Rebound sul Ponte Notturno
Una moglie procace si fa umiliare dal marito cuckold.
Sono Warrick, un marito devoto ma impotente di fronte alla mia stessa mediocrità. Mia moglie Talia ha ventotto anni e un corpo che fa girare la testa a chiunque: seni pesanti e pieni che premono contro ogni maglietta, fianchi larghi e morbidi, un culo rotondo che ondeggia quando cammina. Io, invece, sono mediocre in tutto ciò che conta a letto. Il mio cazzo è corto, sottile, ridicolo. Lei non me lo ha mai rinfacciato ad alta voce, ma lo sapevamo entrambi.
Eravamo a Venezia per una settimana di vacanza. Quella notte il Ponte di Rialto era quasi deserto. Le luci dei lampioni si riflettevano sull’acqua nera del Canal Grande. Talia indossava un vestitino estivo scollato che le lasciava scoperte le spalle e metteva in mostra la scollatura profonda. Io le tenevo la mano, ma sentivo già che qualcosa stava per cambiare.
Lo incontrammo mentre ci fermavamo a guardare i gondoli fermi. Omar. Alto almeno un metro e novanta, spalle larghe, capelli scuri pettinati all’indietro, un sorriso da uomo che sa esattamente cosa vuole. Parlava un italiano caldo, caldo come il suo sguardo che scese subito sul seno di Talia e poi più in basso, senza pudore.
«Che fortuna trovare due turisti così belli a quest’ora», disse, fissandola. La voce era bassa, roca. «Specialmente te. Sei… notevole.»
Talia rise, un suono basso e vibrante che mi conobbe subito. Non si ritrasse quando lui le porse la mano e la tenne un attimo di troppo. Io stetti zitto, il cuore che batteva forte nel petto e qualcosa di sbagliato, di umiliante, che iniziava a riscaldarmi tra le gambe.
Omar ci offrì di accompagnarci verso San Marco. Camminava tra noi due, ma il suo corpo gravitava verso di lei. Le raccontava aneddoti su Venezia, battute leggere e un po’ volgari. Talia rideva, la testa gettata all’indietro, i seni che si sollevavano con ogni risata. A un certo punto gli sfiorò il braccio con le dita, un contatto lungo, deliberato. Io lo vidi. Il mio stomaco si contrasse.
«Warrick», mi sussurrò all’orecchio mentre Omar parlava con un venditore notturno di gelati, «guarda come mi guarda. Come se volesse spogliarmi qui, sul ponte.» La sua voce era roca di eccitazione. «E io… cazzo, lo desidero. Mi fa sentire bagnata solo a pensarci. Quel corpo, quelle mani… e scommetto che ha un cazzo da vero uomo.»
Il sangue mi salì alla testa. Sentivo il mio misero cazzo contrarsi nei pantaloni, diventare duro contro la mia volontà. L’umiliazione era un bruciore dolce e sporco. Lei lo sapeva. Sapeva che quella debolezza mi eccitava quanto lei.
Riprendemmo a camminare. Omar le offrì il braccio e lei lo prese senza esitazione, premendo la sua coscia morbida contro la gamba di lui. Io camminavo un passo indietro, come uno spettatore. Lui le parlava del suo appartamento vicino, di come la città di notte potesse essere intima. Le dita di Talia scivolarono lungo il suo avambraccio, fermandosi un secondo sul polso.
Fermati a metà ponte, Omar si voltò verso di lei. «Sei sposata a un uomo fortunato», disse, e il tono era pieno di ironia gentile. Poi mi guardò dritto negli occhi, come se mi leggesse. «O forse no. Forse lui sa cosa le serve davvero.»
Talia si voltò verso di me. Le luci le disegnavano il viso, le labbra socchiuse, le pupille dilatate. Mi prese la mano e la strinse forte.
«Warrick», disse a voce bassa, ma chiara abbastanza da farsi sentire anche da Omar che stava un metro più in là. «Voglio che tu mi guardi. Voglio che tu stia lì mentre un vero uomo mi scopa. Un uomo con un cazzo grosso che mi riempie come tu non puoi. Vuoi guardarmi mentre mi faccio scopare da lui? Vuoi vedere quanto sono puttana per un cazzo che vale?»
Il mondo sembrò fermarsi. Il mio respiro si spezzò. Tra le gambe ero duro come non lo ero da mesi, il sangue che pulsava in quel pezzo di carne inutile, gonfio solo per l’umiliazione. Lei mi fissava, aspettando. Omar restava in silenzio, il sorriso appena accennato, sicuro di sé.
«Sì», riuscii a dire. La voce mi uscì rauca, rotta. «Sì, Talia. Voglio guardarti. Voglio vederti prendere il suo cazzo. Voglio… voglio che mi umiliate.»
Lei emise un gemito basso, quasi un ringhio di piacere. Si alzò sulla punta dei piedi e mi baciò la guancia, poi si girò verso Omar. Gli mise una mano sul petto, sentendo i muscoli sotto la camicia.
«Lui ha detto di sì», mormorò. «Portaci da qualche parte. Voglio sentirlo dentro di me stasera. Voglio che Warrick veda tutto.»
Omar chinò la testa, gli occhi scuri che brillavano. Mi porse una mano sulla spalla, un gesto quasi amichevole, quasi crudele. «Bravo marito. Sai restare al tuo posto.»
Camminammo via dal ponte, scendendo verso calli strette e umide. Talia camminava agganciata al braccio di Omar, il culo che oscillava sotto il vestito corto. Di tanto in tanto si voltava a guardarmi, le guance rosse, le labbra socchiuse. Io seguivo, il cazzo duro e dolorante contro la cerniera, la mente piena di immagini di lei aperta, presa, riempita da un uomo che non ero io.
Omar parlava poco ora. Le dita scendevano lungo la schiena di Talia, fermandosi appena sopra la curva del culo, accarezzandola con possesso. Lei non lo fermava. Anzi, si premeva contro di lui. A un angolo buio lei si fermò, lo fece spingere contro un muro e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Lo vidi sorridere e annuire. Poi lei mi chiamò vicino.
«Senti», mi disse, prendendo la mia mano e portandola sotto il suo vestito, tra le cosce. Era già bagnata, la mutandina inzuppata. «Questo è per lui. Non per te. Tu guardi soltanto. Capito?»
Annuìi, la gola secca. Le dita mi tremai contro la sua fessura calda. Omar osservava, una mano che già le stringeva una tetta piena attraverso il tessuto.
«Andiamo», disse lui. «Il mio posto è a cinque minuti. Lì potrai spogliarla lentamente mentre io le mostro cosa significa un vero cazzo.»
Talia mi lasciò la mano e riprese a camminare tra noi due, ma il suo corpo era già di Omar. Io sentivo il cuore battere nelle orecchie, l’eccitazione mista a vergogna che mi rendeva più duro di quanto avessi mai immaginato. Sapevamo tutti e tre dove stavamo andando. Sapevamo che quella notte sul ponte non era stata un incontro casuale, ma l’inizio di qualcosa che non avremmo più fermato.
Le calli diventavano più strette. L’odore dell’acqua e della pietra umida ci avvolgeva. Talia rideva ancora, bassa, eccitata, mentre Omar le descriveva a mezza voce cosa le avrebbe fatto non appena la porta si fosse chiusa. Io ascoltavo ogni parola, il cazzo che pulsava, e camminavo dietro di loro come il marito cuckold che finalmente accettava di essere.
Arrivammo al palazzo di Omar dopo pochi minuti di calli umide e silenziose. Lui aprì un portone scuro e ci fece salire una scala di pietra stretta. L’appartamento era al piano alto, con finestre che davano sul tetto e un terrazzo piccolo, buio, protetto da un parapetto di ferro battuto. L’aria di Venezia notturna entrava freccia, mistà di sale e di canale. Omar non accese le luci. Tirò Talia fuori sul terrazzo e mi fece segno di seguirli.
Talia si voltò verso di me. Gli occhi le brillavano. Si inginocchiò sul pavimento freddo del terrazzo senza esitazione, le ginocchia aperte, il vestitino scollato che le scivolò da una spalla lasciando fuori una tetta pesante. Omar si sbottonò i pantaloni. Il suo cazzo uscì grosso, scuro, già duro, le vene che pulsavano lungo l’asta spessa. Talia emise un suono gola di fame pura.
«Guardami, Warrick», ordinò lei, la voce roca. «Guarda senza toccarti. Se ti tocchi ti privo di tutto.»
Mi bloccai contro il muro del terrazzo, le mani strette a pugno lungo i fianchi. Il mio cazzo mediocre batteva contro la cerniera, ma obbedii. Talia aprì la bocca e prese il cazzo di Omar fino in fondo. Le labbra si stirarono intorno a quella circonferenza enorme. Succhia va con avidità, la testa che andava avanti e indietro, la saliva che le colava sul mento e sul seno scoperto. Omar le tenne i capelli raccolti in un pugno, spingendole il cazzo in gola con colpi lenti e profondi. Lei gorgogliava, gli occhi acquosi fissi su di me mentre la gola le si gonfiava.
«Più grosso del tuo, vero?» sussurrò tra una succhiata e l’altra, la voce rauca di saliva e di cazzo. «Guarda come me lo prendo tutto. Tu non arrivi neanche a farmi sentire piena. Lui sì.»
Omar sorrise scuro e la tirò su. Le alzò il vestito fino in vita, le strappò via le mutandine bagnate e la girò contro il parapetto. Talia si piegò in avanti, le tette che pendevano pesanti oltre il ferro, il culo rotondo esposto alla notte. Omar le aprì le cosce con le ginocchia e le spinse il cazzo dritto in figa con un colpo solo. Lei urlò. Un urlo lungo, rotto, di piacere puro che echeggiò sui tetti.
Lui la scopò così, in piedi, con colpi profondi e potenti che le facevano ondeggiare le chiappe. Ogni spinta faceva sbattere le tette di Talia contro il parapetto. Lei teneva gli occhi su di me, le labbra aperte, e parlava mentre veniva sfondatia.
«Senti come mi riempie, marito. Senti quanto è lungo. Tu mi sfiori appena e lui mi arriva dove non sapevo di avere spazio. È un cazzo da vero uomo. Il tuo è un ditino ridicolo. Diglielo. Digli che preferisco questo.»
«Lo preferisci», riuscii a dire, la gola secca, il cazzo che mi doleva di non essere toccato. «Lo preferisci al mio.»
Omar le diede uno schiaffo sulla chiappa e poi le tirò fuori il cazzo lucido di succhi. Lo riposizionò più in alto, contro il buco stretto del culo. Talia ansimò e spinse indietro da sola. Lui entrò piano all’inizio, poi con un affondo deciso le aprì l’ano fino alle palle. Lei strillò di nuovo, un mix di dolore e godimento che le faceva tre mare le cosce.
La scopò nel culo con la stessa forza, tenendola piegata sul parapetto mentre i colpi le facevano sbalzare tutto il corpo. Le dita di Omar le trovarono la figa e la sfregarono in ritmo. Talia urine di piacere, le ginocchia che piegavano.
«Più bravo di te», gemette verso di me, la voce spezzata. «Scopa meglio. Mi fa venire più forte. Mi usa come una puttana e io lo adoro. Tu stai lì a guardare il tuo posto. Sei il marito che guarda mentre un altro mi rima e il culo.»
Omar accelerò. I suoi fianchi battevano contro le chiappe di Talia con suoni umidi e carnali. Lei urlava il suo nome, poi il mio, poi di nuovo il suo, fino a che il corpo le si contrasse in un orgasmo violento che la fece collassare in avanti. Omar tirò ancora qualche colpo potente e esplose. Lo vidi tendersi, il viso contratto, e sentii il suono basso dei suoi gemiti mentre le pompava schizzi spessi e caldi dentro il culo. Continuò a spingere mentre veniva, svuotandosi in lei con scariche lunghe.
Quando si ritirò, il seme di Omar iniziò subito a colare. Talia restò piegata un attimo, ansimante, le cosce tremante, fili bianchi e densi che le scendevano dal buco rosso e aperto lungo la pelle interna fino al ginocchio. Si raddrizzò piano, si voltò verso di me e mi raggiunse. Mi baciò teneramente sulle labbra, un bacio lento, amorevole, mentre il respiro le era ancora corto e il corpo le odorava di sesso altrui.
«Leccami», sussurrò contro la mia bocca. «Lecca la figa e il culo che lui ha usato. Pulisci tutto.»
Mi inginocchiai di fronte a lei sul terrazzo buio. Lei sollevò una gamba e me la appoggiò sulla spalla. Aprii la bocca e leccai. Il sapore era salato, amaro, misto al suo. La lingua mi entrò nella figa gonfia e poi più in alto, dove il culo stillava ancora. Succhiavo e bevevo mentre lei mi abbassava la cerniera, mi tirava fuori il cazzo corto e sottile e iniziava a masturbarmi con la mano ferma e esperta.
La sua mano andava su e giù lenta, stringendo appena la punta, mentre io leccavo il seme di Omar che le colava. L’umiliazione mi bruciava il petto e mi faceva pulsare più forte. Lei mi guardava dall’alto, i seni nudi che si muovevano col respiro, e accelerava il polso.
«Vieni così», ordinò dolce. «Vieni leccando la figa piena di un altro. Questo è il tuo posto. Questo ci lega.»
Venii con un gemito strozzato, lo sperma debole che mi schizzava sulla pietra del terrazzo mentre la lingua mi restava sepolta in lei. Fu l’orgasmo più umiliante della mia vita: breve, violento, fatto di vergogna e di un amore distorto che mi strinse il cuore. Talia mi tirò su, mi abbracciò, il seme di Omar ancora caldo sulle sue cosce che si strofinava contro i miei pantaloni.
Ci tenemmo stretti sul terrazzo mentre il Canal Grande luccicava lontano. Avevamo scelto entrambi quel gioco. Lo desideravamo. Il legame tra noi, in quel momento, sembrava più solido di qualsiasi fedeltà tradizionale.
Solo che la mattina dopo, quando aprii gli occhi nell’appartamento vuoto, trovai soltanto un biglietto di Talia sul cuscino: «Ho preso il treno con Omar. Grazie per aver guardato. Non tornerò.»
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