Massaggio tra Amiche nel Fienile
Due amiche transessuali si spogliano di segreti nel fienile.
Non doveva succedere così. O forse sì, e io lo sapevo da mesi, da quando d’estate la luce scende lenta sui campi e il fienile della cascina di Giulia puzza di fieno secco e di legno caldo. Io ho ventitré anni e da tempo indosso di nascosto, sotto i jeans, reggiseni di pizzo e calze autoreggenti. Lei ha ventisei anni, è la mia amica più vera, transessuale, e sa. Sa tutto di me da una sera in cui le mani mi tremavano e le ho confidato il segreto senza riuscire a guardarla in faccia. Da allora non mi ha mai giudicato. Mi ha solo tenuto vicino.
Quella sera la pioggia ci ha cacciati dentro. Camminavamo lungo il sentiero fangoso quando il cielo si è aperto d’un colpo; siamo corso sotto la tettoia del fienile, ridendo, i capelli appiccicati alla fronte, i vestiti bagnati. Dentro faceva un caldo umido. Il fieno era ammucchiatto in balle alte, c’era un vecchio tavolo di legno e una lampadina a batteria che Giulia ha accesa. Ci siamo seduti uno di fronte all’altra, le ginocchia quasi che si toccavano, e abbiamo parlato a bassa voce, confidenzialmente, come facciamo sempre quando il mondo resta fuori.
Stavo sistemandomi la caviglia senza pensarci. Una calza nera, lucida, era spuntata dal risvolto del jeans e io, d’istinto, l’ho tirata su con due dita, allineando la balza di pizzo contro la pelle. Quando ho alzato lo sguardo, Giulia mi stava fissando. Non con scherno. Con qualcosa di caldo, denso, che mi ha fatto arrossire fino al collo. Il desiderio le ha gonfiato le labbra e io l’ho sentito anche nel petto, un calore improvviso, reciproco, che non potevo più fingere di non riconoscere.
«Ti ho vista», ha mormorato lei, con quella voce morbida che usa solo con me. «Da mesi sogno di vederti completamente vestita da ragazza. Non “quasi”. Tutta. E ti trovo bellissima così come sei. Anche adesso, con la calza che spunta e le guance rosse. Sei bellissima, lo sai?»
Le parole mi hanno sciolto. Non c’era umiliazione in quello che diceva: c’era accettazione, fame dolce, la stessa fame che avevo io. Ho deglutito, ho preso lo zaino che tenevo sempre con me — quello con i completini nascosti sotto una maglietta — e l’ho spinto verso di lei con le dita tremanti.
«Vestimì tu», ho sussurrato. «Se… se vuoi. Voglio che sia tu.»
Gli occhi di Giulia si sono illuminati. Si è alzata, mi ha fatto alzare, e ha cominciato a spogliarmi con una lentezza deliberata. Mi ha sfilato la maglietta bagnata, poi i jeans, e ha sorriso vedendo le calze già indossate e lo slip di pizzo nero che nascondeva il mio cazzo già mezzo duro. Ha aperto lo zaino. Ne ha tirato fuori un reggiseno imbottito color cipria, un abitino corto di raso rosso scuro, un paio di autoreggenti nuove, più sottili, e un completino di pizzo che sapeva di profumo di lavanda perché lo tenevo chiuso in una bustina.
Mi ha fatto sedere sul fieno. Mi ha sfilato le calze umide e me ne ha infilate di fresche, le dita che scivolavano lungo i polpacci, le cosce, fermandosi un attimo troppo a lungo sull’interno della gamba. Poi il reggiseno: me l’ha allacciato dietro, ha sistemato le coppe imbottite sul petto piatto e ha mormorato «così, sì», mentre le unghie mi sfioravano i capezzoli attraverso il tessuto. L’abitino mi ha calato sulla testa; il raso mi ha accarezzato i fianchi e mi è arrivato a metà coscia. Quando mi sono alzata — mi sono alzata, non alzato — eravamo così vicine che i nostri respiri si mescolavano. Le sue mani erano rimaste sui miei fianchi. Le mie erano finite sulla sua vita.
Ci siamo baciate. Non un bacio da amiche. Un bacio vero, passionale, lingue che si cercano, denti che sfiorano il labbro inferiore, un gemito basso che le è uscito dalla gola e mi ha fatto indurire completamente sotto lo slip. Il sapore di lei era di pioggia e di rossetto. Le ho affondato le dita nei capelli e lei mi ha stretto contro il petto, le tette morbide contro il mio reggiseno, il suo cazzo già turgido che premeva contro il mio ventre attraverso i vestiti.
«Sul fieno», ha detto contro la mia bocca. «Ti voglio sdraiata.»
Mi ha fatto distendere sulla balla più morbida. Mi ha alzato l’abitino fino all’ombelico, mi ha tirato giù lo slip di pizzo e ha preso in mano il mio cazzo, già duro, gocciolante. Poi si è chinata e me l’ha succhiato. Lentamente. Labbra calde che scendevano fino alla base, lingua che girava intorno al glande, una mano che mi accarezzava le palle e l’altra che scendeva più in basso, a sfiorarmi il perineo con due dita umide. Gemévo. Il fieno mi graffiava le spalle nude, l’abitino arrotolato sotto le tette finte, le calze tese sulle cosce aperte. Guardavo i suoi capelli muoversi tra le mie gambe e pensavo questa è Giulia, la mia Giulia, e mi vuole così.
Quando sono stato abbastanza bagnato di saliva e di precome, mi ha fatto girare a quattro zampe. Mi ha alzato il sedere, mi ha divaricato le natiche con i pollici e ha sputato sul mio buco. La lingua mi ha leccato l’ingresso, poi le dita — prima una, poi due — mi hanno aperto con pazienza, cercando il punto che mi ha fatto inarcare la schiena e spingere indietro contro la sua mano.
«Sei pronta per me?», ha chiesto, la voce roca.
«Sì. Ti prego, Giulia. Prendimi.»
Ho sentito il calore del suo cazzo grosso e turgido premere contro il mio anello. Ha spinto piano, centimetro dopo centimetro, finché non mi ha riempita tutta. Un gemito mi è uscito dalla gola, misto a sollievo e a piacere crudo. Ha cominciato a scoparmi con spinte profonde e ritmiche, una mano sui miei fianchi e l’altra che mi raggiungeva davanti per masturbarmi al tempo stesso. Il fienile si riempiva del suono umido della carne, dei nostri respiri spezzati, del raso dell’abitino che frusciava a ogni botta. Io spingevo indietro, cercando di prenderlo tutto, le calze che scivolavano un po’ sulle ginocchia, il reggiseno che si spostava.
«Più forte», ho ansimato. «Non fermarti.»
Lei non si è fermata. Mi ha scopata finché le cosce mi tremavano, poi mi ha fatta alzare e mi ha fatta sedere a cavalcioni su di lei, gambe aperte, schiena contro il suo petto per un attimo, poi girata faccia a faccia. Mi sono infilata di nuovo il suo cazzo dentro da sola, scendendo lenta, e ho cominciato a cavalcarla. Lei mi stringeva i fianchi, mi guardava negli occhi, mi diceva «sei bellissima, sei così stretta, così mia stasera». Io gemévo forte, senza vergogna, il cazzo che sbatteva contro il suo ventre a ogni salita e discesa, le tette finte che saltellavano nel pizzo. Il piacere saliva a ondate. Quando ho venuto, è stato con un grido soffocato contro la sua spalla, lo sperma che mi schizzava sul raso dell’abitino e sulle sue dita che mi strofinavano. Lei mi ha seguito pochi secondi dopo, spingendosi fino in fondo e riempiendomi con getti caldi, profondi, tenendomi ferma contro di sé mentre ansimava il mio nome — non il nome da ragazzo, quello che usiamo solo noi due quando siamo così.
Siamo rimaste aggrovigliate sul fieno, ancora unite, sudate, i respiri che si calmano a fatica. L’abitino era stropicciato, le calze smollate, il suo cazzo che si rammolliva piano dentro di me. Le ho accarezzato i capelli. Lei mi ha baciato la tempia e ha mormorato qualcosa di dolce, qualcosa su restare la notte, su rifarlo più piano, su quanto le piacesse vedermi felice e desiderata esattamente così.
Fuori la pioggia batteva ancora sul tetto. Dentro c’era solo il nostro calore e l’odore di sesso e fieno.
Poi abbiamo sentito il rumore.
Passi pesanti sul sentiero fangoso. Una voce maschile, vicina, che chiamava il nome di Giulia. La luce di una torcia che tagliava l’oscurità oltre la porta socchiusa del fienile. Giulia si è irrigidita sotto di me. Io ho trattenuto il fiato, ancora a cavalcioni su di lei, il suo seme che mi colava lungo la coscia, l’abitino alzato, impossibile da nascondere in tempo.
La maniglia della porta ha cigolato.
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