Due Amiche Sul Divano
Due amiche sul divano si baciano e scopano voracemente.
Ho sempre saputo che quella sera sarebbe finita in un modo diverso. Non me lo dicevo a voce alta, certo—Giulia non era il tipo che si racconta le bugie comode—ma quando Sofia si è seduta sul mio divano, gambe nudi sotto la coperta che tenevo sempre sul bracciolo, e ha allungato le dita a giocherellare con la frangia dei cuscini come faceva da anni, qualcosa nel petto mi si è stretto in modo nuovo. Amiche di vecchia data. Venticinquenni. Single tutte e due. La stanza sapeva di vino bianco lasciato a scaldarsi sul tavolino e di detersivo per i piatti, odori banali che improvvisamente mi sembravano troppo intimi.
«Hai notato che non parliamo più dei ragazzi come una volta?» aveva detto Sofia, ridendo piano, con quella voce un po’ rauca che le usciva dopo mezzanotte. Io stavo con le gambe raccolte, la coperta tirata fino alle cosce. Lei di fianco, monospalla sdrucito, niente reggiseno—lo sapevo perché il contorno del capezzolo si disegnava ogni volta che si muoveva. La luce della lampada bassa le faceva ombre lunghe sul collo.
«Forse perché non ce ne sono di decenti», ho risposto, ma la battuta mi è venuta fiacca. I nostri sguardi si sono cercati e non si sono più staccati. Sofia ha abbassato lo sguardo un attimo, poi l’ha rialzato, e ho visto il rosa che le saliva sulle guance.
«No», ha sussurrato. «È un’altra cosa. Giulia… da anni, tipo da sempre, fantastico su di te. Non nel senso “oh che bella amica”. Nel senso che quando mi tocco la sera, a volte… sei tu. La tua bocca. Le tue tette. Il modo in cui ridi quando sei un po’ ubriaca.»
Il silenzio è sceso denso. Il mio cuore batteva così forte che temevo lo sentisse. Non ho finto sorpresa. Non avrei potuto. Per mesi—non settimane: mesi—avevo rivoltato lo stesso pensiero nel letto, con le dita infilate tra le labbra della figa già bagnata, immaginando il suo respiro caldo sulla mia pelle. Ammettere era un salto, ma lei aveva saltato per prima.
«Anch’io», ho detto, e la voce mi è uscita più bassa di quanto volessi. «Da mesi. Ti guardo e mi viene… fame. Tipo voglia di saperti sotto le dita. Di sentire se sei liscia, se sei bagnata, se gemresti il mio nome.» Mi sono morsa il labbro. «Ti guardo e mi si stringe tutto di sotto. Anche adesso.»
Sofia ha emesso un suono piccolo, quasi un rantolo di sollievo. I suoi occhi erano scuri, lucidi. Ci siamo guardate con quella voglia reciproca che non poteva più fingere di essere altro. Sotto la coperta le nostre ginocchia si toccavano. La tensione non era più un sottotesto: era aria pesante tra i seni, tra le cosce chiuse per trattenere lo scivolo caldo che già mi sentivo.
Le confidenze sono diventate più sporche quasi da sole. «Mi piace quando indossi quei pantaloncini corti», ha detto lei, avvicinandosi di un centimetro. «Il culo ti si muove e io… cazzo, Giulia, mi bagno i slip.» Io ho riso nervosamente, un suono che mi è uscito dalla gola come un singhiozzo. «E a me piace quando ti allacci i capelli e ti si vede il collo. Vorrei morderlo. Vorrei scendere con la lingua fino alle tette e succhiarti i capezzoli finché non ti tremano le gambe.»
Ci siamo avvicinate ancora, ridendo di quel ridicolo nervoso che ti prende quando stai per rompere qualcosa di sacro e insieme di desiderato. Sotto la coperta le gambe nude si sono sfiorate: la mia coscia liscia contro la sua, un brivido che mi è partito dal ginocchio e mi ha acceso il clitoride come un interruttore. La pelle di Sofia era calda, leggermente umida. Ho sentito i peli fini—si era depilata poco, lasciando una linea morbida—e il pensiero mi ha fatto stringere i muscoli del bacino.
«Vorrei baciarla», ha sussurrato Sofia, così vicino che il fiato mi ha sfiorato la bocca. «Vorrei premerli i miei labbri sui tuoi e sentire se sai di vino o di desiderio. Ti ho sognata così tante volte, Giulia. Con le dita dentro di me e il tuo nome sulle labbra.»
Io arrossivo—lo sentivo, il calore che mi saliva dal collo alle guance—ma ero decisa. Non ho aspettato che lei facesse il primo passo. Mi sono inclinata, le ho preso il viso tra le mani, e l’ho baciata io. Dolce, all’inizio: solo labbra su labbra, il sapore del rossetto un po’ stinto e del vino. Sofia ha sospirato nella mia bocca, un suono umido e aperto. Poi il bacio è diventato altro. Profondo. Affamato. La lingua di lei ha cercato la mia, si è avvinghiata, ha succhiato il mio labbro inferiore con una fame che mi ha fatto gemere basso. Le nostre lingue si sono attorcigliate, saliva mescolata, denti che sfioravano senza mordere davvero. Io ho spinto di più, affondando le dita nei suoi capelli, tenendola ferma mentre le leccavo il palato come se volessi bere da lei.
Sotto la coperta le ginocchia si sono aperte. La sua coscia è scivolata tra le mie. Ho sentito il calore del suo pube attraverso il cotone sottile dei miei shorts—e lei ha spinto, un movimento lento e deliberato, strofinando la figa vestita contro la mia gamba. Ero già bagnata. Lo sentivo: il tessuto mi si era appiccicato alle labbra, umido, e ogni pressione mi faceva scivolare di più. Sofia ha gemuto nel bacio, un “mmh” gutturale, e ha portato una mano sotto la coperta, sulla mia coscia nuda, salendo piano fino al bordo degli shorts.
«Cazzo, sei calda», ha mormorato contro la mia bocca, rompendo il bacio solo per un secondo. Gli occhi le brillavano. «Posso…?»
«Sì», ho risposto subito, consapevoli entrambe di cosa stessimo scegliendo. Nessuna confusione. Nessuna scusa del “è il vino”. Volevamo questo. Volevamo lasciarci andare al desiderio che ci aveva tenute sveglie per mesi, amiche che si guardavano troppo a lungo, che ridevano troppo piano, che si scambiavano messaggi a tarda notte con un sottotesto che ora esplodeva.
La sua mano è scivolata dentro gli shorts. Dita calde, esperte, che hanno trovato il cotone già inzuppato delle mutandine. Sofia ha tracciato la fessura sopra il tessuto, premendo sul clitoride gonfio, e io ho inarcato la schiena con un sospiro rotto. «Sei così bagnata», ha sussurrato, stupita e eccitata. «Per me?»
«Per te», ho ansimato. «Solo per te. Da mesi.»
L’ho baciata di nuovo, più dura, mentre le mie mani scendevano al monospalla. Gliel’ho tirato giù da una spalla, poi dall’altra, liberando le tette: piene, capezzoli scuri già duri, e le ho prese in mano, pesandole, strofinando i pollici sulle punte. Sofia ha gettato la testa all’indietro, offrendomi il collo, e io ho abbassato la bocca a succhiarle un capezzolo, tirandolo tra le labbra, leccando in cerchio mentre lei mi massaggiava la figa sopra le mutandine con ritmi sempre più precisi.
La coperta è scivolata. Non ci importava più. Ci eravamo scelte. Io ho spinto i fianchi contro le sue dita, cercando più pressione, e con una mano libera le ho sbottonato i pantaloni leggeri che indossava, scivolando a mia volta dentro. La sua figa era liscia, caldissima, le labbra gonfie e scivolose di liquido. Ho aperto le dita a V e le ho passate su e giù, raccogliendo l’umidità, poi ho premuto sul clitoride turgido. Sofia ha emesso un gemito lungo, aperto, e ha affondato il viso nel mio collo, mordicchiandomi la pelle mentre le nostre mani lavoravano sotto i vestiti scomposti.
«Voglio leccarti», ha ansimato contro la mia gola. «Voglio metterti le gambe sulle spalle e mangiarti la figa finché non mi vieni in bocca. Voglio sentire il tuo sapore, Giulia. Da anni lo voglio.»
Il bacio è ripreso, disordinato, denti e lingue e sospiri. Le dita di Sofia hanno scostato il cotone delle mutandine e sono entrate: due dita che mi hanno riempito di colpo, curve verso l’alto, cercando quel punto che mi fa tremare. Io ho ricambiato, infilando un dito, poi due, nella sua stretta bagnatissima, sentendo le pareti contrarsi intorno. Ci scopavamo a vicenda con le mani, sedute sul divano, gambe intrecciate, seni pressati, bocche che non sapevano staccarsi.
Il ritmo accelerava. I suoni umidi delle dita che entravano e uscivano riempivano la stanza insieme ai nostri gemiti smorzati. Io sentivo l’orgasmo avvicinarsi—quel calore basso, quel tremore—ma non volevo ancora. Volevo di più. Volevo togliermi tutto. Volevo la sua bocca sulla mia figa, le sue tette contro le mie, il sapore della sua figa sulla lingua.
Sofia ha allargato le cosce, spingendosi di più contro la mia mano. «Non fermarti», ha gemuto. «Cazzo, così… le tue dita… mi fai venire solo a pensarci.» Ma io ho rallentato di proposito, estraendo le dita lucide e portandole alla bocca, leccandomene il sapore salato e dolce sotto il suo sguardo affamato. I suoi occhi si sono allargati. Ha fatto lo stesso con le sue, succhiando le dita che avevano appena spinto dentro di me, e il gesto mi ha fatto contrarre il ventre di puro bisogno.
Ci siamo guardate. Respiro corto. Labbra gonfie. Vestiti tirati di lato, seni nudi, shorts abbassati quanto bastava. La scelta era fatta: lasciarsi andare. Completamente. Il desiderio non era più un segreto da confessare sotto una coperta—era un fuoco che chiedeva di essere sfamato.
Sofia ha sorriso, un sorriso sporco e tenero insieme. «Portami in camera», ha sussurrato, ma non si è mossa ancora. Le sue dita sono tornate tra le mie labbra, stuzzicando il clitoride gonfio con circoli lenti, deliberati. «O restiamo qui. Sul divano. Come due amiche che finalmente fanno quello che hanno sempre voluto.»
Io ho gemuto, aprendo di più le gambe, offrendomi. Le mani le ho riposte sulle sue tette, stringendo, pinzando i capezzoli finché non ha inarcato la schiena. Il bacio successivo è stato vorace, lingue che si cercavano come se potessero diventare una sola cosa. Sotto di noi il divano scricchiolava appena. Fuori la città dormiva. Dentro, tra le nostre cosce bagnate e i nostri petti che si sfregavano, la fame cresceva ancora—non placata, ma alimentata da ogni tocco, da ogni ammissione.
Le nostre dita ripresero a muoversi, più profonde, più rapide. Io sentivo i suoi muscoli stringermi, sentivo il mio stesso orgasmo che bruciava vicino ma restava sospeso, tenuto a bada dalla voglia di prolungare. Sofia mi leccò il collo, scese a succhiarmi un seno, e io afferrai i suoi capelli, tenendola lì mentre mi scopava con la mano. «Sì… così… Sofia…»
Non c’era ritorno. Solo avanti. Verso la pelle nuda completa, verso le bocche sulle fighe, verso i gemiti più alti che avremmo lasciato uscire senza più vergogna. Il divano ci teneva ancora, due amiche che si toccavano voracemente, bagnate e ansimanti, consapevoli di aver appena aperto una porta che non si sarebbe più chiusa quella notte.
Ho afferrato Sofia per i fianchi e l’ho spinta di scatto contro lo schienale del divano. Il monospalla le era già sceso, le tette libere e pesanti, e io le ho infilato una mano sotto quel pezzo di stoffa rimasto, stringendole un seno mentre con la bocca le ho preso il capezzolo turgido. L’ho succhiato forte, tirandolo tra le labbra, leccando la punta dura in cerchi umidi. Sofia ha gemuto alto, un suono grosso e rotto, e ha allargato le gambe di colpo, offrendosi. «Cazzo, Giulia… succhiami… così…»
La coperta era finita a terra. Ci siamo spogliate in fretta, mani che tiravano, unghie che graffiavano tessuto. Le ho sfilato i pantaloni e le mutandine già inzuppate, lei mi ha strappato gli shorts e il reggiseno. Nudi. Pelle contro pelle. Il divano scricchiolava sotto di noi mentre io mi alzavo sulle ginocchia e mi mettevo a cavalcioni sulla sua faccia. Le cosce le stringevano le orecchie. La mia figa bagnata le ho premuta dritta sulla bocca. «Leccami. Mangiami tutta.»
Sofia non ha esitato. La lingua le è uscita calda e piatta, ha aperto le mie labbra e ha leccato su, dal buco al clitoride gonfio. L’ha succhiato, lo ha sfiorato con la punta, poi l’ha premuto forte mentre mi teneva i fianchi. Io guardavo in basso, vedevo i suoi occhi lucidi tra le mie cosce, sentivo il respiro caldo che mi entrava dentro. «Sì… così… la tua lingua… cazzo sei brava…» Mi dondolavo sulla sua faccia, strofinandomi il clitoride contro quella lingua esperta, sentendo i succhi scivolarle sul mento. Lei gemeva contro la mia figa, il suono vibrava dritto nel mio ventre. Due dita me le ha infilate mentre leccava, curve, profonde, bagnate del mio sapore. Io ansimavo, tette che ballavano, mani affondate nei suoi capelli, tenendola lì a mangiare.
Poi ci siamo girate. 69. Io sopra di lei, faccia nella sua figa, lei di nuovo nella mia. L’odore di entrambe riempiva l’aria—salato, dolce, caldo. Ho aperto le labbra di Sofia con le dita e ho affondato la lingua dentro, leccando il buco stretto, succhiando il clitoride turgido finché non ha iniziato a tremare. Lei faceva lo stesso: lingua larga sulla mia fessura, dita che mi scopavano mentre mi leccava il clitoride con ritmi rapidi e sporchi. Ci ditaavamo a vicenda, tre dita dentro, poi quattro, i suoni umidi e schiocchi che riempivano la stanza. «Leccami più forte… mettimi le dita… così… cazzo sì…» Io spingevo il bacino contro la sua bocca, lei alzava i fianchi contro la mia. Lingue che entravano e uscivano, dita che curvavano sul punto g, unghie che graffiavano cosce. Ci leccavamo l’una l’altra con fame vorace, saliva e succhi che colavano, menti lucidi, nasi premuti contro i pubi.
Sentivo l’orgasmo salire come un fuoco. Le pareti di Sofia mi stringevano le dita, il clitoride le pulsava sotto la lingua. Io stessa ero sul bordo, gamba che tremava, figa che si contraeva. «Vieni con me… vieni adesso…» Ho succhiato il suo clitoride più forte, ho spinto le dita fino in fondo, le ho leccato tutto mentre lei mi scopava la faccia con la bocca. Sofia ha gridato contro la mia figa, un urlo lungo e rotto, e si è venuta: scosse violente, liquidi caldi che mi riempivano la bocca, muscoli che mi stringevano le dita come un pugno. Quello mi ha fatto esplodere. Ho gemuto alto, grida di piacere grezze, e sono venuta sulla sua lingua—onde che mi spaccavano il ventre, clitoride che pulsava, figa che le spruzzava in gola. Ci siamo venute insieme, gridando, corposi che scuotevano il divano, dita ancora dentro, lingue ancora a leccare ogni goccia finché i tremori non sono scesi.
Ansimanti, sudate, ci siamo staccate. Ci siamo accoccolate nude sul divano, ma non c’era tenerezza. Le labbra ci si sono cercate di nuovo, lucide dei nostri umori, e ci siamo baciate con la bocca piena del sapore dell’altra—salato, denso, sporco. Le lingue si mescolavano ancora, succhiando i resti. Mi sono passata le dita sulla figa ancora aperta e gliele ho spinte in bocca. Sofia le ha succhiate fino in fondo, poi ha fatto lo stesso, e io ho leccato il suo sapore dalle sue dita. «Ancora», ho mormorato contro le sue labbra. «Voglio la tua figa di nuovo sulla faccia stasera. Voglio farmela scopare dalla lingua finché non mi colano le cosce. Da amiche a questo: due fighe che si mangiano e si ditaano finché non piangono di piacere.» Ci siamo strette, seni pressati, gambe intrecciate bagnate, e l’ultima cosa che ho detto, la voce già rauca di voglia nuova, è stata: «La prossima volta te la metto tutta la mano dentro e ti faccio squirtare dritto in gola mentre mi lecchi il culo.»
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