Il Desiderio Nascosto Nel Duetto
Marco e Aisha, tenore bianco e soprano nera, trasformano le prove d’opera in un duetto di sesso bollente sul pianoforte.
Marco stava già sudando nella sala prove del Teatro alla Scala, non tanto per il caldo di giugno che filtrava dalle finestre alte, ma per la voce di Aisha. Lei, ventotto anni, pelle scura e lucida come ebano lucido sotto le luci alogene, stava sferruzzando le note acute del duetto di Verdi con una potenza che gli faceva vibrare lo stomaco. Lui, tenore italiano dalla carnagione chiara e i ricci neri un po’ arruffati, la guardava di sottecchi mentre intonava la sua parte. Le loro voci si intrecciavano, si sfioravano, si accoppiavano in un modo che non aveva niente di professionale. Ogni armonia sembrava un gemito mascherato, ogni pausa un respiro caldo contro la pelle.
«Senti che contrasto, Aisha», disse Marco con un sorriso storto, abbassando lo spartito. «La mia voce fredda da alpino e la tua calda come un tramonto sul Mississippi. Sembra che stiamo scopando con le corde vocali.»
Aisha scoppiò a ridere, una risata grave e ricca che gli fece contrarre qualcosa più in basso. «Marco, sei un coglione. Ma hai ragione. Quando arrivo al do acuto e tu mi tieni il basso… cazzo, mi viene da stringere le cosce.» Si passò una mano sul collo, dove una goccia di sudore scendeva tra le clavicole scoperte dal top nero attillato. I loro sguardi si incrociarono, complici, nervosi. Il desiderio stava già lì, nascosto sotto le battute, gonfio come un’erezione mal nascosta nei pantaloni di Marco.
Fecero un’altra prova. Lui le girò intorno al pianoforte a coda, la voce che saliva e scendeva contro la sua. Aisha inclinò il bacino quasi involontariamente, seguendo il ritmo. «Ancora», mormorò lei, e le loro note si fusero di nuovo, quasi erotiche, come lingue che si cercavano. Marco pensò: se continuo così mi sborro nei boxer prima del primo atto. Lei pensò la stessa cosa, ridacchiando dentro di sé.
Nella pausa, Aisha si sedette sul bordo del pianoforte, le gambe incrociate, e lo provocò. «Sai che la tua voce bianca non regge il ritmo nero, vero? Sei troppo pulito, troppo… classico. Io ti mangio vivo se acceleri.»
Marco rise, volgare e caldo. «Oh, tesoro, il mio cazzo bianco regge qualsiasi ritmo tu gli butti addosso. E a proposito di mangiare… quella tua curva di culo nero, quel seno che balla quando respiri… cazzo, Aisha, se non ti sculo stanotte sul pianoforte è perché sono diventato castrato.»
Lei arrossì, le guance scure che si scaldavano, ma non abbassò lo sguardo. «Sei un porco italiano.» Si alzò, gli si avvicinò, e gli sfiorò il petto con le dita aperte. «Solo per sentire la vibrazione, eh. Quando canti mi trema tutto qui.» La mano di lei premette sul petto di lui, sentendo il cuore martellare e i muscoli tesi sotto la camicia aperta. Marco non esitò: le appoggiò le mani sui fianchi larghi, stringendo la carne morbida e calda, tirandola contro di sé. Lei sentì il cazzo già duro premere contro la sua pancia. Si guardarono un secondo, poi scelsero entrambi. Si baciarono con fame, lingue che si azzuffavano, denti che mordevano labbra, lei che rideva nel bacio e lui che le succhiava la lingua come se fosse la nota più dolce del mondo.
Il bacio diventò mani ovunque. Aisha si staccò, gli sganciò la cintura con una risata maliziosa e si inginocchiò sul pavimento di legno. «Vediamo se la voce bianca regge questo.» Tirò fuori il cazzo di Marco, grosso, venato, già gocciolante di precome, e lo guardò dritto negli occhi mentre lo prendeva in bocca. Lo succhiò con avidità, le labbra scure che scivolavano su e giù sul glande rosa, la lingua che girava intorno, umida e calda. Rideva con la gola piena, un suono vibroso che mandava scosse lungo la schiena di lui. «Mmmh, sapore di tenore… più salato di un’aria di Puccini.» Marco gemette, le mani nei suoi capelli ricci, spingendo piano ma non troppo, godendosi lo spettacolo: quella bocca nera che ingoiava il suo cazzo bianco fino quasi alla base, gli occhi di lei scintillanti di divertimento e lussuria.
Quando fu sul punto di venire troppo presto, la tirò su. «Basta, strega. Ora tocca a me.» La piegò sul pianoforte a coda, sollevandole la gonna e tirandole giù le mutandine nere. Il culo di Aisha era rotondo, scuro, perfetto. Marco le spalmò le natiche, le diede uno schiaffo leggero che la fece ridere, poi entrò da dietro con una spinta profonda e ritmica. «Cazzo, sei stretta come un do di petto», borbottò, stringendole i fianchi scuri, le dita che affondavano nella carne morbida mentre la scopava a colpi regolari, il bacino che sbatteva contro di lei con un suono umido e osceno. Aisha gemette forte, le tette che premevano sui tasti del piano, qualche nota stonata che scappava fuori. «Più forte, italiano di merda… sì, così, spingi quel cazzo bianco dentro di me!»
Passarono al divano della sala, sudati e ridendo. Aisha lo spinse a sedere e gli montò sopra, cavalcando il suo cazzo con energia, le cosce scure che si aprivano e chiudevano, i seni che ballavano sotto il top ormai alzato. Lei si alzava e riabbassava con forza, prendendo ogni centimetro, gemendo in un misto di inglese e italiano: «Oh fuck, Marco… così… più a fondo… cazzo che bello… yes, yes, spingi!» Lui le teneva i fianchi, la guardava dall’alto in basso, scherzoso anche nel mezzo dell’amplesso: «Guarda come ti muovi, soprano… stai facendo un’aria porno sul mio cazzo. Se Verdi ti sentisse ti metterebbe in scena nuda.» Lei rise, ansimando, e accelerò, il clitoride che sfregava contro di lui a ogni discesa, i loro corpi scuri e chiari che scontravano in un ritmo caldo e umido.
L’orgasmo arrivò esplosivo. Aisha strinse intorno a lui, urlando di piacere con una nota acuta che avrebbe spaccato un cristallo, e Marco venne dentro di lei a getti caldi e profondi, riempiendola mentre la teneva stretta, entrambi tremanti e sudati. «Merda… merda…», ansimò lui, e lei rise ancora, la testa gettata all’indietro.
Rimasero così un attimo, poi si rialzarono, ancora nudi e appiccicosi. Marco si mise allo spartito, cazzo ancora semi-duro e lucido del loro sesso, e Aisha si piazzò accanto, le cosce lucide di sborra che le colavano lungo le gambe scure. Ripresero il duetto. La prima nota di lei uscì stonata perché le gambe tremavano ancora, e Marco sbagliò l’entrata ridendo: «Cazzo, le stecche da dopo-sborra. Sei un disastro, Aisha.»
Lei gli diede un colpetto sul petto nudo. «E tu canti come un castrato appena scopato. Senti, queste ‘prove’… le ripetiamo ogni sera per tutta la settimana. Stesso posto, stesso pianoforte. E la prossima volta porto il collant strappabile.»
Marco le strinse un fianco, già di nuovo interessato. «Affare fatto. Ma domani voglio sentire se riesci a fare il trillo mentre ti lecc o la figa. E non dirmi di no: il tuo ritmo nero ha appena svegliato il mio appetito bianco per i prossimi sei giorni. Preparati, soprano… le prove saranno lunghe e sporche.»
Aisha gli sorrise, già pensando a come stasera, a casa, non avrebbe smesso di toccarsi ricordando il sapore del suo cazzo. La tensione non si era esaurita: si era solo accesa.
Il giorno dopo Marco arrivò in sala prove con mezz’ora d’anticipo e un’erezione già a metà strada, nascosta male nei jeans scuri. Aveva passato la notte a ripensare alle cosce di Aisha lucide di sborra e a quel do acuto che lei aveva urlato mentre veniva, e adesso il pianoforte a coda gli sembrava un altare pronto per il sacrificio. Quando lei entrò, top rosso attillato e minigonna nera che lasciava scoperte le gambe lunghissime, il collant strappabile già indossato come aveva promesso, Marco sentì lo stomaco contrarsi.
«Ecco la mia strega nera», disse lui con un sorriso storto, alzandosi dallo sgabello. «Ho sognato che mi cantavi Tosca mentre ti scopavo la gola. Mi sono svegliato bagnato come un debuttante.»
Aisha chiuse la porta a chiave con un click deliberato e ridacchiò, quella risata grave che gli mandava vibrazioni dritto al cazzo. «Sei un porco romantico, italiano. Io invece mi sono toccata tre volte ricordando come mi hai riempito. Guarda.» Si alzò la gonna senza pudore, mostrandogli il collant nero già strappato all’altezza della figa, le labbra scure ancora un po’ gonfie dal giorno prima. «Ho portato i ricambi. E una bottiglia d’acqua, perché stasera non ci fermiamo al primo atto.»
Marco non perse tempo. La afferrò per i fianchi larghi, la spinse contro il pianoforte e le mangiò la bocca con una fame che sapeva di risate soffocate e saliva. Le lingue si azzuffarono, lui le morse il labbro inferiore, lei gli succhiò la lingua ridendo nel bacio. «Cazzo, Aisha, il tuo sapore… più dolce di un’aria di Bellini e più sporco di un dietro le quinte a Napoli.» Le mani di lui scesero, strapparono il collant con un rumore soddisfatto, le dita affondarono tra le pieghe calde e già bagnate. Lei era scivolosa, pronta, e quando lui le sfregò il clitoride con il pollice lei gemette una nota bassa che fece vibrare i tasti del piano.
«Ancora con le metafore da libretto?», ansimò lei, ma gli aprì le cosce più larghe, spingendo il bacino contro la sua mano. «Mettimi le dita dentro, tenore. Voglio sentire se sai fare un glissando decente.»
Lui obbedì, due dita bianche che scivolavano dentro la figa stretta e scura, piegate a cercare quel punto che la faceva tremare. Aisha rideva e gemesse insieme, le unghie conficcate nelle spalle di Marco mentre lui le pompava le dita con ritmo di valzer accelerato. «Senti che contrasto», borbottò lui all’orecchio, la voce roca. «Le mie dita da alpino dentro questa meraviglia africana. Sei calda come il diavolo e stretta come un contratto discografico.»
Lei gli diede uno schiaffetto sul petto, ridendo. «Coglione. Ora tocca a me dirigere.» Lo spinse indietro, gli sganciò i jeans e si inginocchiò di nuovo sul legno scuro. Il cazzo di Marco saltò fuori, grosso, venato, già gocciolante. Aisha lo guardò da sotto in su, gli occhi scintillanti di malizia. «Ieri ti ho assaggiato. Oggi voglio sentire se reggi il vibrato.» Lo prese in bocca tutto d’un fiato, le labbra scure che scendevano fino alla base, il naso premuto contro il pube chiaro. La gola di lei si chiuse intorno a lui in un suono umido e vibrante, proprio come un trillo, e Marco gettò la testa all’indietro con un gemito che era mezzo aria e mezzo bestemmia.
«Merda… sì, così, mangiami il cazzo come se fosse l’ultima nota della stagione.» Le mani affondarono nei ricci neri di Aisha, ma lei comandava: saliva che colava, lingua che girava sotto il glande, risatine strozzate che mandavano scosse elettriche su per la schiena di lui. Quando lo sentì pulsare troppo forte si staccò con un pop osceno, un filo di saliva che collegava ancora la sua bocca al cazzo rosa lucido. «Non ancora, bianco. Sul pianoforte. Voglio che mi scopi mentre io suono qualcosa di decente.»
Marco la sollevò come se pesasse nulla, la adagiò a pancia in giù sulla coda del piano, le tette che premevano sui tasti neri e bianchi facendo scappare un accordo stonato. Le alzò la gonna fino alla vita, ammirò il culo rotondo e scuro, le diede due schiaffi sonori che la fecero ridere a crepapelle. «Questo ritmo lo capisci, soprano?» Poi entrò d’un colpo solo, il cazzo bianco che sprofondava nella figa nera fino alle palle. Entrambi gemettero, lei più alto, lui più basso, un duetto involontario.
Cominciò a scoparla con spinte lunghe e profonde, il bacino che sbatteva contro le natiche morbide producendo un suono umido e ritmico. Aisha aggrappata al bordo del pianoforte, le dita che premevano tasti a caso, note dissonanti che accompagnavano ogni affondo. «Più forte, cazzo… sì, così… il tuo cazzo bianco mi allarga tutta… oh fuck, Marco, spingi!» Lui le afferrò i fianchi, le dita bianche che affondavano nella carne scura, e accelerò, le palle che sbattevano contro il clitoride a ogni colpo. Sudore che scorreva, risate soffocate quando lei sbagliava un accordo e lui le diceva «Stai facendo jazz pornografico, amore, Verdi si rivolta nella tomba».
Si staccarono solo per cambiare posizione. Aisha si sedette sul bordo del piano, gambe spalancate, e lo tirò dentro di sé di nuovo. Marco restò in piedi, le mani sotto le sue cosce, e la scopò verticalmente mentre lei si aggrappava alle sue spalle. I seni scuri ballavano liberi dal top alzato, i capezzoli duri che lui le succhiava a turno, mordicchiando e ridendo. «Sapore di soprano… un po’ salato, un po’ dolce, tutto mio.» Lei gli stringeva il cazzo con la figa a ogni spinta, ansimando frasi mezze italiane mezze inglesi: «Yes… più a fondo… riempimi di nuovo… voglio sentire la sborra calda mentre canto.»
L’orgasmo di lei arrivò prima, una contrazione violenta che le strappò un acuto così puro che i cristalli del lampadario tremarono. Marco la tenne stretta mentre lei si scuoteva, poi la fece girare di nuovo a pecorina sul divano, entrò da dietro e si scaricò con gemiti bassi e gutturali, getti caldi che le riempirono la figa fino a colarle lungo le cosce scure. Rimasero appiccicati, sudati, ridendo come due idioti.
«Secondo atto superato a pieni voti», ansimò Aisha, raccogliendo la sborra con due dita e assaggiandola con un sorriso sporco. «Domani porto i tacchi a spillo. Voglio che mi scopi in piedi contro la porta mentre provo il trillo di Lucia. E se reggi senza venire prima, ti lascio leccarmi la figa per un’ora intera.»
Marco le leccò una goccia di sudore dalla spalla scura, già di nuovo mezzo duro. «Affare fatto, strega. Ma preparati: dopodomani porto le corde di seta. Voglio legarti al pianoforte e farti venire tre volte prima che tu riesca a finire una frase. Il mio appetito bianco per il tuo ritmo nero non ha ancora toccato il climax. Queste prove… diventeranno un’opera intera, Atto dopo Atto, finché non ci cacciano dal teatro.»
Aisha gli strinse il cazzo ancora umido nella mano, gli occhi che brillavano di promessa. La tensione non era scesa di un millimetro: si era solo gonfiata, calda, pronta a esplodere di nuovo la sera dopo, e quella dopo ancora.
Marco arrivò il giorno dopo con un sorriso da pirata e un pacchetto di corde di seta già nascosto nella borsa dello spartito, anche se «dopodomani» era ancora lontano. L’anticipo era pure maggiore: quaranta minuti, cazzo già duro a metà solo a immaginare Aisha sui tacchi a spillo. Quando lei entrò, chiuse la porta a chiave e girò la chiave due volte per sicurezza, lui fischiò basso. Minigonna nera ancora più corta, top bianco che staccava sul seno scuro come un accordo maggiore, e quei cazzo di tacchi rossi alti almeno dodici centimetri che le facevano ballare il culo a ogni passo.
«Ecco la Lucia di Lammermoor in versione porca», disse lui, alzandosi. «Se Donizetti ti vedesse così ti metterebbe in un libretto a luci rosse.»
Aisha girò su se stessa, le cosce lucide, il collant strappabile già aperto all’inguine come un invito stampato. «Ho provato il trillo sotto la doccia stamattina immaginando il tuo cazzo. Mi sono venuta addosso al rubinetto. Adesso tocca a te reggere il tempo, tenore. In piedi, contro la porta. E se sborri prima che io finisca la frase, ti lascio a bocca asciutta.»
Marco non aspettò un secondo in più. La spins e contro il legno massiccio della porta, le sollevò una gamba e se l’aggrappò al fianco, i tacchi che gli graffiavano un po’ la schiena. Le sganciò i jeans con una mano sola, il cazzo saltò fuori già gocciolante, e con un unico affondo umido sprofondò dentro la figa calda e stretta di Aisha. Lei gettò la testa all’indietro, una risata strozzata che si trasformò subito in gemito.
«Cazzo… sei già allagata, strega. Il tuo ritmo nero mi sta succhiando l’anima bianca.»
Cominciò a scoparla con spinte ritmiche e profonde, il bacino che sbatteva contro le natiche morbide producendo quel suono osceno e bagnato che entrambi amavano. Aisha si aggrappò alle sue spalle, i tacchi aperti a V contro i suoi glutei, e cercò di intonare il trillo di Lucia tra un ansimare e l’altro. La voce le uscì alta, limpida per tre secondi, poi si spezzò in un «oh fuck sì spingi» quando lui le premette il pube contro il clitoride.
«Di nuovo», ordinò lui ridendo, senza rallentare. «Il trillo, soprano. Altrimenti ti leccio solo cinque minuti.»
Lei ci riprovò, le note che salivano e scendevano mentre il cazzo bianco entrava e usciva dalla figa scura come un pistone affamato. Ogni vibrazione della sua gola si trasmetteva al suo corpo; Marco sentiva le contrazioni strette intorno al glande e doveva stringere i denti per non venire subito. «Merda, Aisha, stai facendo un vibrato col culo. Verdi ti odia e io ti adoro.» Le mani bianche le strinsero i fianchi scuri, le dita che affondavano nella carne morbida mentre accelerava. Sudore che scorreva tra i seni di lei, il top alzato, i capezzoli duri che lui le succhiava a morsi tra una spinta e l’altra.
Aisha rise e gemette insieme, la voce che tentava ancora il trillo e falliva in un acuto di puro piacere. «Non reggo… cazzo, Marco, più forte… sì, così, riempimi mentre canto… oh Dio, le stecche da scopata!» Lui la tenne alzata, una coscia sulla spalla adesso, e la martellò in verticale finché lei non strinse di scatto, l’orgasmo che le strappò un do di petto così potente che la porta tremò sui cardini. Marco sentì la figa pulsargli intorno come un cuore pazzo e si trattenne a fatica, le palle già pesanti.
«Brava», ansimò lui, ancora duro dentro di lei. «Hai quasi finito la frase. Premio: ti leccio finché non ti viene un’altra volta. Ma prima il pianoforte. Voglio sentirti suonare stonata.»
La portò di peso fino alla coda, la adagiò a pancia in su con le gambe divaricate sui tasti. I tacchi restarono calzati; facevano un rumore metallico ogni volta che lei muoveva i piedi. Marco si inginocchiò, le aprì le labbra scure già lucide di sborra e saliva mista, e le piantò la lingua sul clitoride con fame da tenore affamato. Girò, succhiò, infilò due dita e le curvò cercando il punto G mentre lei premeva tasti a caso: un accordo di settima diminuita uscì fuori e entrambi scoppiarono a ridere senza smettere.
«Jazz erotica, amore», borbottò lui contro la figa. «Il mio appetito bianco sta mangiando il tuo blues nero. Vieni sulla mia lingua.»
Aisha gli afferrò i ricci, gli premette la faccia più forte, i fianchi che salivano e scendevano contro la bocca di lui. «Lecca, italiano di merda… sì, così… la lingua come un glissando… cazzo che bravo… oh fuck yes!» Il secondo orgasmo la scosse più forte del primo; le cosce le tremarono, i tacchi batterono sui tasti mandando fuori una cascata di note stonate, e un filo di liquido le colò sulla guancia di Marco. Lui lo leccò tutto, sorridendo da porco soddisfatto.
Poi la girò di nuovo. «Adesso montami. Voglio vedere quei seni scuri ballare mentre mi scopi tu.» Si sdraiò sul divano, cazzo dritto verso il soffitto, e lei ci salì sopra con i tacchi ancora ai piedi, affondando centimetro dopo centimetro con un gemito lungo. Aisha cominciò a cavalcarlo con energia da diva, alzandosi quasi fino a farlo uscire e riabbassandosi con forza, il culo che sbatteva sulle sue cosce. Marco le teneva i fianchi, le guardava il contrasto: pelle chiara contro pelle scura, cazzo rosa che spariva e riappariva tra le labbra nerissime.
«Guarda che duetto», ansimò lui. «La mia voce da alpino e la tua figa da Mississippi che mi strozza. Se acceleri così mi fai venire prima dell’intervallo.»
Lei rise, ansimando frasi mezze inglesi: «Hold it, tenore… non ancora… voglio sentirlo pulsare… yes, spingi dal basso… cazzo che bello!» Accelerò, il clitoride che sfregava a ogni discesa, i seni che rimbalzavano liberi. Marco le sollevò il bacino a incontrarla, le palle che sbattevano umide. Quando la sentì stringere di nuovo non resistette più: venne a getti caldi e spessi, riempiendola mentre lei continuava a muoversi, spremendogli ogni goccia con risatine trionfanti.
Rimasero appiccicati un momento, sudati, la sborra che già colava lungo le cosce di Aisha e sui tacchi rossi. Poi lei si alzò, raccolse un po’ di liquido con le dita e glielo mise in bocca. «Assaggia il nostro duetto. Più buono di un’aria di Puccini.»
Marco le leccò le dita, già di nuovo mezzo duro. Tirò fuori le corde di seta dalla borsa. «Ho barato. Le ho portate oggi. Voglio legarti al pianoforte adesso e farti venire altre due volte prima che tu riesca a intonare una sola frase intera. Il mio appetito non ha ancora toccato il climax, soprano. Queste prove diventano un’opera completa, atto dopo atto.»
Aisha gli sorrise, gli occhi che brillavano, e tese i polsi. «Allora legami, porco italiano. Ma preparati: quando finisci di farmi tremare io voglio che mi scopi la gola finché non piango di piacere. E domani porto qualcosa di ancora più sporco. La tensione… cazzo, senti come mi pulsa ancora.» Gli strinse il cazzo umido, già pronto a rialzarsi. Il desiderio non era sceso di un millimetro; si era solo avvolto più stretto, caldo, affamato, pronto a esplodere di nuovo tra le corde e i tasti, e la sera dopo, e quella dopo ancora.
Marco tirò le corde di seta nera dai lacci della borsa con un sorrisetto da pirata sazio in anticipo. Aisha gli tese i polsi senza esitazione, le labbra già piegate in quel mezzo sorriso sporco che gli faceva salire il sangue dritto al cazzo. Lui le legò i polsi dietro la schiena, poi le caviglie ai pedali del pianoforte a coda, allargandole quanto bastava perché le cosce scure restassero spalancate e i tacchi rossi restassero conficcati nei tasti come chiodi di lusso. Lei rise, una risata grave che faceva tremare i seni.
«Sei un porco da libretto osceno, italiano. Se Verdi ti vedesse ti farebbe scrivere solo arie per cazzo e figa.»
«E tu saresti la prima a intonarle stonata di piacere», rispose lui, già nudo, il cazzo grosso e venato che oscillava mentre le girava intorno. Le accarezzò il collo scuro, scese tra i seni, pizzicò i capezzoli duri finché lei non ansimò. Poi le piegò le ginocchia un po’ di più e le leccò la figa ancora lucida della sborra di prima, lingua lenta, insistente, che girava sul clitoride gonfio. Aisha tirò sulle corde, i polsi che scricchiolavano contro la seta, e spinse il bacino contro la bocca di lui.
«Lecca, tenore di merda… sì, così… fammi il glissando finché non crollo.»
Marco succhiò, infilò la lingua, bevve il sapore misto di lei e di sé stesso, ridacchiando contro le labbra scure. «Il tuo blues nero sa di opera e di peccato. Vieni sulla mia faccia prima che ti sculo di nuovo.» Le dita bianche le entrarono dentro, due, poi tre, curve a colpire quel punto che la faceva inarcare. Aisha gemette alto, una nota che partì pura e finì in un «oh fuck sì» mentre il primo orgasmo la scosse legata. I tacchi batterono i tasti, un accordo dissonante esplose, e lei rise tra i spasmi. «Cazzo… stecche da orgasmo. Sei un disastro geniale.»
Lui non le diede tregua. Si alzò, le spalmò il culo rotondo con le mani, le diede uno schiaffo sonoro che la fece ridere a crepapelle, poi entrò d’un colpo solo. Il cazzo bianco scomparve tra le labbra nerissime fino alle palle. Entrambi gemettero, un duetto basso e umido. Marco la scopò a spinte lunghe e profonde, le natiche scure che ondeggiano a ogni affondo, il suono bagnato che riempiva la sala prove. «Senti che contrasto, strega… la mia carne da alpino che ti allarga tutta. Se acceleri così mi fai venire prima del terzo atto.»
«Tienilo, coglione… voglio sentirlo pulsare… yes, più forte… riempimi mentre sono legata!» Aisha stringeva intorno a lui, i muscoli della figa che lo mungevano a ritmo di valzer pazzo. Lui le afferrò i fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida, e accelerò. Sudore che scorreva tra i seni di lei, gocce che cadevano sui tasti. Quando la sentì contrarsi di nuovo tenne duro, la lasciò venire urlando un do acuto che fece vibrare il lampadario, poi si staccò ansimando.
«Ora la gola», mormorò lei, gli occhi lucidi di lussuria e divertimento. «Come ti ho promesso. Scopami la bocca finché non piango di piacere. E non essere gentile.»
Marco le sciolse solo le caviglie, le lasciò i polsi legati, la fece scivolare in ginocchio sul pavimento di legno. Lei aprì la bocca larga, le labbra scure già umide, e lo guardò da sotto in su mentre lui le infilava il cazzo lucido di figa fino in gola. Aisha lo prese tutto, saliva che colava, gola che si chiudeva in un suono umido e vibrante. Rideva con la bocca piena, un trillo strozzato che mandava scosse elettriche su per la schiena di Marco. Lui le tenne i ricci, spingeva piano ma fondo, godendosi lo spettacolo: quella bocca nera che ingoiava il suo cazzo bianco, gli occhi di lei che brillavano di malizia anche mentre lacrimavano un po’ dal piacere della profondità.
«Merda, Aisha… mangi il cazzo come un’aria di Puccini al contrario. Più salato, più sporco, tutto mio.» Lei lo succhiava con avidità, lingua che girava, gola che lo strozzava a ritmo. Quando lo sentì pulsare troppo forte si staccò con un pop osceno, un filo di saliva che pendeva. «Non ancora. Sul divano. Voglio cavalcarti legata e farti venire mentre canto la fine.»
Lui la sollevò, la portò al divano, si sdraiò e la fece montare sopra con i polsi ancora legati dietro la schiena. Aisha scese centimetro dopo centimetro, gemendo lungo mentre il cazzo la riempiva di nuovo. Cominciò a muoversi con energia da diva, alzandosi quasi fino a farlo uscire e riabbassandosi con forza, i seni scuri che ballavano liberi, il culo che sbatteva sulle sue cosce chiare. Marco le teneva i fianchi, la guardava dall’alto in basso, il contrasto pelle chiara contro pelle scura che lo faceva impazzire.
«Guarda il duetto, soprano… la tua figa da Mississippi che mi strozza l’anima bianca. Se continui così mi sborro prima dell’intervallo e Verdi si rivolta due volte.»
Lei rise, ansimando mezze frasi: «Hold it… non ancora… voglio sentirlo scoppiare… spingi dal basso… cazzo che bello… oh fuck yes!» Accelerò, il clitoride che sfregava a ogni discesa. Marco le sollevò il bacino a incontrarla, le palle che sbattevano umide. L’orgasmo di lei arrivò violento, una contrazione che la fece urlare e stringere come una morsa. Lui non resistette: venne a getti caldi e spessi, riempiendola mentre lei continuava a muoversi, spremendogli ogni goccia con risatine trionfanti e un ultimo acuto rotto.
Rimasero così, sudati, appiccicati, la sborra che già colava lungo le cosce di Aisha e sul divano. Lui le sciolse i polsi con mani che tremavano ancora un po’. Lei si lasciò cadere sul suo petto, la testa contro il cuore che martellava, le dita che accarezzavano i ricci neri di lui senza dire niente di scurrile per una volta.
Respiravano insieme. Il pianoforte taceva. Fuori, il rumore lontano di Milano filtrava debole. Nessuna battuta, nessuna metafora da libretto. Solo il calore dei corpi che si raffreddavano piano, il battito che scendeva, il sudore che si asciugava. Aisha chiuse gli occhi. Marco le posò le labbra sulla fronte scura, leggero.
Silenzio.
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