Mascherata nell'Oscurità: Il Suo Sguardo Mi Ha Spogliata
Output: Due donne adulte si incontrano a un ballo in maschera veneziano e si abbandonano a un sesso lesbo violento e bagnato.
La sala del palazzo veneziano pulsavava di ombre e di musiche barocche ritmate da un basso che faceva vibrare i vetri. Colette, trentaduenne avvocata milanese in città per un processo che l’aveva svuotata, avanzava tra le maschere con l’abito nero aderente che le disegnava i fianchi e il seno come una seconda pelle. I capelli raccolti sotto una mezza maschera di velluto lasciavano libera la bocca, le labbra già rosse di vino. Attraverso la folla in penombra il suo sguardo si scontrò con quello di un’altra donna.
Leilani, trentacinque anni, curatrice d’arte, corpo sinuoso avvolto in un corsetto scarlatto e una gonna che s’apriva a ogni passo, la fissava senza pudore. Dietro la maschera di piume nere gli occhi le brillavano affamati, scivolavano sul collo di Colette, sul seno compresso, sul punto esatto dove il tessuto nero s’insinuava tra le cosce. Colette sentì quel guardo spogliarla pezzo a pezzo: prima l’abito, poi il reggiseno, poi le mutandine. Il calore le salì tra le gambe come una mano invisibile. Si stava bagnando solo per quello sguardo. Leilani non distolse gli occhi; alzò un calice e lo inclinò, un invito muto. Colette fece un passo avanti, il cuore che batteva contro le costole.
Si trovarono sul pavimento di marmo scuro mentre l’orchestra cambiava tono. Leilani le si avvicinò, le mani già sui fianchi di Colette, e iniziarono a ballare strette, petto contro petto. Il respiro caldo le sfiorò l’orecchio.
«Ti voglio nuda. Subito. Voglio vedere quanto sei bagnata sotto quel pezzo di stoffa nera.»
Colette non esitò. Le afferrò la nuca e la baciò a bocca aperta, lingua contro lingua, sapore di vino e di fame. Il bacio fu lungo, umido, una dichiarazione. Quando si staccarono, entrambe respiravano a scatti.
«Portami dove cazzo vuoi», mormorò Colette. «Voglio le tue mani su di me.»
Leilani la trascinò fuori dalla sala, lungo un corridoio stretto illuminato solo da candele basse. La spinta contro il muro di stucco freddo fu secca, urgente. Le mani di Leilani scivolarono sotto l’abito, trovarono i capezzoli già duri, li strinsero tra pollice e indice finché Colette gemette contro la sua bocca. Le dita di Colette a loro volta scesero, aprirono il corsetto, captarono un seno pesante e caldo, lo massaggiarono con forza. I respiri diventarono gemiti bassi, risonanti nel corridoio deserto.
«Dimmi che lo vuoi», ansimò Leilani, le labbra contro il collo di Colette. «Dimmi che ti lascio fodere qui, adesso.»
«Lo voglio. Ti voglio. Abbandoniamoci. Fottimi come una troia.»
Leilani non servì altro. La spinse più forte contro il muro, le sollevò l’abito fino alla vita e si inginocchiò. Con i denti afferrò il bordo delle mutandine di pizzo, tirò, le strappò via in un unico gesto umido. L’odore di Colette le salì dritto al cervello. La lingua si piantò tra le labbra già gonfie e scivolose, leccò la fessura dall’ingresso al clitoride, poi chiuse la bocca attorno al bottone duro e succhiò. Colette le afferrò i capelli, le spinse la faccia più dentro, i fianchi che si muovevano contro quella bocca vorace.
«Cazzo… lecca… così, più forte…»
Leilani le infilò due dita, le curvò, mentre la lingua non smetteva di battere e di succhiare. I succhi umidi e i gemiti di Colette riempivano il corridoio. Quando Colette fu vicina, le gambe che tremavano, Leilani si alzò di scatto, la baciò facendole assaggiare il proprio sapore, poi si scambiarono di ruolo senza una parola.
Colette spinse Leilani verso un divanetto di velluto rosso nascosto dietro una colonna. La piegò a novanta gradi, le alzò la gonna, le scese le mutandine fino alle caviglie. Due dita entrarono di colpo nella figa di Leilani, già zuppa, e iniziarono a scoparla con colpi secchi e profondi. Con l’altra mano le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa e le morse il collo, lasciando un segno rosso.
«Che figa bagnata… sei una troia, sei tutta aperta per me. Senti come mi scorre sui polsi. Vieni sulle mie dita, forza.»
Leilani spingeva il culo indietro a ogni spinta, gemendo a denti stretti. Colette aggiunse un terzo dito, le sfregò il clitoride con il pollice e continuò a morderle la spalla, a sussurrarle «troia», «bagnata», «la mia puttana di Carnevale». Leilani esplose con un urlo rauco, le pareti vaginali che si contrassero a ondate violente intorno alle dita di Colette, il liquido che le scorreva sulle mani e le scendeva lungo i polsi.
Non si fermarono. Colette si distese sul divanetto, tirò Leilani sopra di sé a sessantanove, le cosce spalancate sulla faccia dell’altra. Si divorarono a vicenda. Leilani le succhiava il clitoride e le ficcava la lingua dentro; Colette faceva lo stesso, le labbra e il mento lucidi di succhi, i fianchi che si muovevano in sincronia. Il sesso era umido, rumoroso, quasi brutale: smacchi, gemiti soffocati contro la carne, unghie che scavavano nelle cosce. Quando l’orgasmo arrivò fu doppio e furioso. Colette venne prima, scosse da un’ondata che le fece versare sulla bocca di Leilani; Leilani la seguì un secondo dopo, il corpo che si irrigidì e poi si sciolse in un guizzo lungo e bagnato. I loro umori si mescolarono, scesero sui menti, sulle maschere ancora indossate, sui seni ancora parzialmente coperti.
Rimasero così, ansimanti, le maschere storte, i corpi nudi dalla vita in giù e lucidi di sudore e di sesso. Colette si alzò appena, le labbra di Leilani ancora lucide, e la baciò piano, assaporando il sapore di entrambe sulle lingue. Fu un bacio lento, quasi tenero dopo la violenza, un assaggio prolungato di se stesse.
Leilani le accarezzò la guancia, la voce ancora rauca.
«La mia suite è a due canali da qui. Voglio passare la notte a farti venire finché non riesci più a camminare. Vieni con me.»
Colette annuì, le raccolse le mutandine strappate e se le mise in borsa come un trofeo. Si sistemarono alla meglio gli abiti, le maschere ancora sul viso, e uscirono dal corridoio mano nella mano. L’aria della notte veneziana le colpì umida e fresca. I passi sul ponte di pietra risuonavano lenti, i corpi ancora caldi e pulsanti sotto i vestiti. Nessuna delle due parlava; si stringevano le dita con una promessa chiara. Dietro le finestre illuminate del palazzo la festa continuava, ma loro camminavano già verso la suite, verso il letto ancora intatto, verso tutto ciò che la notte avrebbe ancora potuto strappargli.
La suite di Leilani stava al secondo piano di un palazzo affacciato su un rio stretto, le finestre socchiuse lasciavano filtrare l’odore di sale e di umidità notturna. Colette entrò per prima, ancora con le gambe che le tremavano leggermente sotto l’abito nero, le mutandine strappate già un pezzo di ricordo umido dentro la borsa. Leilani chiuse la porta a chiave, si tolse la maschera di piume e la gettò sul tavolo. Gli occhi neri le brillavano ancora affamati, la bocca lucida di residui di entrambe.
«Spogliati. Tutto. Voglio vederti nuda sotto questa luce di merda», ordinò senza alzare la voce.
Colette obbedì. L’abito scese lungo i fianchi, il reggiseno seguì, i seni liberi e pesanti, i capezzoli ancora duri dal corridoio. Rimasero nude entrambe in pochi secondi. Leilani aveva un corpo da donna che sapeva cosa voleva: seno pieno, ventre morbido, cosce forti, la figa ancora gonfia e lucida tra i peli curati. Si avvicinarono senza premura questa volta, solo l’urgenza cruda che le aveva portate fin lì.
Leilani spinse Colette sul letto a baldacchino, lenzuola scure, materasso che scricchiolò. Si arrampicò sopra di lei, le cosce a cavalcioni sui fianchi, e le strinse i polsi sopra la testa con una mano sola. Con l’altra le scese tra le gambe e le aprì le labbra già bagnate di nuovo.
«Sei ancora zuppa. Che puttana da corridoio. Ti ho leccata mezz’ora fa e sei di nuovo aperta come una porta. Vuoi le dita o la bocca?»
«Tutte e due. Fottimi. Usami», rispose Colette, la voce rauca, i fianchi che si sollevavano già incontrando le dita.
Leilani le ficcò tre dita di colpo, le curvò contro il punto che faceva gemere, e iniziò a scoparla con colpi lunghi e secchi. Il succhio umido riempiva la stanza, misto ai gemiti bassi di Colette. Con il pollice le sfregava il clitoride a cerchi duri, senza pietà. Colette si contorceva, le unghie conficcate nei polsi tenuti fermi, la bocca aperta.
«Più forte… cazzo, più forte…»
Leilani le liberò un polso solo per afferrarle un seno e strizzarlo finché Colette non urlò. Poi si chinò e le morse il capezzolo, succhiò, lasciò segni rossi. Continuò a pompare le dita dentro, aggiungendo il mignolo, quattro dita ora, la figa di Colette che le stringeva, che la bagnava fino al polso.
«Vieni così. Sulla mia mano. Voglio sentire quanto sei troia.»
Colette venne con un grido strozzato, le gambe che si chiudevano intorno al braccio di Leilani, il corpo scosso da ondate che le fecero schizzare un filo di liquido sulle lenzuola. Leilani non si fermò. Continuò a muovere le dita finché Colette non gemette «basta… no, non bastare… di nuovo».
Si scambiarono. Colette, ancora tremante, rovesciò Leilani sulla schiena e le aprì le cosce con le mani. La figa di Leilani era un disastro lucido, labbra gonfie, clitoride in evidenza. Colette ci piantò la faccia dentro senza preamboli, lingua larga che leccava dal buco al clitoride, poi succhiava forte, i denti che graffiavano appena. Due dita, poi tre, entrarono e iniziarono a fotterla a ritmo di martello. Leilani afferrò i capelli di Colette e le premette la testa contro il sesso, i fianchi che spingevano su.
«Lecca quella figa, troia. Mangiami. Voglio sentire i denti.»
Colette le morse l’interno coscia, poi tornò a succhiare il clitoride mentre le dita la martellavano. Aggiunse la lingua dentro insieme alle dita, un pasticcio bagnato e rumoroso. Leilani urlo quando venne, le pareti che si strinsero a pugno intorno alle dita di Colette, un getto caldo che le bagnò il mento e il collo. Colette non si staccò; leccò tutto, bevve, continuò a succhiare finché Leilani non la spinse via gemendo di troppo.
Si alzarono entrambe, sudate, i corpi lucidi. Leilani andò al cassetto del comodino e ne tirò fuori un grosso dildo di silicone scuro, doppio, e un flacone di lubrificante. Lo mostrò a Colette senza sorridere.
«Lo vuoi? Voglio fotterti il culo mentre ti leccano le dita. Dimmi di sì.»
«Sì. Fottimi il culo. Riempimi», disse Colette, già a carponi sul letto, il sedere alzato, la schiena inarcata.
Leilani le spalò il lubrificante tra le natiche, massaggiò l’anello stretto con due dita, lo preparò lentamente ma senza troppa dolcezza. Poi spinse la testa del dildo contro l’apertura e entrò centimetro dopo centimetro, mentre con l’altra mano le ficcava di nuovo tre dita in figa. Colette emise un suono grosso, animale, la testa sepolta nel cuscino.
«Cazzo… così… pieno…»
Leilani iniziò a scoparla con colpi lunghi e profondi, il dildo che spariva nel culo di Colette, le dita che si muovevano in controtempo nella figa. Il suono era osceno: carne bagnata, gemiti, lo schiaffo delle cosce di Leilani contro il sedere di Colette. Colette spingeva indietro a ogni spinta, chiedendo di più, di più forte, di non fermarsi. Leilani le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa e le sussurrò contro l’orecchio:
«Guarda che troia sei. Il culo pieno, la figa che mi scorre sulle dita. Sei la mia puttana di Carnevale. Vieni di nuovo. Vieni sul mio cazzo finto.»
Colette venne scossa, le ginocchia che cedettero, un orgasmo lungo che le fece stringere sia il dildo sia le dita. Leilani la tenne ferma e continuò a muoversi finché non fu soddisfatta, poi estrasse tutto e le leccò la fessura da dietro, pulendola con la lingua, assaporando il misto di lubrificante e di lei.
Si rotolarono di nuovo. Ora Leilani voleva lo stesso. Colette le legò i polsi al montante del letto con la cravatta di seta che trovò in un cassetto, le aprì le gambe e le infilò il dildo in figa fino in fondo, poi se lo mise anche lei, faccia a faccia, e iniziarono a scoparsi a vicenda con movimenti sincronizzati, i seni che si schiacciavano, le bocche che si divoravano. I baci erano morsi, saliva, sapore di figa e di vino. Si grattarono la schiena, si lasciarono segni rossi sulle cosce, si chiamarono troie e puttane e belle merde bagnate. Gli orgasmi arrivarono a raffica, uno dopo l’altro, i corpi che si irrigidivano e si scioglievano, i liquidi che scendevano sulle lenzuola già rovinate.
Quando le forze cominciarono a mancare, Leilani sciolse i polsi e le strinse contro di sé. Si scambiarono ancora bocca e lingue, più lente, più profonde, le mani che scendevano ancora a toccare, a spingere dita stanche dentro buchi gonfi. Colette le leccò i seni, le succhiò i capezzoli finché Leilani non gemette di nuovo, un orgasmo piccolo e tremolante. Leilani le ricambiò scendendo tra le cosce e leccando piano, senza fretta, solo per assaporare l’ultima ondata calda di Colette che le scivolò sulla lingua.
L’alba cominciava a filtrare grigia dalle finestre. I corpi erano un groviglio di sudore raffreddato, di segni di morsi, di cosce aperte e di capelli scarmigliati. Le maschere giacevano dimenticate sul tavolo. Leilani accarezzò la schiena di Colette con le unghie leggere, le labbra contro la tempia.
Non dissero altro. Colette chiuse gli occhi, il respiro che si faceva lungo e regolare contro il petto di Leilani. Fuori, l’acqua del rio batteva piano contro la pietra. Nella stanza restò solo il silenzio denso di due donne esauste, nude, ancora intrecciate, mentre la città svegliava i suoi canali senza di loro.
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