Studio di Seta e Sospiri

Miriam, trentaduenne stilista, si fa scopare forte nel culo da Trent, ventottenne assistente, sul tavolo del suo studio milanese.

10 min read September 08, 2026New

Nella calda luce dorata che filtrava dai grandi vetri dello studio di moda a Milano, Miriam, stilista trentaduenne dal corpo snello e dalle curve pronunciate, osservava Trent, il suo assistente ventottenne, mentre sistemava i rotoli di seta sul tavolo da taglio. I tessuti scivolavano tra le sue dita lunghe e sicure, rossi, neri, crema, e ogni movimento sembrava lento, deliberato. Miriam sentiva il calore salirle tra le cosce già solo a guardarlo. Da settimane quella tensione le rideva sotto la pelle.

Trent alzò lo sguardo e la colse. Sorrise, quel sorriso da ragazzo che sapeva esattamente l’effetto che faceva.

«Ti piace come li stendo, Miriam? O stai guardando le mie mani e immaginando dove altro potrei metterle?»

Lei rise basso, avvicinandosi. Il suo abito di seta nera le aderiva ai seni pieni e alle anche, senza reggiseno, i capezzoli già duri contro il tessuto.

«Guardo tutto, Trent. Quelle spalle, quel culo stretto nei pantaloni… e quel cazzo che a volte si nota quando ti giri di profilo. Scherzo? No. Mi stai facendo bagnare solo sistemando la seta.»

Lui lasciò il tessuto e le si fece davanti, torreggiando sulla sua altezza. Le dita di Miriam gli sfiorarono il petto attraverso la camicia.

«Dillo chiaro allora», mormorò Trent, voce roca. «Cosa vuoi davvero.»

Miriam lo guardò negli occhi, senza più giri di parole. Il cuore le batteva forte, ma la voglia era più forte ancora.

«Voglio che tu mi prenda con forza. Qui. Ora. Che mi scopi come se fossi tua da possedere del tutto. Non dolce. Duro. Voglio sentire che mi usi.»

Trent emise un suono gutturale. Le mani le afferrarono i fianchi, stringendo.

«Lo ammetto, Miriam. Da mesi voglio dominarti. Possederti completamente. Quel culo, quella figa, la tua bocca… tutto. Sono duro da quando sei entrata stamattina. Se mi dici di sì, non mi fermo.»

«Sì», respirò lei. «Sì, cazzo. Prendimi.»

Le sue mani scesero lungo le curve fasciate di seta. Accarezzò il seno, il ventre, poi le anche, mentre Miriam si voltava e si chinava sul tavolo da taglio, spingendo indietro il sedere contro l’erezione già evidente di Trent. Il tessuto della gonna si tese sulle natiche tonde. I baci diventarono famelici: lui le morse la spalla, le leccò il collo, le afferrò i capelli per farle voltare il volto e le infilò la lingua in bocca. Miriam gemette, succhiandola.

Trent le sollevò il vestito fino alla vita. Niente mutandine. La figa di Miriam era già lucida, le labbra gonfie e aperte. Lui scivolò due dita tra di esse, trovandola zuppa.

«Gesù, sei un mare», borbottò. Le dita entrarono, uscirono, sparsero i suoi succhi. Poi scivolarono più indietro, tra le natiche morbide, trovando il buco stretto e rosato. Miriam sussultò quando lo sfiorò.

Trent si chinò, sputò generosamente sulla rima del culo, e massaggiò la saliva intorno all’anello. Un dito premette, entrò lentamente fino alla prima falange. Miriam ansimò, spingendo indietro.

«Cazzo… sì… stuzzicalo. Lubrificami tutto. Lo voglio dentro il culo, Trent. Non fermarti. Ti prego, non fermarti. Aprimi e infilamelo.»

Lui aggiunse un secondo dito, aprendola con cura ma senza troppa dolcezza, girando, allargando, mentre l’altra mano le strofinava il clitoride. Miriam tremava, le cosce già lucide. Trent si sbottonò i pantaloni, liberò il cazzo grosso, venato, già gocciolante. Si strofinò il glande contro l’ano bagnato di saliva e di lei.

Poi spinse.

Entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, nel culo strettissimo di Miriam piegata sul tavolo. Lei emise un grido lungo, le unghie che graffiavano la seta sparsa. Il calore, la pressione, il modo in cui le pareti la succhiavano lo fecero gemere.

«Che culo di merda… ti sta mangiando tutto», borbottò Trent, tenendola ferma per i fianchi mentre sprofondava fino in fondo. Si fermò un attimo, facendole sentire ogni pulsazione, poi cominciò a muoversi.

Le spinte erano intense, profonde. Il tavolo scricchiolava. Miriam spingeva indietro incontro a ogni colpo, il seno schiacciato contro i tessuti, la figa che gocciolava sul pavimento. Trent la scavò con colpi duri, poi cambiò angolo, movimenti circolari che le facevano vedere stelle.

Senza uscire, la sollevò come se non pesasse nulla e la portò contro la parete di vetro dello studio. Miriam vi appoggiò i seni nudi — il vestito ormai aperto e sceso —, i capezzoli schiacciati contro il vetro freddo che dava sulla città. Trent le riaprì le natiche e rientrò d’un colpo solo nel culo, fino alle palle.

«Guarda fuori», le ordinò all’orecchio, mordendole il collo. «Mentre ti scopano il culo come una puttana in calore.»

La scopava con spinte violente e profonde, alternando botte secche a giri lenti che le massaggiavano la prostata. Due dita le entrarono nella figa bagnata, a forbice, mentre il cazzo continuava a martellarle il sedere. Miriam urlò di piacere, la fronte contro il vetro, spingendo indietro per prenderlo tutto fino in fondo.

«Più forte… sì… riempimi il culo… così… non smettere…»

L’orgasmo la colpì come un’onda. Violento, anale, che partì dal retto e le esplose nel ventre e nelle gambe. Tremò tutta, il culo che si contraeva a spasmi intorno al cazzo di Trent, la figa che spruzzava sui suoi dita. Continuò a venire a ondate, gemendo il suo nome, mentre lui la teneva in piedi e la pompava ancora.

Esausti e sudati, Trent rimase ancora qualche istante sepolto dentro di lei, baciandole la schiena nuda, le spalle, la curva della schiena. Le dita le accarezzavano i fianchi con una possessività che non voleva mollare. Poi uscì con dolcezza, lentamente, e la fece voltare. Il cazzo lucido dei loro umori.

Miriam, le gambe ancora molli, si inginocchiò sul pavimento dello studio. Prese il membro ancora duro e caldo tra le labbra, lo pulì con la lingua, assaporando il sapore di sé stessa, del suo culo e della sua figa mescolati. Succhiò la testa, leccò il tronco, gli occhi alzati su di lui.

Trent le accarezzò i capelli, respirando ancora pesante.

«Non abbiamo finito», mormorò lui, voce bassa e carica. «Quella bocca è solo l’inizio. Stanotte voglio farmi tutto di te, Miriam. Ogni buco. Finché non riuscirai più a camminare dritta.»

Lei sorrise contro il glande, le labbra lucide, e lo prese di nuovo in bocca più a fondo, già sentendo il desiderio riaccendersi tra le cosce ancora aperte e il culo che pulsava, vuoto e bisognoso di essere riempito di nuovo.

Lei lo prese ancora più a fondo, la gola che si apriva intorno al cazzo ancora lucido dei loro succhi misti. Trent le tenne la testa tra le mani, i pollici che le accarezzavano le guance mentre spingeva piano, poi più forte, fino a farle toccare il pube con il naso. Miriam respirava a fatica dal naso, gli occhi lucidi di sforzo e di voglia, la lingua che lavorava sul ventre del membro ogni volta che lui si ritraeva. Il sapore era denso, salato, il suo stesso culo e la sua figa e il precome di lui fusi insieme. Ogni succhiata le faceva pulsare di nuovo l’ano vuoto, ancora aperto e caldo.

«Guarda come lo prendi», borbottò Trent, la voce rauca. «Come una cagna affamata. Più a fondo. Voglio sentire la gola che mi stringe.»

Miriam obbedì, lasciando che lui usasse la bocca. Le spinte diventarono ritmiche, il glande che batteva contro il fondo della gola, le palle pesanti contro il mento. Lei gemette intorno al cazzo, le mani che gli stringevano le cosce muscolose, le unghie che affondavano nella pelle. La saliva le colava dal mento sui seni ancora nudi, gocciolando sui capezzoli duri. Trent tirò indietro i fianchi solo quando sentì le palle tirarsi troppo. Miriam tossì piano, un filo di bava che le univa le labbra al glande, e sorrise su di lui con gli occhi fulminanti.

«Mettilo di nuovo nel culo», ansimò. «Adesso. Voglio che mi riempi di nuovo. Che mi spacchi.»

Lui la sollevò come se non pesasse nulla, la fece girare e la piegò di nuovo sul tavolo da taglio. I rotoli di seta rossa e nera erano sparsi ovunque; Miriam ci affondò il petto, le guance delle natiche spalancate dalle sue stesse mani. Trent si accucciò un attimo, le leccò l’ano ancora gonfio e rosato, la lingua che entrava e usciva, assaporando il sapore di sé stesso e di lei. Poi si rialzò, allineò il cazzo e spinse d’un colpo solo fino in fondo.

Il grido di Miriam riempì lo studio. Il tavolo scricchiolò sotto il peso e la forza. Trent non le diede tempo di abituarsi: cominciò a scoparla con spinte lunghe e violente, le mani che le affondavano nei fianchi lasciando già i segni rossi delle dita. Ogni botta faceva sbattere le natiche contro il suo bacino con un suono umido e carnale. Miriam spingeva indietro incontro a lui, il clitoride che sfregava contro il bordo del tavolo, la figa che gocciolava di nuovo in un filo continuo sul pavimento di legno.

«Cazzo, come ti stringi», ringhiò Trent. «Il tuo culo mi sta mungendo. Lo senti? Lo senti come ti apro?»

«Sì… cazzo sì… più forte… usami…» La voce di lei era spezzata, monca. Ogni spinta le faceva vedere lampi dietro le palpebre. Trent le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro, le morse la spalla mentre accelerava. Il ritmo era bestiale, il tavolo che si spostava centimetro dopo centimetro verso il muro. Poi, senza uscire, la sollevò di nuovo e la portò a quattro zampe sui rotoli di seta stesi per terra. La seta crema si macchiò subito dei loro fluidi. Trent le montò dietro, le riaprì le natiche e rientrò con una spinta secca che le strappò un urlo.

Le scopò il culo a fondo, le palle che sbattevano contro la figa gonfia. Una mano le scese davanti, due dita che le aprivano le labbra e le strofinavano il clitoride gonfio in cerchi veloci. Miriam tremava tutta, le ginocchia che scivolavano sulla seta, il viso premuto contro un rotolo nero. L’orgasmo arrivò di colpo, anale e vaginale insieme: il culo che si chiudeva a spasmi intorno al cazzo, la figa che spruzzava sui polpastrelli di lui, un gemito lungo e gutturale che le uscì dalla gola mentre le cosce si contraevano.

Trent non si fermò. Continuò a pompere attraverso le contrazioni, allungando il piacere di lei fino a farla piangere di sovraccarico. Quando i tremiti calarono appena, la fece girare sulla schiena, le alzò le gambe e le piegò contro il petto. Il cazzo uscì solo un attimo, lucido e pulsante, poi rientrò nell’ano rosso e aperto con una spinta che la fece inarcare. In quella posizione la guardava in faccia mentre la sfondava: gli occhi di Miriam sgranati, la bocca aperta, i seni che ballavano a ogni colpo.

«Guardami mentre ti riempio il culo», ordinò. «Voglio vedere la faccia che fai quando ti sborro dentro.»

Miriam annuì, incapace di formare parole. Trent accelerò ancora, i fianchi che battevano un ritmo martellante, il suono di pelle contro pelle che riempiva lo studio insieme ai gemiti di entrambi. Le dita di lei gli graffiarono la schiena, lasciando strisce rosse. Quando sentì le palle stringersi, Trent spinse fino in fondo e venne con un ruggito basso. Getti caldi e spessi le invasero il retto, pulsazione dopo pulsazione, riempiendola finché sentì la sborra cominciare a colarle lungo le natiche quando lui si mosse ancora un poco. Miriam venne di nuovo solo a sentirlo sparare dentro, il secondo orgasmo più corto ma più acuto, il culo che mungeva ogni goccia.

Rimasero così, ansimanti, sudati, il cazzo di Trent ancora sepolto e che dava gli ultimi sussulti. La seta sotto di loro era un disastro di macchie e pieghe. Lentamente lui uscì; un rivolo bianco e denso le scivolò fuori dall’ano aperto e le discese verso la figa. Miriam allungò le dita, ne raccolse un po’ e se lo portò alla bocca, succhiando, gli occhi ancora su di lui. Poi si girò a carponi di nuovo, la schiena inarcata, e offrì il culo.

«Ancora», sussurrò. «Non hai finito di usarmi. Voglio sentirlo colare mentre mi scopi di nuovo.»

Trent era già di nuovo duro a quella vista. Si accucciò, le leccò l’ano pieno di sborra, spingendo la lingua dentro per assaggiare il misto caldo, poi si riallineò e rientrò. Stavolta le spinte furono più lente, più profonde, più possessive: ogni centimetro che entrava faceva uscire un filo di sborra intorno al cazzo. Miriam gemette basso, spingendo indietro, la fronte contro la seta. Lui le massaggiò i fianchi, le baciate la colonna, poi accelerò di nuovo fino a un ritmo duro e costante. Le dita le entrarono nella figa, tre stavolta, a forbice, mentre il cazzo martellava il culo. Il doppio riempimento la fece venire una terza volta, più debole ma lungo, le gambe che le fallirono del tutto.

Trent la tenne su, continuando a scoparla attraverso l’orgasmo finché non sentì avvicinarsi di nuovo il limite. Si ritrasse quasi tutto, lasciò solo il glande dentro, poi spinse a fondo e sborrò ancora, meno quantità ma altrettanto caldo, riempiendola di nuovo. Miriam sentì ogni getto, ogni pulsazione, e sorrise esausta contro il tessuto.

Quando finalmente uscì del tutto, lei collassò di fianco sui rotoli. Il culo le pulsava, pieno, aperto, colante. Trent si stese accanto, il petto che saliva e scendeva, una mano che le accarezzava la schiena nuda con una tenerezza improvvisa dopo tutta quella ferocia. Le baciò la spalla, il collo, il lobo dell’orecchio.

«Non riuscirai a camminare dritta», mormorò contro la pelle, esattamente come aveva promesso. «L’ho detto.»

Miriam rise debole, la voce roca di troppi urli. Si voltò verso di lui, gli occhi ancora velati di piacere. Le gambe le tremavano solo a pensarci; sentiva la sborra che le scivolava lenta tra le natiche ogni volta che muoveva anche solo un centimetro. Trent le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, lo sguardo ancora carico di possesso.

«Sei mia adesso», disse lui piano, quasi un fatto compiuto. «Qui. Fuori. Dovunque. Quel culo, quella figa, quella bocca… tutto mio.»

Miriam lo fissò a lungo, il sorriso che le tornava lenta sulle labbra gonfie. Poi si sollevò a sedere con fatica, il corpo che protestava in ogni muscolo, e gli accarezzò il petto sudato con la punta delle dita. La voce che uscì fu bassa, chiara, e tagliò l’aria dello studio come una lama di seta.

«No, Trent. Sei tu che sei mio. L’hai sempre saputo, dal primo giorno che ti ho assunto.»

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