L’Incontro al Lago
Due bei fighi si incontrano al lago all’alba, si spogliano nudi e finiscono con Hugo che incula Omar sulla riva.
L’acqua del lago di montagna era un vetro scuro e freddo quando Omar vi immerse i piedi nudi. Aveva trent’anni, il corpo allenato da ore di palestra e di corsa sui sentieri, le spalle larghe e i pettorali scavati che la luce dell’alba rendeva ancora più netti. Cercava solo una nuotata solitaria, il silenzio rotto appena dal fruscio degli alberi e dal primo verso di un uccello. Poi vide lui.
Hugo stava sulla riva, la canna da pesca abbandonata contro una pietra, il busto nudo e abbronzato, i pantaloni corti calati un po’ sui fianchi. Aveva ventotto anni, muscoli pieni e densì, la pelle ancora umida di rugiada, i capelli scuri un po’ scompigliati. I loro sguardi si incrociarono e non si staccarono. Non ci fu sorriso cortese: fu un sorriso storto, malizioso, che diceva già tutto. Omar sentì il sangue scendere basso, il cazzo muoversi leggermente nel costume.
«Bel posto per stare da soli», disse Hugo, la voce roca, senza alzarsi. «O forse non da soli del tutto.»
Omar si avvicinò, i piedi che affondavano nell’erba bagnata. «Volevo solo nuotare. Tu peschi o guardi?»
«Guardo.» Hugo lo squadrò aperto, dagli addominali alle cosce. «E mi piace quello che vedo. Anche a te, a giudicare da come mi fissi.»
La tensione era densa, fisica. Omar rise basso. «Sei diretto.»
«Sono mattiniero e cazzooso. Vieni. L’acqua è gelata, ma scalda in fretta se si è in due.»
Si spogliarono senza fretta e senza pudore. Omar calò il costume, il cazzo già mezzo duro che dondolò pesante; Hugo si liberò dei pantaloncini e mostrò un cazzo grosso, scuro, venoso, che si riempiva sotto lo sguardo di Omar. Entrarono nell’acqua fino alla vita. Il freddo li fece gemere, poi i corpi si avvicinarono. Una spalla che sfiorava un petto, una coscia che urtava un fianco «per caso». Le mani si mossero. Hugo afferrò il cazzo di Omar sotto l’acqua, lo strinse con le dita fredde e sicure, lo tirò piano verso di sé.
«Cazzo…», mormorò Omar, e ricambiò afferrandogli il culo sodo, le dita che affondavano nella carne, avvicinandolo finché i due membri si strofinarono. «Vuoi questo sul serio.»
«Voglio questo ora», rispose Hugo. «Fuori. Sulla riva. Prima che qualcuno passi — o che me ne freghi del tutto.»
Uscirono grondanti, l’erba che si attaccava alle caviglie. Omar non aspettò. Si mise in ginocchio sull’erba, afferrò le cosce di Hugo e gli prese in bocca il cazzo ancora umido di lago. Lo succhiò con avidità, le labbra tese intorno al glande grosso, la lingua che premeva sulla vena inferiore, la gola che si apriva per prenderlo più a fondo. Hugo gemette, una mano nei capelli di Omar, le anche che spingevano piano.
«Così… succhialo tutto, bravo… cazzo come lo prendi.»
Omar bavava, gli occhi umidi, una mano che si toccava il proprio cazzo duro e gocciolante. Sapeva di pelle e di acqua fredda, di sale e di desiderio grezzo. Quando Hugo era completamente duro e pulsante, lo tirò su.
«In ginocchio. Quattro zampe. Voglio incularti qui.»
Omar obbedì, il culo alzato verso l’alba, le spalle basse. Hugo si mise dietro, gli spalmò un po’ di saliva sul buco stretto, lo preparò con due dita spesse finché Omar non spingeva indietro chiedendo di più. Poi allineò il cazzo e entrò. Un gemito lungo e roco uscì da entrambi quando la testa grossa forzò l’anello e scivolò dentro, centimetro dopo centimetro, fino a che le palle di Hugo toccarono la pelle di Omar.
«Stretto… sei stretto da impazzire», borbottò Hugo, e cominciò a scoparlo. Spinte profonde, ritmiche, le mani che gli tenevano i fianchi, il suono umido della carne contro la carne che si mescolava al respiro affannoso. Omar spingeva indietro, il cazzo che dondolava e gocciolava sull’erba, la voce rotta.
«Più forte… inculami più forte… sì, così, fino in fondo…»
Hugo lo masturbava mentre lo inculava, il pugno che scorreva svelto sul cazzo di Omar in tempo con le penetrazioni. Il lago restava immobile dietro di loro, il mondo ridotto a quel punto di calore e di sforzo. Cambiarono. Hugo si sdraiò sull’erba, il cazzo lucido e dritto, e Omar lo montò. Si abbassò lentamente, sentendo di nuovo ogni vena, ogni centímetro che lo riempiva, poi cominciò a cavalcarlo con spinte selvagge, le cosce che lavoravano, il culo che sbatteva contro il bacino di Hugo. Gemetti forte, senza freni, le mani sul petto sudato di Hugo, i capezzoli duri sotto le dita.
«Mi vieni dentro… voglio sentirtelo sparare…»
Hugo afferrò i suoi fianchi e lo sfondò dal basso, incontrando ogni discesa con una spinta verso l’alto. Il ritmo diventò caotico, animale. Omar strinse il proprio cazzo e si segò in fretta, la testa buttata indietro, i muscoli del ventre che si contraevano. L’orgasmo lo colpì come un pugno: schizzò forte sul petto di Hugo, getti caldi che gli solcavano i pettorali e gli addominali, mentre il buco gli pulsava intorno al cazzo che lo stava ancora inculando. Quella stretta trascinò Hugo. Spinse fino in fondo, gemette a denti stretti e venne dentro Omar, scariche profonde, lunghe, riempiendolo di sborra calda che Omar sentì arrivare e restare.
Restarono così, ansimanti, sudati, il cazzo di Hugo che si ammorbidiva piano dentro di lui. Poi Omar si sollevò, un filo di sborra che gli colava sulla coscia, e si lasciò cadere accanto a Hugo. Si bacarono a lungo, con passione grezza, lingue e denti e respiro condiviso, le mani che ancora esploravano schiene e culi e pettorali sporchi di sborra.
Quando il respiro si calmò, Hugo aiutò Omar a rivestirsi. Gli porse il costume, gli asciugò un po’ la schiena con la propria maglietta. Si scambiarono i numeri, le dita che si sfioravano sullo schermo del telefono.
«Stesso lago. Presto», disse Hugo.
«Presto», rispose Omar.
Si guardarono un’ultima volta, complici, soddisfatti, i corpi ancora caldi sotto i vestiti umidi. Poi Omar si allontanò lungo la riva e Hugo riprese la canna da pesca senza davvero usarla.
Il lago tornò silenzioso. Solo l’acqua contro le pietre, e niente altro.
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