Sguardi Rubati nella Scuderia: La Madre della Mia Migliore Amica
Una trentaduenne single si fa scopare con lo strapon dalla madre quarantottenne della sua migliore amica nella scuderia.
Sono Estelle, trentadue anni, single da troppo tempo e con le cosce sempre segnate dai pantaloni da equitazione. Quell’estate l’ho passata intera nella tenuta di campagna della mia migliore amica, tra i filari di querce e l’odore secco del fieno. Lei era via per lavoro quasi sempre; restavo io e sua madre, Delphine. Quarantotto anni, divorziata, il corpo ancora sodo sotto le camicie di lino stropicciate, seni pesanti che muovevano appena quando camminava, e quello sguardo grigio-verde che mi bucava la schiena ogni volta che mi chinavo a fissare una cinghia.
La prima settimana ho finto di non accorgermene. Lei mi aiutava nelle scuderie al mattino, mi passava la spazzola, mi sorrideva con quella bocca sottile e mi lasciava le dita un attimo di troppo sulla mia. Io ricambiavo. Non riuscivo a farne a meno. I miei pantaloni da equitazione neri mi fasciavano il culo e la fica come una seconda pelle; Delphine li guardava. Li guardava con fame. Una volta, mentre sistemavo la sella di un baio, l’ho sorpresa a fissarmi l’incavo della schiena scoperto dalla maglietta alzata. I nostri occhi si sono incontrati. Non ha girato la testa. Io nemmeno. Avevo già il sesso umido solo per quello.
Il tardo pomeriggio in cui siamo rimaste sole a spazzolare i cavalli l’aria era densa, calda, piena di polvere e di sudore dolce. Delphine è arrivata da dietro. Le sue dita mi hanno sfiorato il fianco sinistro, volutamente, scivolando sul tessuto teso. Ho trattenuto il respiro.
«Mi piace come mi guardi», ho detto a voce bassa, senza voltarmi. «E mi piace il tuo profumo. Sapone di Marsiglia e qualcosa di più scuro. Mi bagno i pantaloni ogni volta che ti avvicini.»
Lei ha riso piano, un suono roco, e mi ha messo le mani sui fianchi, premendo il bacino contro il mio culo. «Da settimane, Estelle. Da settimane ti guardo e mi tocco la sera pensando a queste cosce. A come mi verresti in bocca.»
Mi sono girata. La sua bocca era già aperta. Ci siamo baciate contro la porta del box come due affamate, lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Le sue mani sono scese subito sotto la mia maglietta, hanno preso i seni nudi, hanno stropicciato i capezzoli già duri finché ho gemuto nella sua gola. Io le ho sbottonato la camicia, le ho morso il collo, le ho cacciato una mano nei pantaloni di tessuto leggero e ho trovato la fica già gonfia, scivolosa, i peli castani bagnati. Lei ha spinto contro le mie dita, ha sussurrato «sì, così» e mi ha baciato più a fondo, mentre io le sfregavo il clitoride con il pollice.
Ci siamo spostate quasi senza staccare le bocche, trascinandoci verso la selleria. Lì dentro l’odore del cuoio e delle coperte pulite era denso. Delphine mi ha spinto su un mucchio di plaids piegati, mi ha abbassato i pantaloni e le mutandine in un solo gesto secco e si è inginocchiata tra le mie cosce aperte. La sua lingua mi ha levato il fiato: larga, calda, avida, che leccava dalle labbra al clitoride con colpi lenti e poi frettolosi. Ho preso i suoi capelli grigio-castani e le ho premuto la faccia contro la fica, gemendo forte, le anche che si alzavano. «Più forte… leccami come la troia che sono…» Lei ha risposto succhiandomi il clitoride tra le labbra e ficcandomi due dita dentro, curve, che mi battevano il punto che mi faceva vedere bianco.
Quando le gambe mi tremano, l’ho fatta sdraiare a sua volta. Le ho tirato giù i pantaloni, le ho aperto le cosce e mi sono messa sopra di lei a sessantanove, il culo in faccia alla sua bocca, la mia bocca sulla sua fica gonfia e rosata. Le ho divorato il clitoride, l’ho succhiato, l’ho battuto con la lingua mentre lei sotto di me mi leccava l’ano con colpi umidi e precisi e mi penetrava con due dita strette, spingendo a ritmo. Il sapore di Delphine mi riempiva la bocca — salato, caldo, adulto — e io le spingevo il bacino contro il volto, gemendo contro la sua fica ogni volta che la sua lingua mi sfiorava il buco del culo. «Fottimi con le dita… più in fondo…» ho ansimato. Lei ha aggiunto un terzo dito e mi ha succhiato l’ano più forte, mentre io le masturbavo il clitoride con le labbra fino a sentirla contrarsi sotto di me.
Poi Delphine si è alzata, gli occhi scuri di lussuria, e ha tirato fuori da un baule di cuoi un grosso strapon nero, realistico, con le vene in rilievo. L’aveva trovato chissà dove, o forse lo teneva lì per sé. Se l’è allacciato sui fianchi sodi con le cinghie strette, si è lubrificata l’uccello di silicone con la mia stessa umidità e mi ha messo a quattro zampe sulle coperte. Mi ha spalmato le chiappe, mi ha spinto la testa del fallo contro l’ingresso bagnato e ha affondato tutto d’un colpo.
«La mia troia bagnata», ha ringhiato, le mani che mi stringevano i fianchi, i bacini che battevano secchi. «Te la prendi tutta, eh? Che fica stretta… ti spacco.»
Ho urlato di piacere a ogni spinta. Lo strapon mi riempiva in profondità, mi sfregava il punto dolce, mi faceva sbattere le tette sotto di me. Delphine scopava duro, dominante, tirandomi i capelli con una mano e slappingandomi il culo con l’altra. «Vieni per me. Vieni sulla mia sborra finta, troia.» Sono venuta la prima volta stringendo il silicone, ansimando il suo nome; lei non ha rallentato. Ha continuato a spingere, più forte, più fondo, chiamandomi puttana, troia della scuderia, mentre io venivo di nuovo, le gambe che ballavano, la saliva che mi colava dal mento sulle coperte. Lei gemendo dietro di me, una mano che si frizionava il clitoride sotto le cinghie, fino a venire anch’essa con un grido basso, il corpo che si irrigidiva contro il mio culo.
Quando ha smesso di spingere mi ha tenuta ancora conficcata, respirando pesante, le dita che mi accarezzavano la schiena sudata. Fuori i cavalli scalpitavano piano. Dentro la selleria l’aria sapeva di sesso e di cuoio. Delphine mi ha baciato la nuca e ha sussurrato, ancora dentro di me: «Non abbiamo finito, Estelle. Stanotte, quando la casa è vuota… voglio vederti legata. Voglio sentire quanto puoi ancora prendere.»
Sono Estelle, e quella notte la casa era davvero vuota. Nessun rumore di passi di Delphine in cucina, solo il fruscio delle querce fuori e il mio cuore che batteva troppo forte mentre salivo le scale verso la sua camera. Avevo ancora i pantaloni da equitazione stretti, la fica ancora gonfia e bagnata dal pomeriggio, i segni delle sue dita sui fianchi. Lei mi aspettava nuda sul letto grande, lo strapon nero già allacciato sui fianchi sodi, le cinghie che le stringevano le cosce mature, i seni pesanti che si alzavano a ogni respiro. Aveva cinquantuno anni e un corpo che sapeva esattamente cosa voleva. Mi guardò con quegli occhi grigio-verdi e sorrise piano.
«Spogliati. Lenta. Voglio guardarti mentre ti prepari per me.»
Obbedii. Mi tolsi la maglietta, i seni nudi già con i capezzoli duri. Poi i pantaloni e le mutandine, lasciandoli cadere. Restai nuda, le cosce che mi tremavano un po’, la fica che gocciolava già solo per quello sguardo. Delphine si alzò, prese le corde di cuoio dalla scrivania — quelle usate per legare le selle — e mi fece stendere a pancia in giù sul materasso. Mi legò i polsi dietro la schiena, stretto ma non troppo, poi le caviglie divaricate ai montanti del letto. Ero aperta, esposta, il culo alzato, l’aria fresca che mi toccava le labbra bagnate. Il cuore mi martellava. Volevo questo. Da settimane lo volevo.
Lei mi accarezzò la schiena sudata, poi mi diede uno schiaffo secco su una chiappa. «La troia della scuderia legata nel mio letto. Guardati.» La sua mano scese tra le mie cosce, due dita che scivolarono dentro di me senza fatica. «Ancora così bagnata. Hai pensato a me tutto il pomeriggio, vero? A come ti ho scopata.»
«Sì… cazzo sì…» gemetti contro il cuscino. Le dita si mossero, curve, mi strofinarono il punto dolce mentre lei mi leccava piano l’ano, la lingua calda e precisa. Mi contorsi contro le corde, spingendo indietro. Delphine rise basso, aggiunse un terzo dito e mi aprì di più, poi le ritirò e si posizionò dietro di me. Sentii la testa dello strapon premere contro il mio ingresso. Affondò lento stavolta, centimetro dopo centimetro, fino in fondo, riempiendomi tutta. Urmai. Era spesso, realistico, mi stendeva dall’interno.
Cominciò a scoparmi con spinte lunghe e profonde, le mani che mi tenevano i fianchi legati, i bacini che battevano contro il mio culo. Ogni colpo mi faceva avanzare sul letto, le tette schiacciate, i capezzoli che sfregavano le lenzuola. «Prendilo tutto, Estelle. Sei la mia puttana adesso. La figlia della mia amica non saprà mai come ti scopro di notte.» Parlava roca, dominante, e io ansimavo sì, più forte, ti prego. Lei accelerò, slappingandomi le chiappe a ritmo, lasciando segni rossi. Una mano mi afferrò i capelli e mi tirò indietro la testa mentre lo strapon mi martellava il fondo. Venivo già, le pareti che si contraevano sul silicone, un grido lungo che riempiva la stanza. Lei non si fermò. Continuò a spingere attraverso l’orgasmo, più duro, chiamandomi troia legata, cagna della scuderia, finché non ne ebbi un secondo, le gambe che ballavano contro le corde, la saliva che mi colava dalla bocca.
Quando mi slegò i polsi, mi girò sulla schiena. Mi legò di nuovo le braccia sopra la testa al moncone del letto, le cosce aperte larghe, le ginocchia piegate. Si mise in ginocchio tra di esse, lo strapon lucido della mia umidità, e mi guardò negli occhi mentre lo spingeva di nuovo dentro. Stavolta più lento, più profondo, i suoi seni che dondolavano sopra di me. Mi baciò, lingua calda, sapore di me e di lei. «Guardami mentre ti fo. Voglio vedere la faccia che fai quando ti spacco.»
Le anche si muovevano con precisione di donna che sa il fatto suo. Ogni spinta mi strofinava il clitoride, mi faceva vedere stelle. Le mie mani legate non potevano toccarla, solo stringere le corde. Delphine si chinò e mi succhiò un capezzolo duro mentre scopava, poi l’altro, denti che graffiavano giusto quanto bastava. Io gemetti il suo nome, la pregai di non fermarsi. Lei allungò una mano e mi strofinò il clitoride con il pollice a cerchi stretti, sincronizzati con le spinte. Il terzo orgasmo mi arrivò come un’onda che mi spezzò: urai, il corpo che si inarcò contro le corde, la fica che spremeva lo strapon a ritmi violenti. Delphine gemé anch’essa, una mano sotto le cinghie che si frizionava il clitoride gonfio, e venne con un grido roco, il corpo che si irrigidiva contro il mio, lo strapon conficcato fino alla base.
Restammo così un momento, ansimanti, sudate, l’odore di sesso denso nella camera. Lei mi slegò piano, mi massaggiò i polsi arrossati, poi mi tirò contro il suo petto. I suoi seni caldi contro i miei. Fuori faceva buio completo. Io le baciai il collo, il sapore di sapone e sudore.
«Non basta», sussurrai. «Voglio ancora. Voglio sedermi sul tuo viso e farci venire insieme mentre mi lecchi l’ano e mi scoperi di nuovo con le dita. E poi voglio che mi metti lo strapon e mi fai cavalcare fino a che non riesco più a camminare.»
Delphine sorrise, gli occhi scuri di fame rinnovata, e mi spinse piano sulle spalle verso il basso, verso la sua fica ancora bagnata. «Allora scendi e inizia, troia mia. Mostrami quanto sei affamata.»
Mi misi a cavalcioni sul suo volto a sessantanove invertito, il culo sulla sua bocca, la mia bocca sulla sua fica matura. Lei mi leccò l’ano con fame, lingua che spingeva e circolava, mentre io le divoravo il clitoride, lo succhiavo, lo battevo. Le sue dita mi penetrarono di nuovo, tre stavolta, curve e insistentemente. Mi mosse il bacino contro la sua faccia, gemendo contro di lei. Quando fui di nuovo vicina, lei mi fece alzare, si riallacciò lo strapon ancora lubrificato della nostra umidità e mi fece montare sopra. Mi sedetti piano sull’uccello di silicone, lo presi tutto, e cominciai a cavalcare. Su e giù, le cosce che bruciavano, i seni che ballavano. Delphine mi teneva i fianchi, spingeva dal basso, mi guardava con bocca aperta. «Così… scopa te stessa sulla mia sborra finta. Più veloce. Vieni di nuovo per me.»
Cavalcai duro, ansimando, sudando, il clitoride che sfregava la base a ogni discesa. Lei mi slappò una chiappa, poi l’altra. Il quarto orgasmo mi fece gridare il suo nome, il corpo che collassò in avanti contro i suoi seni. Lei mi tenne stretta, continuò a spingere dal basso finché non venne di nuovo anch’essa, un gemito lungo contro la mia spalla.
Ci sdraiammo di lato dopo, lo strapon ancora mezzo dentro di me, le gambe intrecciate, le dita che si accarezzavano piano. Il respiro si calmò piano. Io le baciai la bocca, lenta, assaporando tutto.
Delphine mi guardò da vicino, una mano che mi pettinava i capelli umidi, e sussurrò con voce roca, ancora un filo di sorriso crudele e tenero insieme:
«Domani all’alba, prima che torni lei… mi lascerai legarti di nuovo nella scuderia e scoparti finché non piangi di piacere, o hai già paura di quanto puoi ancora prendere da me?»
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