Vedova in Fiamme: Il Suo Primo Amico nel Locker del Golf
Vedova di 42 anni si fa scopare con gusto dal giovane istruttore di golf nei locker mentre il marito cuckold aspetta fuori.
Sono Brigitte, ho quarantadue anni e da quando ho sposato Errol, quarantotto, l’uomo più gentile che abbia mai conosciuto, vivo in un limbo di carezze incompletes e di notti silenziose. Lui è impotente da anni: un blocco che né medici né pazienza sono riusciti a sciogliere. Dopo il mio primo matrimonio e la vedovanza, Errol mi ha offerto sicurezza, teneri baci sulla fronte e la tessera del country club di golf. È lì che tutto è cominciato.
Quel pomeriggio il sole picchiava sui fairway. Errol mi aveva accompagnata per la lezione privata con Barrett, l’istruttore di ventotto anni, spalle larghe, braccia bruciate dal sole e un sorriso da ragazzo che sa di essere guardato. «Ti aspetto fuori, amore. Prenditi tutto il tempo», mi aveva detto Errol, stringendomi la mano con quella devozione che ormai mi faceva sentire in colpa. Barrett mi aveva osservata per tutta l’ora: come tenevo il grip, come ruotavo i fianchi, come il mio golfino bianco si sollevava appena sui pantaloncini beige. Alla fine della lezione mi aveva detto, con voce bassa: «Vieni, ti accompagno negli spogliatoi. C’è l’aria condizionata, ti farà bene».
Il corridoio era fresco e deserto. I nostri passi echeggiavano sui mattoni. Barrett camminava un passo dietro di me; sentivo il suo sguardo sulla curva del mio culo. Quando aprì la porta del locker femminile e controllò che non ci fosse nessuno, il silenzio divenne denso. Chiuse lo sportello a chiave. Mi girai. Lui era già lì, a un metro, gli occhi scuri che non si nascondevano più.
«Brigitte», mormorò, «da tre settimane ti guardo e mi casco le palle ogni volta che ti chini a raccogliere una pallina».
Il cuore mi martellava. Per la prima volta dopo anni mi sentivo viva, bagnata, desiderata da un uomo che poteva davvero scoparmi. Errol aspettava fuori, sul divanetto del bar, forse leggendo il giornale, ignaro. Quell’immagine mi strinse lo stomaco di un’eccitazione sporca e dolcissima.
«Barrett… mio marito è fuori. È un uomo buono, ma non può… da anni non mi ha più scopata. Io voglio un cazzo vero. Voglio essere presa da un uomo mentre lui resta lì fuori, umiliato senza nemmeno saperlo. Dimmi che lo vuoi anche tu».
Lui non rispose a parole. Mi spinse contro gli armadietti metallici, il freddo del metallo contro la schiena, le sue labbra sulla mia bocca con una fame che mi fece gemere dentro il bacio. La sua lingua entrò, dominante, e io ricambiai come una affamata, succhiandola, mordendogli il labbro inferiore. Le sue mani scivolarono sotto il golfino, trovarono i seni ancora sodi, i capezzoli già duri. Li stropicciò, li pinzò finché non ansimai contro la sua bocca.
«Dillo di nuovo», ringhiò contro le mie labbra. «Dillo mentre ti tocco».
«Voglio che mi scopi qui, adesso. Voglio che mi riempia mentre penso a Errol che aspetta come un cuckold paziente. Voglio sentirmi una puttana e tornare da lui con la figa piena».
Barrett si allontanò solo il tempo di sbottonarmi i pantaloncini e di tirarmeli giù insieme alle mutandine di pizzo. L’aria fredda mi toccò la fica già grondante. Lui le afferrò, le annusò, le infilò in tasca. «Queste me le tengo». Poi mi sollevò una gamba, mi aprì, e con la mano libera sfilò il proprio cazzo: grosso, duro, venato, la testa già lucida. Lo strusciò contro la mia fessura, raccogliendo i miei succhi, e io mi aggrappai alle spalle di lui.
«Fallo. Mettilo dentro. Sono tua».
Mi trapassò con una spinta sola, profonda, fino in fondo. Il metallo dell’armadietto scricchiolò dietro di me. Gemetti forte, senza trattenermi: «Ah, cazzo… sì… il mio stallone… così…». Barrett iniziò a scoparmi in piedi, tenendomi la coscia aperta, spinte lunghe e potenti che mi facevano rimbalzare le tette. Ogni volta che entrava fino all’utero mi vedevo Errol fuori, magari che controllava l’orologio, e l’umiliazione di quella scena mi strinse il clitoride come una morsa. Venni la prima volta dopo pochi minuti, contrazioni violente che gli strinsero il cazzo, un urlo rauco che riempì lo spogliatoio.
Lui non si fermò. Mi girò di scatto, mi piegò in avanti, le mani contro gli armadietti, il culo nudo esposto. Mi diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi un altro sull’altra, lasciando il segno rosso. Entrò di nuovo da dietro, più forte, più basso, colpendo il punto che mi faceva vedere stelle.
«Tuo marito è un cuckold inutile», bofonchiò tra un colpo e l’altro, la voce rauca, la mano che mi teneva i capelli. «Questa figa è mia ora. Senti come ti prende, Brigitte. Sei bagnata da puttana. Gli racconterai che hai sudato, eh? Mentre ti porto via il tuo orgasmo».
«Sì… umilialo… cazzo sì… mi eccita da morire sapere che aspetta… che non sa che mi stai riempiendo… più forte, Barrett, scopami come lui non potrà mai…».
Mi prese con rabbia e precisione, le palle che sbattevano contro la mia fica, le dita che mi trovavano il clitoride e lo strofinavano in cerchio. Venni di nuovo, più forte, le gambe che tremavano, un filamento di saliva che mi cadeva dal labbro. Continuai a parlare, a confessare: «Mi piace essere la sua puttana… mi piace che tu mi marchi… voglio tornare da lui con il tuo odore addosso…».
Barrett accelerò, ruggì, e si scaricò dentro di me con spinte corte e profonde. Sentii il getto caldo, abbondante, che mi riempiva, che traboccava già mentre lui ancora pulsava. Restammo uniti qualche secondo, ansimanti, il suo petto sudato contro la mia schiena. Poi uscì lentamente. Il suo sperma iniziò a colarmi lungo le cosce interne, caldo e denso, fino al ginocchio.
Mi raddrizzai tremante. Lui mi prese il viso tra le mani e mi baciò a lungo, lento, quasi tenero dopo tutta quella violenza. Io gli succhiai la lingua, gli copiai il sapore di me stessa.
«Voglio rifarlo presto», gli sussurrai contro la bocca. «La prossima volta voglio che Errol sia ancora più vicino. Voglio rischiare di più. Dimmi di sì».
Barrett sorrise, quel sorriso da stallone soddisfatto. «Quando vuoi, Brigitte. Ti aspetto. Ora pulisciti quel tanto che basta per non far scandalo… ma non troppo. Voglio che senta l’odore quando ti riabbraccia».
Mi rialzai i pantaloncini senza mutandine, sentendo il liquido che ancora scivolava. Mi sistemai i capelli allo specchio: guance rosse, labbra gonfie, occhi lucidi di chi è stata scopata bene. L’odore di sesso mi avvolgeva: il mio, il suo, il metallo caldo del locker. Aprii la porta.
Errol era ancora là, sul divanetto del bar, alzò lo sguardo e mi sorrise con quella dolcezza che adesso mi faceva battezza di colpa e di triplice eccitazione. «Tutto bene, amore? Sei un po’ rossa».
«Solo caldo», risposi, la voce un filo più roca. Mi sedetti accanto a lui. Sentivo ancora lo sperma di Barrett che mi bagnava le mutandine fantasma, che mi scivolava tra le labbra della figa a ogni piccolo movimento. Barrett passò a pochi metri, ci salutò con un cenno professionale, e per un istante i nostri sguardi si incrociarono. Nella sua c’era la promessa. Nella mia la fame già rinnovata.
Errol mi prese la mano. «Vuoi un caffè prima di tornare a casa?»
Annuì, sorridendo. Dentro di me il seme di un altro uomo continuava a colare, e la tensione di quello che avremmo potuto fare la prossima volta—con Errol ancora più vicino, forse dietro una porta socchiusa—mi teneva le cosce strette e il cuore in gola. Non era finita. Era solo l’inizio della mia nuova vita di vedova risposata e finalmente, finalmente, scopata come meritavo.
Sono Brigitte, e quando tornammo a casa quella sera lo sperma di Barrett mi colava ancora lungo le cosce mentre Errol mi preparava la cena con la stessa dolcezza di sempre. Mi lavai solo superficialmente, come Barrett mi aveva ordinato. Notti dopo notti, il ricordo di quell’armadietto mi teneva sveglia: le spinte, lo schiaffo sulle chiappe, il getto caldo che mi riempiva mentre mio marito leggeva il giornale a pochi metri. Volevo di più. Volevo Errol ancora più vicino, volevo che l’umiliazione diventasse quasi tangibile.
La settimana successiva chiesi un’altra lezione privata. Errol accettò subito, felice di vedermi «appassionata al golf». Al country club il sole era basso, l’aria già fresca. Barrett mi aspettava sul tee con quel sorriso da stallone che mi bagnava istantaneamente. Errol mi baciò la fronte. «Ti aspetto al bar, amore. Prenditi pure due ore stavolta, ho portato il libro». Due ore. Il cuore mi batteva già nelle orecchie.
Finita la lezione farlocca — grip, swing, niente di vero — Barrett mi sussurrò: «Locker. Adesso. Lui è al bar, ma oggi teniamo la porta socchiusa. Vuoi rischiare?». Annuìi senza fiato. Nel corridoio deserto sentivo i miei stessi passi e il rumore sordo del desiderio tra le gambe. Lui chiuse a chiave ma lasciò lo sportello socchiuso di un palmo. Attraverso quella fessura arrivava il soft chiacchiericcio del bar, la voce lontana di Errol che ordinava un caffè. Ero già fradicia.
Mi spinse contro gli armadietti esattamente come la volta prima. «Spogliati tutta», ordinò. Mi tolsi golfino, reggiseno, pantaloncini e le mutandine nuove che lui mi strappò di dosso e ficcò di nuovo in tasca. Nuda a quarantadue anni davanti a un uomo di ventotto, seni sodi, figa rasata che gocciolava già sul pavimento di piastrelle. Barrett si abbassò i pantaloni: il cazzo era ancora più gonfio, le vene in rilievo, la testa viola e lucida. «In ginocchio. Prima mi succhi mentre pensi a lui che beve il caffè a venti metri».
Mi inginocchiai sul freddo. Presi il cazzo in mano, lo annusai, lo leccai dalla base alla punta raccogliendo il liquido preorgasmico. Poi lo inghiottii fino in fondo, sentendo la glande battere contro la gola. Barrett mi tenne i capelli e iniziò a scoparmi la bocca con spinte misurate, profonde. «Brava puttana di cuckold… tuo marito è lì fuori e tu hai il mio cazzo in gola. Diglielo con gli occhi quando tornerai». Succhiavo con rumore, saliva che mi scendeva dal mento sui seni, lingua che girava intorno al glande ogni volta che lui si ritraeva. Ero bagnata fino alle ginocchia. Sentivo la porta socchiusa, il rumore di tazzine, e l’eccitazione di poter essere scoperta da un cameriere o da Errol stesso mi faceva pulsare il clitoride come un secondo cuore.
Mi sollevò, mi girò, mi piegò in avanti con le mani aperte contro il metallo. Mi aprì le chiappe con le dita e mi sputò sulla figa, poi ci strofinò il cazzo su e giù, raccogliendo i miei succhi. «Dillo», ringhiò. «Dillo forte abbastanza che se lui passasse lo sentirebbe».
«Scopami, Barrett… riempimi di nuovo mentre mio marito aspetta come un coglione paziente… voglio che mi foli fino a farmi venire urlandoti il nome… umilialo… usami… questa figa non è più sua».
Entrò con una spinta unica che mi fece vedere bianco. Era più grosso di come lo ricordavo, o forse ero io più stretta dalla voglia. Mi scopò forte, le palle che sbattevano umide contro il clitoride, una mano che mi teneva i fianchi e l’altra che mi pizzicava un capezzolo fino a farmelo male di piacere. Ogni botta faceva scricchiolare l’armadietto. Gemetti senza trattenermi: «Ah… sì… così… più a fondo… colpiscimi l’utero… cazzo sì…». Attraverso la fessura della porta arrivò un pezzo di conversazione: Errol che diceva «Mia moglie sta finendo la lezione, tra poco scende». Quella frase mi fece venire. Contrazioni violente mi strinsero il cazzo di Barrett, un orgasmo lungo e sporco che mi fece piegare le ginocchia. Lui mi tenne su e continuò a fottermi attraverso le ondate, allungando il piacere finché non piansi quasi dalla sensibilità.
Mi fece alzare una gamba e la appoggiò su una panca bassa, aprendomi ancora di più. Entrò di lato, più basso, colpendo quel punto gonfio che mi faceva gemere a scatti. «Guarda come ti prendo», bofonchiò. «Tuo marito non ha mai sentito questa figa così stretta intorno a un vero cazzo. Gli racconterai che hai sudato, che hai bisogno di una doccia… mentre ti cammini con la mia sborra che cola». Mi diede schiaffi sulle chiappe, rosse e calde, poi mi prese i capelli e mi tirò indietro finché non guardai lo specchio: io nuda, piegata, scopa da stallone dietro di me, seni che ballavano, bocca aperta. Venni di nuovo, più silenziosa ma più profonda, le cosce che tremavano, un filo di bava sul labbro.
Barrett accelerò. Sentivo i suoi colpi diventare corti, disperati. «Dentro», gli dissi. «Tutto dentro. Voglio tornare da lui zuppa». Ruggì e si scaricò con spinte profonde, getti caldi e densi che mi riempirono fino a traboccare. Sentivo ogni pulsazione, ogni schizzo che mi bagnava le pareti. Restò conficcato un lungo momento, ansimante, sudato, il petto contro la mia schiena. Poi uscì lentamente. Lo sperma scese subito a fiotti lungo le cosce, caldo, denso, che mi colava fino ai polpacci. Ne presi un po’ con le dita e me lo portai alla bocca, leccando. Lui sorrise e mi baciò assaggiando se stesso su di me.
«Voglio che torni da lui così», disse. «Senza lavarti. Siediti accanto. Lascia che senta l’odore se è abbastanza cuckold da capirlo». Mi aiutò a rialzarmi i pantaloncini — ancora senza mutandine — e il golfino. Il tessuto si macchiò subito all’interno. Mi sistemai i capelli, le guance in fiamme, le labbra gonfie. Aprii lo sportello. L’aria del corridoio mi colpì.
Errol era al bar, esattamente dove aveva detto. Alzò lo sguardo e sorrise. «Finito, amore? Hai le guance bellissime, tutto quel movimento ti fa bene». Mi sedetti accanto. Il seme di Barrett mi scivolava tra le labbra della figa a ogni piccolo spostamento sulla sedia di tessuto. Sentivo l’odore di sesso su di me, mix di sudore, figa e sperma fresco. Errol mi prese la mano, me la baciò. «Vuoi tornare a casa o restiamo ancora un po’?».
«Restiamo», risposi, la voce roca. Dentro di me il cazzo fantasma di Barrett ancora pulsava. Barrett passò davanti al bancone, ci salutò con un cenno professionale. I nostri sguardi si incrociarono un secondo: nella sua c’era la sborra appena sparata e la promessa di altre volte. Nella mia la fame già riaccesa.
Errol ordinò due caffè. Mentre bevevamo sentivo il liquido caldo che continuava a colare, impregnando i pantaloncini. A un certo punto mi alzai per andare in bagno — solo per spingermene ancora un po’ fuori con le dita e riassaggiarlo — e quando tornai Errol mi guardò un attimo più a lungo del solito. Non disse niente. Mi strinse semplicemente la mano sotto il tavolo.
Solo più tardi, a casa, mentre mi spogliavo per la doccia «vera», notai qualcosa. Nella tasca interna della giacca di Errol, quella che aveva lasciato sul divanetto del bar tutto il tempo, c’era un pezzo di carta piegato. Non glielo chiesi. Lo aprii da sola quando lui era in cucina. Era uno scontrino del club con un’annotazione a matita, nella calligrafia di Errol: «Barrett, locker 4, 16:40 — lei ha detto di sì. Lascia la porta come ti ho detto. Grazie. E.»
Errol sapeva. Aveva organizzato tutto. Aveva chiesto a Barrett di scoparmi con la porta socchiusa, di lasciarmi piena, di mandarmi indietro così. E io non glielo dissi. Mi infilai sotto la doccia con il sorriso più sporco che avessi mai avuto, lo sperma di un altro uomo ancora tra le gambe, e il segreto caldo come una seconda sborra che nessuno dei due avrebbe confessato ad alta voce quella notte.
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