Il Temporale Con L'Amico Di Lei

Durante il temporale la moglie si fa scopare dall’amico di lui.

27 min read August 19, 2026New

La villa sul lago di Como era immersa in un buio violento quando il temporale si scatenò davvero. I lampi squarciavano il cielo come coltellate bianche e il rumore della pioggia sul tetto sembrava un tamburo impazzito. Grant, in pigiama di flanella un po’ stropicciato e con i capelli già diradati sulle tempie, stava cercando di accendere il camino quando qualcuno bussò forte alla porta.

«Chi cazzo viene a quest’ora?» mormorò, ma Rosa era già corsa ad aprire, scalza, in un vestitino estivo leggero che si era bagnato appena oltre la soglia. Dietro la porta, fradicio e sorridente come un dio dell’estate, stava Rafael: muscoli da palestra romana, barba corta curata, giacca di pelle lucida di pioggia e quello sguardo sfacciato che da ragazzini faceva impazzire le ragazze del quartiere.

«Sorpresa, coglioni! Il treno era in ritardo e poi questo diluvio di merda… mi ospitate o mi lascio annegare in giardino?»

Rosa rise, una risata cristallina e troppo lunga, e gli strappò la giacca dalle spalle. «Rafael! Non ci avevi avvertiti, stronzo! Entra, sei zuppo.» Le gocce le scendevano tra le tette, il tessuto si appiccicava ai capezzoli induriti dal freddo, e Grant notò come gli occhi dell’amico scivolassero lì senza pudore. Si sentì subito piccolo. Rafael era alto, largo di spalle, e quando strinse Grant in un abbraccio bagnato gli diede una pacca sulla schiena che gli tolse il fiato.

«Marco— voglio dire Grant, sempre uguale, eh? Magrolino e un po’ perso. Rosa invece… madonna, sei diventata ancora più buona.» Lei arrossì e gli diede una spinta giocosa sul petto, ma la mano restò un secondo di troppo sul pettorale duro. Grant sorrise storto, già umiliato da quella facilità con cui l’altro occupava lo spazio.

Sistemarono asciugamani e candele perché la corrente ballava. A cena, sul tavolo di legno massiccio illuminato solo dalle fiammelle, l’aria cambiò. Rafael raccontava barzellette volgari su una tipa di Trastevere e un motorino, e Rosa rideva a crepapelle, toccandogli il braccio, la coscia sotto il tavolo. Grant mastica va in silenzio il risotto scotto, sentendosi eccitato e ridicolo allo stesso tempo.

«Sai che da ragazza fantasticavo su di te?» ammise lei a un certo punto, con la voce calda di vino. «Ti vedevo al campo di calcio senza maglietta e mi toccavo di nascosto. Grant non lo sa, ma è vero.»

Rafael alzò un sopracciglio, soddisfatto. «Oh, povero Grant. E adesso? Ancora fantasticavi o ti sei rassegnata al suo… attrezzino?»

Rosa lo guardò dritto, poi voltò gli occhi verso il marito. Le guance le bruciavano, ma il sorriso era malizioso, quasi crudele. «Grant… vuoi davvero vedermi finalmente soddisfatta da un vero uomo? Diglielo. Digli che ti va.»

Lui deglutì. Il cazzo gli premeva contro i pantaloni del pigiama, traditore. La voce gli uscì tremante, quasi un sussurro: «S-sì… voglio. Fallo. Falla godere tu.»

Rafael rise basso. «Bravo cuck. Siediti lì e guarda.»

Rosa non aspettò altro. Si alzò, girò intorno al tavolo e si inginocchiò tra le gambe spalancate di Rafael. Gli sganciò la cintura con dita impazienti, tirò giù la cerniera e tirò fuori un cazzo grosso, pesante, già mezzo duro e che si gonfiò ancora di più tra le sue mani. Grant rimase a bocca aperta: era almeno il doppio del suo, venato, con la testa lucida già bagnata di precome.

«Cazzo, che bel mostro…» mormorò lei, e lo prese in bocca con avidità, le labbra strette intorno alla glande, la lingua che girava. Guardava Grant dritto negli occhi mentre scendeva più in profondità, facendo gorgogliare la gola, la saliva che le colava sul mento e sul petto. Rafael le afferrò i capelli e la spinse giù, facendola soffocare un attimo, poi la lasciò riprendere fiato. «Brava troia. Succhialo bene mentre tuo marito si fa il cazzino.»

Grant si era ritirato in un angolo, la mano già dentro i pantaloni, a strofinarsi il cazzo piccolo e duro come pietra. Si sentiva umiliato fino al midollo e non riusciva a smettere. Rosa bavava, leccava le palle, risucchiava con rumori osceni, e ogni tanto staccava le labbra per dire: «È enorme, amore… non ci sta tutto… mmmh, che sapore.»

Poi Rafael la sollevò come una bambola, le sollevò il vestitino fino alla vita, le strappò via le mutandine bagnate e la stese sul tavolo tra i piatti. Le cosce spalancate, la figa rosa e gonfia, gocciolante. Lui si allineò e spinse dentro d’un colpo solo, fino in fondo. Rosa urlò, un urlo di piacere puro che fece tremare le candele. «Cazzo! Sì, spaccami!»

Lui la scopò in missionario violento, le mani che le tenevano i polsi sopra la testa, i fianchi che battevano contro i suoi con schianti umidi. Ogni spinta faceva ondeggiare le tette, e Rosa guardava Grant oltre la spalla dell’amico, gli occhi lucidi. «Lo senti? Mi sta riempiendo tutta… è troppo grosso, sto per squagliarmi…»

Rafael la girò di scatto, a pecorina sul tavolo, le mani che le affondavano nelle chiappe. Riprese a sbatterla forte, le palle che sbattevano contro la clitoride, e le diede uno schiaffo sul culo che lasciò il segno rosso. «Dillo al tuo marito sfigato. Dilli quanto sono più grosso e più bravo di lui.»

Rosa obbedì tra un gemito e l’altro, ridendo quasi, la voce spezzata dagli orgasmi che già le arrivavano a ondate. «È… ah, cazzo… è molto più grosso del tuo, Grant! Me lo sta sfondando, non mi ha mai scopata così… sì, così, più forte… tuo marito non sa fottere, Rafael sa, cazzo sa! Sto venendo di nuovo, ah!»

Grant si masturbava in silenzio, le ginocchia deboli, il viso in fiamme. Si venne quasi subito nella mano, lo sperma caldo che gli colava tra le dita mentre guardava la moglie arretrare il culo contro quel cazzo enorme, le tette schiacciate sul legno, la bocca aperta in un urlo continuo. Rafael non si fermò: la martellò ancora, più profondo, finché non ruggì e si scaricò dentro di lei, spingendosi fino in fondo. Grant vide il cazzo pulsare, vide lo sperma bianco che iniziava a colarle sulle cosce quando l’altro si ritirò lentamente.

Rafael si lasciò cadere sul divano largo vicino al camino, ancora nudo dalla vita in giù, il cazzo lucido e semiduro che penzolava pesante. Tirò Rosa contro di sé; lei si arrampicò sulle sue gambe, nuda e sorridente, lo sperma che le usciva dalla figa e le macchiava la coscia interna, e gli baciò il collo, la mascella, leccandogli il sudore. «Mmmh, che bello caldo… me l’hai riempita tutta.»

Grant stava ancora in piedi nell’angolo, i pantaloni abbassati, il cazzo piccolo e floscio ora, bagnato del proprio sperma. Si sentiva vuoto e stranamente affamato di altra umiliazione. Rafael lo fissò con un ghigno pigro, una mano che accarezzava il seno di Rosa.

«Ehi, maritino. Vai a prepararci un caffè. Doppio. E portaci anche dell’acqua, che la tua brava mogliettina ha lavorato sodo. Muoviti.»

Rosa rise contro il collo di Rafael, le dita che giocavano già di nuovo con il cazzo dell’amico, rimpolpandolo piano. «Sì, amore, muoviti. Noi due dobbiamo riprendere fiato… per il secondo round. Non pensi mica che abbia finito, vero?»

Grant annuì, la gola secca, e si trascinò verso la cucina a piedi nudi, le guance ancora rosse. Dietro di sé sentì le risate basse dei due, il bacio umido, il sussurro di Rosa che diceva qualcosa tipo «stasera ti scopi pure il culo se vuoi, tanto lui guarda e si tocca». Il temporale fuori non si era calmato; dentro, la notte era solo all’inizio, e Grant sapeva che il caffè non sarebbe bastato a spegnere quello che avevano acceso.

Grant si trascinò in cucina a piedi nudi, le guance ancora in fiamme e il cazzo floscio che gli sbatteva mollemente contro la coscia a ogni passo. L’acqua scrosciava fuori come se il lago di Como avesse deciso di trasferirsi sul tetto, e ogni lampo faceva tremolare le candele che aveva lasciato sul bancone. Mise su la moka con mani tremanti, versò l’acqua, avvitò il filtro. Il rumore del caffè che gorgogliava gli sembrava una presa in giro: «Gorgoglia, gorgoglia, cuckoldino, mentre tua moglie si fa riempire di nuovo».

Dalla sala arrivavano risatine e baci umidi. Rosa mormorava qualcosa tipo «ancora duro già? Che bel toro…», e Rafael rispondeva con un grugnito basso che faceva vibrare i muri. Grant si morse il labbro, si accarezzò di nuovo il cazzetto che ricominciava a rizzare per conto suo, e si disse che era un idiota. Un idiota felice, eccitato e ridicolo. Quando la moka schiumò, versò due tazzine doppie, riempì una caraffa d’acqua e tornò indietro come un cameriere di un bordello di lusso.

Li trovò sul divano largo. Rosa era a cavalcioni sulle cosce di Rafael, nuda, le tette che pendevano pesanti mentre si strofinava la figa ancora gocciolante di sborra contro il cazzo semi-duro dell’amico. Lo sperma di lui le colava lungo la coscia interna e macchiava il velluto del divano. Rafael le teneva le chiappe spalancate con le mani grosse, le dita che affondavano nella carne morbida, e le leccava un capezzolo con l’aria di chi assaggia un gelato costoso.

«Ecco il nostro cameriere personale», rise Rafael quando lo vide. «Metti tutto sul tavolino e poi vieni qui. Più vicino. Voglio che veda bene.»

Grant obbedì, depose tazzine e caraffa, e si avvicinò fino a un metro da loro. Il suo cazzo piccolo era di nuovo duro, dritto come un soldatino impazzito. Rosa lo guardò di sottecchi, le labbra gonfie e lucide, e sorrise con quella malizia che lo faceva sentire allo stesso tempo odiatore e innamorato perso.

«Guardalo, Rafael… si è già ricaricato. Piccolino ma volenteroso. Dai, amore, toccatelo un po’ mentre io mi rimetto a cavallo di questo mostro.»

Si sollevò, afferrò il cazzo enorme di Rafael – ancora lucido della sborra precedente – e se lo infilò piano piano nella figa. Un gemito lungo, gutturale, le uscì dalla gola mentre scendeva centimetro dopo centimetro. «Cazzo… è ancora più grosso adesso che è bagnato del tuo… mmmh, mi apre tutta.» Arrivata in fondo, iniziò a saltellare, le tette che ballavano, il culo che schiaffeggiava le cosce di lui. Rafael le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa e rise.

«Brava troia sposata. Dicci com’è rispetto a quello del tuo marito.»

Rosa accelerò, ansimando, gli occhi fissi su Grant. «È… ah, merda… è tre volte più grosso. Mi arriva dove lui non ha mai neanche sognato di arrivare. Sento le vene, sento tutto… Grant, amore, il tuo è carino, davvero, ma questo mi fa venire solo a guardarli l’uno accanto all’altro. Vuoi vederli? Avvicinati di più.»

Grant fece un passo. Il cuore gli batteva in gola. Rafael afferrò il cazzo di Grant con due dita, lo sollevò come si solleva un vermiciattolo curioso, e lo confrontò al proprio che spariva e riappariva nella figa di Rosa. La differenza era comica, grottesca, eccitante da far male.

«Guarda che cosina. Sembra un ditino. E pensa che con questa cosina ti ha scopata per anni. Poverina.» Rafael lo lasciò andare e diede una pacca amichevole sulla guancia di Grant. «Ora inginocchiati. Voglio che lecca lo sbocco mentre la scopi. No, aspetta… prima bevi un sorso di caffè, che ti sei messo di impegno. Poi ti metti sotto.»

Grant, le ginocchia già molli, bevve un sorso amaro dalla tazzina, poi si lasciò scivolare a terra. Il pavimento era freddo. Si strisciò fin sotto il divano, la faccia a pochi centimetri dal punto in cui il cazzo di Rafael entrava e usciva dalla figa di sua moglie. Ogni spinta faceva schizzare gocce di sborra mista a succhi di lei. L’odore era forte, maschio, femmina, sesso puro. Rosa abbassò lo sguardo, gli sorrise e gli afferrò i capelli.

«Lecca, amore. Lecca intorno mentre mi scopa. Pulisci il tuo amico e la tua mogliettina. Così impari come si fa.»

Grant tirò fuori la lingua. Il sapore era salato, amaro, indimenticabile. Lecca va l’asta di Rafael ogni volta che usciva, leccava le labbra gonfie di Rosa, leccava le palle pesanti che gli sbattevano sul mento. Si sentiva un coglione completo e il cazzo gli pulsava tanto forte da fargli male. Rafael rideva di gusto, aumentando la velocità.

«Che bravo cagnolino. Guarda come si impegna. Rosa, dicgli che stasera gli fai leccare anche il culo dopo che te l’ho riempito. Anzi, dicoglielo adesso.»

Rosa ansimava, saltava più forte, le unghie conficcate nelle spalle di Rafael. «Sì… ah, cazzo sì… Grant, dopo che mi ha sborrato di nuovo nel culo – perché stasera me lo prendo tutto lì – tu mi leccherai pulita. Capito? Ogni goccia. E se ti viene addosso ti lecchi da solo, sfigatello mio.» Rise, una risata spezzata da un orgasmo improvviso che le fece contrarre la figa e stringere il cazzo di Rafael come una morsa. «Sto venendooo… merda, è troppo…»

Rafael non si fermò. La sollevò di peso, la girò a pecorina sul divano con il culo all’aria e il viso che guardava Grant ancora inginocchiato. Le allargò le chiappe, sputò sulla figa già piena e poi sulla ragadina stretta. «Adesso il culo, troia. Tuo marito ha detto che può. Vero, Grant? Diglielo. Digli che vuoi vedere la tua Rosa presa nel culo dal cazzo del tuo amico.»

Grant deglutì, la voce rauca. «S-sì… voglio. Scopale il culo. Fallo. Fallo forte.» Il suo cazzetto sgocciolava precome sul pavimento. Si stava toccando di nuovo, lento, umiliato e felice.

Rafael premette la glande contro l’anello stretto. Rosa gemette, spinse indietro il bacino. «Piano… no, cazzo, fallo entrare, voglio sentirlo. Grant non ci ha mai provato sul serio, ha sempre avuto paura di farmi male con la sua cosina. Tu no. Spaccami.»

Con una spinta lenta ma inesorabile, Rafael affondò. La testa sparì, poi i primi centimetri. Rosa urlò di piacere-dolore, le dita che affondavano nei cuscini. «Cazzooo! È enorme… mi apre… Grant, guardalo, sta entrando tutto nel mio culo! Ah, merda, che pressione…»

Grant non riusciva a staccare gli occhi. Vedeva il buco di sua moglie allungarsi, inghiottire vena dopo vena quel monumento di carne. Quando Rafael fu a metà, iniziò a scoparla con colpi corti e profondi. Le palle sbattevano, lo schiocco era osceno. Rosa piangeva quasi dal piacere, la saliva che le colava dalla bocca.

«Più forte… sì, così… digli quanto sono stretta, digli che il suo cazzo non basterebbe neanche per un dito qui. Ah! Sto per venire di nuovo solo dal culo…»

Rafael accelerò, una mano che le tirava i capelli all’indietro, l’altra che le schiaffeggiava il sedere a ritmo. «Stretta da paura, Grant. Tua moglie ha il culo perfetto per un vero cazzo. Guarda come lo prende. Guarda come lo succhia dentro. E tu? Continua a leccare le palle mentre la fotte.»

Grant obbedì, lingua fuori, leccando le palle sudate che gli sbattevano in faccia a ogni spinta. Il temporale ruggiva fuori, un tuono scosse i vetri proprio mentre Rosa veniva con un urlo lungo, il corpo che tremava, il culo che si contraeva a ondate intorno al cazzo di Rafael. Lui non sborrò ancora: si ritirò lentamente, il buco di lei che restò aperto un secondo, pulsante, prima di richiudersi piano.

«Non ancora», grugnì Rafael. «Voglio godermela di più. Grant, porta quel caffè qui. Bevi tu un sorso e poi dallo a lei, bocca a bocca. Poi ti metti a quattro zampe sul tappeto. Stasera fai da tavolino umano mentre le leccio la figa e le rimetto il cazzo nel culo.»

Rosa, ansimante, gli occhi lucidi di lacrime di piacere, rise contro il braccio del divano. «Sì, amore… fai il bravo tavolino. E preparati: il secondo round è solo l’antipasto. Dopo voglio che Rafael mi scopi mentre tu mi tieni le gambe aperte. E se ti comporti bene… magari ti lascio leccare la sborra dal mio culo mentre mi racconta di tutte le volte che da ragazza mi toccavo pensando a lui.»

Grant annuì, il cuore a mille, il cazzo che pulsava di nuovo pronto a esplodere. Prese la tazzina, bevve, poi si chinò su Rosa e le passò il caffè caldo con un bacio umiliato e profondo. Lei succhiò le sue labbra, gli morse la lingua gentile, e sussurrò: «Bravo cuck. Adesso in ginocchio. La notte è lunga e il temporale non ha intenzione di smettere.»

Lui si mise a quattro zampe sul tappeto, la schiena dritta come un tavolino da salotto, mentre Rafael la faceva sdraiare a pancia in su sopra di lui, le chiappe di Rosa che premevano sulla sua schiena nuda, il peso caldo e umido della sua figa ancora gocciolante che gli scaldava la pelle. Rafael si inginocchiò tra le gambe spalancate di lei, gli abbassò la testa e iniziò a leccarle la figa e il buco del culo con l’aria di chi fa colazione. Rosa gemette, si contorse, e afferrò i capelli di Grant da sotto.

«Senti la lingua? È bravissimo… molto meglio di te. E adesso… ah, sì… me lo rimette nel culo. Guardalo entrare, Grant. Sentilo muoversi sopra di te. Sei il nostro mobile preferito stasera.»

Rafael spinse di nuovo dentro l’ano stretto di Rosa, fino in fondo, e riprese a scoparla con colpi lunghi e pesanti. Ogni spinta faceva ondeggiare il corpo di lei sopra la schiena di Grant, le tette che gli sfioravano la nuca, lo schiocco umido che riempiva la stanza insieme al tuono. Grant sentiva tutto: il calore, il movimento, le gocce di sborra e saliva che gli colavano lungo i fianchi. Si masturbava disperato sotto di loro, il viso premuto contro il tappeto, e pensava che se il caffè non bastava, forse bastava questa umiliazione calda, ridicola e deliziosa per tenere accesa la notte intera.

Il temporale batteva ancora. Rafael ruggì di piacere ma si trattenne, uscì, le passò il cazzo lucido sulle labbra di Rosa perché lo pulisse, poi lo spinse di nuovo nel culo. «Ancora un po’, troia. Tuo marito deve sentire ogni centimetro. E dopo… dopo gli facciamo pulire tutto con la lingua mentre gli raccontiamo quanto sei stretta e quanto sei porca. Vero, Grant?»

«Vero», rantolò Grant, la voce soffocata, il cazzo che esplodeva di nuovo nella sua mano, lo sperma che gli sporcava il tappeto e la pancia. Rosa rise sopra di lui, un suono felice e crudele, e spinse indietro il culo per prendere ancora più a fondo il cazzo dell’amico.

La notte era solo a metà.

Il temporale non smetteva di picchiare contro i vetri come un ubriaco che picchia alla porta sbagliata, e Grant, a quattro zampe sul tappeto con la schiena che gli doleva già da cane, sentiva ogni centimetro del peso di Rosa e ogni spinta di Rafael come un martello pneumatico del piacere umiliante. Il cazzo dell’amico entrava e usciva dal culo stretto della moglie con uno schiocco umido e ritmico, e ogni volta che le palle pesanti di Rafael gli sbattevano contro la nuca Grant si chiedeva se fosse possibile morire di eccitazione ridicola. Il suo cazzetto, già sborrato due volte, era di nuovo duro e premeva contro il tappeto macchiato, mentre gocce di saliva, sborra vecchia e succhi di figa gli colavano lungo le scapole.

Rosa gemette lungo e si contorse sopra di lui, le unghie che gli graffiavano i fianchi. «Cazzo, Rafael… lo senti quanto sono piena? Grant sotto di me trema tutto. Bravo tavolino, resta fermo o ti do una sberla sul culo piccolo.» Rise, quella risata cristallina che lo faceva sentire allo stesso tempo il marito più fortunato e lo scemo del villaggio. Rafael accelerò, affondando fino in fondo, e Grant sentì il movimento del cazzo enorme che gli strofinava la schiena attraverso la carne di lei.

«Sta zitto e tieni duro, cuck», grugnì Rafael tra un colpo e l’altro. «Tua moglie ha il culo che sembra fatto apposta per me. Guarda come lo ingoia. Vuoi leccarmi le palle di nuovo mentre la sfondo?»

Grant annuì frettolosamente, la faccia premuta contro il tessuto ruvido. «S-sì… leccale… voglio.» La voce gli uscì strozzata. Si allungò all’indietro quanto poteva e tirò fuori la lingua, catturando il sapore salato e muschiato ogni volta che le palle gli passavano vicinissime. Rafael rise di gusto e diede uno schiaffo sonoro sulla chiappa di Rosa, lasciando un’impronta rossa che ondeggò.

«Brava troia sposata. Dicci quant’è meglio del maritino.»

Rosa ansimava, spingendo indietro il bacino per prendere ancora di più. «È… ah, merda… è un’altra dimensione. Grant con la sua cosina ci metteva un’ora solo per farmi venire un pochino, e pure allora dovevo fingere la metà delle volte. Tu mi fai squagliare il cervello in due minuti. Sento le vene, sento tutto, mi stai aprendo come non mi ha mai aperta nessuno. Amore», e abbassò lo sguardo verso Grant sotto di lei, «il tuo cazzo è carino da tenere in tasca, ma questo qui mi fa venire solo a pensarci. Vuoi che te lo metta in faccia dopo, così li confronti da vicino?»

Grant, con le ginocchia che bruciavano e il cazzo che pulsava disperato, rantolò un «sì» rauco. Rafael si ritirò lentamente, il buco di Rosa che restò aperto un secondo, rosso e pulsante, poi lo spinse di nuovo dentro con un colpo secco che fece urlare lei di piacere. Un tuono scosse la villa proprio in quel momento, come se il cielo applaudisse.

«Basta tavolino per ora», decise Rafael. «Alzati, Grant. Voglio che tieni le gambe di tua moglie aperte come un bravo assistente mentre glielo metto nella figa di nuovo. E stavolta leccale la clitoride mentre la scopo. Se ti viene addosso, ti lecchi da solo.»

Rosa scivolò giù dalla schiena di Grant con un sospiro soddisfatto, lo sperma e i succhi che le colavano lungo la coscia interna e gocciolavano sul tappeto. Si sdraiò sul divano, le gambe già spalancate, la figa gonfia e lucida, il culo ancora leggermente aperto. Grant si alzò barcollando, le guance in fiamme, e le prese le caviglie con mani tremanti, tenendole larghe. Il suo cazzetto dritto puntava verso di lei come un’accusa comica. Rafael si mise in posizione, passò la glande bagnata sulla fessura di lei e entrò d’un colpo solo fino in fondo.

Rosa urlò, un suono acuto e felice. «Cazzo sì! Tienimi forte, Grant… guardalo entrare. È enorme, mi riempie tutta, le labbra mi si stirano intorno. Lecca, ora. Lecca la clitoride mentre lui mi sfonda.»

Grant si chinò, la lingua che uscì a leccare il bottone gonfio di Rosa ogni volta che il cazzo di Rafael usciva abbastanza da lasciargli spazio. Il sapore era intenso, misto, indimenticabile. Si sentiva un coglione completo e il cuore gli batteva così forte che temette gli uscisse dal petto. Rafael scopava con colpi lunghi e pesanti, le mani che le affondavano nei fianchi, e ogni tanto dava una pacca amichevole sulla testa di Grant.

«Bravo cagnolino. Guarda come si impegna a pulire intorno al vero cazzo. Rosa, raccontagli di quando da ragazza ti toccavi pensando a me. Voglio sentirlo mentre ti vengo dentro.»

Lei rise tra i gemiti, gli occhi lucidi fissi sul marito. «Oh dio… sì… al campo di calcio, Grant. Lo vedevo senza maglietta, sudato, i muscoli che luccicavano, e mi scappavo in bagno a ficcarmi due dita. Immaginavo che mi prendesse dietro la palestra, che mi mettesse le gambe sulle spalle e mi scopasse finché non piangevo. E tu? Tu mi corteggiavi con i fiori e le poesie. Che dolce. Che sfigato. Ah! Più forte, Rafael… sto per venire… lecca più veloce, amore, lecca come se ti dipendesse la vita!»

Grant leccava disperato, la lingua che sbatteva contro la clitoride e di tanto in tanto sfiorava l’asta dura e venata di Rafael. Si toccava con una mano libera, strofinandosi il cazzetto piccolo e gocciolante. Rosa venne con un urlo lungo che coprì quasi il tuono successivo, il corpo che si inarcò, la figa che strinse il cazzo di Rafael come una morsa. Lui non si fermò: la martellò ancora più forte, le palle che sbattevano sul mento di Grant, finché non ruggì e si scaricò dentro di lei a getti caldi e pesanti.

Grant vide tutto da vicino: il cazzo che pulsava, lo sperma bianco che iniziava a colare fuori intorno all’asta quando Rafael si ritirò lentamente. Rosa ansimava, sorridente, e allargò ancora di più le gambe con le mani di Grant ancora sulle caviglie.

«Pulisci, cameriere. Tutta. Lingua dentro, succhia fuori ogni goccia. E mentre lo fai, Rafael ti racconta quanto sono stretta e quanto sei ridicolo.»

Grant obbedì senza esitazione. La lingua gli entrò nella figa calda e cremosa, leccando e succhiando lo sperma amaro e salato dell’amico mescolato ai succhi di lei. Si sentiva umiliato fino al midollo e il cazzo gli pulsava da far male. Rafael si sedette accanto, una mano che accarezzava i capelli di Rosa, l’altra che gli diede una pacca leggera sulla guancia.

«Stretta da far paura, Grant. Quando l’ho messa nel culo sembrava che mi volesse strozzare. E pensa che per anni si è accontentata di quel ditino che ti pende tra le gambe. Poverina. Vuoi che te lo mostri di nuovo a confronto? Tira fuori il tuo e mettilo accanto al mio mentre lei ti guarda.»

Grant, con la faccia ancora sepolta tra le cosce di Rosa, tirò fuori il cazzetto duro e lo avvicinò a quello di Rafael, ancora semi-duro e lucido di sborra. La differenza era grottesca, comica, eccitante da far male: il suo sembrava un dito mignolo accanto a un salame. Rosa scoppiò a ridere, una risata genuina e crudele che gli fece arrossire ancora di più le orecchie.

«Oh mio dio, guarda che cosina. Sembra un cucciolo accanto a un stallone. Amore, come hai fatto a scoparmi per tutti questi anni con quella? Rafael, mettiglielo in bocca un attimo. Voglio vederlo succhiare il cazzo che mi ha appena riempita mentre io mi tocco.»

Rafael ghignò e spinse il cazzo verso le labbra di Grant. «Apri, cuck. Fai il bravo e pulisci anche questo. Poi ti facciamo tenere le gambe di nuovo mentre le leccio la figa e le metto un dito nel culo. Stasera non hai finito di servire.»

Grant aprì la bocca e prese la glande pesante, il sapore della sborra e della figa di Rosa che gli riempiva la gola. Succhió goffamente, le labbra strette, mentre Rosa si masturbava accanto a loro con due dita, guardandoli con occhi lucidi di divertimento e lussuria. Rafael gli tenne la testa e lo spinse un po’ più giù, facendolo tossire.

«Bravo. Impari in fretta. Rosa, dicogli che dopo voglio scoparti di nuovo a pecorina sul tavolo della cucina mentre lui ci porta le tazzine e ci guarda. E se si comporta bene… magari gli lasciamo leccare i piedi mentre gli raccontiamo tutte le volte che da giovani ti sei bagnata i pantaloncini per me.»

Rosa annuì, ansimando di nuovo, le dita che lavoravano più veloci. «Sì… Grant, preparati. Il temporale non smette e noi non abbiamo intenzione di smettere. Voglio che Rafael mi prenda di nuovo il culo mentre tu mi tieni le chiappe aperte e conti ad alta voce ogni spinta. E se ti viene sul pavimento ti fai leccare da solo. Capito, sfigatello mio?»

Grant tirò fuori la bocca dal cazzo, la saliva che gli colava sul mento, e annuì con gli occhi lucidi. «Capito… conto… tengo… tutto.» Il cuore gli batteva all’impazzata, il cazzetto gocciolava precome sul tappeto. Si sentiva vuoto e pieno allo stesso tempo, ridicolo e vivo come non mai.

Rafael lo tirò su per i capelli con gentilezza ironica e lo spinse di nuovo tra le gambe di Rosa. «Prima finisci di pulire. Lingua a fondo. Voglio che la figa di tua moglie sia lucida come uno specchio prima del prossimo round. Poi andiamo in cucina. Ho fame di altro e il caffè si è raffreddato. Tu lo scaldhi di nuovo, e stavolta lo servi in ginocchio mentre io le leccio il culo sul bancone.»

Rosa si contorse, spingendo la figa contro la faccia di Grant. «Sì, lecca bene… ah, bravo… sento la tua lingua che cerca la sborra di lui. Sei il miglior cuck del lago di Como. E dopo… dopo voglio che Rafael mi scopi mentre tu mi baci la bocca e mi dici quanto ti piace essere il nostro mobile. La notte è lunga, amore. Il temporale ha solo cominciato a divertirsi.»

Grant leccava con foga, la mente vuota di tutto tranne il sapore, l’odore, il suono dei gemiti di lei e le risate basse di Rafael. Fuori il vento ululava e la pioggia batteva come un applauso continuo. Dentro, il suo cazzo pulsava di nuovo pronto a esplodere, e sapeva che il prossimo round sarebbe stato ancora più umiliante, ancora più caldo, ancora più impossibile da smettere. Si chiese fugacemente se il riso scotto della cena avesse avuto lo stesso sapore di questa sconfitta deliziosa, e poi smise di pensare. La lingua lavorava, le mani tenevano le cosce di Rosa spalancate, e Rafael già si stava rimettendo duro guardandoli con quel sorriso da dio dell’estate fradicio.

«Alzati quando hai finito», ordinò Rafael. «Portaci in cucina. Voglio vederla seduta sul bancone con le gambe sulle mie spalle mentre tu ci fai da sgabello e ci racconti quanto ti piace guardare. E se ti viene troppo presto… ti leghiamo le mani dietro la schiena con la cintura e ti facciamo guardare senza toccarti fino all’alba. Va bene così, maritino?»

Grant sollevò la faccia lucida di sborra e saliva, annuì con un sorriso storto e arrossato, e sussurrò: «Va bene… più che bene.» Rosa gli accarezzò i capelli bagnati di tutto, gli diede un bacio umido sulla fronte e rise di nuovo, felice e crudele.

«Allora muoviti, cameriere. Il secondo antipasto è finito. Adesso viene il piatto forte, e il temporale fuori non ha nessuna intenzione di darci tregua.»

Il bancone della cucina era freddo sotto le chiappe di Rosa quando Rafael la sollevò come se non pesasse nulla e ce la piantò sopra, le gambe già spalancate sulle sue spalle larghe. Grant, ancora lucido di sborra e saliva fino alle orecchie, si accovacciò sotto di loro a fare da sgabello umano, la schiena piegata, il cazzetto che gli pungeva la pancia. Ogni volta che Rafael spingeva dentro la figa gonfia di lei, il corpo di Rosa ondeggava e gli premeva le tette sudate sulla nuca. L’odore di sesso e caffè raffreddato riempiva l’aria insieme al tuono.

«Conta, maritino», ordinò Rafael tra un colpo e l’altro, la voce bassa e divertita. «Ad alta voce. Voglio sentire quanto è bravo il nostro tavolino parlante.»

Grant obbedì, la gola rauca. «U-uno… due… tre… cazzo, è troppo grosso, le labbra gli si stirano… quattro…» Rosa rise, una risata spezzata dal gemito, e gli afferrò i capelli bagnati tirandogli la testa all’indietro così che potesse vedere tutto da sotto in su: il cazzo enorme che spariva e riappariva lucido, le palle che gli sbattevano quasi sulla fronte.

«Più forte la voce, amore. E lecca. Lecca la clitoride ogni volta che esce. Sei il miglior accessorio della casa stasera.»

Lui tirò fuori la lingua e leccò disperato, il sapore salato e cremoso che gli riempiva la bocca. Rafael accelerò, le mani che le tenevano le cosce spalancate fin quasi a farle male, e ogni spinta faceva tintinnare le tazzine sul ripiano. Rosa urlò di nuovo, venne con le unghie conficcate nelle spalle dell’amico, e Grant sentì i succhi caldi colargli sul mento mentre contava a stento: «Diciassette… diciotto… sto per sborrare di nuovo solo a guardarvi, merda…»

«Non ancora», grugnì Rafael. Lo tirò su per un orecchio con gentilezza ironica e lo spinse di lato. «Adesso pecorina sul tavolo. Tieni le chiappe aperte tu. E conta ogni centimetro che le metto nel culo. Se sbagli numero ti faccio leccare il pavimento.»

Rosa si girò obbediente, il petto schiacciato sul legno, il culo all’aria ancora rosso dagli schiaffi. Grant le affondò le dita nelle chiappe morbide, le aprì come un libro osceno, e vide da vicino il buco che pulsava, ancora un po’ aperto dalla scopata precedente. Rafael ci sputò sopra, premette la glande e affondò con un colpo lento che fece gemere lei lungo e gorgogliante.

«Uno… due… tre…» rantolò Grant, gli occhi sgranati, il cazzetto che gocciolava precome sul linoleum. «Quattro… madonna quanto lo prende… cinque… le vene spariscono tutte… sei…»

Rosa spingeva indietro il bacino, ridendo e ansimando insieme. «Sì, aprimi, spaccami… Grant non ci ha mai provato così, aveva paura di farmi male con la sua cosina da dito mignolo. Tu no. Tu mi usi. Ah! Sette… otto… contalo tu, sfigatello, contalo forte!»

Lui contava, la voce che si spezzava ogni volta che le palle di Rafael gli sbattevano contro le nocche. Il temporale ruggiva fuori come un pubblico impazzito. Rafael la scopò a fondo per venti, trenta spinte, poi si ritirò, le passò il cazzo lucido sulle labbra di Grant perché lo pulisse in fretta, e lo riaffondò nella figa per scaricarsi con un ruggito che scosse i bicchieri. Lo sperma uscì a getti spessi, colò lungo la coscia di lei e gocciolò dritto sulla lingua di Grant che stava già leccando come un cagnolino assetato.

«Tutto», comandò Rosa, voltandosi a guardarlo con gli occhi lucidi di divertimento crudele. «Lingua dentro al culo e alla figa. Succhia. Voglio essere lucida prima del caffè. E mentre lo fai raccontaci quanto ti piace essere il nostro straccio.»

Grant obbedì, la faccia sepolta, leccando e succhiando ogni goccia amara, il sapore di entrambi che gli saliva al cervello. Si toccava con una mano libera, venendo di nuovo debole e ridicolo sul pavimento della cucina, lo sperma che gli schizzava sui piedi nudi. Rafael si versò l’acqua dalla caraffa direttamente in gola e rise.

«Bravo straccio. Ora scalda di nuovo quel caffè. In ginocchio. E portacelo mentre lei mi cavalca sul pavimento. Voglio vederla saltare sul mio cazzo guardando te che servi.»

La moka gorgogliò di nuovo come una risata. Grant versò, strisciò indietro in ginocchio con le tazzine tremante, e li trovò già a terra: Rosa a cavalcioni inversa, la schiena contro il petto di Rafael, le gambe spalancate verso il marito, il mostro di carne che spariva nella figa con schiocchi umidi. Lei prendeva le tazzine dalle sue mani, beveva un sorso e glielo passava bocca a bocca, la lingua che gli entrava profonda mentre scendeva e saliva sul cazzo dell’amico.

«Guarda che figa piena, amore. Guarda come mi si stira. Il tuo resterebbe a metà e io dovrei fingere. Lui invece… mmmh… mi arriva all’utero. Dimmi che ti piace. Dimmi che vuoi che mi sborri dentro un’altra volta mentre tu ci guardi e ti fai il cazzetto.»

«Mi piace», rantolò Grant, le ginocchia rosse, il viso in fiamme. «Sborra dentro… riempila… voglio leccare dopo… contami le spinte se vuoi… sono il vostro mobile, il vostro cuck, tutto.»

Rafael le morse la spalla e accelerò dal basso, le mani che le schiaffeggiavano le tette a ritmo. Rosa venne urlando il nome dell’amico, poi quello del marito, poi di nuovo «cazzo grosso» come un mantra ridicolo e osceno. Rafael la riempì di nuovo, i getti visibili che rigurgitavano fuori a ogni sobbalzo, e Grant fu subito lì con la lingua a pulire, a succhiare, a leccare le palle sudate finché non brillarono.

Si trascinarono di nuovo in salotto quando le gambe non reggevano più. Il camino crepitava ancora. Rosa si sdraiò esausta a pancia in giù sul divano, il culo pieno e lucido, e Grant le tenne le chiappe aperte un’ultima volta mentre Rafael le leccava lento, pigro, come un gatto soddisfatto. Poi toccò a Grant finire il lavoro: lingua a fondo nell’ano caldo e cremoso della moglie, le labbra che succhiavano l’ultima sborra, le lacrime di umiliazione e piacere che gli solcavano le guance mentre lei rideva debole e felice.

«Ultimo regalo», mormorò Rafael, già mezzo addormentato, il cazzo finalmente floscio e pesante sulla coscia. «Baciale i piedi mentre le racconti quanto sei piccolo e quanto l’hai sognata così. Poi possiamo pure spegnere le candele.»

Grant obbedì. Leccó le piante dei piedi di Rosa, le dita, la caviglia, e sussurrò contro la pelle salata tutte le umiliazioni della notte, ogni confronto, ogni gemito finto o vero degli anni passati. Lei gli accarezzò i capelli, sorridendo stanca, e lo tirò su a sdraiarsi tra lei e l’amico nudo. Il temporale fuori cominciava finalmente a calmarsi, i tuoni più lontani, la pioggia che diventava un mormorio.

Rafael russò per primo, una mano ancora proprietaria sul seno di Rosa. Lei si voltò verso Grant, gli occhi dolci all’improvviso, e lo baciò sulla bocca sporca di tutto.

«Sei stato perfetto», sussurrò. «Proprio come sognavo.»

Grant la strinse, il cazzetto molle contro la sua pancia, il cuore che batteva ancora all’impazzata ma leggero. Fuori le nuvole si spaccavano e un filo di alba grigia filtrava. Solo allora sorrise contro i capelli di lei, perché l’amico fradicio, il treno «in ritardo», il temporale perfetto e tutta quella notte di sconfitta deliziosa erano stati esattamente il regalo che lui stesso le aveva organizzato mesi prima, pagando il taxi e pregando il cielo.

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