Ritardo Notturno Nella Stalla Con Lui
Miriam seduce il vicino senegalese nella stalla durante il temporale.
Il temporale si era abbattuto sulla collina come un pugno di Dio. Il vento fischiava tra le assi della stalla, la pioggia batteva sul tetto di lamiera con un rumore sordo e continuo, e i cavalli scalpavano inquieti nei box. Miriam, ventotto anni, capelli castani raccolti in fretta, camicia di lino già bagnata sulle spalle, entrò con la lanterna alzata. Doveva solo controllare che nessuno si fosse ferito. Invece lo trovò lì.
Gideon stava accanto al box del baio, una mano massiccia sul collo dell’animale. Trentadue anni, vicino di podere, senegalese, spalle larghe che riempivano la maglietta scura ora appiccicata al torace. La pelle nera lucida di pioggia e sudore. Quando alzò lo sguardo e la vide, non sorrise. La guardò soltanto, con quella stessa intensità che da mesi le bruciava la nuca ogni volta che si incrociavano al confine dei campi.
«I cavalli sono agiati», disse lui in un italiano lento, gutturale. «Il vento ha rotto la porta di dietro.»
Miriam annuì, la gola stretta. Sapeva benissimo. Per mesi si erano limitati a sguardi lunghi, a battute basse, al modo in cui le sue dita scure stringevano la falce o la briglia mentre lei fingevadi non notare il contrasto con la sua pelle chiara. Ora erano soli, la stalla odorosa di fieno bagnato e di animale, e il temporale teneva fuori il mondo intero.
Si misero a riparare la porta insieme. Lui teneva le assi, lei piantava i chiodi. Ogni volta che si chinava, il braccio di Gideon le sfiorava il fianco. Ogni volta che lui passava dietro di lei per prendere il martello, il torace largo le premeva un attimo contro la schiena. I respiri si fecero pesanti. La camicia di Miriam, inzuppata, si era resa trasparente; i capezzoli duri spingevano contro il tessuto. Gideon se ne accorse. Non distolse lo sguardo.
«Da mesi ti guardo», mormorò lui, la voce rauca. «Il tuo corpo bianco… lo desidero. Voglio metterci le mani. Voglio vedere quanto sei bagnata per me.»
Miriam arrossì fino al collo, ma non indietreggiò. Si voltò, lo afferrò per il colletto della maglietta e lo baciò a bocca aperta, lingua subito dentro, sapore di pioggia e di uomo. Lui rispose con un ringhio basso, le mani enormi che le scesero sul culo, stringendo forte attraverso i jeans bagnati. Si strofinarono l’uno contro l’altra mentre il vento urtava la stalla. Miriam gli slacciò la cintura, infilò la mano nei pantaloni e trovò il cazzo già duro, spesso, pesante, la pelle calda e vellutata sul glande gonfio.
«Cazzo, sei grosso», soffiò lei contro la sua bocca. «Lo sapevo. Tutte le sere ci pensavo, a questo pezzo di carne nera che mi avrebbe spaccata.»
Gideon le morse il labbro inferiore. «Dillo di più. Parlami sporco mentre ti tocco.»
Lei gli prese il polso e se lo portò tra le cosce, aprendo i bottoni dei jeans. Le dita scure di lui scivolarono sotto le mutandine già inzuppate. Miriam gemette quando due dita le trovarono la fessura gonfia e scivolosa.
«Senti com’è bagnata la figa della contadinella bianca per il nero del podere accanto», ansimò. «Mesidi flirt e adesso finalmente me la fai sentire. Spingi dentro. Tocca il mio clitoride… così, cazzo, così.»
Le dita di Gideon circolarono, scivolarono, ne spinsero una dentro di lei fino alla nocca. Miriam si aperse le gambe di più, la schiena contro la porta riparata a metà. Il temporale ruggiva. Lei gli pompò il cazzo con la mano libera, il precome che le lubrificava il palmo.
«In ginocchio», ordinò lui a un tratto, la voce spezzata dal lustro. «Voglio vedere quelle labbra rosa intorno al mio cazzo nero.»
Miriam obbedì senza esitazione. Si inginocchiò sulla paglia umida, gli abbassò i pantaloni e le mutande, e il cazzo di Gideon le sbatté contro il mento, scuro, venato, grosso come un polso. Lo prese in mano, lo leccò dalla base alla cima, poi aprì la bocca e lo ingoiò. La testa le si riempì dell’odore di uomo e di sapone grezzo. Succhió con avidità, scendendo sempre di più, finché il glande le urtò la gola. Lacrime le bruciarono gli occhi; saliva le colò sul mento e sul petto. Gideon le afferrò i capelli con entrambe le mani e cominciò a fotterle la bocca con spinte misurate ma profonde.
«Brava… ingoia tutto. Guarda che contrasto… le tue labbra chiare su di me. Succhia più forte. Voglio sentire la gola che mi stringe.»
Miriam gorgogliò intorno alla carne, una mano a massaggiargli le palle pesanti, l’altra infilata tra le proprie cosce a strofinarsi il clitoride gonfio. Quando lui tirò indietro, un filo di saliva e precome la collegò ancora al cazzo lucido.
Gideon la sollevò come se non pesasse nulla, le sfilò i jeans e le mutandine in un gesto solo, la camicia aperta, le tette ferme e pallide con i capezzoli duri. La spinse contro il muro di pietra della stalla, le alzò una gamba e con una spinta sola le conficcò dentro tutto il cazzo. Miriam gridò, un suono rauco che si perse nel tuono. Era pieno, troppo pieno, la pelle chiara della figa stirata intorno al grosso scuro che entrava e usciva lucido dei suoi succhi.
«Gesù… mi riempi tutta», ansimò lei, le unghie conficcate nelle spalle nere di lui. «Fottermi. Spingi forte. Voglio sentire le palle che mi sbattono contro il culo.»
Lui la scopò in piedi con spinte profonde e potenti, il bacino che schiaffeggiava il suo, il muro freddo sulla schiena di Miriam, il calore del corpo nero che la schiacciava. Ogni spinta faceva ondeggiare le tette. Gideon chinò la testa e le prese un capezzolo in bocca, lo succhiò duro mentre continuava a martellarle la figa.
Poi la fece girare, la mise a quattro zampe sul fieno sparso. Miriam arcò la schiena, il culo bianco alto, la figa rosata e gocciolante esposta. Gideon le diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi sull’altra, lasciando impronte scure rosse sulla pelle chiara. Entrò di nuovo da dietro, affondando fino in fondo con un gemito gutturale.
«Guarda questo culo bianco che prende il mio cazzo nero», ringhiò, tenendola per i fianchi e scopandola a scatti lunghi e duri. «Stringimi. Sì… così. Ti piace il contrasto, vero? La fighetta italiana piena di senegalese.»
«Sì, cazzo, sì», urlo Miriam, spingendo indietro l’anca per incontrare ogni colpo. «Fottermi più forte. Schiaffeggiami il culo. Riempimi. Voglio sentire le palle sudate che mi battono mentre mi spappelli la figa. Ancora… ancora… più a fondo…»
Gideon le diede altri schiaffi, il suono umido che si mescolava ai gemiti di lei e al fragore della pioggia. Una mano le scese davanti a pomiciare il clitoride gonfio in tempo con le spinte. Miriam venne per prima, un orgasmo lungo che le fece stringere il cazzo a spasmi, un grido soffocato contro il braccio. Continuò a spingere attraverso le contrazioni di lei, sempre più veloce, sempre più duro, finché il suo respiro si spezzò.
«Ti vengo dentro», annunciò, la voce un ringhio. «Ti riempio di sborra calda. Tutta. Fino a farla colare sulle cosce bianche.»
Spinse un’ultima volta fino alla radice e esplose. Miriam sentì il calore denso spararsi in profondità, getto dopo getto, mentre lui le teneva i fianchi e le scaricava tutto il carico. Quando infine si ritrasse, un filo spesso di sperma bianco colò subito dalla figa arrossata e dilatata, scendendo lungo l’interno coscia.
Miriam si voltò ancora carponi, il culo in alto, la figa che stillava, lo sguardo lucido di lussuria. Guardò il cazzo di Gideon ancora semi-duro, lucido del misto dei loro succhi, e con le dita si raccolse la sborra che le usciva, se la portò alla bocca e la leccò con un sorriso sporco.
«La prossima volta me lo conficchi nel culo», disse, la voce roca, «così mi fai colare la sborra nera anche da lì mentre mi tieni aperta con le dita e mi guardi la figa bianca ancora piena del tuo come.»
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