Divorzio Bollente tra i Vinili

Marco e Reid firmano le carte del divorzio e finiscono a scopare selvaggiamente tra i vinili.

10 min read September 03, 2026New

Marco aprì la porta del suo appartamento di Milano con un mezzo sorriso stanco, la maglietta nera aderente che segnava i muscoli del torace e le braccia coperte di tatuaggi scuri — draghi, onde, date che non spiegava a nessuno. Aveva quarantadue anni, i capelli neri con qualche filo d’argento alle tempie, e da sei mesi portava avanti la pratica di divorzio come se fosse una sentenza di morte lenta. Reid entrò senza chiedere permesso, cartella di pelle sotto il braccio, blazer grigio lasciato aperto sulla camicia bianca. Trentacinque anni, corpo atletico da chi correva ogni mattina lungo i Navigli, sguardo sfacciato e bocca sempre un po’ piegata in un sorriso che sapeva di guai.

«Le ultime carte», disse Reid, posando la cartella sul tavolino basso. «Firmi queste e sei ufficialmente un uomo libero, Marco.»

L’appartamento puzzava di cera per i mobili e di vinili aperti. Jazz ovunque: Coltrane, Miles Davis, Ellington sparsi sul pavimento di parquet, copertine stropicciate, un giradischi ancora caldo che girava piano un pezzo di sax. Sul tavolo una bottiglia di Barolo già stappata, due bicchieri. Marco versò il vino rosso scuro senza chiedere. Le loro dita si sfiorarono sul calice. Tensione. Mesi di riunioni in ufficio, di sguardi trattenuti troppo a lungo, di silenzi carichi mentre Reid gli spiegava quote e affidamenti. Ora, qui, tra i dischi e l’odore di legno e alcool, non c’era più nessuno a fingere.

Reid si chinò per raccogliere un vinile caduto vicino al divano. Lo fece apposta: il petto quasi contro il ginocchio di Marco, il respiro caldo sulla coscia, le dita che “per sbaglio” strisciarono sul denim scuro. Marco sentì il cazzo muoversi nella boxer. Alzò lo sguardo. Reid lo stava già fissando, pupille dilatate, labbra leggermente aperte.

«Lo sai che lo voglio», mormorò Reid, voce bassa, rauca. «Lo sai da mesi.»

Marco bevve un sorso lungo, la gola che si mosse. «Sì. E tu lo sai che io… cazzo, Reid. Non ho toccato un uomo da anni. Mia moglie, la routine, la figlia ormai grande… mi sono chiuso. Ma ogni volta che entravi in quella stanza di riunione con quel culo stretto nei pantaloni e quella faccia da “ti farei qui sul tavolo”, mi veniva duro sotto la scrivania.»

Reid rise piano, un suono sporco. Si sedette più vicino sul divano, le ginocchia che si toccavano. «Io dopo ogni incontro andavo in bagno. Mi sfilavo il cazzo e mi segavo pensando a te. Ai tuoi avambracci tatuati che mi tenevano fermo. Alla tua bocca. Una volta ho venuto così forte che ho dovuto buttare la camicia. Pensavo a te che mi aprivi, che mi usavi.»

Il flirt non era più sottile. Reid poggiò la mano sul pacco di Marco, lo strinse piano attraverso i jeans. Marco era già mezzo duro, grosso, e si irrigidì tutto sotto il palmo caldo. Un gemito gli uscì dalla gola. Si alzarono insieme, come se un filo invisibile li tirasse. La bocca di Marco si schiantò su quella di Reid con violenza: lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra, saliva e sapore di vino rosso. Si strappavano i vestiti. La maglietta di Marco volò via, svelando il petto peloso e i pettorali duri. Reid gli slacciò la cintura con mani impazienti; i jeans scesero insieme al boxer, e il cazzo di Marco balzò fuori — grosso, venato, peloso alla base, già lucido di precome.

«Gesù», soffiò Reid, gli occhi lucidi di fame. «È ancora più bello di come lo immaginavo.»

Marco lo spinse in ginocchio tra i vinili. Reid non oppose resistenza; anzi, aprì la bocca subito, avido. Marco gli afferrò i capelli scuri e gli cacciò il cazzo in gola con una spinta decisa. Reid tossì una volta, poi si rilassò, lasciando che il glande gli urtasse il fondo della gola. Succhia va con rumore, bava che gli colava sul mento, una mano a massaggiarsi le palle. Marco teneva il ritmo, pezzi di jazz che suonavano ancora in sottofondo mentre spingeva più a fondo. «Tutto. Prendilo tutto, avvocato di merda. Mesi a guardarmi e ora ti riempio la gola.»

Reid gemette intorno al cazzo, occhi alzati, lacrime di sforzo agli angoli. Quando Marco lo tirò su, le labbra di Reid erano rosse e lucide. Si baciarono di nuovo, sapore di cazzo e vino. Marco lo girò, lo piegò sul divano pieno di dischi: copertine che scricchiolavano sotto il petto di Reid. Gli abbassò i pantaloni e il boxer in un colpo solo, svelando un culo sodo, liscio, già contratto dall’attesa. Marco gli spalancò le natiche con le mani grandi, gli soffiò sopra, poi gli sputò sulla striscia e cominciò a stuzzicare l’ingresso con due dita.

«Dillo», ordinò. «Dillo che lo vuoi.»

«Lo voglio», ansimò Reid, spingendo indietro. «Inculami. Forte. Da mesi mi segno pensando a questo.»

Marco si allineò, il cazzo grosso e peloso che premeva. Entrò con una spinta lenta e inesorabile, centimetro dopo centimetro, fino a infilarsi tutto. Reid urlò un gemito soffocato, la schiena inarcata, le mani che afferravano i cuscini e i bordi dei vinili. Marco cominciò a scoparlo in doggy, spinte profonde che facevano sbattere le palle contro la pelle, il suono umido e osceno che riempiva la stanza. Di tanto in tanto alzava la mano e gli tirava uno schiaffo secco su una natica, lasciando il segno rosso. Reid spingeva indietro, chiedendo di più, la voce spezzata: «Così… più forte… rompimi, Marco, cazzo…»

Il ritmo divenne selvaggio. Marco lo teneva per i fianchi, le dita che affondavano nella carne, e lo inculava con forza, il sudore che gli scorreva lungo la schiena tatuata. Poi lo girò di scatto sulla schiena, gli sollevò le gambe e le mise sulle spalle. Faceva a face. Gli occhi di Reid erano vitrei di piacere, la bocca aperta. Marco entrò di nuovo, missionario, spingendo a fondo mentre lo guardava dritto negli occhi. Una mano scese a strizzare il cazzo di Reid, duro e gocciolante sul ventre.

«Vieni», ringhiò Marco. «Vieni mentre ti fotto. Voglio vederti schizzare.»

Reid scoppiò con un grido rauco, il cazzo che pulsava nella mano di Marco e schizzava sperma caldo sul proprio petto, scie bianche che gli macchiavano i pettorali e il collo. Le contrazioni del culo lo strinsero attorno al cazzo di Marco come una morsa. Marco non resistette: affondò fino alla radice e venne con un ruggito basso, riempiendolo di sborrata calda, getti che lo allagavano mentre continuava a spingere a scatti, svuotandosi dentro.

Rimasero così un attimo, ansimanti, sudati, il jazz che ancora girava lento. Il cazzo di Marco ancora semi-duro dentro Reid, lo sperma che iniziava a colargli lungo la coscia. Si baciarono lentamente, lingue pigre, il sapore salato della pelle e del sesso. Marco ritirò le anche solo di un centimetro, sentendo il fluido caldo scivolare fuori, e Reid gemette contro la sua bocca, le gambe ancora tremanti sulle spalle.

Ansimanti e sudati, si baciano lentamente mentre il cazzo

Ansimanti e sudati, si baciano lentamente mentre il cazzo di Marco resta conficcato dentro Reid, ancora semi-duro, pulsante, lo sperma caldo che cola lento lungo la fessura e gli bagna le palle pelose. Reid stringe le cosce intorno ai fianchi di Marco, le dita conficcate nella schiena tatuata, e mugola contro le labbra spesse: «Non tirarlo fuori. Cazzo, sento ancora tutto il tuo carico che mi riempie.»

Marco grugnisce, la voce roca di chi ha appena sborrato ma è già di nuovo affamato. Muove le anche a scatti corti, facendo schioccare il sesso umido. Il jazz di Coltrane continua a girare, il sax che si confonde con i gemiti. Si stacca dal bacio solo per guardare il petto di Reid macchiato di sborra bianca, le gocce che gli scendono verso l’ombelico. Con due dita le raccoglie e gliele spinge in bocca. Reid le succhia avido, la lingua che le avvolge, gli occhi scuri fissi nei suoi.

«Ancora», ringhia Marco. «Non ho finito con te, avvocato di merda.»

Lo tira su dal divano senza sfilarsi del tutto. I vinili scivolano a terra con un fruscio di cartone. Reid finisce in ginocchio tra i dischi di Miles Davis e Ellington, le natiche ancora aperte, lo sperma che gli cola sulla coscia interna. Marco si mette in piedi davanti a lui, il cazzo lucido di sborra e precome che gli batte contro le labbra. Reid lo prende in bocca senza esitazione, succhia il sapore di entrambi, di vino e di sesso. Lingua che lecca la glande gonfia, denti che graffiano piano il frenulo. Marco gli afferra i capelli e lo guida, spingendo fino a sentire il collo stringersi intorno all’asta.

«Gola. Tutta. Voglio vederti piangere di nuovo.»

Reid obbedisce, lacrime che gli bruciano gli angoli degli occhi, bava che cola sul mento e gli macchia la camicia ancora aperta. Una mano gli va tra le gambe a massaggiarsi le palle tese, l’altra gli stringe la base del cazzo di Marco. Il suono è umido, osceno, misto al crackle del vinile. Quando Marco lo tira su di nuovo, Reid ha le labbra gonfie e rosse, lo sguardo ubriaco di lussuria.

Marco lo butta a quattro zampe sul pavimento di parquet, tra le copertine sparse. Gli apre le natiche con le palme grandi, guarda il buco rosso e gonfio che ancora cola bianco. Sputa di nuovo, tre dita che entrano senza preavviso, si aprono a forbice, stirano. Reid spinge indietro, ansima: «Inculami. Usami come un buco. Da mesi sogno di sentirmi pieno di te.»

Marco si posiziona, la testa del cazzo che preme e scivola dentro in un colpo solo, fino alle palle. Reid urla un gemito gutturale, la schiena che si inarca, le unghie che graffiano un’etichetta di Coltrane. Marco inizia a scoparlo selvaggio, spinte lunghe e pesanti che fanno sbattere la pelle contro la pelle. Le palle gli sbattono contro il perineo, il suono schiocca nella stanza. Ogni tanto alza la mano e gli lascia uno schiaffo rosso sulla chiappa, poi un altro, finché la carne brucia.

«Più forte», ansima Reid, la voce spezzata. «Rompimi il culo, Marco. Voglio camminare zoppo domani e ricordarmi di te a ogni passo.»

Marco gli afferra i fianchi, le dita che affondano lasciando lividi, e accelera. Suda, i tatuaggi dei draghi lucidi di sudore, i muscoli del torace che si contraggono a ogni spinta. Si piega su di lui, gli morde la spalla nuda, gli lecca il sudore salato lungo la colonna. Poi lo solleva quasi di peso, lo gira e lo fa sedere a cavalcioni sul cazzo ancora conficcato. Reid scende piano, prende tutto, geme quando sente la glande premergli la prostata.

Si muove su e giù, le cosce atletiche che tremano, il cazzo duro che sbatte contro il ventre peloso di Marco. Si baciano sporchi, lingue che si azzuffano, denti che tirano labbra. Marco gli stringe il culo con entrambe le mani e lo fa rimbalzare più forte, più fondo. «Guarda come ti prendi il mio cazzo. Sei un puttano per me, vero? L’avvocato serio che si fa sfondare tra i vinili.»

«Sì», ringhia Reid, gli occhi vitrei. «Il tuo puttano. Sborra di nuovo dentro. Riempimi finché non riesco a tenerlo.»

Marco lo ribalta di nuovo, lo mette sulla schiena tra i dischi, gli alza le gambe e le piega contro il petto. Entra di nuovo in missionario, le spinte ora lente e profonde, poi di nuovo furiosi. Una mano gli strozza piano la gola, l’altra gli sega il cazzo gocciolante. Reid si contorce, ansima, chiede di più con gemiti rochi. Il parquet scricchiola, un vinile si crepa sotto una spalla.

«Vieni di nuovo», ordina Marco. «Sulla mia mano. Voglio sentire il tuo culo che mi munge mentre schizzi.»

Reid esplode con un grido rauco, il cazzo che spara getti caldi sul torace di Marco, sullo stomaco, fin sul mento. Le contrazioni lo stringono come un pugno intorno all’asta. Marco non resiste: affonda fino alla radice, ruggisce e sborra di nuovo, getti densi che lo allagano, che escono intorno al cazzo a ogni spinta a scatti. Continua a pompargli dentro finché non ha più nulla, finché lo sperma cola abbondante lungo le natiche di Reid e forma una pozza tra i vinili.

Restano bloccati così, ansimanti, sudati, il cazzo di Marco che si ammorbidisce piano dentro il buco caldo e stracolmo. Si baciano pigri, lingue lente, il sapore di sborra e Barolo. Marco ritira le anche solo di un paio di centimetri, guarda il filo bianco che cola, e lo spinge di nuovo dentro con un gemito sazio. Reid ride debole contro la sua bocca, le gambe ancora tremanti sulle spalle.

Si sfilano lentamente. Marco si lascia cadere di lato tra i dischi, tira Reid contro il petto peloso. Le dita gli accarezzano i capelli umidi, il cuore che batte ancora forte. Reid posa la testa sulla spalla tatuata, traccia i contorni di un drago con l’indice.

Il giradischi clicka alla fine del pezzo e si ferma. Silenzio, solo i loro respiri e l’odore pesante di sesso e cera.

Marco mormora: «Le carte. Firmale dopo. Ora non voglio pensare a niente.»

Reid annuisce, ma dentro di sé sa già la verità che non dirà. Ha firmato lui stesso, ieri sera, una clausola aggiuntiva nascosta nell’ultima pagina della cartella: un’opzione di riacquisto delle quote di un vecchio locale jazz che Marco credeva liquidato anni fa. Reid l’ha comprato sotto nome di copertura. Domani, quando Marco firmerà da uomo libero, scoprirà di non esserlo del tutto — non finché Reid non deciderà di rivelargli che il locale, i vinili rari e una fetta del passato di Marco appartengono ancora a lui. Per ora, però, stringe il corpo sudato contro di sé e sorride piano, il segreto caldo come lo sperma che ancora gli cola lungo la coscia.

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