Sottomesso per la Prima Volta

Marco si sottomette per la prima volta alla dominatrice Laura, che lo lega, scopa e fa implorare di venire.

12 min read September 07, 2026New

Sono Marco, ho ventotto anni, e fino a quella sera non avevo mai detto ad anima viva quanto desiderassi inginocchiarmi. Laura abitava nel piano di sopra da tre anni: trentadue anni, capelli scuri raccolti spesso in una coda bassa, labbra dipinte di un rosso scuro che non sbagliava mai, e una voce che scendeva come velluto caldo ogni volta che mi diceva «buongiorno» nell’androne. La guardavo da lontano, inventavo scuse per salutarla, e la notte mi toccavo pensando a lei che mi ordinava di stare fermo. Non sapevo se fosse una dominatrice. Lo sospettavo soltanto dal modo in cui camminava, dai tacchi che battevano il marmo con decisione, dallo sguardo che a volte mi trapassava come se già sapesse tutto.

Quella sera mi aveva invitato a cena. «Solo noi due», aveva detto al citofono, e la mia mano aveva tremato mentre premevo il pulsante. Il suo appartamento odorava di pepe e di cera di candele. Sedevamo a un tavolo piccolo, le ginocchia quasi che si sfioravano. Bevevamo vino rosso. Lei mi guardava senza frettolosità, e a un certo punto, mentre spegnevo il panico con un sorso, confessai.

«Laura… ho sempre… voluto provarci. A sottomettermi. Con te. Non l’ho mai fatto con nessuno. Sono… curioso, inesperto, spaventato e duro già solo a dirtelo.»

Lei non sorrise subito. Posò il bicchiere, si alzò di poco e restò in piedi accanto a me. Gli occhi erano diventati autoritari, scuri, lucidi. Si chinò finché il suo respiro mi toccò l’orecchio.

«Vuoi davvero inginocchiarti ai miei piedi, Marco? Dimmi di sì solo se lo vuoi con tutto il corpo. Se è un gioco, alzati e vai a casa. Se è un bisogno…»

La voce mi uscì tremante, piena di desiderio consensuale che non riuscivo più a trattenere.

«Sì. Voglio. Ti prego. Voglio inginocchiarmi.»

«Allora in ginocchio. Adesso.»

Mi alzai dalla sedia e scesi a terra. Il pavimento era freddo sotto le palme. Lei camminò intorno a me, lenta, e mi sentii già più piccolo, più duro, più vivo. Mi passò una mano sui capelli, non con tenerezza, ma con possesso misurato.

«Spogliati. Lentamente. Ogni capo a terra, piegato. Non toccarti. Non alzare lo sguardo finché non te lo dico.»

Obbedii. La camicia, la cintura, i pantaloni, i boxer. Il mio cazzo saltò fuori già gonfio, venato, che pulsava contro l’aria fresca. Lei prese due corde di seta rosse da un cassetto del mobile vicino. Le fece scorrere tra le dita davanti ai miei occhi abbassati.

«Polsi.»

Le tese le braccia. Lei mi legò con nodi precisi, la seta calda e liscia che stringeva abbastanza da farmi sentire il sangue ma senza tagliare. Mi alzò il mento con due dita.

«Guarda. Voglio vederti mentre ti lego. Quanto sarà bello vederti implorare, Marco. Quanto sarà bello quando non potrai più trattenerti e dovrai chiedere il permesso per venire.»

Mi sfiorò il petto con le unghie, scese lungo la pancia, sfiorò l’erezione senza chiuderci la mano. Solo un graffio leggero sulla pelle tesa. Io mugolai. Lei rise basso.

«Tacchi. Baciami i tacchi.»

Si sedette sul divano, le gambe incrociate, i tacchi alti neri lucidi. Io strisciai in ginocchio e posai le labbra sulla punta, poi sul collare, poi sulla tomaia. La lingua lasciò tracce umide. Lei mi afferrò i capelli e mi tirò su il viso.

Lo schiaffo arrivò piano, un colpo leggero ma secco sulla guancia. Il calore mi salì subito alla gola e al cazzo. Gli occhi mi si inumidirono di pure eccitazione.

«Ancora? O ti fermi?»

«Ancora… ti prego.»

Mi schiaffeggiò di nuovo, un filo più forte. Poi mi alzò in piedi e mi condusse in camera. Il letto era grande, le coperte scure già tirate via. Mi fece stendere a faccia in giù. Mi legò anche le caviglie ai montanti del letto con altre corde di seta, gambe divaricate, culo esposto. Sentii il click della cintura dello strap-on. Mi voltai un poco e la vidi: indossava solo il corsetto nero, le calze, i guanti di lattice e un dildo spesso, scuro, lucido di lubrificante, che sporgeva dai suoi fianchi come un’arma elegante.

«Conta ogni colpo. Ad alta voce. Se sbagli, ricominciamo da capo.»

Il primo ingresso fu lento, la testa larga che mi apriva, che spingeva oltre lo sfintere già rilassato dalla paura dolce e dal desiderio. Gemetti nel cuscino. Lei mi afferrò i capelli e tirò la testa indietro.

«Uno», dissi.

«Più forte.»

«Uno!»

Spinse fino in fondo. Il cazzo artificiale mi riempì, mi stirò, mi fece vedere stelle bianche. Tirava i capelli a ogni spinta, mi parlava contro l’orecchio mentre mi scopava con ritmo crescente.

«Due… tre… quattro… Laura, cazzo… cinque…»

Lei non rallentava. Il suono umido e carnale riempiva la stanza, i miei gemiti diventavano singhiozzi di piacere. Arrivammo a venti. Poi mi slegò le caviglie solo abbastanza per voltarmi a faccia in su, mi sollevò le gambe, me le piegò contro il petto e mi rientrò dentro con una spinta secca. Continuavo a contare, la voce rauca.

Quando si staccò, mi salì sul petto e poi più su. Mi pose la figa bagnata sulla bocca.

«Lecca. Fino a farmi venire. Se ti fermi senza permesso, ti lascio qui legato per un’ora.»

La leccai. Aveva il sapore salato e dolce, le labbra gonfie, il clitoride duro sotto la lingua. Lei mi cavalcava il viso, si strofinava, mi afferrava i capelli e mi premeva contro di sé. Respiravo a fatica, ma non mi fermai. Quando venne, lo fece con un gemito basso e lungo, i fianchi che mi tremavano contro la bocca, il succo che mi colava sul mento e sul collo. Rimanemmo così un momento, poi scese, si mise di fianco e infilò la mano guantata di lattice intorno al mio cazzo duro da far male.

Lo stropicciò con maestria crudele: stretto, lento, poi veloce, il pollice che strofinava il frenulo. Mi piegava le palle con l’altra mano.

«Puoi venire solo quando te lo dico. Implora.»

«Laura… ti prego… lasciami venire… non ce la faccio più…»

«Non ancora.»

Mi strinse più forte, mi diede uno schiaffo leggero ma preciso sulle palle. Il dolore-piacere mi fece urlare. Mi chiamò con voce bassa, calda, proprietaria:

«Mio sottomesso. Ripeti.»

«Sono… il tuo sottomesso… ti prego, Laura, fammi venire…»

Lo schiaffo alle palle arrivò di nuovo, poi la mano guantata accelerò. Solo allora, quando i miei occhi erano pieni di lacrime di piacere e la voce era ridotta a un rantolo, lei annuì.

«Vieni. Adesso. Per me.»

Venni con un grido rotto, schizzi caldi che mi sporcarono il ventre, il petto, addirittura il mento. Le gambe mi tremavano nei legami. Lei continuò a mungere finché non fui vuoto e tremante.

Esausto, ancora legato, ansimavo. Tra i singhiozzi di piacere riuscii a parlare.

«Grazie… grazie, Laura… non… non sapevo…»

Lei mi slegò con cura, nodo dopo nodo, massaggiò i polsi e le caviglie dove la seta aveva lasciato segni rosa. Mi accarezzò i capelli, mi sollevò la testa e mi fece bere acqua dal cavo della sua mano. L’acqua mi colava agli angoli della bocca; io leccavo le sue dita senza che me lo chiedesse. Mi guardava dall’alto, ancora vestita del corsetto e dello strap-on ormai spento.

«Bravo ragazzo», mormorò. «Hai retto bene per la prima volta. Ma non abbiamo finito, Marco. Stanotte resti qui. E domani mattina…»

Si chinò, mi baciò la fronte sudata, poi mi morsicò piano il labbro inferiore.

«…domani mattina ti insegnerò cosa significa davvero chiedere il permesso anche solo per parlare. E ti farò indossare qualcosa che non potrai toglierti da solo. Sei ancora mio sottomesso, vero?»

La tensione non si era sciolta. Anzi. Il mio cazzo, anche se svuotato, diede un debole sobbalzo. Lei sorrise, e in quello sorriso c’era già la promessa della mattina dopo, delle nuove corde, della nuova umiliazione dolce che mi aspettava. Mi accarezzò di nuovo i capelli, mi coprì con un lenzuolo leggero e spegné la luce sul comodino, lasciandomi nel buio caldo, ancora tremante, ancora suo, con la certezza che l’atto successivo sarebbe cominciato non appena avrei riaperto gli occhi.

Mi svegliai con la luce grigia del mattino che filtrava dalle tende scure e con il sapore ancora salato di lei sulle labbra. Il lenzuolo leggero mi copriva solo a metà. I polsi non erano più legati, ma i segni rosa della seta bruciavano dolci sotto la pelle, un richiamo costante. Mi mossi e sentii subito qualcosa di freddo e liscio intorno alla base del cazzo: un anello di metallo sottile, chiuso con un lucchettino minuscolo. Non potevo togliermelo da solo. Il cuore mi batteva già forte.

Laura stava seduta sulla poltrona accanto al letto, gambe accavallate, ancora in corsetto nero e calze. Teneva in mano la chiave dell’anello e mi guardava come si guarda una cosa che si possiede già da tempo.

«Buongiorno, sottomesso. Parli solo se ti do il permesso. Se apri bocca senza chiedere, ti lascio così per tutta la giornata. Capito?»

Annuìi con la testa, la gola secca. Il cazzo tentava di indurirsi contro il metallo e il dolore-piacere mi fece gemere senza parole. Lei sorrise.

«Bene. In ginocchio. Adesso.»

Scivolai dal letto e mi misi a terra, nudo, le ginocchia sul parquet fresco. Lei si alzò, camminò intorno a me, i tacchi che battevano lenti. Mi passò le dita tra i capelli, poi mi sollevò il mento.

«Chiedi il permesso di parlarmi.»

La voce mi uscì rauca, piena di voglia.

«Posso… posso parlarti, Laura?»

«Sì. Dimmi cosa senti.»

«Sento… l’anello. Mi stringe. Sono già duro e fa male in un modo che mi fa impazzire. Voglio che tu mi usi. Ti prego.»

«Bravo ragazzo.» Aprì un cassetto e tirò fuori un collare di cuoio nero con un anello di metallo davanti. Me lo allacciò al collo, stretto quanto bastava perché sentissi ogni deglutizione. Poi mi legò di nuovo i polsi dietro la schiena con la seta rossa. «Oggi non conti più i colpi. Oggi implori. E ogni parola che dici senza permesso ti costa uno schiaffo sulle palle. Chiaro?»

«Sì, Laura.»

Mi spinse a quattro zampe sul letto, faccia nel cuscino, culo in alto. Sentii il lubrificante freddo scorrermi tra le natiche, poi le sue dita guantate che mi aprivano, due, tre, lente e precise. Gemetti nel tessuto. Lei rise basso.

«Già così bagnato di desiderio. Il tuo buco mi chiama.»

Il click dello strap-on di nuovo. Questa volta il dildo era più spesso, nervato, e quando la testa mi entrò gridai contro il cuscino. Lei mi afferrò i fianchi e spinsero fino in fondo con un colpo solo. Il metallo dell’anello mi mordeva la base del cazzo a ogni spinta. Il ritmo era cattivo, profondo, i suoi fianchi che battevano contro il mio culo con un suono umido e carnale.

«Chiedi di potermi ringraziare.»

«Posso… posso ringraziarti, Laura?»

«Sì.»

«Grazie… grazie per avermi riempito… grazie per il tuo cazzo… cazzo, Laura, è troppo…»

Lei accelerò. Una mano mi afferrò i capelli e mi tirò la testa indietro finché la schiena si inarcò. L’altra mi scese sotto e strinse le palle, non forte abbastanza da fare davvero male, ma abbastanza da farmi vedere stelle.

«Non venire. Non ancora. Sei mio. Il tuo orgasmo è mio.»

Mi scopò così per quello che sembrarono ore. Ogni volta che il piacere saliva troppo, rallentava, mi lasciava tremante sull’orlo, poi ripartiva. Il sudore mi colava lungo la schiena. Il collare mi stringeva. Quando si staccò, mi voltò di scatto sulla schiena, le gambe divaricate e piegate contro il petto, i polsi ancora legati sotto di me. Risalì sul mio petto, poi più su, e mi pose di nuovo la figa sulla bocca.

«Lecca. Chiedi prima di usare la lingua.»

«Posso leccarti, Laura? Ti prego, posso?»

«Sì. Fino a farmi venire due volte. Se fallisci, l’anello resta chiuso fino a stasera.»

La lingua mi uscì affamata. Il sapore di lei era più forte al mattino, salato, muschiato, il clitoride già gonfio. La leccai come se ne dipendesse la vita: lunghe passate piatte, poi la punta che batteva rapida, poi labbra che succhiavano. Lei mi cavalcava il viso, si strofinava, mi affogava nel suo sesso. Venne la prima volta con un gemito basso che mi vibrò contro la bocca, i fianchi che mi tremano. Non mi fermai. Continuai a succhiare e a leccare finché il secondo orgasmo la fece piegare in avanti, una mano che mi stringeva i capelli fino a farmi male, il succo che mi colava nel naso e negli occhi. Respiravo a fatica, ma non mi spostai di un millimetro.

Quando scese, mi guardò con gli occhi scuri e lucidi. Si tolse lo strap-on e lo posò sul comodino. Poi si sedette a cavalcioni sulle mie cosce, afferrò il mio cazzo imprigionato e iniziò a masturbarmi con la mano guantata, lenta, crudele, il pollice che girava sul glande già lucido di liquido pre-eiaculatorio.

«Adesso implora. Chiedi di venire. Chiedi di parlarmi. Chiedi tutto.»

La voce mi uscì rotta, piena di lacrime di puro bisogno.

«Laura… posso parlarti? Posso dirti che sto morendo? Ti prego, lasciami venire… sono il tuo sottomesso… il cazzo mi fa male… l’anello mi strozza… voglio sparare per te… ti prego, padrona, fammi venire…»

Lei accelerò la mano. Con l’altra mi diede uno schiaffo leggero ma preciso sulle palle, poi un altro. Il dolore si fuse col piacere e mi fece urlare.

«Ancora. Di’ chi sei.»

«Sono il tuo sottomesso… solo tuo… Marco il tuo coglione legato… ti prego, Laura, aprimi l’anello… lasciami venire sulla tua mano…»

Lei inclinò la testa, studiandomi. Poi, senza sbloccarmi ancora, si alzò, andò al cassetto e tornò con un plug di metallo lucido, pesante, con una base a forma di gioiello. Me lo infilò piano nel culo ancora aperto e lubrificato, lo spinse fino in fondo. Il peso interno mi fece sobbalzare. Solo allora mise la chiave nell’anello, lo girò, e il metallo scattò aperto. Il sangue mi tornò a fiotti nel cazzo, un dolore dolcissimo che mi fece piangere davvero.

«Vieni. Adesso. Senza toccarti. Solo con la mia voce e il plug dentro.»

Mi masturbò di nuovo, veloce, stretta, il lattice che scivolava. Il plug premeva sulla prostata a ogni respiro. Contavo i secondi nella testa. Quando lei sussurrò «adesso, mio bravo ragazzo, vieni per la tua padrona», il corpo mi esplose. Venni a getti lunghi e violenti, schizzi che mi raggiunsero il mento, il collare, il petto. Urlai il suo nome. Lei continuò a mungere finché non rimase più nulla, finché le cosce mi tremavano e i polsi legati mi dolevano dal tendere.

Mi slegò con la stessa cura della notte. Massaggiò i polsi, il collo dove il collare aveva lasciato il suo segno. Mi fece bere acqua dal suo bicchiere, tenendomi la testa. Poi si sdraiò accanto a me, ancora vestita, e mi tenne contro il petto. Il plug restava dentro, un promemoria freddo e pesante. L’anello era aperto, ma lei teneva la chiave tra le dita, facendola girare piano.

Restammo così a lungo, il mio respiro che si calmava contro la pizzo del corsetto. Lei mi accarezzava i capelli con un possesso tranquillo.

«Hai retto meglio di quanto pensassi. Ma questo era solo l’inizio, Marco. L’anello tornerà. Il collare resta. E il plug… il plug lo tieni finché non torno dal lavoro stasera. Se lo tiri fuori, lo saprò. E allora ricominceremo da capo, più duri.»

Mi sollevò il mento perché la guardassi negli occhi. Il sorriso era piccolo, crudele e pieno di promessa.

«Adesso dimmi la verità, senza filtri. Vuoi davvero restare mio sottomesso anche dopo questa notte e questo mattino? Vuoi che ti leghi di nuovo stasera, che ti neghi l’orgasmo per ore, che ti usi finché non saprai più parlare senza chiedere permesso?»

La gola mi bruciava. Il cazzo, svuotato, diede già un debole sobbalzo solo a sentire quelle parole. La guardai e la voce mi uscì bassa, sicura, affamata di tutto ciò che avrebbe ancora fatto di me.

«Sì, Laura. Voglio restare tuo. Anche stasera. Anche domani. Legami di nuovo e fammi implorare finché non avrò più voce.»

Lei mi baciò la fronte, poi le labbra, un morso leggero sul labbro inferiore.

«Allora alzati, fai la doccia e metti solo il collare e il plug. Quando torni voglio trovarti in ginocchio sulla soglia con la bocca aperta e le mani dietro la schiena. E dimmi, Marco… sei pronto a scoprire quanto più in basso puoi scendere per me?»

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