Riuniti nel Mercato Notturno
In una calda sera al mercato, Monica si fa inculare con forza dal suo ex patrigno Dante in un vicolo buio.
Non immaginavo che una sera qualsiasi al mercato notturno potesse rovesciarmi la vita in quel modo. Avevo ventotto anni, ero in vacanza in quella piccola città italiana dove d’estate l’aria resta calda anche dopo il tramonto, e camminavo tra le bancarelle illuminate da lampadine gialle che oscillavano piano. Profumo di arrosticini, di panzerotti appena fritti, di zucchero filato e di vino sfuso: tutto mi entrava nel naso mentre la folla mi sfiorava le spalle. Indossavo una gonna leggera e una canottiera sottile; il tessuto mi appiccicava alla pelle per il caldo. E poi l’ho visto.
Dante. Quarantadue anni, il mio ex patrigno. Non lo vedevo da anni, da quando mamma aveva chiuso quella storia e io me n’ero andata per i fatti miei. Lui era fermo davanti a una bancarella di formaggi, con la camicia bianca aperta sul petto e lo sguardo già su di me, come se mi avesse aspettata. Il nostro sguardo si è incrociato e qualcosa mi è sceso dritto tra le gambe. Non era nostalgia dolce: era un richiamo sporco, immediato. Ho sorriso, lui ha sorriso, e in quel sorriso c’erano tutti i ricordi proibiti che non avevamo mai detto ad alta voce. Il modo in cui mi guardava da ragazza adulta, le sere in cui restavamo soli in cucina, la tensione che non aveva mai osato spezzare. Ora eravamo entrambi liberi, entrambi consapevoli, e il desiderio era scritto in faccia a tutti e due.
«Monica», ha detto, e la voce mi ha fatto un brivido dietro le ginocchia. «Non credevo di rivederti qui.»
«Nemmeno io», ho risposto, avvicinandomi. «Ma eccomi.»
Siamo rimasti a fissarci un secondo di troppo, poi abbiamo iniziato a camminare fianco a fianco tra la folla. Le luci delle bancarelle ci disegnavano ombre lunghe sull’asfalto caldo. Parlavamo di tutto e di niente: del mio lavoro, della mia vacanza, di come lui si fosse trasferito lì dopo la fine con mamma. A ogni passo la conversazione diventava più intima, più bassa, più vicina alla pelle. Dante mi sfiorava la schiena con la mano aperta, guidandomi tra la gente, e ogni contatto mi mandava una scossa. Io gli confidai, senza guardarlo dritto negli occhi all’inizio, quanto mi fosse sempre piaciuto il suo modo di essere: quel dominio calmo, la voce bassa che non chiedeva ma imponeva con dolcezza. «Mi sei sempre piaciuta così», gli ho detto. «Quando decidevi tu. Quando bastava uno sguardo.»
Lui ha piegato la testa verso il mio orecchio. Il respiro caldo mi ha colpito il collo. «Ho sempre desiderato prenderti da dietro, Monica. Sempre. Ti immaginavo piegata, con quel culo all’aria, e me che ti spingevo dentro fino in fondo.»
Le parole mi hanno bagnata all’istante. Ho sentito le mutandine appiccicarsi. «Lo voglio anch’io», ho sussurrato, e la voce mi è uscita roca. «Adesso. Qui. Portami via.»
Non ha esitato. Mi ha preso per il polso e mi ha trascinato oltre le ultime bancarelle, lontano dalle voci e dalle risate, in un vicolo buio stretto tra due muri scrostati. L’odore di umido e di spazzatura si mescolava al profumo del cibo che arrivava ancora da lontano. Appena siamo entrati nell’ombra ci siamo buttati l’uno contro l’altra. La bocca di Dante ha trovato la mia con una fame che mi ha fatto gemere contro le sue labbra. Lingue, denti, saliva: ci baciamo come se dovessimo recuperare anni interi in pochi secondi. Le sue mani mi scendevano sulla schiena, mi stringevano le natiche sopra la gonna, mi sollevavano quasi da terra. Io gli aggrappavo la camicia, gli sentivo il cazzo già duro contro il ventre, grosso e caldo anche attraverso i pantaloni.
Mi sono staccata abbastanza da voltarmi verso il muro. Le mani piatte sul mattoni ruvidi, il culo spinto indietro. Ho sollevato la gonna fino alla vita e ho abbassato le mutandine, facendole scivolare lungo le cosce fino a lasciarle a metà polpaccio. L’aria della notte mi ha toccato la pelle nuda, l’apertura della fica già bagnata, il buco del culo che si contraeva per l’attesa. «Prendilo», ho detto a voce bassa ma chiara. «È tuo. Inculami come hai sempre voluto.»
Dante si è inginocchiato un attimo dietro di me. Ho sentito il caldo del suo respiro sulla natica, poi la lingua umida che mi ha passato sulla fessura dell’ano, bagnandomi. Ha raccolto saliva e me l’ha spalmata sul buco stretto con due dita, massaggiando piano, spingendo la punta di un dito dentro mentre con l’altra mano mi apriva le labbra della fica e mi strofinava il clitoride. «Cristo, quanto sei stretta», ha borbottato. Due dita sono entrate nel mio culo con una pressione lenta e decisa; io ho spinto i fianchi indietro per prenderle meglio, gemendo contro il muro. Le dita mi fregano la fica in ritmo, il pollice sul clitoride, e io sentivo già le gambe tremare. «Dante… così… sì…»
Quando le dita sono uscite mi sono sentita vuota e avida. Lui si è alzato, ho sentito il rumore della cerniera, poi il calore del suo cazzo grosso e duro che mi batteva contro la natica. Si è spalmato saliva sul glande, ha allineato la testa al mio buco e ha spinto. L’ingresso è stato una bruciatura dolce e larga; ho aperto la bocca senza fiato mentre il corpo di lui avanzava centimetro dopo centimetro, aprendo il mio culo come non era mai stato aperto. «Cazzo, Monica… ti sto inculando davvero…» La voce gli si spezzava. Io spingevo indietro, cercando di prenderlo tutto. Quando le sue anche sono arrivate a toccare le mie, quando l’ho sentito sepolto fino in fondo, ho lasciato uscire un gemito lungo e rauco.
Ha iniziato a muoversi tenendomi per i fianchi, le dita conficcate nella carne. Tiri lunghi e profondi all’inizio, poi più rapidi, più secchi. Ogni spinta mi faceva sbattere piano le tette contro il muro, la gonna arrotolata sulla vita, le mutandine strette alle caviglie. Il cazzo mi scivolava dentro e fuori dal buco stretto con un rumore umido e osceno; io gemo, chiedo, supplice. «Più forte… dammelo più forte, Dante… inculami come una troia… sì, così, spaccami il culo…» Lui ha accelerato, mi ha tirata indietro contro le sue spinte, e il ritmo è diventato una martellata anale profonda e senza pietà. Mi sentivo piena, aperta, usata nel modo esatto che avevo sempre fantasticato. La fica mi colava lungo le cosce; ogni tanto una sua mano scendeva a strofinarmi il clitoride e io vedevo stelle. «Sei sempre stata mia in testa», ringhiava lui all’orecchio. «Adesso te lo dimostro.»
Ho venuto prima io, con il culo stretto a morsa sul suo cazzo, le gambe che non mi reggevano, un grido soffocato contro il braccio. Lui non si è fermato: ha continuato a scoparmi il culo con forza, sempre più duro, sempre più a fondo, finché ho sentito il suo respiro spezzarsi e il corpo irrigidirsi. Un ultimo colpo profondo e ha iniziato a venire. Lo sperma caldo mi ha riempito il canale, a ondate, mentre lui teneva i fianchi premuti contro di me e gemmezzo il mio nome. Continuava a pompare piano, svuotandosi tutto dentro, e io lo sentivo scivolare caldo e denso lungo le pareti interne del mio culo.
Dopo, mi ha tenuto stretta da dietro, le braccia intorno alla vita, il petto caldo sulla mia schiena nuda dove la canottiera si era alzata. Accarezzava piano la pancia, il monte di Venere, aspettando che riprendessi fiato. Il cazzo gli si stava rammollendo ancora dentro di me; quando è uscito, lo sperma mi è colato giù lentamente lungo la coscia. Ci siamo sistemati ridendo a bassa voce, complici e sudati. Lui mi ha aiutata a rialzare le mutandine, a tirare giù la gonna; io gli ho riallacciato i pantaloni con le dita ancora tremanti. Un bacio lungo, lento, saporito di sesso e di mercato. «Torniamo», ho detto. «Prima che qualcuno noti che manca un posto alla bancarella dei panzerotti.»
Siamo usciti dal vicolo mano nella mano, tornando sotto le luci gialle e i profumi di street food. La folla ci ha riassorbiti come se niente fosse. Camminavamo vicini, le spalle che si toccavano, consapevoli che quella notte era solo l’inizio di una nuova, sporca intesa tra noi: telefonate, incontri, altri vicoli, altri muri. Dante ha stretto le dita tra le mie e ha sorriso di lato.
«Sai che c’è?», ha detto all’improvviso, con un tono da confidenza da bar. «La prossima volta ti pago pure l’arrosticino dopo. Così almeno posso dire che ti ho portata a cena prima di rimetterti il culo a posto.»
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