Il Viaggio Notturno Con Lei
Marco spia la vicina Naomi che si tocca in treno, eccitata dal suo sguardo.
Il treno notturno scivolava nell’oscurità tra Milano e Roma, il ritmo monotono delle rotaie un sottofondo monotono che avvolgeva lo scompartimento di seconda classe. Marco, trentadue anni, spalle larghe e occhi scuri ancora svegli dopo una giornata di lavoro, si era seduto vicino al finestrino pensando di dormire. Invece la porta si era aperta e lei era entrata: Naomi, ventotto anni, capelli castani sciolti sulle spalle, labbra piene e un corpo che la camicetta bianca e la gonna aderente non riuscivano a nascondere. Si erano scambiati solo un cenno del capo, un sorriso educato. Poi il silenzio.
La luce fioca del lampadario a soffitto gettava ombre morbide. Marco finse di guardare il paesaggio nero fuori, ma i suoi occhi finirono sul riflesso del vetro. Lì vide Naomi. Lei sapeva. Lo sentiva. Con un gesto lento, quasi pigro, le dita raggiunsero il primo bottone della camicetta. Lo slacciò. Poi il secondo. Il tessuto si aprì appena, rivelando il bordo di un reggiseno di pizzo nero e la curva generosa di un seno. Marco trattenne il respiro. Lei sorrise di sfuggita, senza guardarlo dritto, e slacciò il terzo bottone. La camicetta si aprì di più; i seni sodi premevano contro il pizzo, i capezzoli già turgidi che segnavano la stoffa.
«Fa caldo qui dentro», mormorò lei, voce bassa, vellutata. Non era una domanda. Marco annuì, la gola secca. Il cazzo gli si induriva nei pantaloni, pesante, insistente. Continuava a guardarla dal riflesso, fingendo indifferenza, mentre il sangue gli ruggiva nelle vene. Naomi allargò ancora la camicetta e, con la punta delle dita, scese lungo la scollatura, accarezzando la pelle calda. Sapeva di essere osservata. Se ne eccitava. Lo vedova dal modo in cui le cosce si stringevano appena sotto la gonna.
La tensione salì come una marea. Naomi abbassò le spalline del reggiseno e liberò un seno, poi l’altro. Erano pesanti, sodi, i capezzoli scuri e rigidi. Li prese tra pollice e indice, li strinse, li girò piano. Un sospiro le sfuggì. Marco non resistette: la mano destra scivolò sul cavallo dei pantaloni, premette contro il cazzo duro, lo accarezzò di nascosto, il palmo caldo che sentiva il battito del proprio desiderio. Lei non lo guardava in faccia, ma sapeva. Si sporse un po’ in avanti, offrendo meglio il petto alla luce fioca, e mormorò:
«Ti piace guardare, vero?»
La voce era un filo di miele sporco. Marco deglutì. «Sì.»
Naomi si alzò. La gonna nera le saliva sulle cosce mentre si voltava di tre quarti, sempre senza fissarlo direttamente. Si sollevò il tessuto fino ai fianchi. Non indossava mutandine. La figa era rasata, le labbra già lucide, aperte appena, il clitoride gonfio che sporgeva. Con due dita si divaricò, mostrandogli tutto: la fessura bagnata, il buco stretto che si contraeva. Un filo di umidità le scivolò lungo l’interno coscia.
«Allora guarda», sussurrò. «Guarda quanto sono bagnata per te che mi spii.»
Marco non ce la fece più. Si alzò, si sedette di fronte a lei sullo strapuntino opposto, slacciò la cintura e aprì i pantaloni. Il cazzo saltò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido pre-come. Lo strinse nella mano e cominciò a masturbarsi apertamente, lo sguardo fisso su quella figa esposta. Naomi gemette piano vedendolo, le dita che si muovevano sulla propria fessura, spargendo i succhi, sfiorando il clitoride con movimenti circolari.
«Cazzo… sei enorme», disse lei, gli occhi ormai su di lui, scuri di lussuria. «Continua. Voglio vederti mentre mi tocco.»
Lo fece. La mano saliva e scendeva sul proprio membro, il pollice che strofinava il glande. Naomi si chinò, le tette penzoloni, e si infilò due dita dentro, bagnatissime, il suono umido che riempiva lo scompartimento insieme al rumore del treno. Poi si voltò, mise un ginocchio sul sedile e l’altro a terra, a quattro zampe, il culo alto verso di lui. La gonna era raccolta sulla schiena. La figa fradicia e il buco del culo stretto gli erano offerti senza pudore.
«Prendimi», ordinò, la voce rotta. «Dai, Marco. Non resistere più.»
Lui fu dietro di lei in un attimo. Afferrò i fianchi, allineò il cazzo e spinse dentro con un colpo profondo, fino in fondo. Naomi urlò un gemito soffocato, la figa che lo stringeva calda e stretta, i muscoli che pulsavano intorno a lui. Marco iniziò a scoparla con spinte lunghe e intense, il bacino che sbatteva contro il suo culo morbido, il suono della carne contro la carne che si mescolava ai gemiti di lei.
«Più forte… così, cazzo, più forte», ansimava Naomi, la faccia premuta contro il sedile, i seni che ballavano a ogni botta. Lui le afferrò i capelli, tirò la testa indietro e la penetrò ancora più a fondo, il cazzo che spariva tutto dentro quella fessura gocciolante. Sentiva le pareti vellutate che lo succhiavano, l’umidità che gli colava sulle palle.
Dopo un pezzo lei si sfilò, si girò e lo spinse a sedere. Gli salì sopra, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi, e si impalò da sola sul suo cazzo con un gemito grosso. Cominciò a cavalcarlo con passione selvaggia, su e giù, il culo che sbatteva sulle sue cosce, le tette in faccia a lui. Marco le prese i capezzoli in bocca, li succhiò, li morse piano, la lingua che girava intorno mentre lei gemesse e accelerava.
«Succhiami… sì, così… mi fai venire solo a guardarti», rantolò lei. Si alzò quasi del tutto e ridiscese con forza, ripetendo il movimento, la figa che lo ingoiava tutto. Poi scesero sul pavimento stretto dello scompartimento. Lui la mise sulla schiena, le gambe aperte sulle sue spalle, e la scopò in missionario con colpi vigorosi, profondi, il pube che strofinava il suo clitoride a ogni spinta. Naomi graffiava la sua schiena, lo baciava con la lingua, ansimando contro la sua bocca.
«Da dietro… di nuovo… voglio sentirti fino in fondo quando vieni.»
Marco la rivoltò ancora, la prese pei fianchi e la rinfilò da dietro, martellandola con spinte disperate. Lei spingeva indietro incontro a lui, la figa che scoppiava di piacere. L’orgasmo li colse insieme, violento. Naomi strinse forte, i muscoli che pulsavano in onde, un urlo soffocato contro il braccio. Marco ruggì e le venne dentro, fiotti caldi e spessi che le riempirono la figa, spinta dopo spinta, finché non ebbe più nulla. Rimasero così, aggrappati, sudati, il cazzo ancora dentro che pulsava gli ultimi getti.
Esausti, si staccarono piano. Il seme di lui le colò lungo la coscia mentre si rialzavano. Si rivestirono lentamente, le dita impacciate sui bottoni, gli sguardi che si incrociavano pieni di complicità e sorrisi soddisfatti, ancora umidi di sudore e sesso. Fuori il paesaggio cominciava a schiarirsi. Il treno rallentò, i binari che stridevano. Stazione intermedia.
Naomi si avvicinò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò a fondo, la lingua lenta, saporita di tutto quello che avevano fatto. Quando si staccò, gli occhi brillavano di qualcosa che non era ancora finito.
«Non è finita qui», sussurrò contro le sue labbra. Poi afferrò la borsa, gli lanciò un ultimo sorriso sporco e scese per prima sul marciapiede deserto, il profumo del suo corpo che restava nello scompartimento insieme al calore del suo sesso ancora stampato sulla pelle di Marco. Il treno avrebbe ripartito tra pochi minuti. Lui restò seduto, il cazzo ancora sensibile nei pantaloni, il cuore che batteva troppo forte, chiedendosi dove diavolo lo avrebbe portato il resto di quella notte.
Il fischio del treno squarciò l’aria della stazione intermedia proprio mentre Marco stava ancora fissando la porta da cui Naomi era sparita. Il cuore gli batteva così forte da fargli male al petto; il cazzo, ancora semi-duro e appiccicato di lei, pulsava contro la stoffa dei pantaloni come un monito. Non ci pensò due volte. Afferrò la borsa, scattò in piedi e scese sul marciapiede un attimo prima che le porte si richiudessero con un sibilo idraulico. L’aria notturna lo colpì fresca e umida, odorosa di ferro e di erba bagnata. La stazione era quasi deserta: solo qualche lampione giallo e il ronzio lontano di un treno merci.
La vide subito. Naomi camminava lentamente verso l’uscita laterale, la gonna ancora un po’ stropicciata, i capelli mossi dalla corsa, la borsa a tracolla. Si voltò di scatto come se avesse sentito i suoi passi, e il sorriso che le spaccò il viso fu puro veleno dolce. Non disse niente. Fece solo un cenno col mento e scomparve dietro un pilastro di cemento. Marco la seguì, il sangue che gli ruggiva nelle orecchie.
Dietro il deposito bagagli abbandonato c’era un angolo buio, riparato da un muro basso e da un cespuglio di oleandro. Naomi lo trascinò lì con una mano salda sul bavero della giacca. Lo spinse contro il muro freddo e gli morse il labbro inferiore fin quasi a farlo sanguinare.
«Sapevo che saresti sceso», ansimò contro la sua bocca. «Ti ho sentito da lontano, Marco. Il tuo cazzo non aveva ancora finito con me.»
Le mani di lei erano già alla sua cintura, la slacciarono di nuovo con urgenza. Il membro le saltò fuori gonfio, lucido ancora dei loro succhi mescolati. Naomi si accucciò senza esitazione, le ginocchia sulla ghiaia, e lo prese in bocca fino in gola. La lingua calda gli avvolse il glande, succhiò forte, saliva che gli colava lungo l’asta mentre lo guardava dal basso con quegli occhi scuri da puttana consapevole. Marco le afferrò i capelli castani e spinse piano, sentendo il fondo della gola che si chiudeva intorno a lui. Lei gorgogliò, le labbra strette, e cominciò a pompare la testa avanti e indietro, la mano libera che gli massaggiava le palle pesanti.
«Cazzo, Naomi… così…», ringhiò lui, la schiena che graffiava il cemento. Lei si staccò con un suono umido, un filo di bava che le pendeva dal mento fino alla punta del suo cazzo.
«Voglio che mi guardi mentre lo faccio sporco», disse, alzandosi. Si voltò, si sollevò la gonna sulle natiche e si piegò in avanti, le mani sul muretto basso. Con due dita si divaricò di nuovo quella figa già gonfia e cremosa di sborra. «Sputa sulla mia fica. Fallo.»
Marco obbedì. Raccolse saliva e la lasciò cadere esattamente sulla fessura aperta; la vide scivolare giù, mescolarsi al bianco che già le colava. Poi si allineò e la penetò con un colpo secco, fino alle palle. Naomi urlò un gemito soffocato contro il braccio, il culo che si apre e si chiudeva intorno a lui. Lui la scopò lì, all’aperto, con spinte corte e violente, il rumore della carne che sbatteva che sembrava fortissimo nel silenzio della stazione. Ogni botta le faceva ondeggiare le tette ancora libere sotto la camicetta sbottonata; i capezzoli strofinavano il tessuto a ogni urto.
«Più a fondo… rompimi… guardami mentre mi usi», ansimava lei, voltando la faccia di lato. Gli occhi lucidi lo fissavano attraverso le spalle. Marco le sparò una sberla leggera su una natica, la vide arrossarsi, poi le affondò le dita nei fianchi e accelerò. La figa lo succhiava golosa, i muscoli che si contraevano a ondate. Lui sentiva il rischio—un passaggio di un ferroviere, un faro di macchina—e quello lo rendeva ancora più duro, quasi doloroso.
Si sfilò all’improvviso, la lasciò ansimante, e si mise in ginocchio dietro di lei. Le leccò la figa dal clitoride fino al buco del culo, la lingua larga che raccoglieva tutto il sapore di loro due. Naomi tremò, spingendo indietro il bacino contro la sua faccia.
«Lingua nel culo… sì, così, cazzo…», ordinò. Lui obbedì, la punta che forzava l’anello stretto, saliva che lo lubrificava mentre due dita le entravano di nuovo nella fica bagnata. La sentì venire così, scossa corta e violenta, i muscoli che gli stringevano le dita a ritmo, un filo di liquido che gli schizzò sul mento.
Non le diede respiro. Si rialzò, la girò di scatto, la sollevò e la spinse a sedere sul bordo del muretto. Le aperse le gambe a compasso, le mise i talloni sulle spalle e la rinfilò in un colpo solo. In quella posizione la vedeva tutta: la figa spalancata che ingoiava il suo cazzo grosso, il clitoride gonfio che strofinava contro la base a ogni spinta, i seni che ballavano liberi. Lei si aggrappò ai suoi avambracci, le unghie che scavavano la pelle.
«Guardami venire di nuovo… voglio che mi guardi negli occhi mentre mi riempi», gemette. Marco la martellò più forte, il bacino che schiocchiava contro di lei, il suono osceno che riempiva la notte. Sentiva le pareti vellutate che lo mungevano, l’umidità che gli scendeva sulle cosce. Naomi gli tenne lo sguardo, la bocca aperta, e quando l’orgasmo la prese di nuovo strinse gli occhi un attimo poi li riaprì spalancati, le pupille dilatate, un urlo rauco che le uscì dalla gola mentre la figa le esplodeva in spasmi.
Marco non resistette. Con un ruggito le sparò dentro il secondo carico della notte, fiotti caldi e densi che le riempirono il canale già pieno, spinta dopo spinta, finché non gli colò fuori intorno all’asta e le macchiò le cosce interne. Rimasero agganciati, ansimanti, il cazzo che ancora pulsava gli ultimi getti dentro di lei. Il lampione lontano disegnava ombre lunghe sui loro corpi sudati.
Quando si sfilò, un filo spesso di sborra le scivolò fuori e gocciolò sulla pietra. Naomi lo raccolse con le dita e se lo portò alle labbra, leccandole pulite con un sorriso sporco.
«Sai cos’è questo posto?», sussurrò, la voce ancora rauca. «Una stazione morta. Tra venti minuti passa un altro treno merci lento, diretto sud. Possiamo salirci di nascosto. C’è un vagone di coda vuoto… vuoto e buio.»
Marco la guardò, il respiro ancora corto, il cazzo che già si rianimava alla sola idea. Lei si sistemò frettolosamente la gonna, ma lasciò la camicetta aperta, i seni ancora esposti alla notte come una promessa.
«Voglio che mi spii mentre mi tocco di nuovo lì dentro», continuò, avvicinandosi e prendendogli il viso tra le mani umide di sesso. «Voglio che tu stia nell’ombra del vagone e mi guardi farmi venire da sola, sapendo che potresti essere scoperto da un controllore da un momento all’altro. Poi… poi ti lascerò decidere se venire a prendermi o solo a guardare finché non ti sborri i pantaloni.»
Lo baciò, lenta, saporita di entrambi. Poi gli prese la mano e lo trascinò lungo i binari secondari, verso il buio dove i vagoni merci aspettavano immobili. Il treno che li aveva portati fin lì era già ripartito verso Roma senza di loro. La notte era lunga, l’aria odorava di ferro e di sesso, e Marco sentiva che quello che avevano fatto nello scompartimento era solo l’antipasto di qualcosa di molto più pericoloso e vorace. Naomi camminava davanti a lui, il culo che si muoveva sotto la gonna, un filo bianco che le scendeva ancora lungo l’interno coscia a ogni passo. Si voltò una volta sola, gli occhi che brillavano.
«Vieni, spione. Il vero viaggio comincia adesso.»
Il binario secondario li inghiottì nell’oscurità pastosa della notte. Naomi camminava davanti, la gonna che le sbatteva contro le cosce umide, il filo bianco della sua sborra che le scivolava ancora più giù a ogni passo deciso. Marco la seguiva a due metri, il cuore che martellava contro le costole, il cazzo già di nuovo pesante e caldo contro la cerniera. L’odore di ruggine e creosoto si mescolava a quello acre del loro sesso; ogni tanto lei si voltava appena, le labbra ancora lucide, e gli lanciava un’occhiata che gli mandava un brivido diretto alle palle.
Arrivarono al vagone di coda. Era un carro merce scoperto a metà, le sponde alte di ferro scrostato, l’interno buio come una bocca. Naomi scalò il gradino con agilità, si voltò e gli tese la mano. Lui la afferrò, salì, e insieme scivolarono oltre la soglia. L’aria dentro era ferma, polverosa, e odorava di legno vecchio e di olio. Un raggio di luna tagliava diagonalmente lo spazio, illuminando un angolo di pavimento di legno grezzo e lasciando il resto nell’ombra densa. Il treno merci stava per muoversi: un brontolio lontano, poi uno scossone sordo che li fece barcollare. Le ruote cominciarono a girare, lente, monotono, e la stazione scivolò via.
Naomi non aspettò. Si spinse al centro del raggio di luce, dove la luna la dipingeva di argento e ombra. Si sfilò la camicetta del tutto, la lasciò cadere, e restò a seno nudo, i capezzoli ancora turgidi e scuri. Poi alzò la gonna fino alla vita, la arrotolò e se la tenne con una mano. Con l’altra si aprì le labbra della figa già gonfia e cremosa. Marco si appiattì contro la parete d’ombra, a due metri da lei, il respiro corto. Lei sapeva esattamente dove stava. Lo sentiva.
«Stai lì», sussurrò, la voce bassa che copriva a stento il rumore delle rotaie. «Non muoverti. Guardami solo. Voglio venire sapendo che mi spii di nuovo, che potresti essere scoperto da un secondo all’altro se qualcuno sale.»
Le dita di Naomi cominciarono a muoversi. Lente, deliberate. Due le si infilarono dentro con un suono umido, bagnatissimo; il pollice le strofinava il clitoride gonfio in cerchi stretti. Gemette piano, la testa gettata indietro, i seni che si sollevavano a ogni respiro. Marco si slacciò i pantaloni senza fare rumore, tirò fuori il cazzo duro come ferro e lo strinse nella mano. Non si toccò ancora, solo lo tenne, il pollice che premeva sulla vena pulsante. Voleva prolungare. Voleva bruciare.
Lei si piegò le ginocchia, scese a sedere sul pavimento di legno, le cosce spalancate verso l’ombra dove sapeva che lui stava. Si infilò tre dita adesso, le spinse a fondo, le fece uscire lucide e le portò alla bocca. Le leccò una per una, gli occhi fissi nel buio.
«Sento il tuo sguardo sulla figa, Marco. Mi fa gocciolare di più. Guardami bene… guarda come mi allargo per te.»
Allargò le labbra con le dita, mostrandogli il buco rosato che si contraeva, ancora pieno di lui, un filo di sborra mista a succhi che le colava sul legno. Si sporse in avanti, si mise a quattro zampe di nuovo, il culo alto, e con una mano raggiunse indietro per massaggiarsi il clitoride mentre l’altra le spargeva i succhi fino all’anello del culo. Ci girò intorno con un dito bagnato, lo premette, lo fece entrare piano fino alla prima falange. Un gemito rauco le uscì dalla gola.
«Cazzo… mi tocco il culo sapendo che mi guardi. Mi piace. Mi piace sentirmi usata anche solo dai tuoi occhi.»
Marco non resistette. Si toccò. La mano salì e scese lenta sull’asta, il glande già lucido di pre-come. Restava nell’ombra, il corpo teso, gli occhi conficcati in quella figa che lei si spalmava e si allargava. Il treno prendeva velocità; il vagone dondolava, e ogni sobbalzo le faceva ondeggiare le tette. Naomi accelerò. Le dita le entravano e uscivano più veloci, il suono schioccante che riempiva lo spazio chiuso insieme al rumore metallico delle rotaie. Si morse il labbro, ansimò più forte.
«Voglio che tu veda tutto… ogni contrazione… ogni goccia.» Si stese sulla schiena, sollevò il bacino, e si scopò con le dita a due mani: una sul clitoride, l’altra che la penetava a fondo. Le gambe le tremavano. «Sto per venire. Guardami. Non distogliere lo sguardo o ti giuro che mi fermo e te lo faccio leccare fino a quando non ti sborri solo a guardare.»
Marco ringhiò basso, la mano che accelerava sul cazzo. La vide irrigidirsi, i piedi che si contraevano, la figa che si chiudeva a spasmi intorno alle sue dita. Naomi urlò un gemito soffocato, il corpo scosso da ondate lunghe; un filo di liquido le schizzò fuori e le bagnò il polso. Continuò a toccarsi attraverso l’orgasmo, più lenta, più profonda, spremendosi ogni brivido.
Quando le scosse si calmarono, si alzò sulle ginocchia, ansimante, e guardò dritto nell’ombra.
«Adesso vieni. Ma non dentro. Non ancora. Voglio che ti metti in ginocchio qui e mi guardi da vicino mentre mi lecchi pulita. Solo la lingua. Niente cazzo. Voglio sentire la tua bocca e sapere che stai morendo dalla voglia di scoparmi di nuovo.»
Marco emerse dall’ombra come un animale. Si inginocchiò tra le sue cosce aperte, le afferrò i fianchi e seppellì la faccia nella figa gonfia. La leccò ampia, dalla fessura al clitoride, raccogliendo tutto il sapore salato e cremoso di loro due. Naomi gli affondò le dita nei capelli e gli premette la testa contro di sé.
«Più a fondo… sì… succhiami il clitoride… così, cazzo…»
Lui obbedì, la lingua che le entrava dentro, che le girava intorno al buco stretto del culo, che tornava a succhiare il bottone gonfio. Lei si dondolava contro la sua bocca, i seni che ballavano, i gemiti che diventavano più alti. Il treno sibilava nella notte, i paesaggi neri che sfrecciavano oltre le sponde. A un certo punto le luci di un passaggio a livello li investì per un secondo; lei non si fermò, anzi spinse più forte.
«Qualcuno potrebbe vederci da fuori se si sporge… e me ne sbatto. Continua. Fammi venire sulla tua lingua.»
Marco le infilò due dita mentre leccava, le curvò, le trovò il punto giusto. Naomi si spezzò di nuovo, le cosce che gli si chiusero intorno alla testa, un urlo rauco che si perse nel rumore del treno. Tremava, gocciolava sulla sua bocca, e lui bevve tutto.
Quando si staccò, il mento lucido, il cazzo quasi doloroso dalla voglia, lei lo spinse a sedere contro la parete e gli salì in grembo senza infilarselo. Si strofinò la figa bagnata sull’asta dura, avanti e indietro, il clitoride che gli sfregava contro il glande. Si baciarono, lingue lente e sporche, il sapore di lei che passava da una bocca all’altra.
«Non ancora», mormorò contro le sue labbra, continuando a strusciarsi. «Voglio che mi spii di nuovo. Tra poco il treno rallenta per un deposito. C’è un altro vagone… più interno, più buio. Ci sposteremo. Lì ti legherò i polsi con la mia cintura e ti farò guardare mentre mi siedo sulla tua faccia e mi tocco le tette fino a squirtare di nuovo. Poi, solo poi, ti lascerò decidere se scoparmi il culo o solo sborrarmi sulla faccia mentre ti guardo negli occhi.»
Si alzò, si sistemò frettolosamente la gonna ma lasciò i seni nudi, e lo tirò su. Il treno stava davvero rallentando; le luci di un deposito merci apparivano in lontananza, rosse e gialle. Naomi lo trascinò verso la porta laterale del vagone, il vento della corsa che le scompigliava i capelli e le faceva indurire ancora di più i capezzoli.
«Vieni, spione mio. Il deposito è deserto a quest’ora. Possiamo scivolare nel prossimo carro senza che nessuno se ne accorga. E lì… lì ti farò vedere quanto posso essere puttana quando so che mi guardi e non puoi toccare finché non te lo permetto.»
Marco la seguì, il cazzo che sporgeva ancora dai pantaloni aperti, il sangue che gli ruggiva. Lei scavalcò per prima sul vagone accanto, un carro chiuso con la porta socchiusa. Lui la vide sparire dentro l’oscurità totale, solo il barlume dei suoi seni chiari. Afferrò il bordo, si preparò a saltare mentre il treno strisciava lento, e sentì che l’eccitazione gli bruciava le vene più forte di prima. La notte non aveva ancora finito di masturbarli entrambi.
Il treno strisciava lento tra i binari del deposito, le luci rosse e gialle che lampeggiavano lontane come occhi stanchi. Marco afferrò il bordo del carro chiuso, le braccia tese, e saltò dentro l’oscurità totale un attimo prima che le ruote riprendessero velocità. L’aria era più densa qui, satura di odore di ruggine e di legno impregnato d’olio. Non vedeva un cazzo, solo il barlume pallido dei seni di Naomi che si muovevano a un paio di metri da lui. Il battito del cuore gli riempiva le orecchie più forte del clangore metallico.
Lei era già in ginocchio quando lui la raggiunse a tastoni. Le mani di Naomi gli trovarono i polsi con una precisione che lo fece rabbrividire. La cintura di pelle della sua gonna scivolò via con un fruscio secco; la sentì avvolgergliela stretta, fibbia che mordeva la pelle, le braccia tirate indietro e bloccate dietro la schiena. Marco non oppose resistenza. Il cazzo gli pulsava libero, ancora fuori dai pantaloni aperti, e il semplice fatto di non poter toccare lo rendeva quasi doloroso.
«Seduto», ordinò lei, voce bassa e roca che vibrava contro il rumore del treno. Lo spinse indietro finché le spalle non trovarono la parete fredda del vagone. Poi salì su di lui a cavalcioni del petto, le cosce calde che gli stringevano i fianchi, e si spostò in avanti finché la figa gonfia e cremosa non gli si posò sulla bocca. L’odore di sesso e di sborra mista lo colpì come un pugno. «Apri. Solo la lingua. Guardami mentre mi tocco le tette. Non chiudere gli occhi o ti lascio così fino a Roma.»
Marco obbedì. La lingua uscì, larga, e leccò tutta la fessura già fradicia. Il sapore salato e denso di loro due gli riempì la bocca. Naomi gemette, il bacino che premeva più forte, e con entrambe le mani si afferrò i seni. Li strinse, li sollevò, i capezzoli scuri che sfuggivano tra le dita. Li pinzò, li tirò, li girò fino a farli indurire ancora di più. Marco sentiva ogni contrazione della sua figa contro le labbra; ogni tanto lei si sollevava appena e poi si riaffondava, spalmando i succhi sul suo mento, sul naso, sulle guance.
«Così… cazzo, sento la tua lingua che mi fende…», ansimò, la testa gettata indietro. Continuava a massaggiarsi il petto con gesti lenti e osceni, le unghie che graffiavano la pelle pallida, lasciando strisce rosse. Il treno accelerava; ogni sobbalzo le faceva ondeggiare le tette pesanti sopra il suo viso. Marco le succhiò il clitoride gonfio, lo prese tra le labbra e lo fece schioccare. Lei si irrigidì, un filo di liquido caldo che gli colò in gola. «Ancora… più forte… voglio squirtarti in faccia sapendo che non puoi farmi niente.»
Si sollevò, restò a quattro dita sopra la sua bocca e si infilò due dita dentro di sé. Le spinse a fondo, le curvò, le fece uscire lucide e gliele strinse contro le labbra. «Leccamele. Pulisci.» Marco obbedì, la lingua che le avvolgeva le falangi una per una mentre lei si dondolava. Poi si rimise a sedere sulla sua faccia, questa volta più pesante, e ricominciò a strofinarsi il clitoride con il pollice mentre l’altra mano tornava ai capezzoli. I gemiti di lei salivano, spezzati, mescolati al clangore delle rotaie. Marco sentiva il cazzo che gli batteva contro l’addome, gocciolante, le palle tese quasi a scoppiare. Non poteva toccarsi. I polsi bruciavano sotto la cintura. Quella impotenza lo faceva impazzire.
Naomi accelerò. Le dita sul clitoride diventarono un vortice furioso; i seni li strizzava tanto forte che le restavano i segni bianchi delle dita. «Sto… sto per… guardami, spione… guardami venire sulla tua bocca come una troia.» Il corpo le si spezzò. Un urlo rauco le uscì dalla gola mentre un getto caldo e potente le esplose dalla figa e gli schizzò sul viso, sul mento, sul collo. Marco bevve, leccò, ingoiò, la lingua che non si fermava nemmeno mentre lei convulsava e gli stringeva le cosce intorno alla testa. Continuò a spruzzare a ondate, ansimando, le unghie che gli graffiavano il petto attraverso la camicia aperta.
Quando le scosse si calmarono, si sollevò tremante e gli si sedette sul petto, la figa ancora che pulsava contro la sua pelle. Con le dita raccolse il liquido che gli colava dalle guance e se lo portò alla bocca, succhiando lenta. Poi si chinò e lo baciò, condividendo il sapore. «Bravo ragazzo», mormorò contro le sue labbra. «Adesso ti sciolgo… ma solo un polso. L’altro resta legato. Voglio che mi masturbi le tette con una mano sola mentre ti scopi la gola. E tu guardi. Sempre.»
Slegò un polso. Marco la sentì spostarsi, scendere tra le sue gambe. La bocca calda gli avvolse il cazzo fino in fondo in un colpo solo; la gola si chiuse intorno al glande e lui ruggì. La mano libera salì, afferrò un seno pesante, lo strinse, il pollice che strofinava il capezzolo turgido. Naomi pompa va la testa con voracità, saliva che gli colava sulle palle, gli occhi alzati a fissarlo anche nel buio. Ogni tanto si staccava con un suono umido e gli leccava l’asta dalla base alla punta, poi risucchiava tutto. Marco le massaggiava il seno con gesti grezzi, lo sollevava, lo lasciava cadere, le pinzava la carne tra le dita finché lei non gorgogliava di piacere intorno al suo cazzo.
Il vagone dondolava più forte; una curva li fece barcollare. Naomi si staccò, saliva che le filava dal mento fino al suo membro lucido. «Alzati», ansimò. Lo aiutò in piedi, la schiena contro la parete, un polso ancora legato dietro. Poi si voltò, si piegò in avanti e gli prese la mano libera, la portò al suo culo. «Spalancami. Voglio che senti quanto sono stretta lì prima di decidere.» Marco le allargò le natiche con le dita. L’anello scuro si contraeva sotto il suo sguardo. Lei sporse indietro il bacino e lui spinse un dito bagnato di saliva e di succhi dentro il culo stretto. Naomi gemette lungo, il suono che gli andò dritto alle palle. «Due… mettimene due. Preparami.»
Lui obbedì, le dita che forzavano l’anello, che entravano e uscivano lente mentre lei si dondolava indietro. La figa le gocciolava ancora, un filo che gli scendeva sul polso. «Adesso scegli», sussurrò lei, voltando la faccia di lato, gli occhi che brillavano nel buio. «Mi scopi il culo qui, duro, finché non mi riempi… oppure mi metti in ginocchio, mi sborri sulla faccia e mi fai leccare ogni goccia mentre ti guardo. Ma qualunque cosa scegli… dopo ci spostiamo di nuovo. C’è un altro carro, più avanti. Lì c’è un finestrino rotto. Voglio che mi leghi le mani al telaio e mi fotti da dietro mentre il vento della corsa mi sbatte in faccia. E se passa un controllore… me ne sbatto il cazzo. Voglio che mi guardi tremare dal rischio.»
Marco sentì il sangue ruggire. La mano libera le afferrò i fianchi, il cazzo che premeva già contro l’anello stretto del culo. Spinse piano, la testa che forzava l’ingresso. Naomi espirò un gemito rotto, spingendo indietro. Entrò centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti vellutate che lo stringevano come una morsa. Quando fu tutto dentro rimasero fermi un attimo, sudati, il treno che ruggiva sotto di loro. Poi cominciò a muoversi: spinte lunghe, profonde, il bacino che sbatteva contro le sue natiche morbide. Lei gemette a ogni colpo, una mano che si allungava indietro per allargarsi ulteriormente.
«Più forte… rompimi il culo… voglio sentirlo domani», ansimava. Marco accelerò, la mano libera che le scendeva a strofinarle il clitoride gonfio. Il suono della carne contro la carne riempiva il vagone insieme ai loro respiri. La sentì venire di nuovo, i muscoli del culo che gli pulsavano intorno all’asta a ondate violente. Lui resistette, strinse i denti, continuò a martellarla. Ma non bastava. Non ancora.
Si sfilò all’improvviso, la lasciò ansimante e gocciolante. La girò, la fece scendere in ginocchio. «Faccia», ringhiò. Naomi aprì la bocca, la lingua fuori, gli occhi fissi nei suoi. Marco si masturbò veloce sopra di lei, la mano che scivolava sull’asta lucida dei suoi succhi e della saliva. Il terzo orgasmo della notte lo colpì come un treno: fiotti spessi e caldi le schizzarono sulle labbra, sulle guance, sulla fronte, un getto le entrò in bocca. Lei li raccolse tutti con la lingua, leccò il glande pulito, inghiottì, poi gli leccò le dita una per una.
Si rialzarono tremanti. Naomi gli slegò l’altro polso, gli sistemò frettolosamente i pantaloni ma lasciò la camicetta aperta, i seni ancora umidi di sudore e di sborra. Lo baciò, saporita di tutto. «Vieni», sussurrò, prendendogli la mano. Il treno stava di nuovo rallentando; le luci di un altro deposito filtravano dalle fessure. «Il prossimo carro ha il finestrino. Lì ti farò vedere quanto posso essere affamata quando so che qualcuno potrebbe scorgerci da fuori. E tu… tu resterai a guardarmi toccarmi finché non ti supplicherò di entrarmi di nuovo. In ogni buco.»
Lo trascinò verso la porta laterale. Il vento della corsa li colpì in faccia, freddo e carico di odore di ferro. Naomi scavalcò per prima, i seni nudi che brillavano un attimo al chiaro di luna. Marco la seguì, il cazzo già di nuovo mezzo duro, il cuore che batteva come un martello. Davanti a loro il vagone successivo attendeva, più buio, più esposto. La notte non aveva finito di scavargli dentro.
Il vagone successivo li inghiottì in un buio ancora più denso, spezzato solo dal rettangolo irregolare del finestrino rotto che lasciava entrare il vento della corsa e un filo di luce lunare. Naomi non perse un secondo. Afferrò i polsi di Marco, li trasse verso l’alto e li legò al telaio spezzato con la sua cintura di pelle, la fibbia che mordeva la pelle già segnata. Lui restò in piedi, braccia tese sopra la testa, il cazzo che gli sporgeva ancora mezzo duro dai pantaloni aperti, il cuore che gli martellava le tempie al ritmo delle rotaie.
«Stai fermo», sussurrò lei, la voce rauca contro il rumore del treno. «Guardami. Solo guardami.» Si mise di fronte a lui, a un metro scarso, le gambe divaricate, e si sollevò la gonna fino alla vita. Con due dita si aprì la figa già gonfia e lucida, mostrandogli il buco ancora dilatato e cremoso. Il vento le scompigliava i capelli castani e le faceva indurire i capezzoli scuri; ogni sobbalzo le faceva ondeggiare i seni nudi. Cominciò a toccarsi lentamente, il pollice che strofinava il clitoride in cerchi stretti mentre due dita le entravano con un suono umido e osceno. Gemette piano, gli occhi conficcati nei suoi.
«Sento il tuo sguardo che mi scava dentro, Marco. Mi fa gocciolare di più. Guarda come mi allargo… guarda quanta sborra tua mi cola ancora.» Si piegò leggermente indietro, offrendo meglio la fessura alla luce fioca, e accelerò. Le dita sparivano e riemergevano lucide, il clitoride gonfio che sporgeva tra le labbra. Marco tirò i polsi legati, il cazzo che gli si induriva di nuovo a vista d’occhio, le palle tese. Voleva toccarla, voleva spingerle le dita più a fondo, ma restava bloccato, costretto a bruciare solo con gli occhi.
Naomi si girò, si piegò in avanti contro il telaio del finestrino, il culo alto verso di lui, e allargò le natiche con una mano. Con l’altra si massaggiò il clitoride mentre un dito bagnato le girava intorno all’anello del culo, lo premeva, lo faceva entrare fino alla seconda falange. «Cazzo… mi tocco il culo sapendo che non puoi fare niente. Mi piace. Mi piace essere la tua troia da spiare.» Il treno sibilava; il vento le sbatteva in faccia e le faceva lacrimare gli occhi, ma lei non si fermò. Si infilò due dita nella figa e una nel culo, si scopò così, a quattro zampe figurative, ansimando più forte. «Sto per venire… guardami… non distogliere lo sguardo o ti lascio legato fino a Roma.»
Marco ringhiò basso, il membro che pulsava libero, una goccia di pre-come che gli colava lungo l’asta. La vide irrigidirsi, i muscoli del culo e della figa che si contraevano a spasmi intorno alle sue dita. Naomi urlò un gemito rauco che si perse nel vento, un filo di liquido che le schizzò sulla coscia interna. Continuò a toccarsi attraverso l’orgasmo, più lenta, spremendosi ogni brivido, poi si staccò tremante e si voltò verso di lui.
«Adesso ti sciolgo… ma solo per usarti.» Slegò i polsi. Marco le afferrò i fianchi con urgenza, la girò di scatto e la spinse contro il telaio del finestrino. Lei si aggrappò al metallo freddo, il torace sporgente oltre il bordo rotto, i seni esposti al vento notturno. Lui le sollevò la gonna, allineò il cazzo grosso e lucido e la penetrò in un colpo solo fino alle palle. Naomi gemette lungo, la figa calda e stretta che lo inghiottiva tutto. Marco iniziò a scoparla con spinte profonde e violente, il bacino che sbatteva contro le sue natiche morbide, il suono della carne che riempiva il vagone insieme al clangore delle rotaie.
«Più forte… così, cazzo, rompimi… voglio che il vento mi porti i gemiti», ansimava lei, spingendo indietro incontro a ogni botta. Lui le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro e accelerò, sentendo le pareti vellutate che lo succhiavano. Una mano le scese sul clitoride, lo strofinò in cerchi rapidi mentre la scopava. Il rischio lo rendeva più duro: chiunque avesse guardato dal binario avrebbe potuto scorgerli, i seni di lei che ballavano al chiaro di luna, il suo culo che si apriva intorno al cazzo di lui. Naomi venne di nuovo, i muscoli che gli pulsavano intorno all’asta a ondate lunghe, un urlo soffocato contro il braccio.
Marco si sfilò, la girò, la sollevò e la fece sedere sul bordo irregolare del finestrino, le gambe aperte a compasso, i talloni che gli premevano la schiena. La rinfilò da davanti, profondamente, il pube che le strofinava il clitoride a ogni spinta. Lei si aggrappò alle sue spalle, le unghie che scavavano la pelle, e lo baciò con la lingua, sapore di vento e di sesso. «Il culo… adesso il culo… voglio sentirti fino in fondo lì», gemette contro la sua bocca. Lui la fece scendere, la rivoltò di nuovo, le sputò sull’anello stretto e spinse il glande dentro. Naomi espirò un gemito rotto mentre centimetro dopo centimetro il cazzo le riempiva il culo. Quando fu tutto dentro rimasero fermi un istante, sudati, il treno che ruggiva sotto di loro. Poi lui cominciò a muoversi: spinte lunghe, pesanti, le palle che sbattevano contro la figa gocciolante.
«Sì… così… usami… guardami mentre mi fotti il culo come una puttana», ansimava lei, una mano che si allungava indietro per allargarsi ulteriormente. Marco le massaggiava il clitoride con le dita bagnate, sentendo i muscoli del culo che lo stringevano come una morsa. Il vento le sbatteva i capelli sul viso; ogni tanto una luce lontana di un passaggio a livello li investiva per un secondo e lei non si fermava, anzi spingeva più forte. L’orgasmo li colse quasi insieme. Naomi strinse forte, il corpo scosso da spasmi violenti, un getto caldo che le schizzò dalla figa sulle cosce di lui. Marco ruggì e le venne dentro il culo, fiotti caldi e densi che le riempirono il canale stretto, spinta dopo spinta, finché non gli colò fuori intorno all’asta e le macchiò le natiche.
Si sfilò lentamente, il cazzo ancora pulsante. Un filo spesso di sborra le scivolò fuori dal culo e le discese lungo la coscia. Rimasero aggrappati al telaio, ansimanti, sudati, il cuore che batteva troppo forte. Naomi si voltò, gli prese il viso tra le mani umide e lo baciò a fondo, lenta, saporita di tutto. «Non è ancora finita», mormorò contro le sue labbra, un sorriso sporco che le spezzava la voce. «Tra poco rallentiamo di nuovo. C’è un altro deposito. Lì…»
Un rumore metallico improvviso spezzò l’aria. Passi pesanti sul pavimento del vagone accanto. Una luce di torcia tagliò l’oscurità attraverso la porta socchiusa. Una voce rauca di uomo gridò qualcosa in dialetto, vicina, troppo vicina.
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