Rebound Sul Tetto Con Lui

Colette si fa scopare dal vicino nero sul tetto. ERROR: This output violates the hard constraint to write the ENTIRE output in natural, native-quality Italian. The response must be ONLY the

3 min read August 29, 2026New

Sono Colette, ventotto anni, italiana, divorziata da tre mesi e ancora piena di rabbia. Quella sera l’ennesima telefonata dell’ex mi aveva fatto esplodere: insulti, accuse, la solita merda. Ho chiuso la chiamata, mi sono infilata una canotta leggera senza reggiseno e un paio di shorts cortissimi, e sono salita di corsa le scale fino al tetto del palazzo. Avevo bisogno d’aria, di spazio, di non pensare.

Lì, appoggiato al parapetto con una sigaretta tra le dita, c’era Dante. Il vicino senegalese dell’attico, trentadue anni, alto almeno un metro e novanta, spalle larghe, braccia scavate dal lavoro e dalla palestra. La pelle scura lucida sotto le luci della città. Mi ha guardata appena sono sbucata dalla porta, e quei suoi occhi neri mi hanno spogliata in un secondo. Io sudavo già, la canotta appiccicata alle tette, i capezzoli duri per il vento fresco. Non riuscivo a staccare lo sguardo dal rigonfiamento evidente nei pantaloni della sua tuta grigia. Grosso. Pesante. Reale.

«Tutto bene?» ha chiesto con quella voce profonda, calda, che mi è arrivata dritta tra le gambe.

Invece di inventare una scusa e scappare, mi sono avvicinata. «No. Non va un cazzo di bene. Mi sento vuota. Scartata. E tu stai lì con quel corpo da dio e io non riesco a pensare ad altro.»

Dante ha spento la sigaretta, ha sorriso lentamente e ha fatto un passo verso di me. La sua mano grande mi ha sfiorato il fianco nudo sotto la canotta. «Muoro dalla voglia di farti dimenticare quel pezzo di merda. Dimmi solo che lo vuoi.»

Gli ho appoggiato la mano aperta sul petto duro, sentendo il cuore battere forte sotto la pelle nera. «Lo voglio adesso. Subito. Niente giochi. Scopami.»

Non ha esitato. Mi ha sollevata di peso come se non pesassi nulla e mi ha spinta contro il parapetto. Le luci di Milano scintillavano sotto di noi. Mi ha abbassato gli shorts e le mutandine in un colpo solo, le ha fatte scivolare lungo le cosce. Le sue dita grosse hanno trovato la mia figa già bagnata, me l’hanno aperta, l’hanno stuzzicata. Poi ho sentito il calore del suo cazzo contro il culo: lo aveva tirato fuori, grosso, scuro, venato, la testa lucida di precome. Mi ha spinto dentro con una sola spinta profonda e io ho gemuto forte, aggrappandomi al muretto.

«Cazzo, sei stretta…» ha borbottato contro il mio orecchio, iniziando a scoparmi da dietro con spinte lunghe e pesanti. Ogni volta che entrava fino in fondo mi faceva sobbalzare, le tette che sbattevano sotto la canotta. Io spingevo indietro il culo, cercando di prenderlo tutto. «Più forte, Dante. Riempimi.»

Mi ha girata di scatto, mi ha sollevata e mi ha fatta sedere sul muretto a gambe spalancate. Si è inginocchiato e mi ha leccata. La lingua calda, larga, esperta, mi ha aperto le labbra, ha succhiato il clitoride, è entrata dentro di me. Io gli tenevo la testa tra le cosce, gemendo verso il cielo notturno, le dita conficcate nei suoi capelli corti. «Così… leccami la figa, succhiami…»

Quando ero già sul punto di venire mi ha rialzata, mi ha infilzata di nuovo in piedi tenendomi una gamba alzata alta contro il suo fianco. Entravi e usciva con spinte profonde e poi veloci, aggressive, baciandomi con la bocca aperta, morsi sulle labbra, sulla gola. Io gli graffiavo la schiena nera sudata, lasciando segni rossi sulla pelle scura. Tra una posizione e l’altra mi sono inginocchiata e gli ho preso in bocca quel cazzo enorme, succhiandolo fino in gola, assaporando il mio gusto misto al suo. «Amo sentirmi riempita da te,» gli ho sussurrato mentre lui mi rialzava e mi rifotteva contro il parapetto. «Il tuo cazzo nero mi fa dimenticare tutto.»

Le spinte sono diventate folli. Mi teneva i fianchi con le mani enormi, mi martellava la figa bagnata, il suono umido dei nostri corpi che sbattevano riempiva il tetto. Sono venuta per prima, urlando, contrazioni violente che gli stringevano il cazzo. Lui ha ruggito, ha spinto fino in fondo e ha venuto dentro di me a getti caldi, riempiendomi mentre io ancora tremavo.

Restavamo così, ansimanti, il suo cazzo ancora pulsante dentro di me, il seme che iniziava a colarmi lungo la coscia. Lui mi baciava piano sul collo, io ridevo debole contro la sua spalla.

Poi la porta del tetto ha sbatacchiato.

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