Tempesta Sotto il Telo con la Moglie del Mio Migliore Amico
Sotto il telo da spiaggia, Marco di 32 anni si scopa con furia silenziosa Sonia, la moglie troia del suo migliore amico.
Sono Marco, trentadue anni, e sto per raccontarti la cosa più sporca e proibita che abbia mai fatto. Eravamo in vacanza al mare, io, il mio migliore amico Luca, sua moglie Sonia di ventinove anni e un gruppetto di amici. Giornate di sole, sale sulla pelle, risate e birre ghiacciate. Il grande telo da spiaggia lo piantavamo sempre contro il vento: una specie di tenda bassa, aperta ai lati ma abbastanza chiusa da creare un nascondiglio d’ombra e di corpi ravvicinati. Quella mattina gli altri erano scesi tutti insieme verso le onde. Luca aveva strillato «Venite!» e Sonia aveva risposto con un sorriso pigro che avrebbe dovuto fermarmi. Invece restammo noi due soli sotto la stoffa che sbatteva leggermente.
Il telo odorava di crema solare e tessuto bagnato. Io ero a torso nudo, costume aderente ancora umido; Sonia aveva il bikini nero che le segnava i capezzoli e le stringeva le cosce. Siamo finiti sdraiati uno di fronte all’altro, ginocchia quasi a toccarsi, il respiro che si mescolava nell’aria calda. Per anni l’avevo guardata di sfuggita ai barbecue, alle cene, alle feste di compleanno. La moglie del mio migliore amico. Vietata. Eppure ogni volta che rideva piegandosi in avanti io sentivo il sangue scendere tra le gambe. Ora eravamo a pochi centimetri, i suoi capelli castani sparsi sul telo, le labbra lucide di burro cacao. «Luca e gli altri torneranno tra un po’», mormorò, ma la voce le tremava. Io annuii, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal solco tra i suoi seni.
La vicinanza forzata faceva tutto il lavoro sporco. Le nostre cosce si sfiorarono quando lei si sistemò meglio. Un contatto leggero, pelle su pelle, e mi si indurì il cazzo in un secondo. Lei se ne accorse: gli occhi le si fecero scuri, famelici. Respirava più in fretta. «Marco…», sussurrò, e il mio nome in bocca sua suonava già come un tradimento. Fingevamo di chiacchierare del vento, del ristorante della sera prima, di quanto fosse bella l’acqua. Ma le parole erano solo rumore. Le sue ginocchia premevano contro le mie. Sentivo l’odore della sua pelle calda, un misto di sale e vaniglia. «Ho sempre fantasticato su di te», disse all’improvviso, bassissimo, quasi senza muovere le labbra. «Anni. Mentre scopavo con Luca pensavo a come saresti stato tu.»
Il cuore mi martellò in gola. Guardai verso la riva: luci lontane, corpi che nuotavano, Luca che rideva con qualcuno. A pochi metri da noi, eppure lontanissimo. «Anch’io», confessai, la voce rauca. «Ti ho voluta da quando vi ho conosciuti. Ogni cazzo di volta che ti abbracciavi a lui mi veniva da strappartelo via e ficcartelo io.» Lei emise un suono basso, quasi un gemito soffocato. La mano le scivolò sotto il telo, sul mio coscia, poi più su, fino a stringermi il cazzo già duro attraverso il costume. Io trattenni il fiato. Le dita di Sonia erano sicure, esperte, premevano e accarezzavano il contorno del mio cazzo gonfio. «Cazzo, sei grosso», mormorò. «Sempre l’ho immaginato così.»
Le slacciai il laccetto laterale del costume con una mano sola. Lei aprì le cosce quel tanto che bastava. Le mie dita trovarono la fessura già bagnata, le labbra gonfie e scivolose. La figa di Sonia mi accolse subito due dita, calda e stretta. Lei strinse più forte il mio cazzo e ansimò contro la mia spalla. «Luca non deve…», cominciò, ma io le tacqui le labbra con un bacio rapido, furioso, poi le sussurrai all’orecchio: «Lo stiamo tradendo proprio qui, a pochi metri da lui. Sei una troia meravigliosa.» Lei annuì, gli occhi lucidi di eccitazione. Ci toccavamo sotto il telo come ladri: lei mi tirò giù il costume abbastanza da liberarmi il cazzo, lo strinse nudo, lo strofinò con il pollice sulla glande già umida di liquido preorgasmico. Io le pompavo le dita dentro, sentendo le pareti stringersi, il clitoride duro sotto il polpastrello. Entrambi ansimanti, consci di ogni rumore fuori, del vento che faceva ondeggiare la stoffa, del rischio che qualcuno potesse chinarsi e vedere.
«Voglio che me lo metti», gemette. Si girò di schiena verso di me, sempre sotto il telo, in quella posizione da cucchiaio che ci teneva bassi e nascosti. Abbassò il costume quel poco che serviva, sollevò un gluteo e mi prese la mano per guidarmi. La testa del mio cazzo premette contro l’ingresso bagnato. Entrai piano, centimetro dopo centimetro, nella figa stretta di Sonia. Un calore umido che mi strinse da ogni lato. Lei morse il braccio per non gemere, io le cinsi la vita e spinsi fino in fondo. Dio, era stretta. Troppo. Perfetta. Cominciai a scoparla con spinte profonde e lente, proprio per non far muovere troppo il telo. Ogni affondo faceva schioccare piano la pelle bagnata. Le strinsi i capezzoli tra le dita, li pizzicai, li arrotolai mentre le bisbigliavo contro il collo: «Che troia che sei. Ti fai fottere dal migliore amico di tuo marito sotto il telo da spiaggia. Mentre lui nuota. Mentre crede che tu sia qui a riposare. La figa che cola sul cazzo di Marco.»
Lei spingeva indietro il culo, prendendomi più a fondo, il respiro spezzato contro il tessuto. «Più forte… no, piano, cazzo, non far vedere…», ansimava. Io le tenevo un seno in pugno e l’altra mano le scendeva a strofinarle il clitoride mentre la scopavo. Il tabù bruciava più del sole: ogni spinta era un pugno in faccia all’amicizia, alla fiducia, agli anni passati a fingere. Sentivo le sue pareti pulsare, stringersi, bagnarmi fino alle palle. «Vieni dentro di me», ordina quasi senza voce. «Riempimi.»
La feci girare e la misi a cavalcioni su di me. Il telo ci copriva ancora, ma ora Sonia aveva le ginocchia ai lati dei miei fianchi, il costume tirato da parte, e scendeva sul mio cazzo con una furia silenziosa. Si piantava fino in fondo, si sollevava e ridiscendeva, i seni che ballonzolavano a pochi centimetri dalla mia bocca. Io le morsi un capezzolo, le afferrai i fianchi e la guidai più dura. Lei cavalcava con movimenti corti, rapidi, il bacino che sbatteva contro il mio senza far ondeggiare troppo la stoffa. Sudore, sale, il suono umido della figa che ingoiava il cazzo. «Marco… sto…», singhiozzò. Veniva con violenti spasmi, la figa che mi mungeva a scatti, le cosce che tremavano, un gemito soffocato contro il mio petto. Io non ressi. Le spinsi il bacino all’insù e le riempii la figa di sperma caldo, getti spessi che le schizzavano dentro mentre lei ancora si contraeva intorno a me.
Restammo così, uniti, il mio cazzo che pulsava ancora dentro di lei, lo sperma che cominciava a colarle lungo la coscia. Fuori si sentivano le voci avvicinarsi. Luca che chiamava. Il cuore ci batteva all’unisono, selvaggio. Sonia mi guardò, le labbra gonfie, gli occhi ancora annebbiati dall’orgasmo, e sussurrò: «Non abbiamo finito. Stasera. In hotel. Devo riaverti.» Si sistemò il costume con mani tremanti, io rimisi a posto il mio. Il telo sbatteva. I passi sulla sabbia erano ormai vicini. Il sapore di lei mi restava in bocca, il calore della sua figa piena ancora bruciava sulla pelle. E sapevamo entrambi che il tradimento era solo all’inizio.
Sono Marco, e quella sera all’hotel il sangue mi ribolliva ancora nelle vene come se il sole della spiaggia non fosse mai tramontato. Avevamo cenato tutti insieme, io, Luca, Sonia e gli altri, birre e pesce fritto, risate troppo alte, sguardi che io e lei rubavamo sotto il tavolo. Lei aveva indossato un vestitino corto bianco che le scopriva le cosce, e ogni volta che si chinava sapevo che il mio sperma le colava ancora piano tra le labbra della figa, nascosto dalle mutandine che aveva infilato in fretta. Luca chiacchierava di vento e di onde, io annuivo, ma sotto il tavolo il piede di Sonia mi strofinava il cazzo già duro di nuovo. «Stasera», mi aveva sussurrato passando accanto per andare in bagno, le labbra a un millimetro dal mio orecchio. «Camera 214. Quando lui dorme.»
Verso mezzanotte tutti si erano sparpagliati. Luca russava già nella loro stanza dopo due grappe di troppo. Io aspettai dieci minuti contati, poi scivolai fuori, cuore a mille, il corridoio dell’hotel silenzioso, odore di salsedine e detergente. Bussai piano. La porta si aprì e Sonia mi tirò dentro con una mano sul petto, chiudendo a chiave alle mie spalle. Aveva solo il vestitino, niente sotto. I capelli sciolti, le guance già calde. «Cazzo, ti ho aspettato tutto il giorno», ansimò, e mi spinse contro il muro. Le mani mi slacciarono i pantaloni in un secondo, tirarono fuori il cazzo gonfio e lo strinsero forte. «Ancora pieno di me», mormorò guardando la glande lucida. «Brava troia. Hai tenuto il mio sborra dentro mentre mangiavi accanto a tuo marito.»
La baciai forte, lingua contro lingua, denti che graffiavano. Lei mi pompava il cazzo con la mano destra mentre la sinistra mi afferrava le palle. Io le sollevai il vestito fino alle anche, le dita scivolarono dritto nella figa già zuppa, due, poi tre, il mio cum di prima ancora caldo e scivoloso che le usciva mentre la fottevo con le dita. «Ah, Marco…», gemette contro la mia bocca. «La figa mi brucia da quando me l’hai riempita. Voglio di nuovo tutto.» La girai di scatto, la spinsi a quattro zampe sul bordo del letto, culo alto, schiena inarcata. Il vestito le restò arrotolato sulla vita. Le spalancai le chiappe e le leccai la figa da dietro, lingua piatta che raccoglieva il mio sperma e il suo bagnato, su fino al buco del culo che strinsi con il pollice. Lei affondò la faccia nel lenzuolo per non far rumore, ma i gemiti uscivano lo stesso, bassi, porci. «Leccami la figa di puttana, sì… più a fondo…»
Mi alzai in ginocchio dietro di lei, allineai il cazzo e spinsi tutto d’un colpo. Entrai fino alle palle in un colpo solo, la figa di Sonia che mi strinse come una morsa calda e melmosa. «Fanculo», sibilai tra i denti. «Che culo che hai mentre ti scopi il migliore amico di tuo marito.» Cominciai a trombarla forte, spinte secche che facevano sbattere le sue chiappe contro il mio bacino con uno schiaffo umido. Lei spingeva indietro, cercando di prenderlo ancora più profondo, i seni che dondolavano liberi sotto di lei. Le afferrai i fianchi e andai più duro, il letto che scricchiolava, il suono della figa che ingoiava e sputava il cazzo a ogni affondo. «Di’ che sei una troia», le ordinai. «Di’ che ti fai riempire la fica dal cazzo di Marco mentre Luca dorme due porte più in là.»
«Sono una troia», ansimò, la voce rotta. «La moglie troia di Luca. Mi faccio scopare come una cagna sotto il telo e adesso qui, dammi tutto, riempimi di nuovo, cazzo.» Le diedi uno schiaffo sul culo, rosso subito, poi un altro. Continuai a pompàrglielo dentro con furia, una mano che le raggiungeva il clitoride e lo strofinava a cerchi veloci. Sentivo le pareti contrarsi, il caldo denso che mi succhiava. Lei venne per prima, un orgasmo lungo che le fece tremare le cosce e stringermi il cazzo a scatti, un gemito soffocato contro il cuscino. «Ah, Marco, mi viene… mi viene sulla tua sborra…» Non mi fermai. La tirai su, la misi a sedere sul bordo del letto, mi cacciai in gola il cazzo ancora gocciolante della sua figa. Lei lo prese fino in fondo, occhi lucidi, saliva che le colava dal mento mentre lo pompava con la bocca, la lingua che girava sulla glande. «Assaggia com’è la tua figa piena del mio cazzo», le dissi tenendole i capelli. Lei annuì e succhiò più forte, le mani sulle mie natiche a spingermi più in gola.
La sollevai, la buttai sulla schiena, le alzai le gambe sulle spalle e la scopa di nuovo, più profondo, il cazzo che spariva tutto nella fessura rosa e gonfia. Guardavo il punto dove entravo e uscivo, lucido di bava e di sborra vecchia, le labbra della figa che si aprivano per prendermi. «Guarda che figa da puttana», borbottavo. «Tutta aperta per me. Tutta mia stanotte.» Lei si toccava i capezzoli, li tirava, gli occhi fissi sul mio mentre la sfondavo. «Più forte, scavami, fammi male… voglio sentirlo domani quando sto accanto a lui.» Andai a fondo, spinte animalesche, sudore che ci colava, il materasso che scricchiolava sotto il ritmo. Le dita le premevano il clitoride di nuovo e lei esplose un’altra volta, la figa che mi mungeva con spasmi violenti, un filo di bava che le scendeva dall’angolo della bocca.
La girai di nuovo, a pecorina, e questa volta le posai un pollice sul buco del culo, lo massaggiai con il suo bagnato, poi lo infilai piano mentre continuavo a scoparle la figa. Lei ansimò forte. «Sì… anche lì… mettilo nel culo se vuoi, scopami tutto.» Spinsi il pollice più a fondo, poi lo sostituì con due dita, aprendo. Lei spingeva indietro, affamata. Estrassi il cazzo dalla figa, lo posai contro l’anello stretto e premetti. Entrò lento, centimetro dopo centimetro, il culo di Sonia che mi stringeva da fare male, caldo, impossibile. «Cazzo che stretto», ringhiai. «Il culo della moglie del mio amico sul mio cazzo.» Quando fui fino in fondo cominciai a muovermi, spinte corte all’inizio, poi più lunghe, più profonde. Lei gemette a denti stretti, una mano che si friggeva la figa mentre io le sfondavo il culo. «Più forte, usami, usami come una troia di merda.» La scopai nel culo con tutta la rabbia del tabù, palle che le sbattevano contro la figa, il suono schioccante di carne su carne. Le afferrai i capelli e le tirai la testa indietro. «Dì che vuoi la mia sborra nel culo.»
«Voglio la tua sborra nel culo», singhiozzò. «Riempimi il culo, Marco, sparagli tutta dentro.» Andai fino in fondo un’ultima volta e sparai, getti spessi che le esplodevano dentro l’intestino, il cazzo che pulsava mentre le riempivo. Continuai a pompare fino all’ultima goccia, poi uscii e le vidi lo sperma bianco che le usciva dal buco rosso e aperto, scivolava giù verso la figa già gonfia. Lei si voltò, si mise in ginocchio e mi leccò il cazzo pulito, succhiando via il resto, lingua nel buco dell’uretra, occhi alzati su di me. «Ancora», sussurrò con la voce rauca. «Non basta. Voglio un’altra scarica in gola.»
Mi rimise in bocca e mi pompò di nuovo fino a farmi indurire di nuovo in pochi minuti. Si sdraiò sulla schiena, testa fuori dal bordo del letto, e mi fece usar le la gola come una figa, spinte profonde che le facevano gonfiare la gola. Io le ditalinavo la figa e il culo ancora pieni, tre dita in ciascuno, mentre le sfondavo la bocca. Lei gorgogliava, saliva ovunque, e quando sentì che stavo per venire di nuovo mi strinse le palle. Sparai dritto in gola, getti che lei ingoiò a forza, tossendo un po’ ma tenendo tutto dentro, le labbra sigillate intorno al cazzo fino all’ultima pulsazione. Quando uscii, un filo di sborra le colava dall’angolo della bocca sul collo. Si alzò, si leccò le dita, poi le spinse nella figa e se le succhiò di nuovo. «Sapore di tradimento», disse con un sorriso sporco. «Domani mattina mi siedo a colazione con Luca con il culo e la figa pieni di te.»
La posai di nuovo a gambe divaricate, le linguei tutto pulito, figa e culo, raccogliendo ogni goccia, poi la montai un’ultima volta, cazzo che entrava nella figa ancora molle e scivolosa di sperma. La trombai fino a farla venire di nuovo, spasmi che le facevano stringere i denti, unguenti che mi graffiavano la schiena. Io sparai il terzo carico dentro di lei, spingendo a fondo, tenendola aperta con le mani sulle cosce mentre le pompevo gli ultimi getti caldi. Quando uscii, lo sperma le usciva a fiotti, bianco e denso, le scorreva sul culo e sul lenzuolo. Lei ci ficcò le dita, se le spinse in bocca, poi me le porse e io le succhiai anch’io. Restammo così, ansimanti, il mio cazzo ancora semi-duro che le strofinava contro la coscia, pronto a ricominciare se solo avesse chiesto. Fuori la notte dell’hotel era silenziosa, ma dentro quella stanza sapeva solo di figa scopata e di amicizia sfasciata.
«Torna domani», mi sussurrò mentre mi rimettevo i pantaloni, le gambe ancora aperte, lo sperma che le colava. «Voglio che mi usi ogni giorno di questa vacanza. Ogni buco. Finché non riesco più a camminare dritta accanto a lui.» Io annuii, le diedi un’ultima spinta di dita nella figa zuppa, le feci un altro orgasmo piccolo e tremante, poi uscii dalla stanza con il sapore di lei ancora in bocca e il cazzo che pulsava contro la zip.
E mentre scendevo le scale sapevo già che la mattina dopo, sotto lo stesso telo da spiaggia, le avrei rifatto la figa ancora più rovinata, e lei avrebbe sorriso a Luca con la mia sborra che le colava lungo le cosce nascoste dal costume.
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