Finta Fidanzata sul Tetto
Sofia, la calda MILF divorziata, si fa scopare selvaggiamente sul tetto dal finto fidanzato della figlia.
Marco saliva i gradini stretti che portavano al tetto della villa, il cuore che gli batteva già troppo forte per una semplice sigaretta. Aveva ventidue anni e da tre giorni fingera di essere il fidanzato di Delphine, la figlia di Sofia, solo per non deludere i parenti che insistevano sul «ragazzo perbene» durante le vacanze estive. Delphine era a una festa con le amiche; lui era rimasto. E Sofia lo aveva chiamato con un sorriso storto, la voce calda: «Vieni sopra, bel ragazzo. Aria fresca e una Rothmans.»
La trovò già là, appoggiata al muretto basso che dava sul giardino scuro. La camicia da notte di seta color avorio le arrivava a metà coscia e, contro la luce debole delle lampade da esterno, era trasparente come una bugia. Si vedevano nitidi i contorni dei capezzoli scuri, il peso pesante delle tette enormi che spingevano il tessuto, la curva generosa dei fianchi e il piccolo triangolo scuro del pube. Quarantacinque anni, divorziata da due, corpo da puttana di lusso che non si scusava di esistere. Sofia gli tese il pacchetto senza smettere di fissarlo.
«Sai che lo so, vero?» disse ridendo basso, la voce roca di chi ha fumato e scopato tutta la vita. «Che tu e Delphine vi state solo coprendo il culo. Lei mi ha confidato tutto ieri sera, dopo mezzo bottiglia di prosecco. Finta fidanzata, marito di facciata. Carino da parte vostra.»
Marco arrossì fino alle orecchie, accese la sigaretta con mani un po’ tremanti. L’odore di lei gli arrivò subito: vaniglia, sudore leggero, qualcosa di muschiato tra le cosce. Sofia fece un passo avanti, la seta che scivolava su una spalla nuda, e gli sfiorò il braccio con le dita. Un contatto lento, deliberato, che gli fece irrigidire il cazzo dentro i pantaloncini di cotone.
«Da settimane ti guardo, Marco. Da quando sei arrivato con quella faccia da bravo ragazzo e quel pacco che non riesci a nascondere. Io lo sapevo che era tutta una messa in scena. E mi è venuta una voglia da morire.» Gli occhi di lei erano scuri, espliciti, appoggiati dritti sul suo. «Anche tu, vero? Non mentirmi.»
Lui espirò il fumo, la gola secca. «Sì. Cazzo, sì. Da quando ti ho vista la prima sera in cucina, in shorts e canottiera senza reggiseno… sogno di metterti le mani addosso ogni notte. Di scoparti. Di sentirti gemere il mio nome mentre ti riempio.»
Sofia sorrise, contenta, e si avvicinò ancora. Il calore del suo seno premuto contro il petto di lui era immediato, pesante, i capezzoli già duri che gli graffiavano la maglietta. Gli sussurrò all’orecchio, il fiato caldo: «Mi piacciono i ragazzi giovani e forti come te. Cazzi duri che non si stancano, mani che mi prendono senza chiedere permesso da gran signora. Voglio che mi tratti da troia, Marco. Solo stanotte, sul tetto, lontano da tutti.»
Lui non resistette. Le mani le salirono sui fianchi, affondarono nella carne morbida sotto la seta. Sofia gli prese il polso e gli portò la mano dritta tra le cosce. Era nuda sotto la camicia. La figa era già gonfia, scivolosa, le labbra bollenti che si aprirono al tocco delle sue dita. «Senti quanto sono bagnata per te? Da settimane. Ogni volta che ti guardavo mentre mangiavi, pensavo a come sarebbe stato succhiarti il cazzo sotto il tavolo.»
Marco gemette, due dita che scivolavano dentro di lei senza fatica, il pollice che cercava il clitoride gonfio. Si baciarono allora, lingue che si cercavano con avidità, denti che mordevano labbra. Lei gli palpeggiava il pacco con mano esperta, lo liberava dai pantaloncini, il cazzo di Marco che saltò fuori grosso, venato, già gocciolante. Sofia lo strinse, lo pompò lento, il pollice che spalmava il precome sulla glande.
«Cazzo che bello…» mormorò lei contro la sua bocca. «Lo voglio in gola.»
Si inginocchiò sul tetto caldo di tegole, le ginocchia aperte, la camicia da notte che le scivolò via dalle spalle lasciando le tette enormi completamente libere. Le prese tra le mani mentre apriva la bocca e lo ingoiava. Marco guardò in basso, gli occhi spalancati: le labbra di Sofia strette intorno al suo cazzo, le guance cave, lo sguardo fisso nel suo mentre lo spingeva più a fondo, fino a far scivolare la testa contro il fondo della gola. Succhiava con rumore, saliva che colava, gorgoglii obscene. Una mano gli massaggiava le palle, l’altra si strofinava la figa. Lui le afferrò i capelli castani, ora un po’ spettinati, e iniziò a spingere, fotterle la bocca con colpi lenti ma profondi. Sofia non si tirava indietro; anzi, gemiti strozzati di piacere le uscivano dal naso, gli occhi lucidi di lacrime e di lussuria.
Quando tirò fuori il cazzo, lucido di saliva, Sofia si mise a quattro zampe sul muretto basso, il culo alto, la schiena inarcata, le tette che pendevano pesanti. «Fottimi. Forte. Adesso.»
Marco le spalmò le chiappe, le diede uno schiaffo sonoro che fece ondeggiare la carne, poi un altro. Lei gemette alto. Lui allineò la glande alla figa grondante e spinse tutto dentro con un solo colpo secco. Sofia strillò di piacere, le unghie che graffiavano le tegole. Lui le afferrò i fianchi e iniziò a scoparla da dietro con colpi profondi e violenti, le palle che le sbattevano contro il clitoride, il suono umido e osceno che riempiva la notte. Le tirò i capelli, le fece inarcare ancora di più la schiena, e le schiaffeggiò il culo a ritmo.
«Scopami più forte, figlio di puttana!» ringhiò lei, la voce rotta. «Riempimi la figa, usami come la troia che sono. Più duro, Marco, cazzo, sì così—»
Lui le diede retta. Le spinte diventarono brutali, il cazzo che usciva quasi tutto per rientrare fino in fondo, allargandola. Sofia veniva già, le pareti che gli si contraevano intorno, un grido soffocato contro il braccio. Ma non si fermarono. Lei si rialzò, lo spinse a sedersi contro il muretto, e gli montò sopra a cavalcioni. Le tette enormi gli rimbalzavano in faccia a ogni saltello; lui le prese in mano, le strinse, le succhiò i capezzoli duri mentre lei si impalava sul suo cazzo con movimenti circolari e profondi. Le unghie di Sofia gli graffiavano il petto, lasciando strisce rosse.
«Guarda come ti rido in faccia con queste tette… ti piacciono, eh? Vuoi venirmi dentro, vero? Dicimelo.»
«Voglio spargerti il cazzo pieno di sborra dentro quella figa di milf, Sofia. Voglio vedertela colare sulle cosce.»
Lei rise, sporca, e accelerò. Poi lui la rovesciò sulla schiena, le gambe spalancate sul tetto, e la prese in missionario. Le piegò le ginocchia contro il petto, le tette schiacciate, e la fotte con lunghe spinte che le facevano gemere il nome. Il clitoride strofinato dal pube di lui a ogni colpo. Sofia gli graffiava le spalle, gli mordeva il collo, gli sussurrava filth all’orecchio: quanto era stretta, quanto voleva la sua sborra calda, quanto Delphine non doveva mai sapere di questa porcata sul tetto.
Marco sentì arrivare. Le palle tirate, il cazzo che pulsava. Spinse fino in fondo un’ultima volta e iniziò a venire, getti spessi e caldi che le riempivano la figa, spasmi che lo facevano ansimare contro il suo seno. Sofia strinse le gambe intorno a lui, lo tenne dentro mentre lui pompava gli ultimi getti, la sborra già che iniziava a colare fuori intorno al cazzo ancora duro.
Ma non si staccò. Anzi, le dita di lei scivolarono tra i loro corpi, si strofinarono sul clitoride gonfio mescolando la sua crema alla sborra di lui. «Non ho ancora finito con te, ragazzo mio» sussurrò, gli occhi lucidi di una fame che non si era affatto spenta. «Questa figa vuole ancora. E stavolta voglio sentirtelo pulsare in gola mentre mi lecchi pulita. Resta duro per me. Abbiamo tutta la notte e questo tetto è solo nostro.»
Marco, ancora dentro di lei, già sentiva il cazzo rinforzarsi di nuovo al tono di quella voce. La tensione non era finita; era solo l’inizio di qualcosa di più sporco, più lungo, e il pensiero di Delphine che poteva tornare da un momento all’altro li rendeva entrambi ancora più eccitati.
Marco non si era ancora ritratto. Il cazzo gli pulsava ancora pieno, immerso nella figa calda e cremosa di Sofia, la sborra che già filtrava lenta intorno alla base e gli scendeva sulle palle. Lei teneva le gambe strette intorno ai suoi fianchi, i talloni che gli premevano le chiappe, e gli dita le scivolavano tra i corpi a massaggiarsi il clitoride gonfio mescolando i liquidi. «Senti com’è piena…» mormorò contro il suo collo, la voce roca e soddisfatta. «La tua sborra mi cola già sulle cosce e io voglio ancora. Leccaminela, ragazzo. Voglio la tua lingua nella figa sporca.»
Si staccò con un suono umido, si mise a cavalcioni sul suo petto e gli salì in faccia. Le ginocchia aperte ai lati della testa di Marco, la figa gocciolante a un soffio dalla bocca. Lui alzò lo sguardo: le labbra rosse e gonfie, lucide di sborra e di succhi, il buco ancora semiaperto che pulsava e lasciava scendere un filo bianco denso sul suo mento. L’odore era forte, muschiato, misto al suo stesso come. Sofia abbassò i fianchi e gliela schiacciò contro la bocca.
«Lecca. Tutto. Succhiarmi fuori la tua sborra e la mia crema insieme.»
Marco aprì la bocca e affondò. La lingua le spazzò le labbra gonfie, raccolse i fili di sborra, li inghiottì. Il sapore salato e amaro gli riempì la gola mentre leccava in profondità, spingendo dentro il buco ancora slargato per succhiare fuori quello che aveva pompato. Sofia gemette alto, si tenne al muretto con una mano e con l’altra gli afferrò i capelli, premedogli la faccia contro la figa. Si dondolava avanti e indietro, strofinandosi il clitoride sul naso e sulla lingua di lui.
«Così… cazzo, così. Più a fondo. Mettici le dita. Due. Tre. Allargami mentre mi lecchi.»
Lui obbedì. Due dita le entrarono di slancio, poi una terza, e iniziò a pompate mentre la lingua le ballava sul clitoride. Sofia ansimava, le tette enormi che oscillavano sopra di lui a ogni movimento. Si piegò in avanti, afferrò il cazzo di Marco che si stava già indurendo di nuovo e lo portò alla bocca. Lo ingoiò fino in fondo in un colpo solo, gola rilassata, saliva che gli colava sulle palle. Si succhiavano a vicenda sul tetto caldo, il rumore bagnato e osceno che si perdeva nella notte. Marco le fotteva la bocca spingendo i fianchi verso l’alto mentre le dita le martellavano la figa e la lingua lehiavava vorace.
Sofia venne così, con la faccia di lui sepolta tra le cosce e il cazzo premuto in gola. Le gambe le tremarono, le pareti le si strinsero intorno alle dita di Marco, un grido soffocato che vibra intorno al suo cazzo. Sborra e succhi le colarono di nuovo, e lui li leccò tutti, pulendola con lunghe passate della lingua finché lei non si staccò ansimando.
«Bravo ragazzo…» sospirò, gli occhi lucidi. «Ora voglio che mi scopi il culo. L’hai guardato tutta la sera. Lo so. È stretto, non lo faccio spesso, ma stanotte lo voglio pieno del tuo cazzo grosso.»
Si mise di nuovo a quattro zampe, il culo alto e arrotondato rivolto verso di lui. Con le mani si aprì le chiappe, mostrando il buco stretto e rosato. Marco le sputò sopra, due, tre volte, e stese la saliva con le dita. Ne cacciò una dentro piano, poi due, allargandola mentre Sofia spingeva indietro contro di lui. «Fallo. Non essere delicato. Voglio sentirlo bruciare.»
Lui allineò la glande lucida di precome e saliva all’anello stretto e spinse. La testa entrò con fatica, Sofia che emise un gemito basso e gutturale, le unghie che graffiavano le tegole. «Cazzo… grosso… continua.» Marco afferrò i fianchi e spinse avanti centimetro dopo centimetro finché le palle non le battevano contro la figa ancora zuppa. Restò fermo un secondo, respirando pesante, poi iniziò a scoparla.
Le spinte erano lunghe e profonde. Il culo di Sofia lo stringeva come una morsa calda, la carne morbida che ondeggava a ogni colpo. Lui le diede schiaffi sonori, lasciando le impronte rosse, e le tirò i capelli indietro per farle inarcare di più la schiena. «Che culo di puttana… ti piace sentirmi fino in fondo, eh? Dicimelo.»
«Sì… scopami il culo, Marco. Usami. Fotimi come una troia sul tetto mentre tua finta fidanzata balla chissà dove. Più forte. Voglio camminare storta domani e pensare a questo cazzo ogni volta che mi siedo.»
Lui accelerò. I colpi diventarono più brutali, il suono carne contro carne che echeggia. Con una mano le raggiunse la figa e le ficcò due dita dentro, pompando a ritmo mentre le fotteva il culo. Sofia urlava ormai senza ritegno, la voce rotta dai gemiti. «Vengo… cazzo vengo di nuovo—»
Si contrasse intorno a lui, il buco che gli pulsava e lo strozzava. Marco non si fermò. La rovesciò sulla schiena, le sollevò le gambe sulle spalle e riprese a spingere nel culo, guardandola in faccia. Le tette le ballavano, i capezzoli duri, la bocca aperta in un’espressione di puro piacere. Lei si toccava il clitoride furiosamente, le dita che scivolavano nella propria figa mentre veniva ancora, un altro orgasmo che la faceva strizzare il culo intorno al suo cazzo.
«Sborrami dentro… nel culo… riempimi anche lì.»
Marco sentì le palle tirarsi. Spinse fino in fondo e esplose, getti caldi e spessi che le riempirono l’intestino, spasmi che lo facevano gemere contro le sue caviglie. Continuò a pompate finché non ebbe più nulla, poi si ritrasse lentamente. Il buco di Sofia restò semiaperto un istante, un filo di sborra bianca che ne colò subito fuori e le scese tra le chiappe verso la figa.
Lei rise, sporca e contenta, e raccolse un po’ di quella sborra con le dita, se la portò alla bocca e la succhiò. «Ancora caldo…» Poi ne prese un’altra e gliela mise sulle labbra di lui. «Assaggia. È tuo e mio insieme.»
Marco leccò, il sapore forte che gli fece rinvenire il cazzo di nuovo. Sofia lo notò e sorrise. Si alzò, le gambe un po’ tremanti, e lo condusse verso il camino di pietra che sporgeva sul tetto. Si appoggiò con la schiena, sollevò una gamba e se lo infilò di nuovo nella figa, ancora cremosa di sborra. «Un altro. Voglio sentirtelo pulsare mentre mi racconti quanto sei eccitato dal rischio. Delphine potrebbe tornare da un momento all’altro. Immagina se salisse e ci trovasse così… tua finta fidanzata che ti vede col cazzo sepolto nella figa di sua madre.»
Lui iniziò a spingere di nuovo, più lento ma profondo, le mani che le stringevano le tette pesanti. «Mi fa diventare di pietra solo a pensarci. Vorrei che ti vedesse. Vorrei che sentisse i tuoi gemiti e capisse che la sua mamma è una troia che si fa scopare da me sul tetto.»
Sofia gli morse il labbro. «Allora scopami come se lei stesse già salendo le scale. Più forte. Fammi venire di nuovo prima che torni.»
Le spinte diventarono urgenti. Il cazzo di Marco sfregava il punto giusto a ogni colpo, il pube che le batteva sul clitoride. Sofia si aggrappava a lui, le unghie nella schiena, i gemiti sempre più alti. «Così… così… non fermarti. Riempimi di nuovo. Voglio che mi cola sborra da tutti i buchi quando scendo.»
Marco la sollevò, le gambe intorno alla vita, e la scopò in piedi contro il camino, le chiappe che sbattevano sulla pietra. La figa di lei lo succhiava avida, ancora zuppa dei suoi stessi liquidi. Sentì arrivare di nuovo, le palle pesanti. «Sto per…»
«Dentro. Tutto dentro.»
Spinse a fondo e venne di nuovo, getti caldi che si aggiungevano a quelli di prima, riempiendola fino a farla colare subito lungo le cosce. Sofia venne con lui, le gambe che si chiudevano a morsa, un grido lungo che si perse nel buio del giardino.
Restarono così, ansimanti, il cazzo ancora dentro che dava gli ultimi spasmi. Sofia gli accarezzò la nuca, il sorriso lascivo che non si spegneva. «Non abbiamo finito, bel ragazzo. Questa notte è lunga e io ho ancora voglia di sentirti in gola mentre mi lecchi pulita di nuovo. E poi… forse ti faccio venire sulle tette, o ti faccio fottere di nuovo il culo. Ma adesso resta così. Senti come mi cola. E pensa a Delphine che tra poco potrebbe arrivare. Ti fa ancora più duro, vero?»
Marco annuì, già sentendo il sangue rifluire di nuovo verso il bacino. Il tetto era ancora solo loro, l’aria notturna piena dell’odore di sesso, e la fame di Sofia non dava segni di spegnersi. Lontano, dal giardino, arrivò il rumore lontano di una macchina che si avvicinava al cancello. I due si guardarono, gli occhi lucidi di eccitazione e di rischio. Sofia strinse i muscoli intorno al cazzo di lui e sussurrò: «Ancora un po’. Prima che scenda qualcuno. Voglio un altro carico.»
Marco sentì il cuore accelerare ancora di più al rumore del motore che si avvicinava al cancello. Il cazzo, ancora sepolto fino alle palle nella figa di Sofia colma di sborra, diede un balzo violento, irrigidendosi di nuovo come se non avesse appena sborrato tre volte. Lei lo strinse con i muscoli interni, un sorriso lascivo che gli spaccava le labbra mentre lo fissava negli occhi.
«Senti?» sussurrò, la voce roca di chi aveva già urlato troppo. «Sta arrivando. Forse è lei. Forse sale le scale tra cinque minuti e ci trova così, con il tuo cazzo che mi allarga ancora e la sborra che mi cola sulle cosce. Scopami più forte, Marco. Fammi venire prima che ci senta.»
Lui non ebbe bisogno di altre parole. Afferrò le sue cosce, le sollevò più in alto contro il camino di pietra e riprese a spingere con colpi secchi e profondi. Ogni affondata faceva schioccare la carne bagnata, la figa di Sofia che succhiava e rilasciava il suo cazzo gonfio con un suono osceno, succo e sborra che schizzavano sulle tegole. Le tette enormi le rimbalzavano contro il petto di lui a ogni spinta; lui le prese a morsi, succhiò un capezzolo fino a farlo diventare viola, poi l’altro, mentre lei gli graffiava la schiena lasciando strisce rosse.
«Cazzo sì… così… più a fondo» ansimò Sofia, la testa gettata all’indietro, i capelli castani appiccicati al sudore della fronte. «Immagina la faccia di Delphine se aprisse quella porta adesso. Vedrebbe la sua mamma impalata sul cazzo del suo finto fidanzato, piena di sborra come una troia di strada. Ti piace, vero? Ti fa venire solo a pensarci.»
«Mi fa diventare di cemento» ringhiò lui contro il suo collo, mordendole la carne. «Vorrei che ti vedesse mentre ti riempio di nuovo. Vorrei che sentisse quanto gemmi il mio nome e capisse che questa figa di milf è mia stanotte.» Spinse più forte, il pube che le macinava il clitoride gonfio a ogni colpo. Sofia venne di scatto, le gambe che gli si chiusero a morsa intorno ai fianchi, un urlo soffocato contro la sua spalla mentre le pareti le si contraevano a spasmi intorno al cazzo. Il liquido caldo le schizzò fuori, bagnandogli le palle e le cosce.
Non si fermò. La fece scendere in piedi, la girò di scatto e la piegò in avanti contro il muretto basso, il culo alto e lucido di saliva e sborra. Si accovacciò un attimo, le allargò le chiappe con le mani e leccò dal buco del culo ancora semiaperto fino alla figa grondante, raccogliendo i fili bianchi densi con la lingua. Sofia gemette basso, spinse indietro il bacino. «Lecca tutto, bravo ragazzo. Puliscimi e poi infilamelo di nuovo nel culo. Voglio sentirlo bruciare mentre quella macchina si ferma.»
Marco le sputò di nuovo sull’anello rosato, stese la saliva con due dita e le cacciò dentro fino alle nocche, allargandola. Poi allineò la glande e spinse. Entrò d’un colpo solo questa volta, Sofia che emise un grido gutturale, le unghie che graffiavano la pietra del muretto. «Cazzo… grosso… riempimi.» Lui le afferrò i fianchi con forza e iniziò a scoparle il culo con spinte lunghe e brutali, le palle che le sbattevano contro la figa zuppa. Ogni affondata faceva ondeggiare le chiappe morbide; lui le diede schiaffi sonori, uno dopo l’altro, lasciando impronte rosse che bruciavano.
«Dimmi quanto ti piace» ordinò, tirandole i capelli indietro per farle inarcare la schiena. «Dimmi che sei una troia che si fa fottere il culo sul tetto mentre la figlia sta per tornare.»
«Sì… sono la troia di mia figlia» ansimò lei, la voce rotta. «Scopami il culo, Marco. Usami. Fottimi come se Delphine stesse già salendo le scale e potesse sentirci. Più forte… voglio camminare storta domani e bagnarmi ogni volta che mi siedo pensando a questo cazzo.»
Lui accelerò, i colpi che diventarono martellanti. Con una mano le raggiunse la figa e le ficcò tre dita dentro, pompando a ritmo mentre le sfondava il culo. Sofia urlava ormai senza ritegno, i gemiti che si perdevano nel giardino scuro. «Vengo… cazzo vengo di nuovo dal culo—» Si contrasse violentemente intorno a lui, il buco che gli pulsava e lo strozzava come una morsa calda. Marco sentì le palle tirarsi ma si trattenne, si ritrasse all’improvviso e la fece girare.
La spinse in ginocchio sulle tegole calde. «Apri la bocca. Voglio vederti deglutire mentre mi lecchi le palle sporche della tua sborra.» Sofia obbedì subito, gli occhi lucidi di lussuria. Aprì le labbra e lo ingoiò fino in fondo, la gola che si rilassava intorno al cazzo ancora lucido di saliva e di liquido anale. Succhiava con rumore, gorgoglii obscene, le guance cave, mentre una mano gli massaggiava le palle pesanti e l’altra si strofinava furiosamente il clitoride. Marco le afferrò la testa con entrambe le mani e iniziò a fotterle la bocca, spingendo i fianchi in avanti con colpi profondi che le facevano lacrimare gli occhi. Lei non si tirava indietro; anzi, gemiti strozzati di piacere le uscivano dal naso, le tette enormi che oscillavano a ogni spinta.
Il rumore della macchina si era fermato. Portiere che si chiudevano lontano. Marco sentì l’adrenalina esplodere. «Sta scendendo» sussurrò, la voce rauca. «Forse è lei. Forse tra un minuto sale e ti trova in ginocchio a succhiarmi il cazzo pieno della sborra che ti ho pompato nel culo.» Sofia gorgogliò di eccitazione intorno al suo membro, accelerò i movimenti della testa, saliva che le colava sul mento e sul seno. Lui la tirò su all’improvviso, la fece sedere sul bordo del muretto con le gambe spalancate e se le infilò di nuovo nella figa con un colpo secco.
La prese in piedi, le caviglie sulle sue spalle, piegandola quasi a metà. Le spinte erano furibonde, il cazzo che usciva quasi tutto per rientrare fino a sbatterle l’utero. Sofia si aggrappava ai suoi avambracci, le unghie piantate, i gemiti sempre più alti. «Dentro… sborrami dentro di nuovo… voglio che mi cola da tutti i buchi quando scendo le scale. Se mi trova così, piena e grondante, gli dico che mi sono fatta da sola ma sarebbe una bugia. È tutto tuo, Marco. Tutto questo cazzo grosso che mi sfonda.»
Lui sentì arrivare. Le palle pesanti, il cazzo che pulsava. Spinse fino in fondo un’ultima volta e esplose, getti spessi e caldi che le riempirono la figa già cremosa, spasmi che lo facevano ansimare contro il suo seno. Sofia venne con lui, le gambe che tremavano, un grido lungo che si perse nella notte mentre le pareti le si chiudevano a morsa. Continuò a pompare finché non ebbe più nulla, poi si ritrasse lentamente. Un rivolo denso di sborra le scese subito fuori, le scivolò tra le labbra gonfie, le colò sulle chiappe e le scese lungo le cosce interne fino alle ginocchia.
Sofia rise, sporca, e raccolse un po’ di quella crema con due dita. Se la portò alla bocca, la succhiò rumorosamente, poi ne prese un’altra e gliela spinse tra le labbra di lui. «Assaggia quanto siamo sporchi insieme.» Marco leccò, il sapore forte e salato che gli fece rinvenire il cazzo di nuovo, già mezzo duro. Lei lo notò e sorrise, gli occhi scuri di una fame che non si spegneva.
Lo condusse di nuovo verso il camino, si mise a quattro zampe e gli aprì le chiappe con le mani. «Ancora. Nel culo. Voglio un altro carico lì mentre sentiamo i passi. Se Delphine sale adesso ci becca con il tuo cazzo sepolto nel culo di sua madre e io non mi fermo. Scopami, Marco. Usami fino a che non riesco più a camminare.»
Lui le sputò di nuovo, allineò la glande e spinse. Entrò più facilmente questa volta, la carne ancora morbida e aperta. Iniziò a scoparla con colpi lunghi e profondi, guardando il buco che lo inghiottiva. Le diede schiaffi, le tirò i capelli, le ficcò le dita nella figa grondante e le pompò a ritmo. Sofia ansimava, spingeva indietro, gli raccontava filth all’orecchio roco: quanto voleva che Delphine li sentisse, quanto si sarebbe bagnata se li avesse visti, quanto le piaceva essere la troia della madre mentre la figlia ballava chissà dove.
Il rumore di passi lontani sul ghiaione del giardino li fece entrambi rabbrividire di eccitazione. Marco accelerò, le palle che le sbattevano. Sofia si toccava il clitoride furiosamente. «Vengo… cazzo… riempimi il culo di nuovo…»
Lui sentì le palle contrarsi. Spinse a fondo e sborrò, getti caldi che le riempirono l’intestino, spasmi che lo facevano gemere contro la sua schiena. Si ritrasse piano; il buco restò aperto un secondo, un filo bianco denso che ne colò subito e le scese verso la figa già piena. Sofia si girò, ancora in ginocchio, e gli leccò il cazzo pulito, raccogliendo gli ultimi residui con la lingua, succhiando la glande finché non tornò a pulsare duro.
Si alzò, le gambe tremanti, la sborra che le colava da entrambi i buchi lungo le cosce. Lo abbracciò, le tette pesanti contro il suo petto, e gli sussurrò all’orecchio mentre i passi sembravano avvicinarsi al portico: «Non abbiamo finito, bel ragazzo. Questa notte è ancora lunga. Voglio che mi monti di nuovo sulla schiena, che mi sborri sulle tette e me la faccia leccare, e poi che mi fotta la gola finché non piango. E se Delphine sale… beh, facciamo in modo che ci trovi ancora così. Resta duro per me. Il tetto è ancora nostro e io ho ancora voglia di sentire questo cazzo in ogni buco.»
Marco annuì, già sentendo il sangue rifluire di nuovo, il cazzo che si rialzava contro la pancia morbida di lei. L’odore di sesso era denso nell’aria notturna, i loro corpi sudati e lucidi di liquidi, e la fame di Sofia non dava segni di spegnersi. I passi lontani si erano fermati per un attimo; i due si guardarono, gli occhi lucidi di rischio e di lussuria. Sofia gli strinse il cazzo con la mano e lo pompò lento. «Ancora un po’. Prima che qualcuno salga davvero. Voglio vederti sborrare sulle mie tette mentre ascoltiamo.»
Marco le strinse le tette enormi tra le mani mentre lei gli pompava il cazzo con presa ferma e lenta, il pollice che spalmava il precome sulla glande già lucida. I passi sul ghiaione si erano fatti più distinti, un rumore di scarpe che crunchava la ghiaia e poi il clic lontano del cancello che si richiudeva. L’adrenalina gli esplose nelle palle. «Ecco… sulle tette» ansimò lui. Sofia si accovacciò un poco, le spinse insieme formando un solco profondo e caldo, e lui iniziò a spingere tra quella carne morbida e pesante. Le chiappe delle tette gli avvolgevano il cazzo, i capezzoli duri che gli sfioravano il ventre a ogni colpo. Lei alzava lo sguardo, la bocca aperta, la lingua pronta.
«Sborra, bel ragazzo. Coprimi. Voglio sentire la tua sborra calda scorrermi tra le tette mentre ascoltiamo se sale.» Marco accelerò, le mani che le schiacciavano le mammelle intorno al suo membro gonfio. Il suono era umido, osceno, carne contro carne. Sentì le palle contrarsi. «Arrivo… cazzo, Sofia…» Esplose con un gemito rauco, getti spessi e bianchi che le schizzarono sul collo, sul decolleté, le colarono tra le tette e le scesero fino ai capezzoli. Lei rise bassa, raccolse la sborra con le dita e se la spalmò sui capezzoli, poi leccò il residuo dalle labbra. «Calda… densa. Ancora gocciola.»
Non diede tempo al cazzo di ammorbidirsi. Si inginocchiò sulle tegole ancora calde del tetto e lo prese in bocca tutto intero, succhiando via la sborra fresca e il sapore di figa e culo mescolati. La gola si aprì, lo inghiottì fino a far battere il naso contro il pube. Marco le afferrò i capelli castani e iniziò a fotterle la bocca con spinte profonde, le palle che le sbattevano il mento. Sofia gorgogliava, saliva e sborra che le filavano sul mento e le gocciolavano sulle tette già imbrattate. «Più fondo» riuscì a borbottare intorno al cazzo, gli occhi lucidi. Lui obbedì, spingendo finché lei non lacrimò di piacere, le unghie conficcate nei suoi fianchi.
Quando lo tirò fuori, il membro era di nuovo di pietra, venato, pulsante. Sofia si voltò, si piegò in avanti con le mani sul muretto basso e spalancò le gambe. «Figa. Adesso. Voglio che mi sfondi mentre quei passi arrivano al portico.» Marco le afferrò i fianchi e la trafisse d’un colpo solo. La figa era un pantano caldo di sborra vecchia e succhi freschi; entrò fino alle palle con un suono squelch umido. Iniziò a scoparla con colpi lunghi e violenti, il bacino che sbatteva contro le chiappe morbide facendole ondeggiare. Ogni affondata mandava schizzi di liquido bianco sulle sue cosce e sulle tegole. Lei spingeva indietro, incontrando ogni spinta, le tette che penzolavano pesanti e gocciolanti di sborra.
«Parlami» ringhiò lui, tirandole i capelli indietro finché la schiena non si inarcò a U. «Dimmi cos’hai voglia che Delphine veda se apre quella porta.» «Voglio che mi veda piena del cazzo del suo finto fidanzato» ansimò Sofia, la voce spezzata. «Voglio che senta come gemo, come ti chiamo troia e ti prego di riempirmi ancora. Scopami più forte, Marco. Usami. Questa figa di milf è tua stanotte, tutta tua, da sfondare e riempire finché non cammino più dritta.»
Lui le diede retta. Le spinte diventarono brutali, il cazzo che usciva quasi del tutto per rientrare con uno schiocco carnale. Con una mano le raggiunse il clitoride e lo strofinò a cerchi rapidi. Sofia venne di botto, le gambe che tremarono, un urlo soffocato contro il braccio mentre le pareti le si chiudevano a morsa intorno a lui. Il liquido le schizzò fuori, bagnandogli le palle. Non si fermò. La sollevò, la fece girare e la spinse con la schiena contro il camino di pietra. Le alzò una gamba alta sull’anca e la rifornò, questa volta guardandola dritto negli occhi. Le tette imbrattate gli sbattevano contro il petto; lui le leccò, succhiò i capezzoli sporchi di sborra, ne bevve il sapore salato mentre la fotteva a ritmo martellante.
«Ancora nel culo» sussurrò lei all’orecchio, mordendogli il lobo. «Un’ultima volta. Voglio sentirlo bruciare mentre ascoltiamo se qualcuno sale le scale.» Marco si ritrasse, le sputò abbondante sull’anello rosato già usato, stese la saliva con tre dita e le allargò. Poi allineò la glande e spinse. Entrò più facile, la carne calda e cedevole. Sofia emise un gemito gutturale lungo, le unghie che graffiavano la pietra. Lui le afferrò i fianchi e iniziò a scoparle il culo con colpi profondi e lenti all’inizio, poi sempre più rapidi. Le palle le sbattevano contro la figa grondante. Ogni spinta faceva colare sborra vecchia dalla figa giù lungo le cosce.
«Cazzo che stretto… ti stringi come una morsa di puttana» ansimò lui. «Perché lo sono» rispose lei, spingendo indietro. «La troia di mia figlia che si fa fottere il culo sul tetto dal ragazzo che dovrebbe scopare lei. Più forte. Riempimi. Voglio camminare storta e bagnarmi ogni volta che mi siedo pensando a quanto mi hai allargata.»
Marco accelerò. Con le dita le pompò la figa a ritmo, tre dita affondate fino alle nocche. Sofia urlò, venne di nuovo dal culo e dalla figa insieme, il corpo che scosse in spasmi incontrollati. Lui sentì le palle tirarsi al limite. Si ritrasse all’improvviso, la fece inginocchiare e le sparò l’ennesimo carico dritto in faccia e in bocca. Getti caldi le colpirono le guance, le labbra, la lingua tesa. Lei deglutì quello che poté, il resto le scese sul mento e si unì alla sborra già seccata sulle tette. Poi lo prese di nuovo in bocca e lo pulì con lunghe passate di lingua, succhiando la glande finché non ebbe l’ultimo goccio.
Ansimanti, sudati, lucidi di liquidi, si lasciarono scivolare seduti contro il muretto. Il cazzo di Marco finalmente iniziò a ammorbidirsi, esausto dopo tutti quei carichi. Sofia gli accarezzò il petto, le dita che tracciavano le strisce rosse dei suoi graffi. Lontano, i passi si erano fermati del tutto; solo il silenzio del giardino e il fruscio leggero del vento tra le foglie. Lei gli sorrise, la faccia ancora sporca, gli occhi scuri soddisfatti.
«Abbiamo finito, bel ragazzo. Per stanotte.» Raccolse la camicia da notte di seta, se la sistemò alla meglio sulle spalle, la seta che si appiccicava subito alla pelle umida di sborra. Marco la guardò rialzarsi, le gambe ancora tremanti, i fili bianchi che le scendevano ancora dalle cosce interne. Si rialzò anche lui, si riallacciò i pantaloncini con mani un po’ indebolite.
Mentre scendevano piano i gradini stretti del tetto, Sofia gli sfiorò la mano un’ultima volta. «Delphine non deve sapere niente. Mai.» Marco annuì, il cuore che gli batteva ancora forte per il rischio corso. Quello che lui non sapeva — e che Sofia teneva chiuso dietro quel sorriso storto e soddisfatto — era che Delphine aveva mandata un messaggio due ore prima: «Resto dalla amiche tutta la notte, mamma. Divertiti pure con il mio finto. So già tutto. Goditelo.» Sofia aveva letto, aveva cancellato, e aveva usato ogni secondo di quel rischio inventato per spingere Marco più a fondo, più sporco, più suo. La figlia sapeva. Aveva benedetto. E Sofia se ne sarebbe goduta il segreto ancora a lungo, ogni volta che avrebbe guardato quel ragazzo a tavola fingendo di non avergli appena fatto riempire tutti i buchi sul tetto.
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