Mascherata sul tetto con lo sconosciuto
Una timida vergine seduce lo sconosciuto sul tetto di Venezia.
Danielle salì gli ultimi gradini di pietra con le gambe già un po’ molli, non tanto per la salita quanto per l’agitazione che le si era annidata nello stomaco da ore. Aveva diciannove anni, studiava storia dell’arte a Ca’ Foscari e non aveva mai fatto niente di più di qualche bacio maldestra e una mano tremante sul seno sopra il reggiseno. Quella sera, però, indossava un abito nero che le stringeva i fianchi e le lasciava le spalle nude, una maschera veneziana dorata con piume scure e i capelli raccolti in modo da scoprire il collo. Il tetto del palazzo storico era trasformato in un ballo privato: luci soffuse, candele in lanterne di ferro, musiche lente che si mescolavano al rumore lontano dell’acqua dei canali. L’aria sapeva di sale e di notte.
Lo vide quasi subito.
Alto, spalle larghe sotto la giacca scura, maschera nera che gli copriva mezzo viso lasciando scoperti solo la bocca ferma e il mento squadrato. Si muoveva tra la folla come se il tetto gli appartenesse. Quando lo sguardo di lui si posò su di lei, Danielle sentì un calore improvviso tra le cosce, come se qualcuno le avesse scivolato una mano sotto l’abito senza toccarla.
Lui le si avvicinò senza fretta.
«Non sei di quelle che vengono qui solo per essere guardate», disse con voce bassa, roca, in un italiano perfetto ma con un accento che non riuscì a collocare. «O sbaglio?»
Danielle deglutì. «Dipende da chi guarda.»
Lui sorrise appena, e le tese una mano. Non chiese il permesso a parole: la prese per la vita e la tirò contro di sé sul ritmo della musica. Il petto duro, le cosce solide; lei sentì subito il calore del suo corpo attraverso il tessuto. Ballarono stretti. Le dita di lui scesero un centimetro alla volta sulla curva della sua schiena, fino a posarsi appena sopra il sedere, con una pressione che non era ancora sfacciata ma che le faceva battere il cuore in gola.
«Ti chiami?» mormorò lui contro il bordo della sua maschera.
«Danielle.»
«Rafael.» Il nome le entrò dentro come un sorso di vino rosso. «Hai gli occhi di chi non ha ancora deciso se scappare o restare.»
«E tu hai le mani di chi ha già deciso per me», rispose lei, stupita dalla propria audacia.
Lui rise piano, e la strinse di più. Il cazzo duro le premette contro il ventre attraverso i pantaloni; lei sentì la lunghezza, lo spessore, e un brivido le corse lungo la schiena. Non aveva mai avuto un uomo così vicino, così evidente nel desiderio. Le sue nippli si indurirono contro il tessuto sottile dell’abito. Rafael se ne accorse: il pollice gli sfiorò la spalla nuda, poi scese lungo la clavicola fino al bordo del décolleté, senza spingere oltre, solo per farle capire che vedeva tutto.
«Sei bagnata già adesso», sussurrò. «Lo sento dal modo in cui ti muovi contro di me.»
Danielle arrossì sotto la maschera, ma non si allontanò. «Forse.»
«Non forse. Di sicuro.»
La festa proseguiva intorno a loro — risate, bicchieri, maschere che si sfioravano — ma Rafael la guidò lentamente verso un angolo più buio del tetto, dove un parapetto di pietra separava lo spazio dalle grondaie e dalla vista sui tetti di Venezia. Lì le luci arrivavano fioche. Lui la spinse delicatamente con la schiena contro il muro basso, le mani ai suoi fianchi, il bacino premuto al suo.
«Da quanto non ti tocca qualcuno come si deve?»
«Mai», ammise lei, la voce spezzata. Il cuore le martellava. «Non… non ho mai… sono vergine.»
Rafael si fermò un istante. Gli occhi dietro la maschera nera si fecero più scuri, più intensi. Poi le prese il mento con due dita.
«E sei qui, con me, a dirmelo mentre ti trema la figa contro il mio cazzo.»
«Sì.» Danielle alzò il viso. La paura c’era, ma sotto c’era qualcosa di più forte, qualcosa che le bagnava le mutandine in modo umiliante e delizioso. «Voglio che sia qui. Con te. Adesso. Non voglio pensare, non voglio aspettare. Ti desidero da quando ti ho visto e non so come si fa ma… voglio il tuo cazzo. Dentro.»
Lui emise un suono basso, quasi un ringhio. La baciò. Non fu un bacio gentile: lingua profonda, denti che le beccarono il labbro inferiore, sapore di vino e di uomo. Danielle gemette nella sua bocca, le mani aggrappate alle sue spalle larghe. Le dita di Rafael scivolarono sotto l’abito, su per la coscia nuda, fino a trovare il bordo delle mutandine già umide. Le sfiorò la fessura sopra il tessuto, poi le scostò e toccò la pelle scivolosa.
«Porca puttana», mormorò contro le sue labbra. «Sei fradicia. La tua fighetta vergine cola già solo perché ti sto toccando.»
Due dita le aprirono le labbra gonfie, trovarono il clitoride e lo strofinarono con lenti cerchi. Danielle si arcuò, un urlo strozzato le salì in gola. Nessuno l’aveva mai toccata così. Il piacere era sporco, immediato, le faceva venire l’acqua agli occhi.
«Succhiami», ordinò lui a mezza voce. «Voglio vederti in ginocchio con la bocca piena prima di sfondarti.»
Lei obbedì come se avesse aspettato tutta la vita quell’ordine. Si inginocchiò sulla pietra fredda del tetto, le mani tremante che gli aprivano la cerniera. Il cazzo di Rafael le saltò fuori pesante, grosso, le vene in rilievo, la testa già lucida di liquido. Danielle lo guardò un secondo, il cuore in gola, poi lo prese in mano — scotta, duro come marmo — e lo portò alle labbra.
Il sapore era salato, muschiato. Aprì la bocca e lo accolse, prima solo il glande, poi più in profondità, succhiando con avidità goffa e disperata. Rafael le afferrò i capelli, non per forzarla ma per guidarla, e gemé basso.
«Così… brava troia… prima volta e già ti allarghi la bocca per me. Guarda come ti si allunga il labbro intorno al mio cazzo.»
Danielle si sporse di più, la gola che si chiudeva, la saliva che le colava sul mento e gli ungeva le palle. Succhiava con rumore, le guance concave, gli occhi alzati verso la maschera nera. Lui le teneva la testa e spingeva con piccole ondate, fottendole piano la bocca mentre sotto di loro Venezia restava indifferente.
Quando la tirò su, lei ansimava, le labbra lucide, il mento bagnato. Rafael la girò di scatto, la piegò sul parapetto. L’abito le venne alzato fino alla vita, le mutandine tirate di lato. Sentì la testa del cazzo premere contro l’ingresso stretto, scivolare sul succo che le colaava già lungo l’interno coscia.
«Respira», le disse all’orecchio. «Adesso ti apro.»
Spinse.
Danielle urlò. Il dolore fu netto, una bruciatura che la divise in due, ma sotto c’era un piacere crudo che le fece stringere i denti e spingere indietro il bacino. Lui entrò centimetro dopo centimetro, il cazzo enorme che le stirava le pareti vergini, finché le palle le batterono contro la figa e lei fu piena come non aveva mai immaginato di poterlo essere.
«Cazzo… sei stretta da far male», ringhiò lui, fermo un attimo per farla abituare. Poi iniziò a scoparla.
Spinte profonde, forti, ritmate. Il parapetto le segnava i palmi, l’aria notturna le toccava le tette quasi uscite dall’abito. Ogni botta le faceva rimbalzare il culo contro il suo ventre; il suono umido e osceno della figa che lo succhiava riempiva l’angolo buio. Danielle gemé a bocca aperta, parole spezzate.
«Più forte… non fermarti… scópami…»
Rafael la prese pei fianchi e accelerò, il cazzo che entrava fino in fondo a ogni colpo. Poi la girò, la sollevò come se non pesasse nulla, le alzò una gamba e la premette con la schiena al muro. Entrò di nuovo in piedi, ancora più profondo da quella angolazione. Danielle gli graffiò la schiena sopra la giacca, le unghie che cercavano presa, la maschera dorata storta sul viso.
«Non ti fermare», ansimò contro la sua bocca. «Vieni dentro… voglio sentirlo…»
Lui la fotteva con rabbia controllata, il pube che le strofinava il clitoride a ogni spinta. Il piacere le montò da qualche parte sotto l’ombelico, sconosciuto, violento. Quando esplose, fu con un urlo rauco che lui le tappò con un bacio; la figa le pulsò a ondate intorno al cazzo grosso, stringendolo, mungendolo. Rafael affondò fino in fondo e venne con un gemito basso, caldo, riempiendola di sborra densa che lei sentì schizzare in profondità, spasmo dopo spasmo.
Rimasero così un momento, ansimanti, sudati, attaccati l’uno all’altra. Poi lui uscì piano; lei sentì il suo seme colarle subito lungo le cosce interne, caldo e vischioso. Rafael le sistemò l’abito, le tirò giù il tessuto, le riaggiustò la maschera dorata con una cura quasi tenera. La baciò ancora, profondo, la lingua che le assaggiava la bocca usata.
«Non finisce qui», mormorò contro le sue labbra. Poi si staccò, sistemò i pantaloni e sparì tra la folla della festa come se non fosse mai esistito — solo la maschera nera che si perdeva tra le altre.
Danielle restò contro il muro, le gambe che le tremavano così forte che rischiava di cedere. Aveva ancora il sapore del suo cazzo in bocca, salato e pesante. Tra le cosce lo sperma le scendeva lento, le impregnava la pelle, le macchiava forse l’abito dall’interno. Il cuore le batteva ovunque. Guardò la folla, cercando la maschera nera, e sentì solo il vuoto improvviso e il bruciore dolce tra le gambe dove lui l’aveva aperta per la prima volta.
Non sapeva il suo cognome. Non sapeva se l’avrebbe rivisto prima che finisse la notte. Ma il corpo le pulsava ancora sul ritmo delle sue spinte, e qualcosa dentro di lei — qualcosa di appena svegliato — rifiutava già l’idea di tornare a essere solo la timida studentessa che era salita su quel tetto un’ora prima.
Le gambe le tremavano ancora quando si staccò dal muro di pietra. Lo sperma di Rafael le scivolava caldo e denso lungo l’interno delle cosce, le appiccicava le labbra della figa già gonfia e scottata, le macchiava la pelle nuda sotto l’abito. Danielle si leccò le labbra e assaporò ancora il sale del suo cazzo. Il cuore le batteva selvaggio, il clitoride le pulsava come se le dita di lui fossero ancora lì a strofinarlo. Non poteva tornare indietro. Non voleva.
Si fece strada tra le maschere e le risate, lo sguardo a caccia del nero opaco. L’aria le entrava tra le cosce aperte a ogni passo; sentiva i fili viscosi del suo seme che le colavano fino al ginocchio. Lo trovò vicino a una lanterna spenta, appoggiato al parapetto con un bicchiere in mano, la maschera nera immobile. Non stava parlando con nessuno. Stava aspettando.
Quando i suoi occhi la agganciarono, Rafael lasciò il bicchiere e le tese la mano. La tirò indietro, dietro un comignolo di mattoni dove le luci non arrivavano e il rumore della festa diventava un ronzio lontano. La premette subito contro i mattoni caldi, le sollevò di nuovo l’abito fino alla vita, le palme grosse sulle natiche nude.
«Hai ancora la figa piena della mia sborra e sei già tornata a cercarmi», ringhiò contro il suo orecchio. «Che troia affamata. Mostrami.»
Danielle obbedì. Aprì le cosce e con due dita si divaricò le labbra scivolose, lasciando che lui vedesse il buco arrossato e colante. Il seme bianco le usciva a fili lenti. Rafael emise un suono gutturale, si chinò e le leccò tutto, dalla fessura fino al clitoride gonfio, succhiando il sapore misto di lei e di sé stesso. Danielle gemette alto, le unghie conficcate nei suoi capelli.
«Cazzo… Rafael… la lingua…»
Lui la leccò come un affamato, la punta della lingua che le entrava nel buco stretto ancora duro dal cazzo, poi saliva a battere forte sul capezzolo della figa. Due dita le affondarono dentro, curvate, a cercare quel punto che la faceva sobbalzare. Danielle si bagnò di nuovo all’istante, i succhi che gli ungevano il mento insieme alla sborra residua.
«Succhiami di nuovo», ordinò lui alzandosi. «Voglio vederti ingoiare il cazzo ancora unto della tua verginità.»
Si inginocchiò sulla pietra fredda. Il cazzo di Rafael era di nuovo duro, lucido, le vene turgide. Lei lo prese in gola senza esitazione questa volta, la saliva che colava abbondante, le labbra strette mentre lo pompava fino alle palle. Soffocava volentieri, gli occhi pieni di lacrime di piacere sotto la maschera dorata. Rafael le teneva la testa con entrambe le mani e la scopava in bocca con spinte lunghe e profonde, il glande che le batteva contro la gola.
«Guarda che buca da puttana che ti sei fatta», ansimava. «Prima volta e già ti allarghi la gola per farmi venire. Continua così… più a fondo…»
Quando la tirò su era ansimante, il mento lucido di bava e di liquido pre-eiaculatorio. Lui la girò di scatto, la piegò a novanta gradi sul comignolo basso, le gambe divaricate. Le mutandine le strappò del tutto, le buttò via. La testa del cazzo trovò l’ingresso stillante e si conficcò tutta d’un colpo, fino in fondo, le palle che schiaffeggiavano la figa.
Danielle urlò. Il dolore era ancora lì, un bruciore delizioso che si scioglieva subito nel piacere crudo. Rafael la scopò senza pietà, spinte secche e profonde che le facevano rimbalzare le tette fuori dall’abito. Ogni botta produceva un suono umido e osceno — plop, plop, plop — la figa che succhiava e sputava il cazzo grosso.
«Più forte… sfondami… voglio sentirlo fino allo stomaco», gemé lei, spingendo indietro il culo.
Lui le afferrò i capelli raccolti, tirò la testa indietro e accelerò. L’altra mano le scese sotto, le dita a pestarle il clitoride a ritmo delle penetrazioni. Danielle venne di botto, le gambe che le cedettero, la figa che si strinse a spasmi violenti intorno al cazzo, spremendolo, mungendolo. Un fiotto caldo le scappò lungo le cosce. Rafael non si fermò.
La sollevò, la fece voltare, la mise a cavalcioni su di lui mentre si sedeva sul bordo basso del tetto, le gambe di lei aperti intorno ai suoi fianchi, i piedi che non toccavano. Entrò di nuovo dal basso, ancora più profondo. Danielle iniziò a cavalcarlo da sola, il culo che sbatteva sul suo ventre, le tette che ballavano libere. Si guardavano attraverso le maschere, bocche aperte, ansimi spezzati.
«Dicelo», ordinò lui, le mani che le stringevano i fianchi e la sbattevano più forte sul cazzo. «Dicelo quanto ti piace farmi entrare nella tua fighetta da vergine.»
«Mi piace… cazzo, mi piace da morire… scopami, usami, riempimi di nuovo… sono la tua troia…»
Rafael le morse la spalla nuda, poi un seno, il capezzolo tra i denti. La scopò dal basso con spinte da animale, il pube che le macinava il clitoride a ogni salita. Danielle venne una seconda volta, più forte, un urlo rauco che si perse nel vento di Venezia, la figa che esplodeva in contrazioni calde e bagnate. Lui le tenne i fianchi e le sparò dentro tutto, profondissimo, la sborra densa che le schizzava contro la cervice a getti lunghi e caldi, uno dopo l’altro, finché fu piena di nuovo e il seme iniziò a rigurgitare fuori intorno al cazzo ancora pulsante.
Rimasero uniti, ansimanti, sudati, il cazzo che si sgonfiava piano dentro di lei. Rafael le baciò il collo, le riaggiustò l’abito con dita lente, le sistemò i capelli sotto la maschera dorata. Poi uscì da lei; un filo spesso di sborra bianca le colò subito sulla coscia e gocciolò sulla pietra del tetto.
«Vai», mormorò lui contro le sue labbra. Un ultimo bacio profondo, la lingua che le assaggiava la bocca usata. «Prima che qualcuno ci veda.»
Danielle scese dal tetto mezz’ora dopo, le gambe molli, la figa bruciata e colante, il sapore di lui ancora sulla lingua. Non sapeva il suo cognome. Non sapeva dove trovarlo. Credeva che fosse finita lì, una notte sola, uno sconosciuto con la maschera nera che l’aveva aperta e riempita e poi sparito tra i canali.
Rafael invece sapeva già tutto. Aveva letto il suo nome completo sulla lista degli invitati ore prima, aveva riconosciuto il cognome della famiglia che possedeva metà del piano nobile sotto i loro piedi, e sapeva esattamente in quale aula di Ca’ Foscari l’avrebbe ritrovata il lunedì mattina.
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