Incrocio di Sguardi al Forno Prima dell'Alba
Due panettieri di 32 e 28 anni si scopano con voglia sul bancone del forno prima dell’alba.
Victor, trentadue anni suonati, spalle da fornaio che ha trascorso mezza vita a sollevare sacchi di farina da cinquanta chili, stava già sudando sotto la maglietta bianca macchiata quando le luci del fornetto di paese si accesero alle quattro e venti. L’odore del lievito madre si mescolava a quello del caffè amaro bollito nella moka scassata. Fuori era ancora buio pesto, il tipo di buio che fa sembrare le cose più sporche di quanto non siano. E Victor, sarcasmo a mille e cazzo già mezzo sveglio per colpa di certe abitudini mattutine, stava impastando come se la pasta potesse risolvere i suoi problemi di erezione cronica.
La porta sul retro scricchiolò. Barrett, ventotto anni, camionista atletico con le braccia segnate dal sollevare casse e dal tenere il volante per ore, entrò con il solito sorrisetto da stronzo e il berretto calato sugli occhi chiari. Aveva il giubbotto aperto e sotto la maglietta aderiva in modo criminale al petto. «Buongiorno, capo-forno. Oggi il pane lo facciamo morbido o lo lasciamo duro come certe altre cose che ho notato?»
Victor non alzò lo sguardo subito. Continuò a piegare l’impasto con le mani grandi, farina fino ai gomiti, e mormorò: «Se continui così, Barrett, il lievito te lo faccio assaggiare crudo. E non è una minaccia culinaria.»
Si guardarono. Di nuovo. Come ogni cazzo di mattina da tre settimane. Sguardi che duravano un secondo di troppo mentre caricavano le pale, mentre Victor spingeva le pagnotte nel forno a legna e Barrett, fintamente utile, sistemava i vassoi. La tensione era densa come la pasta della ciabatta: elastica, calda, pronta a scoppiare. Entrambi erano eccitati da far paura. Victor lo sentiva nel modo in cui i jeans gli stringevano all’inguine ogni volta che Barrett si chinava a raccogliere un sacco. Barrett lo vedeva nel modo in cui Victor leccava il labbro inferiore quando gli passava vicino, lasciando scie di farina sull’aria.
«Stai crescendo, eh?» sbottò Barrett all’ennesima occhiataccia, indicando con il mento il cavallo dei pantaloni di Victor. «Il lievito. Ovviamente. Solo il lievito.»
Victor rise, un suono basso e rauco. «Il mio lievito è professionista, camionista. Il tuo invece sembra un principiante che non sa più dove mettersi.» Si asciugò le mani sul grembiule, ma gli occhi restarono agganciati a quelli di Barrett. Desiderio grezzo, senza filtri. Nessuno dei due fingevava più di nasconderlo. Volevano scoparsi. Punto. E il bancone di marmo freddo al centro del forno sembrava l’altare perfetto.
Barrett girò intorno al tavolo. Finse di prendere la pala lunga del forno, quella di legno scuro usata per infornare. Si mise dietro Victor, vicino, troppo vicino. «Ti aiuto io, che sei lento stamattina.» E mentre lo diceva premette l’uccello già duro, ancora chiuso nei jeans, proprio contro il culo sodo di Victor. Un contatto chiaro, deliberato, caldo anche attraverso i vestiti.
Victor emise un verso mezzo risata mezzo gemito. Spinse indietro le anche, offrendosi, sentendo la pressione esatta di quel cazzo contro di sé. «Figlio di puttana…» mormorò, voltando la testa. I loro volti erano a un palmo. «Da quanto tempo aspetti di fare sto gesto da film porno di serie B?»
«Da quando ti ho visto impastare la prima volta e ho capito che quelle mani sapevano lavorare anche altro.» Barrett gli tenne lo sguardo, desiderio esplicito, niente pudore. Poi lo baciò. Fame vera: bocche aperte, lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Sapeva di caffè e di mattina precoce. Victor gli afferrò la nuca, farina ovunque, e approfondì il bacio finché entrambi ansimavano.
Si staccarono solo abbastanza da confessare.
«Ti voglio fottere da settimane,» disse Victor dritto in faccia, voce roca. «Ogni volta che carichi il pane e mi fai quelle battute da adolescenti arrapati, mi viene da spogliarti qui e basta.»
Barrett ghignò, ancora pressato contro di lui. «E io da quando ti ho visto sudare su quel forno ho sognato di aprirti le gambe sul bancone. Allora mi prendi qui sul bancone, fornaio muscoloso? O devo portarti via sul camion come un sacco di farina speciale?»
Victor rise di cuore, il suono pieno di sollievo e di voglia. «Ti prendo. Anzi, ti faccio prendere. Ma se spargiamo farina dappertutto poi la pulisci tu, coglione.»
Non ci fu bisogno di altre parole. Victor si chinò sul bancone di marmo, braccia piegate, culo offerto in fuori. I pantaloni gli scendevano già a metà coscia per opera delle mani di Barrett, che glieli tirò giù insieme al boxer in un gesto secco. L’aria fredda del locale gli toccò la pelle nuda. Barrett si inginocchiò un attimo, gli aprì le chiappe con le palme grandi e ci passò la lingua: calda, umida, precisa. Victor bestemmiò piano, spingendo indietro contro quella bocca. «Cazzo, sì… preparami bene che poi ti voglio sentire fino in fondo.»
Barrett leccò, spirò, spinse la lingua dentro quanto bastava a far gemere Victor, poi si alzò, si sbottonò i jeans in fretta e sputò sulla mano. Si allineò. Entrò con una spinta decisa, non brutale ma senza troppi preamboli. Victor era stretto, caldo, e il suono che uscì da entrambi fu una risata soffocata mescolata a un gemito. «Gesù, sei una morsa,» borbottò Barrett, mani strette sui fianchi di Victor.
Cominciò a scoparlo in piedi da dietro, spinte profonde che facevano battere il bacino contro il culo sodo. Di tanto in tanto uno schiaffo secco sulla chiappa sinistra, poi sulla destra, lasciando segni rosati. Victor rideva tra un ansimare e l’altro. «Più forte, camionista di merda… così almeno domani quando impasto mi ricordo di te a ogni piega.»
«Come se non ti fossi già segato pensando a me,» ribatté Barrett, accelerando. Il bancone scricchiolava appena. Farina volava da un sacchetto semiaperto, bianca sulle braccia, sulla maglietta tirata su di Victor, sui peli scuri del pube di Barrett quando si spingeva dentro fino in fondo. Si scambiavano insulti affettuosi e volgari: «Cazzo grosso da scaricare merce», «Culo da fornaio che tiene il pane caldo», risate spezzate dai gemiti.
Poi Victor si staccò, si girò con le guance rosse e gli occhi lucidi di voglia. Si issò sul bancone a sedere, gambe aperte larghe, piedi che dondolavano. Afferrò Barrett per la maglietta e se lo tirò addosso. «Adesso così. Voglio vederti mentre mi fotte.»
Barrett entrò di nuovo, questa volta in una posizione da missionario semi-seduto, petto contro petto. Una mano gli pompav a il cazzo di Victor, duro e gocciolante, con presa ferma e ritmo sincrono alle spinte. Il marmo era freddo sotto le chiappe di Victor, il corpo di Barrett un forno. Si baciavano sporchi, ansimanti, ridendo quando un grumo di impasto gli cadde sulla spalla.
«Vieni dentro,» ordinò Victor tra i denti. «Voglio sentirtelo pulsare.»
Barrett spinse più forte, più corto, la mano che strofinava la testa del cazzo di Victor con il pollice. Victor venne per primo, urlando a mezza voce contro la spalla dell’altro, schizzando caldo sul proprio petto e sull’addome, strisce bianche che si mescolavano alla farina. La stretta del suo orgasmo fece venire anche Barrett un attimo dopo: si scaricò dentro di lui con un gemito basso e una risata rotta, spinte ultime profonde finché le gambe gli tremarono.
Rimasero uniti, ansimanti, sudati, il cazzo di Barrett ancora conficcato mentre rimpiccioliva piano. Farina dappertutto: sui capelli, sul bancone, sulle cosce, persino su un paio di pagnotte dimenticate sul ripiano vicino. Si guardarono e scoppiarono a ridere, il tipo di risata che ti esce quando hai appena fatto una cazzata meravigliosa e il mondo fuori è ancora buio.
«Abbiamo impastato pure l’aria,» disse Victor, voce rauca, una mano che gli passava sui capelli sporchi di bianco.
Barrett gli diede un bacio scherzoso, un morso leggero al labbro inferiore, e restò lì, fronte contro fronte. «Domani mattina torno. Stessa ora. Per un’altra infornata. Magari stavolta ti leghiamo le mani col grembiule e vediamo chi comanda davvero sul bancone… o forse ti porto dietro al camion e ti faccio vedere come si scarica merce seria. Tu deciditi intanto se vuoi il pane croccante o morbido. Io intanto…»
Barrett non finì la frase. Si staccò piano, il cazzo ancora lucido e molle che gli schizzò fuori con un suono umido ridicolo, e Victor rise di nuovo, la schiena ancora appoggiata al marmo freddo, le cosce aperte, il seme che gli scivolava già lungo la riga del culo mescolato alla farina. «Io intanto… cosa, coglione? Mi lasci così, pieno come un panettone malriuscito, e te ne vai a scaricare casse?»
Barrett si asciugò il cazzo con un lembo del grembiule di Victor, gesto da porco affettuoso, e gli diede uno schiaffetto leggero sulla coscia interna. «No, fornaio. Io intanto ti levo la maglietta perché sei un casino ambulante, e poi vediamo se quel tuo lievito professionista sa ancora alzarsi. Perché io, a differenza tua, non mi accontento di una sola infornata.»
Victor si fece togliere la maglietta bianca sudata e macchiata. I peli del petto sparsi di farina e di sborra sembravano neve sporca su un prato. Aveva trentadue anni e un corpo da chi ha passato mezza vita a lavorare sacco dopo sacco: spalle larghe, addome solido, cosce forti. Barrett, ventotto, camionista con le braccia segnate dal volante e dalle casse, lo guardò come si guarda un pezzo di pane appena sfornato. «Gesù, sei ancora bello da mangiare. E sporco da leccare.»
Si chinò e gli leccò una striscia di sborra dal petto, poi un’altra, ridendo quando Victor gli afferrò i capelli. «Smettila di fare il goloso, che poi ti viene sete di caffè e la moka è già bruciata.»
«Vaffanculo,» mormorò Barrett, ma continuò. Lingua calda, denti che graffiavano un capezzolo, poi scese più in basso. Afferrò il cazzo di Victor ancora mezzo duro, lo bombò un paio di volte con la mano infarinata e se lo mise in bocca senza preamboli. Victor emise un suono basso, mezzo gemito mezzo bestemmia. «Cazzo, Barrett… hai la bocca più calda del forno a legna.»
Barrett succhiò, saliva e farina che facevano un pasticcio bianco sui labbri. Alzò gli occhi chiari, berretto ancora calato di traverso, e mormorò intorno al cazzo: «E tu sei più duro di una baguette dimenticata. Alzati, che voglio vederti in piedi mentre ti faccio venire di nuovo.»
Victor scese dal bancone con le gambe ancora un po’ tremolanti. I pantaloni gli penzolavano alle caviglie; li scalciò via insieme alle scarpe. Rimasero nudi dalla vita in giù, magliette tirate su o via, farina dappertutto come una nevicata pornografica. Barrett si mise in ginocchio sul pavimento di cotto freddo, mani sui fianchi di Victor, e riprese a succhiare con più voglia. Victor gli tenne la testa, dita nei capelli corti, e spinse piano, poi un po’ più forte quando Barrett aprì la gola e lo lasciò fare. «Bravo camionista… così. Prendi tutto il pane caldo.»
Barrett rise con la bocca piena, un suono vibrante che fece contrarre Victor. Si staccò un attimo, filo di saliva che gli pendeva dal labbro inferiore. «Pane caldo un cazzo. Sei un sacco di farina con le gambe. E adesso girati. Voglio leccarti di nuovo mentre ti seghi.»
Victor obbedì ridendo, si piegò di nuovo sul bancone, gomiti sul marmo, culo in fuori. Barrett gli aprì le chiappe con i pollici e ci conficcò la lingua dritta, profonda, senza pudore. Victor bestemmiò e si prese il cazzo con una mano, si pompò lento mentre l’altro lo leccava, lo spirava, spingeva due dita bagnate di saliva accanto alla lingua. «Figlio di puttana… mi stai aprendo come una ciabatta. Continua.»
«Te l’avevo detto che ti preparavo bene,» borbotò Barrett tra una leccata e l’altra. «Stavolta voglio sentirti gemere più forte. E se sporchi il bancone di sborra nuova, la pulisci tu con la lingua. Patto da fornaio.»
Victor rise, il suono spezzato da un gemito quando le dita di Barrett trovarono il punto giusto e ci premettero. «Patto accettato, stronzo. Ma se mi fai venire così, poi ti scopro io. A modo mio.»
Barrett si alzò, si sputò di nuovo sulla mano, si allineò e entrò di nuovo. Questa volta più lento, più profondo, godendosi ogni centimetro. Victor era ancora lubrificato dal giro di prima, caldo, stretto in modo indecente. Il bancone scricchiolò. Farina volò da un altro sacchetto. Barrett iniziò a scoparlo con spinte lunghe, mani strette sui fianchi, ogni tanto uno schiaffo secco che faceva ondeggiare la chiappa. «Culo da panettiere… tiene come un forno a legna. Ti senti come ti riempio, Victor?»
«Sì, cazzo… più forte. Voglio ricordarmelo quando domani impasto le brioche.» Victor spingeva indietro, incontrando ogni colpo. Sudore che gli scendeva lungo la schiena, mescolato alla farina. Si voltò di scatto, afferrò Barrett per la maglietta e se lo tirò in un bacio sporco, lingue e denti e risate. «Adesso tocca a me comandare. Sul bancone. Sdraiati.»
Barrett alzò un sopracciglio, ma obbedì. Si issò sul marmo a pancia in su, gambe aperte, cazzo duro che gli batteva sull’addome. Victor gli si mise sopra, straddled, e si abbassò piano sul cazzo di Barrett, guidandolo dentro di sé con una mano. Entrambi gemettero quando fu tutto dentro. Victor iniziò a muoversi, su e giù, cosce da fornaio che lavoravano, mani sul petto di Barrett. «Guarda chi comanda adesso, camionista. Io. E tu stai fermo e ti fai usare come una pala da forno.»
Barrett rise, mani sulle cosce di Victor, spingendo in su per incontrarlo. «Usa pure. Ma se mi rompi il bancone, il capo-forno paga i danni. E il capo-forno sei tu, stronzo.»
Si scoparono così, Victor che cavalcava, Barrett che spingeva dal basso, insulti affettuosi e volgari che volavano insieme alla farina. «Cazzo grosso da autostrada», «Culo che impasta meglio di qualsiasi macchina», risate quando un pezzo di impasto cadde sul naso di Barrett e Victor glielo leccò via. Il ritmo accelerò. Victor si chinò, petto contro petto, e si baciarono ansimando mentre Victor si pompava il cazzo tra i loro addomi. «Vieni di nuovo dentro di me. Voglio sentirtelo. E poi mi seghi finché non sborro sulla tua faccia da camionista arrapato.»
Barrett ghignò, occhi lucidi. «Ordine ricevuto, capo. Ma dopo tocca a me. Ti voglio a quattro zampe dietro al forno, dove nessuno ci vede se arriva qualcuno all’alba.»
Victor strinse i muscoli intorno al cazzo di Barrett, lo sentì pulsare, e Barrett venne con un gemito rauco, spingendo su forte, riempiendolo di nuovo. Victor continuò a muoversi sopra di lui finché le spinte non diventarono tremolanti, poi si sollevò, il seme che gli colava lungo le cosce, e si mise a cavallo del petto di Barrett. Si pompò il cazzo a due mani, guardandolo negli occhi. «Apri la bocca, merda. Voglio vederti ingoiare come un bravo apprendista.»
Barrett aprì, lingua fuori, e Victor gli sborrò sulla faccia e nella bocca con un urlo soffocato, strisce calde sui labbri, sul mento, su un occhio chiuso. Barrett leccò, rise, gli pulì il cazzo con la lingua finché Victor non tremò per la sensibilità. «Buono come il pane appena sfornato,» disse Barrett, voce rauca. «Anzi, meglio. Meno calorie e più sborra.»
Si lasciarono cadere uno accanto all’altro sul bancone largo, ansimanti, nudi, coperti di farina e di liquidi. Fuori iniziava a schiarire appena, un grigio debole alle finestre alte. Victor gli passò una mano sui capelli bianchi di farina. «Siamo due disastri. E il pane di stamattina sarà in ritardo di mezz’ora almeno.»
Barrett si voltò di lato, gli morse una spalla. «Il pane può aspettare. Io no. Ancora una volta. Dietro. Dove tieni le pale. Voglio scoparti in piedi mentre guardi il forno acceso. E stavolta mi leghi le mani col grembiule, come avevo detto. O lo faccio io a te. Decidi, fornaio. Chi comanda l’ultima infornata?»
Victor scese dal bancone, gambe molli, e tirò Barrett giù con sé. Lo baciò lento, sapore di sborra e caffè e farina. Poi lo spinse verso il fondo del locale, dove il forno a legna scricchiolava e scaldava. «Tu. Stavolta comandi tu. Ma se mi fai venire una terza volta, domani ti faccio impastare nudo. Con grembiule solo.»
Barrett lo girò, lo piegò contro il muro caldo vicino al forno, gli aprì di nuovo le chiappe e ci entrò con una spinta unica, facile adesso, scivoloso. Victor gemette, fronte al muro. Barrett iniziò a scoparlo forte, ritmico, una mano che gli girava intorno al fianco per prendergli il cazzo ancora mezzo duro e pomparlo. «Così… senti il calore del forno e il mio cazzo insieme. Sei fatto per questo, Victor. Per farti fottere all’alba da un camionista che ti ha spiato tre settimane.»
Victor spingeva indietro, rideva tra i gemiti. «E tu sei fatto per scaricare merce nel culo del fornaio. Più forte, cazzo. Fammi sentire i camion che hai guidato.»
Si scambiarono ancora insulti e battute mentre il ritmo saliva. Barrett gli diede uno schiaffo, poi un altro, poi gli morse la spalla. Victor si sentiva pieno, usato, felice in modo stupido e carnale. Quando Barrett accelerò le spinte corte e profonde, Victor venne di nuovo, secco, un orgasmo che gli piegò le ginocchia e lo fece sbrodolare poco ma intenso sulla mano di Barrett. La stretta fece venire anche Barrett, che si scaricò dentro per la terza volta con un gemito basso e una risata spezzata. «Cazzo… mi hai svuotato come un sacco di farina. Non mi alzo più dal camion per tre giorni.»
Rimasero uniti un momento, ansimanti, il calore del forno sulla pelle nuda. Poi Barrett uscì piano, si girò Victor e lo baciò sporco, dolce, ridendo quando la farina gli cadde nei capelli. Si guardarono, sudati, coperti di bianco e di sborra, il locale che iniziava a odorare di sesso e di pane che doveva ancora cuocere.
Victor gli passò un pollice sul labbro inferiore, gli pulì un po’ di sborra. «Allora. Domani stessa ora. Ma stavolta porti tu la moka nuova. Questa è bruciata dal ridere.»
Barrett gli diede un morso leggero al labbro, occhi chiari pieni di voglia già di nuovo. Si chinò all’orecchio di Victor, voce bassa e rauca, e disse l’ultima cosa prima che l’alba li costringesse a vestirsi e a fingere di essere solo due uomini che facevano pane: «E se domani mi trovi già nudo sul bancone con il grembiule legato ai polsi… mi fai venire prima di accendere il forno, capo, o devo pregarti in ginocchio con la farina in bocca?»
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Popular Collections
Browse Categories