Vendemmia Notturna: “Ti prego, prendimi così”

Unica risposta: Nella calda notte di vendemmia, la contadina 38enne Colette si fa inculare con forza dal giovane vendemmiatore 24enne Hugo tra i fil

12 min read September 09, 2026New

Nella calda notte di vendemmia la tenuta toscana respirava uva e terra calda. L’aria pesava di mosscato e sudore. Colette, trentotto anni, contadina esperta dalle anche larghe e dal seno pieno che tendeva la camicia leggera, avanzava tra i filari con le dita macchiate di mosto. Accanto a lei Hugo, ventiquattro anni, vendemmiatore dalle spalle larghe e dalle braccia cordate di muscoli giovani, tagliava grappoli con gesti sicuri. Ogni volta che lei si chinava, la gonna sottile le saliva sulle cosce; ogni volta che lui alzava lo sguardo, i suoi occhi scuri restavano troppo a lungo sulla curva del suo culo sodo.

«Guarda questi», disse lei, mostrando un grappolo turgido, la voce roca di chi sa esattamente cosa sta facendo. «Maturi da scoppiare. Come certe cose che ho tenuto chiuse troppo a lungo.»

Hugo rise basso, il coltello fermo un istante. «E io ho voglia di spremerli tutti, Colette. Uno dopo l’altro. Senza pietà.» La battuta uscì grezza, senza orpelli. Lei sentì un brivido leccarle la schiena. Anni di sguardi rubati durante le vendemmie precedenti, di battute lasciate a metà, di desiderio represso che le bruciava tra le cosce ogni volta che lo vedeva sudato e a torso nudo. Quella sera entrambi sapevano: niente più freni. Crudo. Carnale. Completo.

Continuarono a lavorare fianco a fianco. Lui le passava i cestini sfiorandole i polsi. Lei gli porgeva l’acqua e le dita restavano un secondo di troppo sulla sua mano calda. Il sudore le scorreva tra i seni; la camicia si attaccava alla pelle. Hugo la guardava di sottecchi, il cazzo già mezzo duro nei pantaloni da lavoro. Pensava a quanto l’aveva immaginata piegata, aperta, a quanto voleva ficcarsi dentro di lei senza delicatezze. Colette lo sentiva. Il calore le saliva basso ventre, bagnandole la mutandina sottile. Sapeva di volerlo tutto, e di volerlo male.

Quando il resto della squadra raccolse gli ultimi attrezzi e si avviò verso le case, i saluti echeggiarono lontani. «Ci vediamo domani», disse qualcuno. Colette e Hugo restarono. La luna piena illuminava i filari d’argento. Solo il frinire dei grilli e il loro respiro.

Lei non disse niente. Si chinò volutamente su un grappolo rimasto, la schiena inarca, il culo sodo che si disegnava netto sotto la gonna leggera. Niente mutandine, se le era tolte di proposito mezz’ora prima nel capanno degli attrezzi. Hugo la vide. Il sangue gli piombò in basso. Si avvicinò da dietro, lento, e le posò le mani sui fianchi, dita forti che premevano la carne morbida.

Colette gemette piano. Si sporse ancora di più. «Ti prego», sussurrò con voce roca, voltando appena il viso sudato. «Prendimi così. Come hai sempre voluto. Senza gentilezze.»

La voglia esplose. Hugo la girò di scatto, la bocca gli si abbatté sulla sua in un bacio violento, lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Le mani di lei gli corsero al petto sudato, gli strapparono la camicia, unghie che scavavano la pelle. Lui le sollevò la gonna fino alla vita, palmandole il culo nudo a piene mani, separando le natiche, sentendo il calore umido che già gli unto le dita. «Da anni ti guardo», ringhiò contro la sua bocca. «Da anni voglio sfondarti. Stasera lo faccio.»

«Fallo», ansimò lei. «Fallo adesso.»

La spinsero contro un vecchio barile di legno abbandonato tra i filari. Colette vi si appoggiò con i gomiti, la schiena inarca, la gonna raccolta sulle reni. Offrì il culo nudo alla luna e a lui: tondo, sodo, la fessura delle natiche che nascondeva il buco stretto e roseo, già contratto dall’attesa. Hugo si inginocchiò dietro di lei. Le spalancò le natiche con le mani grandi, guardò quell’anello chiuso e ci soffiò sopra. Poi ci piantò la lingua.

Colette urlò un gemito rauco. Lui leccava avidamente, lingua piatta e calda che passava e ripassava sul buco, lo punzecchiava, cercava di entrare. Sputò sopra, un filo di saliva denso che colava e brillava. Ci rivoltò le dita, uno, due, aprendo piano ma senza delicatezza. «Stretto da fare male», mormorò. «Perfetto.»

Si alzò. Si sbottonò i pantaloni. Il cazzo gli saltò fuori grosso, spesso, venato, la testa già lucida di liquido. Si allineò. Premé. Colette trattenne il respiro. Lui spinse in un’unica spinta profonda, il glande che sfondava l’anello, il grosso fusto che sprofondava centimetro dopo centimetro finché le palle le batterono contro le natiche.

«Ah— cazzo— più forte», gemette lei, la fronte contro il legno. «Sfondami. Ti prego, sfondami.»

Hugo non le diede tempo. La prese con ritmo brutale, in piedi, mani strette sui fianchi che la tiravano indietro a ogni spinta. Il cazzo le entrava tutto, la apriva, il suono umido e osceno di carne che sbatteva carne riempiva la notte. Lei spingeva indietro, il culo che si muoveva incontro a lui, l’ano che si stringeva e si allargava intorno a quel pezzo di carne dura. Ogni botta le faceva ondeggiare i seni pesanti; la gonna le sbatteva sulle reni.

«Più forte», ripeté, la voce spezzata. «Usami. Riempimi il culo.»

Lui le diede uno schiaffo sonoro su una natica, poi sull’altra. La carne rosseggiò. Le dita dell’altra mano scivolarono sotto, trovarono la figa gocciolante, le labbra gonfie, e ci cacciarono due dita fino in fondo, pompando in sincrono con le spinte anali. Colette si disfece. Gemiti grezzi le uscivano dalla gola. «Così— così— non fermarti—»

Hugo la tirò indietro dal barile e la fece piegare a quattro zampe sull’erba calda tra i filari. Lei obbedì subito, ginocchia nel terreno, petto basso, culo alzato. Lui le si rimise dietro e la rimpuntò tutto d’un fiato, riprendendo a martellarle il culo con forza animale. Schiaffi secchi sulle natiche, dita che le frugavano la figa bagnata, pollice che a tratti le strofinava il clitoride gonfio. Il ritmo era spietato. Il cazzo le entrava e usciva lucido di saliva e di lei, il buco dilatato che lo ingoiava fino alla radice.

Colette sentiva tutto: lo stiramento, il bruciore dolce che diventava piacere puro, le palle che le battevano contro, le dita che le sfondavano la figa mentre il culo prendeva. L’orgasmo le montò da dentro come un’onda nera. «Vengo— Hugo, vengo—» Urlò, il corpo che si contrasse a scatti. L’ano le si strinse come una morsa intorno al cazzo di lui, pulsando, succhiando. La figa le schizzò sulle dita di Hugo. Continuò a venire a ondate, tremando, spingendosi indietro finché non riuscì più a reggersi sulle braccia.

Hugo tirò fuori il cazzo lucido, grosso e pulsante, la testa viola. Si masturbò due volte rapide sopra di lei e schizzò abbondante: getti caldi e densi che le colpirono il buco dilatato e ancora aperto, le natiche rosse, la schiena bassa. Il sperma le colò tra le natiche, le imbrattò la pelle sudata, le gocciolò sull’erba. Colette tremava ancora, il respiro a pezzi, il culo che si contraeva a vuoto come a cercare di nuovo quella pienezza.

Lui si chinò, le accarezzò un fianco. Lei si voltò lentamente, ancora a quattro zampe, il viso arrossato e gli occhi lucidi di piacere. Lo afferrò per il collo e lo baciò con fame, lingua che gli leccava la bocca, denti che gli mordevano il labbro. Il sapore di sudore e di uva e di sesso.

«La prossima notte di vendemmia», gli sussurrò contro le labbra, la voce ancora rauca, «voglio sentirtelo di nuovo tutto dentro. Più a fondo. Più a lungo. Voglio che mi lasci il culo pieno e che mi faccia camminare tra i filari con il tuo sborro che mi cola sulle cosce. E non solo. C’è altro che voglio da te, Hugo. Cose che non ti ho ancora chiesto.»

Hugo le accarezzò i capelli appiccicati alla fronte, il cazzo ancora semi-duro che le sfiorava la coscia. Sorrise, crudo, affamato. «Domani notte i filari sono di nuovo nostri. E io non ho ancora finito con questo culo. Né con il resto di te.»

Si rialzarono tra l’erba umida e l’odore di mosto. La luna li guardava. Lontano, le luci della tenuta tremolavano. Colette sistemò la gonna senza pulirsi del tutto, sentendo lo sperma fresco le scorrere tra le natiche a ogni passo. Hugo si riallacciò i pantaloni con le mani ancora unte di lei. Camminarono piano verso il capanno degli attrezzi, spalla contro spalla, il desiderio che non si era spento ma solo accesso meglio. Lei sapeva già cosa avrebbe chiesto la notte dopo. Lui sapeva già che avrebbe detto di sì a qualsiasi cosa. Tra i filari la vendemmia non era finita. E loro due, ancora meno.

Nella calda oscurità del capanno degli attrezzi l’odore di legno vecchio, di corda e di mosto si mescolò subito al sudore e allo sperma fresco che ancora le colava tra le natiche. Colette chiuse la porta con un calcetto, si voltò e lo afferrò per la cintura ancora slacciata. Il cazzo di Hugo era già di nuovo duro, lucido, ancora unto di lei e di saliva. Lei si inginocchiò sull’asse polverosa senza una parola, gli aprì i pantaloni del tutto e se lo ficcò in bocca fino in gola. Il sapore era salato, amaro, vivo. Succhiò con fame, le guance cave, la lingua che gli lavava il glande e le vene, una mano che gli massaggiava le palle ancora pesanti. Hugo le afferrò i capelli, gemette basso e spinse, riempiendole la gola a spinte corte e profonde. Colette sbrodolò, saliva e residui di sborra le scendevano dal mento sul seno ancora stretto nella camicia sudata. Tirò indietro la testa, lo lasciò scivolare fuori tutto lucido e ansimò: «Voglio sentirlo di nuovo nel culo. Più grosso. Più a fondo. Stavolta me lo lasci dentro fino all’ultima goccia.»

Lui la sollevò come se non pesasse niente, la girò, le fece mettere le mani sul banco da lavoro. La gonna era ancora raccolta sulle reni; le natiche rosse degli schiaffi precedenti gli si offrirono di nuovo. Hugo le spalancò le chiappe con i pollici, guardò il buco ancora semiaperto, lucido di sborra e saliva, e ci sputò sopra di nuovo. «Apri», ordinò. Colette spinse indietro, si allargò con le dita da sola, glielo mostrò. Lui ci cacciò prima tre dita, le torse, le aprì, poi le tolse e ci piantò il cazzo in un colpo solo. Entrò fino alle palle. Colette urlò un «cazzo sì» rauco che rimbalzò tra le assi. Hugo non aspettò. La inculò con forza bruta, le anche che battevano contro le sue, le palle che le schiaffeggiavano la figa gocciolante a ogni botta. Il banco scricchiolava. Lei spingeva indietro incontro a lui, il culo che lo inghiottiva tutto, l’anello rosa che si stirava intorno allo spessore e si contraeva a ogni ritirata come per non lasciarlo scappare.

«Più forte— sfondami— usami il buco come vuoi tu», ansimava, la fronte contro il legno ruvido. Hugo le diede uno schiaffo secco su una natica, poi sull’altra, la carne che ondeggia. Le dita di una mano le scivolarono sotto, le trovarono la figa gonfia e fradicia, ci conficcarono due, tre dita e le pompò in sincronia con le spinte anali. Il pollice le trovò il clitoride e lo strofinò a circoli duri. Colette si spezzò. Il primo orgasmo della seconda tornata le arrivò come un pugno: l’ano le si strinse a morsa intorno al cazzo, la figa le schizzò sulle dita di lui, le gambe le tremarono. Continuò a spingere indietro comunque, a chiedergli di non fermarsi, di romperla.

Hugo la tirò via dal banco, la sollevò, la fece sedere a cavalcioni al contrario sul suo cazzo mentre lui si appoggiava a una cassa di vecchie bottiglie. Colette scese sopra di lui a gambe aperte, si allineò il buco ancora pulsante e si conficcò addosso fino in fondo con un gemito lungo e rotto. Cominciò a cavalcarlo al contrario, il culo che sbatteva sulle sue cosce, le natiche che si aprivano e si chiudevano intorno al fusto grosso. Hugo le teneva i fianchi e spingeva dal basso, le anche che la impalavano. Lei si piegò in avanti, le mani sulle sue ginocchia, e si fece sfondare più in profondità. Ogni discesa le faceva sentire la testa del cazzo che le premeva dentro, che le riapriva, che le toglieva il respiro. «Così— così— riempimi— voglio il tuo sborra tutto dentro il culo stavolta», ringhiò. Hugo le passò una mano davanti, le afferrò un seno pesante attraverso la camicia strappata, le strinse il capezzolo, poi scese e le frugò di nuovo la figa. Due dita dentro, pollice sul clitoride, il ritmo sincrono e crudele. Colette venne di nuovo, più forte, il corpo che si scuoteva a scatti, l’ano che succhiava e pulsava intorno a lui mentre un filamento di liquido le scendeva dalla figa sulle sue palle.

Lui la sollevò di scatto, la mise a quattro zampe sull’asse coperta di tela di iuta, le natiche alzate, la schiena inarcata. Si rimise dietro e la rimpuntò con una spinta che le fece battezzare il legno con un grido. Adesso il ritmo era bestiale, senza respiro. Schiaffi, presa di capelli, un braccio che le girava intorno al ventre per tenerla ferma mentre la martellava. Il cazzo entrava e usciva lucido, il buco dilatato che lo accettava fino alla radice ogni volta, il suono umido e osceno di carne che sbatte carne. Colette spingeva indietro, ansimava, bestemmava, chiedeva di più. «Sfondami il culo— usami— lascialo pieno— ti prego Hugo, prendimi così fino a quando non ne puoi più.» Lui le cacciò di nuovo le dita in figa, le pompò, le strofinò il clitoride gonfio finché lei non venne una terza volta, urlando il suo nome, il corpo che si contraeva a ondate, l’ano che lo mungeva.

Hugo sentì arrivare. Affondò fino in fondo, le palle premute contro di lei, e scaricò. Getti caldi e densi le esplosero dentro il culo, uno dopo l’altro, riempiendola, sbordando intorno al cazzo ancora pulsante. Colette gemette lungo, sentendo ogni sparo, sentendo il calore che le saliva dentro. Lui restò conficcato, spingendo a scatti corti per svuotarsi del tutto, finché non ebbe più niente. Quando tirò fuori, lento, il buco restò aperto un istante, rosso, dilatato, e lo sperma le colò abbondante, denso, le scese lungo la figa e l’interno coscia fino all’erba secca del pavimento. Colette restò così, a quattro zampe, il respiro a pezzi, il culo che si contraeva a vuoto e spingeva fuori altri fili bianchi.

Hugo si lasciò cadere seduto contro la cassa, il cazzo ancora semi-duro e lucido che gli batteva sulla coscia. Lei si voltò, strisciò verso di lui, gli leccò il glande pulendolo con la lingua, assaporando sé stessa e lui mescolati. Poi si arrampicò sulle sue gambe e lo baciò, lenta, profonda, il sapore di sborra e di uva e di terra. Si accoccolarono un momento sul pavimento del capanno, nudi a metà, sudati, l’odore di sesso che li avvolgeva. Colette gli accarezzò il petto, le dita che seguivano le gocce di sudore. «Domani notte di nuovo», mormorò contro la sua bocca. «E la notte dopo. Voglio che mi lasci camminare tra i filari con il culo che cola ancora.»

Hugo rise basso, le passò una mano tra i capelli umidi. «I filari sono nostri finché dura la vendemmia. E io non ho ancora finito di sfondarti.» La baciò di nuovo, le morse il labbro. Lei sorrise, gli occhi ancora lucidi. Si rialzarono piano. Colette sistemò la gonna senza pulirsi; sentiva lo sperma caldo che le scorreva ancora tra le natiche a ogni movimento, che le imbrattava le cosce. Hugo si riallacciò i pantaloni. Uscirono dal capanno sotto la luna. L’aria della notte toscana li accolse di nuovo, piena di mosscato e di grilli.

Camminarono spalla contro spalla verso le luci lontane della tenuta. Lui le parlava di grappoli e di cestini del giorno dopo, di come l’avrebbe presa di nuovo contro un altro barile, di come le avrebbe tenuto le natiche aperte mentre le sborrava dentro. Colette annuiva, gli stringeva la mano, sentiva ancora il bruciore dolce e la pienezza residua. Sorrise quando lui le promise «più a lungo, più a fondo, finché non riuscirai più a camminare dritta».

Ma mentre le dita di lui le accarezzavano il dorso della mano e la voce giovane le descriveva già la notte successiva, Colette sapeva. Sapeva da quella mattina, da quando aveva aperto la lettera lasciata sul tavolo della cucina. Tra quarantotto ore Hugo sarebbe partito. Un contratto in Francia, una cantina più grande, un treno all’alba. Lui non glielo aveva detto. Forse pensava di dirglielo dopo, o di restare un altro giorno. Lei non glielo avrebbe chiesto. Avrebbe preso ogni spinta, ogni schiaffo, ogni scarica dentro il culo come se il tempo non esistesse. Avrebbe camminato tra i filari con lo sperma che le colava sulle cosce e il sorriso di chi ha ottenuto esattamente quello che voleva. E lui non avrebbe saputo, fino al momento in cui il treno avrebbe portato via il suo corpo giovane e il suo cazzo, che lei aveva già contato le ore e aveva deciso di farsi sfondare fino all’ultima goccia senza mai dirgli che sapeva.

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