava a tratti, i corpi nudi e satolli. Colette ridacchiò piano, un suono basso e soddisfatto, e Priya le rispose con una risata stanca, la testa appoggiata sul petto dell’altra.

La pioggia continuava a cadere fuori, un tamburellare monotono e remoto adesso che il temporale si allontanava piano. Colette passò una mano sui capelli umidi di Priya, le accarezzò la schiena nuda, sentì i brividi che ancora le percorrevano la pelle.

«Non pensavo… che sarebbe stato così», mormorò Colette, la voce roca. «Meglio. Molto meglio di tutte le volte che mi sono toccata pensando a te.»

Priya sollevò lo sguardo, gli occhi scuri ancora vitrei, le labbra gonfie e sorridenti. Si accoccolò meglio tra le braccia di Colette, una gamba gettata sulle cosce dell’altra, i seni premuti contro il fianco. Le dita tracciarono cerchi pigri sul ventre di Colette.

«Lo so», sussurrò. «Questo è solo l’inizio della nostra estate insieme. Voglio altre notti così. Voglio svegliarmi con la tua bocca sulla figa. Voglio portarti a casa e scoparti sul tavolo della cucina. Voglio… tutto.»

Colette la baciò. Fu un bacio lento, profondo, lingue che si accarezzavano senza fretta, sapore di entrambe ancora sulle bocche. Si baciarono a lungo, le mani che esploravano piano, senza più urgenza, solo possesso quieto. Poi si staccarono, le fronti unite, il respiro che si faceva più regolare.

Si sistemarono meglio sul tappeto, coperte solo dal calore del camino e dai corpi l’una dell’altra. Priya sistemò la testa nella cavità della spalla di Colette, una mano sul seno dell’altra, le dita che si muovevano pigre intorno al capezzolo ormai morbido. Colette le cinse la vita, il mento appoggiato sui capelli di Priya. Fuori la pioggia scemava in un fruscio costante. Dentro, il fuoco crepitava basso.

Gli occhi di entrambe si facevano pesanti. I muscoli, finalmente rilassati, cedevano. Colette sentiva il respiro di Priya diventare più lento contro la sua pelle, il cuore che batteva ancora un po’ accelerato ma già quieto. Prima di chiudere gli occhi del tutto, Priya sollevò appena il volto, le labbra che sfiorarono l’orecchio di Colette, e sussurrò con voce assonnata e felice, una domanda che non era davvero una domanda, ma una promessa e una sfida insieme:

«Domani mattina mi fai venire di nuovo con la lingua prima del caffè, vero?»

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