Last Night With Her Black Neighbor

Harriet seduce il vicino nero di Dante prima del trasloco.

5 min read August 28, 2026New

Harriet chiuse l’ultimo scatolene con lo scotch e lo spinse contro il muro del soggiorno già nudo. Ventotto anni, pelle chiara, capelli castani raccolti in una coda disordinata, indossava solo una canottiera bianca leggera e un paio di shorts cortissimi. Domani il camion del trasloco sarebbe arrivato all’alba. Dante era già partito tre giorni prima per sistemare la nuova casa in un’altra città; lei era rimasta a finire, sola nell’appartamento che per due anni aveva condiviso con lui. E sola con il pensiero fisso che le bruciava tra le cosce da mesi: Rafael, il vicino del piano di sotto.

Lo vedeva ogni giorno. Trentadue anni, pelle nera liscia e lucida di sudore quando rientrava dalla palestra, spalle larghe che riempivano la maglietta, braccia muscolose, un pacco evidente nei pantaloni della tuta. In ascensore i loro sguardi si allungavano un secondo di troppo. In cortile, mentre lei innaffiava i vasi e lui portava fuori la spazzatura, sorrisi complici, battute basse, il modo in cui lui la guardava dal basso verso l’alto come se già la stesse scopando con gli occhi. Harriet si era masturbata più volte pensando a quel cazzo nero grosso che indovinava sotto la stoffa. Stanotte era l’ultima occasione. Sapeva che anche lui lo sapeva.

Alle nove bussò alla sua porta. Rafael aprì indossando solo pantaloni larghi e una canottiera scura che segnava i pettorali. Odore di sapone e di pelle calda.

«Hai detto qualcosa da bere», disse lui con quella voce grave, entrando. «Ultima sera, eh?»

Harriet gli porse una birra e si sedettero sul divano. Le scatole intorno rendevano tutto provvisorio, quasi sporco. Parlarono poco del trasloco. I corpi parlavano di più. Lei si sporse, le cosce che si aprivano un poco, la scollatura della canottiera che mostrava il bordo del reggiseno. Rafael la guardò dritto.

«Mi fai venire duro da mesi ogni volta che ti vedo in ascensore», ammise senza giri di parole. «Quel culo bianco che si muove… cazzo, Harriet.»

Lei sentì il calore salirle in faccia e tra le gambe. Sorrise, audace.

«Ho fantasticato sul tuo grosso cazzo nero per mesi. Tutte le sere. Mentre Dante dormiva accanto a me. Volevo sentirlo spaccarmi. Volevo che me lo ficcassi in gola finché mi venivano le lacrime.»

Rafael posò la birra. Harriet gli si avvicinò, gli prese il volto tra le mani e lo baciò. Bocca aperta, lingua calda, denti che graffiavano. Lui rispose con fame, una mano nei suoi capelli, l’altra che scendeva a stringerle una tetta. Lei scese con la mano, infilò le dita sotto l’elastico dei suoi pantaloni e trovò subito la verga spessa, già dura, calda, che pulsava. La accarezzò per tutta la lunghezza, sentendo le vene, il glande largo e umido di liquido.

«Gesù… è enorme», sussurrò contro le sue labbra. «Lo sapevo. Voglio succhiartelo tutto.»

«Allora togliti sta roba e inginocchiati», ringhiò lui. «Stasera ti scopo come una troia e te lo meriti.»

Si spogliarono con urgenza. Harriet restò nuda, seni sodi con capezzoli rosa già duri, culo rotondo, la figa rasata e già lucida. Rafael calò i pantaloni e il suo cazzo nero saltò fuori: lungo, grosso, scuro, le palle pesanti. Lei si mise in ginocchio tra le sue gambe, lo guardò negli occhi e aprì la bocca. Lo prese in gola con una suzione lenta e profonda, saliva che cola, uno schiocco umido ogni volta che il glande batteva contro il fondo della gola. Rafael teneva i suoi capelli e spingeva piano, poi più forte.

«Così… guarda in su mentre me lo succhi. Sei una brava puttanella bianca. Digli al mio cazzo quanto ti piace.»

Harriet si staccò solo per bofonchiare, filo di bava che le pendeva dal labbro: «Voglio che mi riempi la figa. Voglio sentirlo fino in fondo. Scopami.»

Lui la sollevò come se non pesasse nulla, la voltò e la piegò sul bracciolo del divano. Le diede uno schiaffo secco su una chiappa bianca, poi un altro, lasciando il segno rosso. Con due dita le aprì le labbra della figa, già gocciolante, e ci cacciò dentro il cazzo con una spinta sola che le strappò un urlo. La prese da dietro con colpi lunghi e potenti, le mani che le stringevano i fianchi, il suono carnale delle palle che sbattevano contro la sua pelle. Harriet spingeva indietro, presa, la testa girata per guardarlo.

«Più forte… martellami… sì, così, scopatemi la figa stretta col tuo cazzo nero…»

Rafael le diede un altro schiaffo sul culo, poi le bagnò un dito di saliva e glielo cacciò piano nel buco del culo mentre continuava a fotterla. Harriet gemette a gola spiegata, le ginocchia che tremavano. Lui la girò, si sedette sul divano e la fece salire a cavalcioni. Lei affondò su di lui centimetro dopo centimetro, sentendo ogni vena che la allargava, finché non fu tutta dentro. Si mise a cavalcare selvaggia, tette che rimbalzavano, unghie conficcate nei suoi pettorali neri, il clitoride che sfregava contro la base del cazzo a ogni discesa.

«Guarda come ti prendo… tutta quanta… cazzo che stretta», borbottava Rafael, spingendole le anche in giù a ogni botta. «Vieni sul mio cazzo. Vieni adesso.»

Harriet venne la prima volta stringendosi a lui, urla rotte, la figa che pulsava e spremeva. Lui non si fermò. La stese sulla schiena, le sollevò le gambe sulle spalle e la ruppe in missionary con spinte profonde e ritmate, il pube che le schiacciava il clitoride, le dita di nuovo che le giocate col buco del culo, parolacce bastarde che le soffiava all’orecchio: «Mia troia per stanotte… ti riempio di sborra… diglielo…»

«Riempimi… sparalo tutto dentro… voglio sentirlo cola…»

Venne di nuovo, ancora più forte, il corpo che si arcuava, un grido lungo che riempì l’appartamento vuoto. Rafael accelerò, i muscoli della schiena contratti, e esplose dentro di lei con fiotti spessi e caldi, uno dopo l’altro, tenendola inchiodata mentre lei tremava in un ultimo spasmo. Restarono agganciati, sudati, il fiato corto. Il suo sperma cominciò a colarle fuori lento, caldo, tra le cosce bianche aperte.

Si baciano più piano, quasi teneri. Lui le accarezzò un seno, le baciò la fronte.

«Quando sei sistemata nella nuova città vengo. Ti telefono. Ti scopo di nuovo contro i muri di quella casa nuova finché non cammini dritta.»

Harriet rise debole, ancora piena di lui, e gli sorrise con gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più scuro. Si alzò lentamente, lo sperma che le scendeva lungo l’interno coscia fino al ginocchio, e lo guardò in piedi nudo e potente in mezzo alle scatole del trasloco.

Domani se ne andava, ma il ricordo di quel cazzo nero che l’aveva marchiata le sarebbe rimasto conficcato sotto la pelle per sempre.

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