Locker Room Surrender

Due atleti ventiquattrenni si arrendono alla voglia di inculata nello spogliatoio.

25 min read August 27, 2026New

Lo spogliatoio della palestra puzzo ancora di sudore fresco, di doccia calda e di quel sapone industriale che non riesce mai a coprire del tutto l’odore di corpi spinti oltre il limite. Le luci al neon ronzavano sopra le file di armadietti metallici. Fuori, nel corridoio, le voci degli altri si erano già allontanate: risate, porte che sbattevano, il rumore lontano delle scarpe da ginnastica sul linoleum. Restavano solo loro due.

Cody chiuse lo sportello del suo armadietto con un tonfo sordo e si girò. A ventiquattro anni aveva il fisico di chi vive di scatti e contrasti: spalle larghe, pettorali pieni che ancora luccicavano di sudore sotto la maglia aderente, addome segnato, cosce spesse da attaccante abituato a spingere e a far male. Si tolse la maglia lentamente, tirandola sopra la testa, e la buttò sul panchetto. I capelli scuri gli cascarono sulla fronte.

Sullivan era dall’altra parte del corridoio centrale, già a torso nudo. Il difensore tatuato aveva la schiena coperta da inchiostro nero che scendeva lungo la spina dorsale, si allargava sulle scapole, si perdeva sotto la cintura dei pantaloncini ancora sudati. Braccia forti, petto peloso, un tatuaggio che gli avvolgeva il fianco sinistro come una morsa. Ventiquattro anni anche lui. Si asciugò il collo con l’asciugamano e alzò lo sguardo.

Quello sguardo.

Da mesi era così. Non solo occhi che restavano un secondo di troppo quando uno dei due si spogliava. Non solo battute sporche dopo gli allenamenti, confusi tra le risa degli altri. «Te lo faccio entrare tutto, coglione» diceva Cody ridendo quando spingeva Sullivan in allenamento. E Sullivan rispondeva «Prova, se ti senti coglione abbastanza» con un mezzo sorriso che non era mai solo gioco. Mani che si sfioravano passando i pesi. Respiri troppo vicini sotto la doccia quando qualcuno si dimenticava il sapone e chiedeva in prestito. Tensione densa, grezza, che saliva ogni volta che restavano indietro.

Stasera non c’era nessuno a interrompere.

Cody si sedette sul panchetto, gambe divaricate, e si slacciò i pantaloncini. Li calò sulle cosce muscolose, restando solo con il jockstrap scuro che gli stringeva il pacco già mezzo gonfio. Non lo nascondeva. Guardava Sullivan dritto negli occhi mentre si massaggiava il cazzo sopra la stoffa con la palma, lento, spudorato.

«Stai guardando, eh», disse Cody con voce bassa, roca di fatica e di qualcosa di più.

Sullivan non distolse lo sguardo. Lasciò cadere l’asciugamano. Si mise i pollici nei bordi dei pantaloncini e li spinse giù, insieme allo slip. Il cazzo gli balzò fuori già duro, spesso, venato, la testa lucida. I tatuaggi gli scendevano fin quasi all’inguine. Restò nudo, piedi nudi sul pavimento freddo, e non fece un passo indietro.

«Guardo da mesi», rispose Sullivan. La voce gli uscì roca. «E tu lo sai.»

Cody ghignò, ma gli occhi erano scuri, concentrati. Si alzò. Il jockstrap tendeva in avanti in modo osceno. Si avvicinò, lento, finché non ebbe Sullivan a meno di un braccio di distanza. L’odore di sudore maschile, di sapone e di cazzo caldo riempì lo spazio tra loro.

«Dillo chiaro allora», mormorò Cody. «Senza le solite cazzate.»

Sullivan sentì il cuore battergli contro le costole. Aveva immaginato questa scena decine di volte sotto la doccia, con due dita infilate nel culo e il nome di Cody tra i denti. Ora ce l’aveva davanti, vero, sudato, con quel sorriso da predatore. Inspirò a fondo.

«Voglio che mi scopi il culo», disse, chiaro, senza giri di parole. «Voglio il tuo cazzo dentro. Fino in fondo. Qui. Adesso. Da mesi che ci penso ogni volta che ti vedo spogliarti. Voglio che mi apri, che mi usi, che mi inculi come un troia finché non riesco più a camminare dritto. Lo voglio, Cody. Tutto.»

Il silenzio che seguì durò un battito. Poi il ghigno di Cody si allargò, lento, eccitato, quasi feroce. Gli occhi gli brillarono.

«Cazzo», soffiò. «Finalmente. Sapevo che ce l’avevi nel culo sta voglia. Te lo leggevo in faccia ogni volta che mi guardavi mentre mi asciugavo.» Allungò una mano e afferrò il cazzo di Sullivan, lo strinse con forza, lo pompò una volta, due, sentendo quanto era duro. «Me lo dai, allora. Me lo dai tutto. Ti faccio il culo mio stasera, Sully. Te lo riempio. Te lo distruggo se me lo chiedi.»

Sullivan gemette basso, le anche che spingevano da sole nel pugno di Cody. «Sì. Cazzo, sì. Prendilo. Fallo.»

Cody lo trascinò più vicino, petto contro petto, e gli morse il labbro inferiore senza delicatezza. Il bacio fu sporco, lingue che si cercavano, denti, saliva. Le mani di Cody scesero sulla schiena tatuata di Sullivan, scivolarono più in basso, aprezzarono le chiappe sode e le aprirono con le dita. Un indice grezzo premette contro il buco ancora chiuso, solo per sentirlo contrarsi.

«Serrato», mormorò Cody contro la bocca dell’altro. «Però lo vuoi aperto, vero? Lo vuoi pieno del mio cazzo.»

«Lo voglio», respirò Sullivan. «Da mesi. Ogni allenamento. Ogni volta che mi spingi contro il muro in partitella e sento il tuo pacco sulla mia schiena. Mi bagno il buco solo a pensarci.»

Cody rise basso, un suono gutturale. Si tolse il jockstrap con una mano sola. Il cazzo gli saltò fuori, lungo, grosso, la pelle tesa, le vene in rilievo, la testa già lucida di liquido. Lo fece sbattere contro quello di Sullivan, glielo strofinò, unendosi nel caldo e nel sudore.

«Guardalo», ordinò. «Questo ti entra dentro. Tutto. Piano all’inizio perché non voglio romperti… troppo. Poi ti scopio come meriti. Con le mani sulle piastrelle e il culo all’aria.»

Sullivan abbassò lo sguardo e sentì la bocca riempirsi di saliva. Era grosso. Più di quanto avesse immaginato nelle sparate. Ma il desiderio gli bruciava più della paura. Allungò la mano e lo strinse, sentendo il peso, il calore, il battito sotto la pelle.

«Mettilo», disse. «Non farmi aspettare ancora.»

Cody lo spinsò indietro finché le spalle di Sullivan non batterono contro la fila di armadietti. Il metallo freddo contrastava col caldo dei corpi. Si chinò a leccargli un capezzolo, poi l’altro, mentre le dita gli scendevano di nuovo tra le chiappe. Questa volta l’indice premette con più insistenza, girò sul bordo, chiese ingresso. Sullivan aprì le gambe, ansante, e lasciò che il dito scivolasse dentro fino alla prima nocca. Il calore interno lo strinse subito.

«Cazzo quanto sei stretto», borbottò Cody, muovendo il dito piano, cercando. «Ti allargo io. Ti preparo con la lingua e con le dita finché non mi supplichi di montarti. Poi ti inculo qui, contro sti armadietti, con il rischio che torni qualcuno a prendere le cose. Ti eccita, vero? Che ti sentano gemere come una zoccola mentre ti pieno il culo.»

Sullivan chinò la fronte sulla spalla di Cody e spinse indietro sul dito. «Sì. Eccita da morire. Fallo. Mettici anche la lingua. Aprimi. Voglio sentirmi pronto a prendere tutto.»

Cody sfilò il dito, si mise in ginocchio senza esitazione sul pavimento dello spogliatoio, e con le due mani aprì le chiappe di Sullivan. Guardò il buco stretto, rosa, che si contraeva sotto il suo sguardo. Soffiò aria calda sopra, poi ci passò la lingua piatta, lenta, da sotto le palle su fino alla base della schiena. Sullivan lanciò un gemito rotto che rimbalzò sui muri.

«Ancora», chiese. «Non smettere.»

Cody non smise. Lecciò, succhiò, spinse la punta della lingua dentro, lavorò il buco finché non fu lucido di saliva e già più morbido. Aggiunse di nuovo un dito, poi due, aprendo, stirando, cercando la prostata e facendola pulsare finché Sullivan non tremava e spingeva indietro con le anche come un animale in calore. Il cazzo di Sullivan gocciolava sul pavimento. Quello di Cody era così duro che gli faceva male, abbandonato tra le sue cosce mentre lui mangiava culo come se fosse affamato da settimane.

«Basta… cazzo, basta lingue», ansimò Sullivan alla fine, la voce spezzata. «Montami. Voglio il cazzo. Voglio sentirlo entrare.»

Cody si rialzò, la bocca lucida, gli occhi neri di lussuria. Afferrò Sullivan per i fianchi e lo girò di scatto, petto contro gli armadietti, chiappe spinte indietro. Si allineò, prese il proprio cazzo in mano e lo strusciò su e giù lungo il solco, spalmando saliva e precome sul buco ormai pronto.

«Lo prendi», disse Cody contro l’orecchio di Sullivan, la voce un ringhio basso. «Lo prendi tutto e mi ringrazi. E domani in campo cammini storto e pensi ancora a come ti ho riempito.»

La testa del cazzo premette. Sullivan aprì la bocca in un respiro tremante, le mani aggrappate al bordo freddo del metallo, il corpo teso nell’attesa del primo vero spintone. Dietro di lui Cody trattenne un secondo, assaporando il momento, il potere, i mesi di sguardi finalmente diventati carne.

Non entrò ancora fino in fondo. Restò lì, solo la glande che stirava l’anello stretto, facendo sentire a entrambi il punto esatto in cui il gioco stava per diventare fottutamente serio. Il neon ronzava. Lontano, forse, un’altra porta si chiuse. Dentro lo spogliatoio restava solo il respiro pesante di due corpi che avevano smesso di fingere.

Sullivan spinse indietro di un millimetro, impaziente, e Cody rise contro la sua nuca, basso e promesso.

«Adesso», mormorò. «Adesso ti prendo.»

Cody restò fermo un istante di troppo, la testa del cazzo che stirava appena l’anello stretto di Sullivan, sentendo il calore umido che lo chiamava dentro. Il respiro dell’altro gli batteva contro il metallo degli armadietti, caldo e irregolare. Poi, invece di spingere, Cody allentò la pressione. Fece un passo indietro, afferrò Sullivan per un fianco e lo girò di nuovo verso di sé.

«Non qui», mormorò con la voce roca. «Sulla panca. Voglio vederti offrirmelo. Voglio che mi guardi mentre ti apro.»

Sullivan lo fissò con le pupille dilatate, il cazzo che gli pulsava contro la coscia di Cody, già gocciolante. Senza una parola si staccò dagli armadietti e andò verso il panchetto di legno al centro dello spogliatoio. Lì si fermò, di fronte a Cody, e per un lungo momento restarono nudi l’uno di fronte all’altro sotto il neon, sudati, con i cazzi duri che si alzavano tra loro come due promesse grezze.

Si spogliarono di ciò che restava anche se erano già nudi: Cody si tolse i calzini che ancora aveva ai piedi, lento, senza staccare lo sguardo da Sullivan. Sullivan si passò le mani sul petto peloso, scese sull’addome tatuato, poi avvolse il proprio cazzo e lo strinse una volta sola, mostrandolo. Si avvicinarono. Le dita di Sullivan scesero sul cazzo di Cody, lo afferrarono alla base, sentirono il peso, le vene, il calore che pulsava. Cody fece lo stesso: prese quello di Sullivan, lo pompò lento, pollice che strofinava la fessura già bagnata di precome, mescolando i liquidi di entrambi.

«Cazzo quanto sei duro», soffiò Cody. «Lo senti? È tutto per il tuo buco.»

Si baciarono. Lingue che si cercarono subito, profonde, sporche, saliva che scorreva agli angoli della bocca. Cody morse il labbro inferiore di Sullivan, lo succhiò, poi spinse la lingua più dentro mentre le mani scendevano di nuovo sulle chiappe sode, le aprivano, le massaggiavano. Sullivan gemette nel bacio, le anche che si muovevano da sole, i cazzi che si strofinavano l’uno contro l’altro, caldi, scivolosi di sudore e liquido.

Quando si staccarono, un filo di saliva li univa ancora. Sullivan si voltò, si piegò sulla panca a quattro zampe, petto basso, schiena inarcata, culo alto e aperto. Le mani aggrappate ai bordi del legno. Offrì tutto. Le chiappe si divisero da sole, mostrando il buco ancora lucido di saliva precedente, che si contraeva sotto lo sguardo fisso di Cody.

«Guardami», disse Sullivan, voltando la testa. «Guardami mentre te lo do.»

Cody si mise in ginocchio dietro di lui. Sputò. Un getto spesso e caldo che colpì dritto il buco, scivolò giù, bagnò le palle. Sullivan sussultò. Cody sputò di nuovo, più vicino, poi allargò le chiappe con i pollici e ci soffiò sopra. L’indice, già umido, girò sul bordo. Poi due dita, lubrificate solo di saliva, premettero insieme.

«Apriti», ordinò Cody. «Lasciami entrare.»

Le dita scivolarono dentro. Sullivan emise un gemito grosso, gutturalе, che rimbalzò sui muri di piastrelle. Cody le spinse fino alle nocche, le divaricò a forbice, le ritirò e le riaffondò, stirando l’anello caldo e stretto. La saliva faceva squelch a ogni movimento. Sullivan spingeva indietro, il culo che cercava di più, il cazzo che dondolava sotto di lui gocciolando sul pavimento dello spogliatoio.

«Cazzo… così… più a fondo», ansimò Sullivan. «Le sento. Mi aprono. Continua.»

Cody aggiunse saliva dalle dita stesse, le ritirò, ci risputò sopra e le riaffondò con più forza. Due dita che si muovevano a pistone, cercando la prostata, premendola a ogni entrata. Sullivan tremava, le cosce che si contraevano, i tatuaggi della schiena lucidi di sudore. Gemette forte, senza vergogna, la voce che si spezzava ogni volta che le dita gli sfioravano quel punto interno.

«Marco— no, Cody, cazzo, Cody…», singhiozzò, confondendo i nomi nella confusione del piacere. «Mi fai venire solo con le dita. Non fermarti.»

Cody non si fermò. Le torse, le aprì a V, guardò il buco che si dilatava intorno a esse, rosso e lucido, pronto. Con l’altra mano si strinse il proprio cazzo e lo pompò lento, spalmando il precome sulla testa gonfia. L’odore di sesso e sudore riempiva lo spogliatoio. Lontano una porta sbatacchiò, ma nessuno entrò. Solo loro, il neon, e i gemiti di Sullivan che diventavano sempre più alti.

«Lo vuoi il cazzo adesso?», chiese Cody, la voce un ringhio basso mentre le dita continuavano a scoparlo. «Dillo. Dillo chiaro.»

Sullivan spingeva indietro con forza, il culo che ingoiava le dita fino in fondo. «Sì. Lo voglio. Voglio il tuo cazzo. Mettilo. Inculami.»

Cody sfilò le dita di scatto. Sullivan gemette per la perdita, il buco che restò aperto un secondo, pulsante, prima di richiudersi un poco. Cody si alzò, si allineò, la testa del cazzo di nuovo contro l’ingresso bagnato. Strofinò su e giù, spalmò altra saliva, poi premette solo la glande.

«Senza niente», disse Cody. «Nudo. Pelle contro pelle. Lo vuoi così?»

Sullivan voltò la testa, gli occhi lucidi, la bocca aperta. «Sì. Senza preservativo. Voglio sentirlo crudo. Voglio il tuo cazzo nudo che mi apre e mi riempie. Ti prego, Cody. Inculami senza gomma. Spingilo dentro. Tutto. Adesso. Non reggo più.»

La supplica uscì chiara, grezza, senza filtri. Cody sentì qualcosa spezzarsi dentro, il limite del desiderio che crollava. Afferrò i fianchi di Sullivan con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne soda, e spinse. La testa entrò con uno schiocco umido. Sullivan urlò un gemito lungo, le unghie che graffiavano il legno della panca. Cody restò fermo, solo la glande dentro, assaporando la stretta, il calore che lo succhiava.

«Cazzo sei stretto», borbottò. «Mi stringi come una morsa. Respira. Lo prendi tutto.»

Spinse ancora. Un centimetro, poi un altro. Sullivan ansimava, spingeva indietro da solo, il culo che cercava di ingoiarlo. Cody guardò giù: il suo cazzo che spariva piano tra le chiappe, le vene che sparivano dentro quel buco caldo e lubrificato solo di saliva. Quando fu a metà, si fermò di nuovo, le anche che tremavano dallo sforzo di non affondare tutto d’un colpo.

«Ancora», supplicò Sullivan. «Non ti fermare. Voglio sentirlo fino in fondo. Scopami. Usami. Sono tuo.»

Cody spirò contro la schiena tatuata, le labbra che sfioravano l’inchiostro. Poi spinse fino in fondo con un colpo secco. Le palle batterono contro quelle di Sullivan. Entrambi gemettero insieme, un suono grezzo e animale. Cody restò sepolto, sentendo le pareti interne che gli pulsavano intorno al cazzo, che lo strozzavano in modo delizioso. Sullivan aveva la fronte premuta sul legno, la bocca aperta, un filo di bava che gli colava. Il cazzo gli pendeva pesante, gocciolante, intoccato.

«Lo senti?», ringhiò Cody, ritirandosi di poco e riaffondando. «Tutto dentro. Nudo. Come volevi. Da mesi che te lo sogni e adesso ce l’hai. Ti muovo il culo come voglio io.»

Cominciò a scoparlo. Lento all’inizio, colpi lunghi e profondi che facevano scricchiolare la panca. Ogni spinta faceva gemere Sullivan più forte, parole sporche che gli uscivano a raffica: «Più forte… sì… così… mi scoperi il culo… riempimi…». Cody aumentò il ritmo. Le mani che tenevano i fianchi lo tiravano indietro ad ogni affondo, il suono di pelle contro pelle che riempiva lo spogliatoio, umido, ritmico, osceno. Il culo di Sullivan si apriva e si chiudeva intorno al cazzo, accettandolo, chiedendone ancora.

Cody si chinò sopra di lui, petto contro schiena, e gli morse la spalla mentre continuava a pomparlo. Una mano scese e afferrò il cazzo di Sullivan, lo strinse, lo pompò a tempo con le spinte. Sullivan gridò, le anche che andavano all’impazzata tra il pugno e il cazzo che lo riempiva.

«Vieni così», ordinò Cody all’orecchio. «Vieni mentre ti inculo. Voglio sentire il tuo culo che mi strizza quando sborri.»

Ma non lo fece venire ancora. Rallentò di proposito, uscì quasi del tutto, lasciò solo la testa dentro, poi affondò di nuovo fino alle palle con un colpo secco che fece sbattere Sullivan in avanti. Il desiderio li spingeva oltre ogni limite. Non c’era più gioco, non c’erano più scuse. Solo due corpi che si prendevano tutto ciò che avevano tenuto dentro per mesi.

Cody rialzò un poco il busto, guardò il punto in cui erano uniti, il buco arrossato che ingoiava il suo cazzo a ogni spinta. Sputò di nuovo, questa volta sulla base del proprio cazzo, e riaffondò facendo squelch. Sullivan tremava tutto, i muscoli delle cosce che si contraevano, la voce che non riusciva più a formare frasi intere, solo gemiti e «Cody… cazzo… ancora…».

Si scoparono così a lungo, il ritmo che saliva e scendeva, Cody che lo portava al bordo e poi rallentava di nuovo, tenendolo sospeso. Le mani di Sullivan scivolavano sul legno sudato. Il neon ronzava sopra di loro. Fuori il mondo esisteva ancora, ma lì dentro c’era solo il calore, l’odore di sesso, il suono dei corpi che sbattevano e la certezza che nessuno dei due avrebbe smesso finché non avesse preso tutto ciò che voleva.

Cody uscì del tutto per un istante, guardò il buco aperto e pulsante, ci rismise dentro le due dita solo per sentirlo contrarsi, poi le sostituì di nuovo con il cazzo in un colpo solo. Sullivan urlò di piacere. Cody lo prese pei fianchi e lo scopò più duro, più profondo, ogni affondo che spingeva Sullivan in avanti sulla panca, le palle che battevano, il respiro che diventava un ringhio continuo.

«Dimmi di nuovo», ansimò Cody. «Dimmi che lo vuoi nudo. Che mi vuoi dentro senza niente.»

«Lo voglio nudo», singhiozzò Sullivan, la voce rotta. «Voglio la tua sborra nel culo. Voglio che mi inculi finché non cammino più dritto. Non fermarti. Non tirarlo fuori. Scopami. Usami. Sono la tua troia stasera, Cody. Tutto tuo.»

Cody sentì il cazzo pulsargli più forte a quelle parole. Continuò a scoparlo, il ritmo ormai bestiale, la panca che scricchiolava sotto di loro, i corpi che sbattevano bagnati di sudore. Non c’era più spazio per fingere. Solo la voglia grezza di arrivare fino in fondo, di riempirlo, di lasciare il segno. E mentre Cody affondava ancora e ancora nel culo caldo e stretto di Sullivan, entrambi sapevano che questo era solo l’inizio di ciò che si sarebbero presi quella notte nello spogliatoio vuoto.

Cody affondò di nuovo fino alle palle con un colpo secco che fece scricchiolare tutta la panca sotto il peso dei loro corpi. Sullivan gemette a bocca aperta, la fronte premuta sul legno sudato, le unghie che si conficcavano nei bordi. Il culo gli si apriva e si richiudeva intorno a quel cazzo spesso come una morsa viva, calda, affamata. Cody gli teneva i fianchi con entrambe le mani, le dita affondate nella carne soda fino a lasciarci i segni rossi, e tirava indietro il corpo dell’altro a ogni spinta per infilarselo ancora più a fondo.

«Lo prendi tutto, eh?», ringhiò Cody, la voce spezzata dal respiro pesante. «Guarda come ti si apre il buco. Mi ingoi come una troia affamata. Da mesi che te lo sogni e adesso te lo sto sfondando per davvero.»

Sullivan spingeva indietro da solo, le chiappe che sbattevano contro l’inguine di Cody con un suono umido e osceno. «Più forte… cazzo, Cody, più forte… incula più duro… sento ogni vena… mi stai aprendo tutto…» La voce gli usciva rotta, gutturalе, mescolata a gemiti che rimbalzavano sulle piastrelle. Dentro di lui il cazzo di Cody graffiava la prostata a ogni affondo, un piacere così grezzo e violento che gli faceva venire le lacrime agli occhi. Pensava a tutte le volte che li aveva immaginati così, sotto la doccia, con due dita nel culo e il nome di Cody tra i denti. Adesso era reale, crudo, senza gomma, solo saliva e caldo e pelle che scivolava.

Cody aumentò il ritmo. Spinte profonde, violente, bestiali. Le palle gli battevano contro quelle di Sullivan a ogni colpo, il suono di carne contro carne riempiva lo spogliatoio insieme al puzzo di sudore e sesso. Teneva i fianchi come se volesse spezzarli, lo tirava indietro mentre spingeva in avanti, seppellendosi fino in fondo e restando un secondo sepolto solo per sentire le pareti interne che gli pulsavano intorno. Sullivan tremava tutto, i muscoli delle cosce che si contraevano, la schiena tatuata lucida di sudore che si inarcava.

«Cazzo sei stretto… mi strizzi il cazzo da fare male… continua a spingere indietro così… sì, così, offriti… sei il mio buco stasera…» Cody sputò di nuovo sulla base del proprio cazzo mentre entrava e usciva, la saliva che faceva squelch a ogni movimento. Guardava giù, ipnotizzato: il buco arrossato di Sullivan che si dilatava intorno al suo cazzo grosso, che lo inghiottiva centimetro dopo centimetro, che lo lasciava uscire lucido di liquido e poi lo riacciuffava.

Sullivan non reggeva più. La testa gli girava, il cazzo gli dondolava pesante e gocciolante sotto la pancia senza che nessuno lo toccasse. «Girami… cazzo girami… voglio vederti… voglio guardarti negli occhi mentre me lo sbatti dentro…»

Cody uscì di scatto, lasciando il buco di Sullivan aperto e pulsante, che si contraeva a vuoto cercando di richiudersi. Afferrò Sullivan per un braccio e lo girò di peso sulla panca, lo stese sulla schiena, le gambe divaricate e sollevate. Il legno era duro sotto le scapole tatuata di Sullivan, freddo contro la pelle calda. Cody si sistemò tra le sue cosce, afferrò le caviglie e le spinse indietro verso il petto, aprendo completamente quel culo già usato. Si allineò di nuovo, la testa del cazzo contro l’ingresso bagnato e arrossato, e affondò tutto d’un colpo.

Sullivan urlò. Un gemito lungo, rotto, che gli uscì dal petto mentre il cazzo di Cody gli riempiva di nuovo fino in fondo. Ora si guardavano negli occhi. Cody sopra di lui, spalle larghe che gli facevano ombra, pettorali lucidi di sudore, occhi neri di lussuria che non distoglievano lo sguardo. Iniziò a scoparlo di nuovo, spinte profonde e ritmate, il bacino che sbatteva forte, il cazzo che entrava e usciva con forza mentre teneva le gambe di Sullivan aperte.

«Guardami», ordinò Cody, ansimando. «Guardami mentre ti inculo. Voglio vedere la faccia che fai quando ti riempio. Sei bellissimo così, con il culo pieno del mio cazzo…»

Sullivan lo fissava, le pupille dilatate, la bocca aperta, un filo di bava che gli colava all’angolo delle labbra. Ogni spinta gli faceva battere la testa leggermente contro il legno, ogni affondo gli mandava scariche di piacere dalla prostata su per la schiena. Allungò una mano e si afferrò il cazzo, iniziando a masturbarsi freneticamente, il pugno che scivolava veloce su e giù sulla lunghezza dura e gocciolante. «Cazzo… così… continuami a sbattere… sto per venire… mi fai venire solo col cazzo nel culo…»

Cody spingeva più duro, più violento, tenendo le gambe di Sullivan piegate e aperte, guardandolo dritto negli occhi mentre il suono umido delle spinte riempiva l’aria. «Vieni. Vieni sul tuo addome. Voglio vedere lo schizzo. Voglio sentire il tuo culo che mi strizza quando sborri…»

Sullivan si pompava il cazzo come un matto, il polso che volava, il precome che gli scorreva tra le dita. Il piacere saliva troppo in fretta, inarrestabile. Cody affondò fino in fondo e ci restò, muovendo solo le anche a cerchio, premendo forte contro la prostata. Fu quello a farlo esplodere.

Sullivan venne con un urlo strozzato, il cazzo che pulsava nel suo pugno e schizzava getti caldi e densi sull’addome, sul petto peloso, fin quasi al mento. Le contrazioni gli partirono dall’ano: il culo si strinse a morsa intorno al cazzo di Cody, ondate ritmiche che lo succhiavano, lo strozzavano, lo mungevano. «Ahhh… cazzo… sto venendo… mi strizza… senti come ti chiude…»

Cody gemette forte sentendo quelle strette deliziose. Continuò a scoparlo attraverso l’orgasmo di Sullivan, spinte corte e profonde mentre il culo dell’altro si contraeva all’impazzata intorno a lui. «Sì… stringimi così… cazzo che culo… sto per riempirti…»

Non resistette. Affondò fino alle palle, le anche che si contrassero, e sborrò. Getti caldi e spessi di sperma che esplodevano in fondo al culo di Sullivan, ondata dopo ondata, riempiendolo fino a farlo traboccare. Cody ansimava, gli occhi fissi in quelli di Sullivan, mentre continuava a pompare piccoli colpi, spremendosi le palle dentro di lui. Lo sperma caldo colava già fuori intorno al cazzo ancora sepolto, scendeva lungo il solco, gocciolava sulla panca di legno mescolandosi al sudore.

«Lo senti?», soffiò Cody, la voce roca, ancora dentro. «Te l’ho riempito. È tutto tuo. Cola pure… cazzo guarda quanto ne esce…»

Sullivan respirava a scatti, il corpo ancora scosso dalle scosse, lo sperma di Cody che gli usciva dal buco a ogni piccola mossa. Si guardavano ancora. Il neon ronzava. Fuori lo spogliatoio era silenzioso. Cody non uscì. Restò sepolto, il cazzo ancora duro che pulsava dentro il culo pieno e gocciolante di Sullivan, e con un sorriso sporco, predatore, gli accarezzò la coscia interna.

«Non ho finito con te», mormorò. «Questa era solo la prima. Stanotte te lo riempio di nuovo. E di nuovo. Finché non cammini più. E tu lo vuoi, vero? Lo vuoi ancora.»

Sullivan, lo sguardo lucido, lo sperma sul ventre e quello di Cody che gli cola dal culo, annuì piano, già con le anche che si muovevano di nuovo, già pronto a prenderlo un’altra volta.

Cody restò sepolto fino alle palle, il cazzo ancora duro e pulsante che spingeva contro le pareti interne già scivolose di sborra. Sullivan respirava a scatti sotto di lui, le gambe ancora piegate e aperte, lo sperma che gli cola caldo lungo il solco delle chiappe e gli sporca la panca di legno. Il neon ronzava sopra le loro teste sudate, l’aria dello spogliatoio densa di odore di cazzo, di culo usato e di quella prima sborrata che ancora gocciolava.

«Non muoverti», mormorò Cody con la voce roca, le mani che scendevano a stringere le cosce interne di Sullivan. «Voglio sentirlo ancora un secondo. Come ti stringe, come mi tiene.» Spinse piano, solo un millimetro avanti e indietro, e sentì il calore denso della propria sborra che lo lubrificava mentre le pareti di Sullivan si contraevano in piccoli spasmi residui. Sullivan gemette basso, gli occhi lucidi fissi nei suoi.

«Cazzo… è ancora tutto dentro», ansimò Sullivan. «Lo sento caldo… mi riempie. Toglilo piano. Voglio vederlo uscire.»

Cody obbedì. Si ritrasse centimetro dopo centimetro, lentissimo, assaporando ogni contrazione dell’anello arrossato che cercava di trattenerlo. La testa del cazzo uscì con uno schiocco umido e osceno. Un filo spesso di sperma bianco lo seguì subito, colando dal buco dilatato di Sullivan in un rivolo caldo che scese lungo il perineo, bagnò le palle e gocciolò sul legno già macchiato. Cody restò in ginocchio tra le gambe aperte dell’altro, il cazzo ancora pulsante e lucido di sborra e saliva, e fissò quel buco. Era aperto, rosso, gonfio, che si contraeva piano come se cercasse ancora qualcosa da ingoiare. Altri getti di sperma uscirono a ondate, spessi, cremosi, che scendevano e si accumulavano.

«Guarda che merda bella», soffiò Cody, la voce piena di lussuria. Allungò due dita e le passò sul buco dilatato, raccogliendo lo sperma che cola, spalmando il liquido caldo intorno all’anello arrossato, sulle pieghe, giù verso le palle. Strofinò lento, sporcando, spingendo un po’ di sborra di nuovo dentro con la punta delle dita solo per vederla uscire di nuovo. Sullivan tremò, le anche che si sollevarono di riflesso.

«Cody… cazzo, le tue dita…» gemette Sullivan. «È tutto caldo… mi stai spalmando la tua sborra sul culo come se fossi tuo.»

«Lo sei», rispose Cody. «Stasera sei il mio buco pieno. Guarda come cola. Guarda quanto te ne ho messo.» Continuò a massaggiare, le dita che scivolavano nel solco bagnato, che aprivano leggermente le labbra dell’ano ancora morbido e che spalmavano lo sperma sulle chiappe sode, lasciando scie lucide. Sullivan allungò una mano e afferrò il polso di Cody, non per fermarlo, ma per spingerlo a continuare, a entrare di nuovo con le dita nel buco pieno.

Cody piegò le dita e le spinse dentro fino alla seconda nocca. Il calore era incredibile: caldo, scivoloso di sborra, stretto nonostante l’apertura. Sullivan emise un gemito grosso, gutturale, mentre Cody muoveva le dita piano, cercando la prostata ancora sensibile, facendola pulsare. Altra sborra uscì intorno alle dita, scivolò sul dorso della mano di Cody. Li guardò entrambi, ipnotizzati da quella vista volgare.

Poi Cody sfilò le dita, le portò alla bocca di Sullivan e le premette contro le labbra. «Lecca. Assaggia quanto ti ho riempito.»

Sullivan aprì la bocca senza esitare, succhiò le dita sporche, lecca lo sperma di Cody mescolato al sapore del proprio culo. Gli occhi si chiusero un attimo dal gusto. Cody si chinò sopra di lui, tolse le dita e lo baciò. Il bacio fu profondo, sporco, lingue che si avvolgevano, saliva e residui di sborra che si mescolavano. Si baciano a lungo, lenti, mentre i corpi ancora nudi si premevano petto contro petto, i cazzi che si strofinavano morbidi e poi di nuovo duri tra i ventri sudati. Quando si staccarono, un filo di saliva li univa ancora. Entrambi risero, bassi, complici, il suono che rimbalzò sulle piastrelle.

«Cazzo che figata», rise Sullivan, la voce ancora roca. «Mi hai letteralmente riempito il culo e adesso mi fai leccare le dita. Sei un porco.»

«E tu sei una troia che lo vuole ancora», rispose Cody ridendo, dandogli una pacca leggera su una chiappa. «Senti come cola ancora. Non smette.»

Sullivan si sollevò a sedere sulla panca, lo sperma che gli scese ancora lungo la coscia. Guardò il cazzo di Cody, ancora mezzo duro e lucido, e poi il proprio, che tornava a gonfiarsi. «Andiamo sotto la doccia», disse. «Voglio continuare. Voglio le tue dita e la tua lingua sotto l’acqua calda. Voglio che mi apri di nuovo mentre ci insaponiamo. E poi ti leccio il cazzo pulito e te lo rimetto in gola se me lo chiedi.»

Cody ghignò, gli occhi scuri di nuova fame. Si alzarono insieme. I corpi ancora sudati e macchiati di sborra camminarono nudi verso le docce del fondo dello spogliatoio. L’acqua calda partì con un rumore sordo, il vapore salì subito, riempiendo l’aria di umidità. Cody spinse Sullivan sotto il getto, lo premette contro le piastrelle bagnate e lo baciò di nuovo mentre l’acqua scorreva sui loro muscoli, lavava il sudore ma non tutto lo sperma che ancora colava dal buco di Sullivan.

Le mani di Cody scesero subito. Le dita trovarono di nuovo il solco, entrarono nel buco ancora morbido e pieno di residui, lo scoparono piano sotto l’acqua calda. Sullivan gemette contro la sua bocca, le gambe divaricate, spingendo indietro. Cody si chinò, lecca il collo, scese sul petto peloso, poi si mise in ginocchio sul pavimento bagnato delle docce e aprì le chiappe di Sullivan con entrambe le mani. Guardò il buco che gocciolava ancora un filo diluito di sborra sotto l’acqua, e ci passò la lingua. Leccò a fondo, spinse la lingua dentro, succhiò, bevve ciò che restava mescolato all’acqua. Sullivan tenne la testa gettata indietro, le mani nei capelli bagnati di Cody, gemendo forte mentre la lingua calda lo apriva di nuovo.

«Cazzo sì… leccami il culo pieno… mettici le dita… aprimi ancora…» ansimò Sullivan.

Cody obbedì. Due dita entrarono accanto alla lingua, si mossero a pistone, cercarono la prostata e la strofinarono mentre l’acqua calda scorreva sulle loro schiene. Sullivan si toccò il cazzo con una mano, pompò lento, godendo di ogni spinta. Poi si girarono. Sullivan fece scendere Cody e gli prese il cazzo in bocca sotto il getto, lo succhiò a fondo, lecca le palle, lo rifece duro del tutto mentre le dita di Cody continuavano a lavorare il suo buco dall’altra parte, infilandosi e uscendo, spingendo, stirando.

Si giocarono così a lungo sotto l’acqua calda: dita che entravano, lingue che leccavano buchi e cazzi, risate basse quando l’acqua gli finiva in faccia, baci bagnati, mani che strofinavano sapone sui corpi solo per potersi toccare ovunque con più scivolamento. Cody spinse di nuovo le dita fino in fondo nel culo di Sullivan e lo masturbò allo stesso tempo finché Sullivan non sborrò una seconda volta, getti bianchi che l’acqua diluiva subito sulle piastrelle. Sullivan ricambiò, si mise in ginocchio e succhiò Cody fino a farcelo venire in gola, ingoiando tutto mentre le dita di Cody gli restavano ancora conficcate dentro.

Quando l’acqua cominciò a raffreddarsi un poco e i corpi erano puliti ma ancora eccitati, si strinsero sotto il getto residuo, fronti unite, respiri calmi.

«Domani», mormorò Cody contro le labbra di Sullivan, già con un sorriso sporco che gli tornava. «Domani dopo l’allenamento restiamo di nuovo indietro. Ti prendo negli spogliatoi di nuovo. Ma questa volta ti faccio inginocchiare prima e ti faccio leccare il cazzo finché non ti bagno la faccia. Poi ti metto a pecora contro gli armadietti e ti inculo fino a farti sborrare solo dal culo, senza toccarti. E sabato… sabato vengo a casa tua. Ti scopro il culo sul divano del salotto e te lo riempio due volte di fila. Voglio che cammini storto tutta la settimana e che ogni volta che ti siedi in panchina pensi ancora a come ti ho aperto stasera.»

Sullivan rise basso, le dita che ancora accarezzavano il cazzo di Cody sotto l’acqua. «Lo voglio. Tutti i giorni se serve. E la prossima volta porto il lubrificante vero, così mi sfondi ancora più a fondo senza farmi male… troppo. E ti faccio venire dentro tre volte di fila. Piano il piano: dopo la partita di mercoledì restiamo ultimi, spengo le luci dello spogliatoio e ti faccio montarmi al buio. Voglio sentire solo il tuo cazzo che entra e la tua sborra che cola. E poi a casa mia, come dici tu. Il divano, il letto, la doccia di casa… ovunque. Sono tuo finché me lo chiedi.»

Cody lo baciò di nuovo, lento, promettente, mentre l’acqua scorreva ancora sui loro corpi. Già stava pensando a mercoledì, a come avrebbe tenuto Sullivan aperto con le dita mentre gli raccontava sporcizie all’orecchio, a come lo avrebbe riempito di nuovo e di nuovo finché non avrebbe camminato dritto per giorni. Il piano era già chiaro nella sua testa, grezzo e preciso come una spinta fino in fondo.

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