Tempesta di Desiderio: Il Vicino si Prende il Mio Culo

Una divorziata di 42 anni si fa inculare con passione dal vicino architetto di 38 sul terrazzo di casa.

10 min read September 20, 2026New

Sono Colette, quarantadue anni, divorziata da tre, e vivo da sola in un appartamento al mare con il terrazzo che guarda dritto l’orizzonte. Le sere d’estate l’aria sa di sale e di gelsomino, e da mesi il mio vicino del piano di sotto, Nikolai, architetto atletico di trentotto anni, riempie ogni incontro casuale di una tensione che mi bagna le mutandine prima ancora che apra bocca. Lo incrocio in ascensore: camicia bianca aperta sul petto bronzato, avambracci venati, sguardo che mi scende lungo il collo e si ferma un attimo di troppo sul seno. Sul terrazzo comune ci scambiamo sorrisi maliziosi, lui mi dice «Stasera sei una tentazione, Colette» a voce bassa, io gli rispondo che se continua a guardarmi così finisco per dimenticarmi di essere una donna rispettabile. Entrambi sappiamo che non c’è niente di rispettabile in quello che vogliamo.

Una sera afosa di luglio lo intercetto mentre riporta i cuscini del divanetto esterno. Porto già due calici e una bottiglia di rosso fresco. «Vieni su da me? Solo un bicchiere. Fa troppo caldo per stare da soli.» Nikolai alza un sopracciglio, sorride di lato, e dieci minuti dopo è sul mio terrazzo, seduto di fronte a me, gambe divaricate, il lino dei pantaloni teso sull’inguine. Beviamo. Le battute diventano spinte. Lui sfiora il dorso della mia mano con le dita, io lascio che il piede gli grazi il polpaccio sotto il tavolino. La conversazione scivola dove doveva scivolare da mesi.

«Sai cosa fantastico da settimane, Nikolai?» La voce mi esce rauca. «Il tuo cazzo nel mio culo. Lento all’inizio, poi fino in fondo. Mi sveglio bagnata solo a pensarci.»

Lui posa il calice, si china in avanti. Gli occhi sono scuri, seri, arrapati. «Colette, da quando ti ho vista la prima volta in ascensore con quella gonna corta ho voluto aprirti le chiappe e fotterti il buco. Con la stessa fottuta intensità. Voglio sentirti stringermi mentre ti inco.»

Non c’è più spazio per fingere. Mi alzo, vado da lui, gli straddle una coscia e lo bacio come se gli stessi rubando l’aria. La lingua sua è calda, insistente; le sue mani mi afferrano le natiche e le stringono forte, le dita che cercano già la riga del mio culo attraverso il vestito leggero. Ci spogliamo senza più freni: lui mi tira la stoffa sopra la testa, io gli slaccio la cintura e gli tiro giù i pantaloni insieme al boxer. Il suo cazzo salta fuori, grosso, già duro, la testa lucida di precome. Lo afferro, lo verso su e giù una volta sola, e gemo solo a sentirne il peso caldo nel palmo.

«Sul divano. Ora,» mugola lui.

Mi piega sul bordo imbottito del divano del terrazzo, il sedere alto, le guance spalancate dalle sue palme grandi. L’aria della notte mi sfiora il buco esposto e io rabbrividisco di puro bisogno. Nikolai s’inginocchia dietro di me e mi lecca. Prima la fessina bagnata, poi più su, la lingua calda e piatta che gira lento intorno all’anello del culo, lo spinge, lo fotta con piccoli colpi umidi. Gemo, spingo indietro il bacino contro la sua bocca, le unghie conficcate nei cuscini. «Così… leccami il culo, sì, più a fondo…» Lui ringhia contro di me, mi tiene le natiche divaricate e mi scula con la lingua finché non tremo. Poi le dita: una sola, lubrificata con l’olio che ho portato fuori «per ogni evenienza», entra piano, gira, mi dilata. Ne aggiunge una seconda. Brucia un attimo, poi diventa piacere denso, pieno. Mi scopa con le dita mentre continua a leccare intorno, e io monologo da puttana felice: «Allargami, preparami per il tuo cazzo, voglio sentirlo tutto.»

Quando mi giudica pronta si alza, si posiziona, la testa del cazzo preme contro il buco lubrificato. Entra. Piano. Centimetro dopo centimetro. Il mio anello cede, lo inghiotte, e il gemito che mi esce è grosso, rotto. «Fanculo quanto sei stretta,» borbotta lui, una mano sulla mia schiena a tenermi ferma. Quando è tutto dentro ci fermiamo un secondo, ansimanti, io che assaporo la pienezza assurda, lui che pulsa dentro di me. Poi comincia a muoversi. Prima lunghe spinte lente che mi fanno sentire ogni vena, poi più forte, più decise. Il suono umido della penetrazione riempie il terrazzo. Mi schiaffeggia una natica, poi l’altra, il calore dello smack che si somma al piacere. «Dai, fottemi più duro, Nikolai. Usami il culo. È tuo.»

Lui accelera. Colpi profondi che mi fanno avanzare sul divano, le tette che sbattono, i gemiti che non riesco più a tenere bassi. Mi afferra i fianchi e mi tira indietro su ogni spinta, riempiendomi fino in fondo. Quando le gambe mi tremano mi solleva, mi porta dentro, sul letto. Mi fa sedere al contrario su di lui, schiena contro il suo petto per un attimo, poi mi gira a cavallo inverso: ginocchia ai lati dei suoi fianchi, culo esposto alla sua vista, il cazzo ancora piantato nel mio buco. Mi alzo e scendo. Lo cavalco. Il suo sguardo brucia sulla mia schiena, sulle chiappe che si aprono e si chiudono intorno alla sua sborra-pronta lunghezza. Mi tengo alle sue cosce e spingo più forte, cercando l’angolo che mi fa vedere le stelle. «Guardami mentre ti inculo,» dice lui, e mi allarga le natiche con le mani mentre io scendo fino in fondo. L’orgasmo arriva come un’onda che parte dal culo e mi esplode nella pancia, nelle cosce, nella gola. Urlo. Il nome suo, bestemmie, sì continui. Il culo mi pulsa e stringe intorno a lui a ondate, e io continuo a muovermi attraverso il piacere finché le gambe non mi mollano.

Crollo in avanti, esausta, sudata, ancora piena di lui. Nikolai mi tira contro il petto, mi accarezza la schiena lenta, le dita che disegnano cerchi umidi tra le scapole. Mi bacia la spalla, poi il collo. «Quanto cazzo mi è piaciuto possedere il tuo culo, Colette. Stretto, caldo, tutto mio. Sei stata perfetta.» Ci baciamo dolci, lingue pigre, sorrisi contro le labbra. Sussurro che voglio rifarlo presto — domani, dopodomani, ogni volta che il caldo ci rende insolenti. Lui annuisce, mi stringe più forte, il cazzo ancora mezzo duro contro la mia coscia.

Restiamo così, nudi e appiccicati, il rumore del mare sotto le finestre aperte. Ma mentre lui mi accarezza e io chiudo gli occhi sento già qualcosa che non si spegne: la voglia di di più, di altre posizioni, di farlo venire dentro il culo la prossima volta e di sentirlo sgocciolare mentre mi tiene aperta. E so, dal modo in cui le dita di Nikolai scendono di nuovo verso le mie natiche e le sfiorano con possessione quieta, che anche lui non ha finito di volermi.

Sono ancora nuda contro di lui quando le sue dita smettono di accarezzarmi e cominciano a premere. Non chiede permesso: mi gira a pancia sotto sul materasso, mi solleva i fianchi con una mano sola e mi spalanca di nuovo le chiappe. L’aria notturna mi sfiora il buco ancora allargato e lucido del suo cazzo, e io gemo già prima che ci sia dentro qualsiasi cosa. «Non ho finito con questo culo, Colette. Vuoi che ti riempia, vero? Vuoi sentirmi sparare fino in fondo e poi sgocciolare fuori mentre ti tengo aperta.»

«Sì. Fammelo. Riempimi il culo e tienimi così.»

Nikolai sputa sulla mia fessura anale, ci lavora due dita dentro con l’olio che è rimasto sul comodino, poi allinea di nuovo la testa gonfia. Entra d’un colpo più deciso di prima. Il mio anello cede con un suono umido e io urlo nel cuscino, le unghie strappano le lenzuola. È ancora grosso, ancora pulsante, e stavolta non mi dà tempo di abituarmi: comincia a fottermi subito, spinte lunghe e pesanti che mi fanno avanzare a scatti sul letto. Ogni volta che esce fino alla corona e rientra fino alle palle sento il bordo del mio buco tirarsi e richiudersi intorno a lui come una bocca affamata.

«Più forte. Spaccami. Voglio sentirlo domani quando cammino.»

Lui ringhia, mi afferra i capelli in un pugno e mi tira la testa indietro mentre accelera. Il suono dei suoi fianchi che sbattono contro le mie natiche riempie la stanza, umido, scurrile, incessante. Mi schiaffeggia il culo a destra e a sinistra finché la pelle brucia, poi ci spalma sopra la mano e mi allarga ancora di più per guardare il suo cazzo sparire dentro di me. «Guarda che buco da puttana. Si mangia tutto. Stai stringendo come una troia in calore.»

Mi solleva di peso, mi fa mettere a quattro zampe sul bordo del letto, piedi per terra, e continua a incularmi in piedi. Le tette mi dondolano pesanti, i capezzoli strofinano le lenzuola. Allungo una mano indietro, gli afferro le palle sudate e le massaggio mentre mi scopa. Lui mugola di piacere e spinge più a fondo, tanto che mi sembra di sentirlo nella pancia. «Vieni dentro. Sborra nel mio culo. Riempimi finché non cola.»

Nikolai esce di colpo, mi gira, mi fa sdraiare sulla schiena e mi solleva le gambe contro il suo petto. Reinserisce il cazzo nel buco già dilaniato e ricomincia a martellare. Così lo vedo in faccia: occhi scuri, mascella stretta, sudore che gli scorre sul petto bronzato. Mi fissa mentre mi usa il culo come un guanto, e io mi tocco la figa gonfia, mi strofino il clitoride con due dita lubrificate di tutto quello che cola da me. L’orgasmo arriva a ondate: prima uno che mi fa contrarre l’ano a spasmi intorno al suo cazzo, poi un secondo più lungo che mi fa urare il suo nome e bestemmiare a voce alta. Il culo mi pulsa, succhia, lo munge.

«Ecco, prendi. Tutto dentro.»

Lui ruggisce, affonda fino in fondo e sborra. Lo sento a scatti caldi, spessi, che mi riempiono l’intestino. Continua a spingere mentre viene, ogni pulsazione una nuova scarica che mi dilata da dentro. Quando finisce resta piantato, ansimante, e io sento già il primo filo di sborra calda che cerca di uscire intorno alla base del suo cazzo. Nikolai esce piano, ma invece di lasciarmi richiudere mi tiene le natiche spalancate con entrambe le mani. Guarda. Il mio buco sbadiglia, rosso, lucido, e dalla fessurina aperta cola un filo bianco grosso che scende sulla figa e mi bagna le labbra. Lui ci passa il pollice, lo spinge di nuovo dentro, lo tira fuori, lo spalma sull’anello.

«Vedi come ti cola? Tutta la mia sborra dal tuo culo di divorziata arrapata.»

Mi faccio sedere, lo spingo a sdraiarsi e mi metto a cavalcioni inversi di nuovo, ma questa volta non lo cavalco: mi chino, gli prendo il cazzo ancora semi-duro e lurido della mia culo e della sua stessa sborra, e lo succhio. Gusto me stessa e lui mescolati, amaro e salato, e lo pulisco con la lingua finché non torna a indurirsi completamente. «Ancora. Voglio un altro carico.»

Nikolai ride basso, mi solleva, mi porta di nuovo sul terrazzo nudi entrambi. L’aria di mare mi asciuga il sudore sulla schiena. Mi piega sul tavolino basso dove prima c’erano i calici, mi fa allargare le gambe e mi incula di nuovo in piedi, di lato, una gamba mia alzata contro il suo fianco. Il cazzo scivola dentro facile adesso, il buco è una fogna aperta e grata. Mi fotte lento e profondo mentre mi masturba la figa con le dita. «Parlami. Dimmi cos’è questo culo.»

«È il tuo cesso personale. Il buco dove ti svuoti quando vuoi. Inculami finché non cammino storto. Sborra di nuovo, voglio sentirlo colare mentre sto in piedi.»

Lui accelera, mi prende per la gola da dietro senza stringere troppo, solo per tenermi ferma, e mi martella il culo con colpi secchi che fanno sbatacchiare le mie tette sul vetro del tavolino. Vengo di nuovo, le gambe che tremano, il buco che si chiude a spasmi intorno a lui. Nikolai segue subito dopo: un secondo getto caldo che si somma al primo. Esce, mi tiene aperta con le dita, e questa volta la sborra esce a fiotti vischiosi che mi scendono lungo l’interno coscia, goccia dopo goccia, fino al polpaccio. Mi fa girare, mi spinge in ginocchio sul pavimento del terrazzo e mi strofina il cazzo ancora gocciolante sulle labbra. Lo lecco pulito, lo prendo in gola fino a farne tosse, e lui mi tiene la testa mentre mi usa la bocca per gli ultimi spasmi.

Quando si ritira resto in ginocchio, natiche ancora spalancate dalle sue mani precedenti, il buco che sbadiglia e continua a far colare misto di olio, saliva e due carichi di sborra densa. Nikolai si china, mi allarga di nuovo le chiappe con i pollici e ci spinge dentro tre dita a ventaglio, le tira fuori, le rimette, guardando il buco che si allarga e rifiuta di richiudersi. «Cazzo, guarda che disastro. Il tuo culo è un imbuto di sborra. Non riesce più a tenersi chiuso.»

Mi alzo, mi piego in avanti con le mani sulle ginocchia e spingo, faccio uscire ancora di più, un filo grosso che cola dritto sul pavimento del terrazzo. Lui ci mette il piede, ci strofina, poi mi fa mettermi a quattro zampe e mi fotte una terza volta, più corto, più brutale, solo per sentire il suono schifoso e bagnato del cazzo che sbatte dentro un buco già pieno e rovinato. Vengo stringendo, lui sborra di nuovo a metà, esce e mi lascia lì, culo all’aria, buco rosso e sbavato che continua a pulsare e a perdere liquido bianco lungo le cosce sudate mentre il mare rumoreggia sotto e l’aria di gelsomino non copre più l’odore di sesso anale che ci appiccica addosso.

Mi alzo, mi metto di schiena contro il muretto del terrazzo, sollevo una gamba e mi ficco da sola due dita nel culo ancora colante, le tiro fuori, le leccio, e gli mostro la lingua bianca di lui. «Guarda: il tuo cazzo mi ha trasformato il buco in un rubinetto di sborra. Tienimi aperta e guardami mentre colano gli ultimi goccioloni dal mio culo di troia quarantaduenne che si fa inculare dal vicino finché non ne esce più niente.»

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