Resa Lenta tra le Casse

In un magazzino abbandonato, Giulia blocca Hana tra le casse e la fa venire urlando con la lingua e le dita.

11 min read September 05, 2026New

Nel magazzino abbandonato del vecchio mercato all’ingrosso l’aria sapeva di legno umido, polvere e sudore freddo. Le luci al neon sfarfallavano deboli sopra le pile di casse, e fuori la sera aveva già inghiottito il rumore delle bancarelle. Solo loro due erano rimaste: Giulia, trentadue anni, magazziniera dalle spalle larghe e dalle braccia cordate dal sollevare ogni giorno quintali di merce, e Hana, ventotto, la nuova fornitrice che quella sera aveva insistito per aiutarla a sistemare l’ultimo carico.

Giulia indossava una canottiera scura già scollata dal lavoro, il tessuto appiccicato al torace sudato, i pantaloni da carico larghi sui fianchi stretti. Hana, più minuta ma con curve morbide che la tuta da lavoro non riusciva a nascondere, spostava le casse con gesti precisi, un filo di vaniglia che le usciva dal collo mescolato al profumo acido del suo stesso sudore.

«Questa la prendi tu, bionda», disse Giulia, spingendo una cassa pesante verso Hana. Le dita si sfiorarono sul bordo grezzo. Un contatto breve, ma abbastanza perché Giulia sentisse il calore della pelle dell’altra. Hana arrossì e non ritirò subito la mano.

«Pesano di più di quanto sembrino», mormorò Hana, la voce un po’ roca.

Giulia sorrise di traverso, gli occhi scuri che scendevano apertamente sul seno di Hana, che si muoveva sotto la maglietta stretta a ogni sforzo. «Anche tu. Quelle tette lì dentro... cazzo, sembra che stiano per uscire da sole. E il culo quando ti pieghi a raccogliere. Ti guardo da due ore e mi si bagna la mutanda solo a pensarci.»

Hana deglutì, ma non abbassò lo sguardo. C’era curiosità lì dentro, una fame nuova. Continuarono a lavorare, i corpi che si sfioravano sempre più spesso tra le file strette: un gomito contro un fianco, un petto che premeva contro una schiena mentre spingevano insieme una pila alta. Giulia parlava basso, diretto, senza filtri.

«Se ti sposto così», e le passò dietro, le mani sui fianchi di Hana per “aiutarla” a sollevare, «sento il caldo che ti esce tra le cosce. Sei già bagnata, vero? Solo perché ti dico che ti farei venire qui, tra ste cazzo di casse.»

Hana emise un suono strozzato, metà risata e metà gemito. «Sei... schietta.»

«Sono una che sa cosa vuole. E tu, Hana, stai guardando la mia bocca da quando sei entrata. Non fingere.»

La tensione crebbe finché le parole non bastarono più. Giulia bloccó Hana tra due pile alte di casse di legno, il corpo muscoloso che le chiudeva ogni via di fuga. Non c’era violenza: solo presenza, calore, l’odore di sudore maschile e femminile mescolato. Giulia chinò la testa, il naso contro il collo di Hana, e inspirò a fondo.

«Cazzo, come puzzi di bene. Sudore e vaniglia. Vorrei leccarti tutta, dal collo alla figa, fino a farti gridare.»

Hana non si ritrasse. Le mani le salirono sul petto di Giulia, afferrarono la canottiera bagnata e la tirarono a sé con una forza improvvisa, quasi rabbiosa di desiderio. Le bocche si scontrarono fameliche, lingue bagnate che si cercavano subito, denti che graffiavano labbra. I baci erano rumorosi, umidi, pieni di saliva. Le mani di Giulia scesero senza esitazione, strinsero i seni di Hana sopra il tessuto, le dita che cercavano i capezzoli già duri e li pizzicavano attraverso la maglia. Hana gemette nella bocca dell’altra, i fianchi che si spingevano avanti, il sesso che pulsava contro la coscia muscolosa di Giulia.

Le mani scesero ancora, una di Giulia che premeva forte sul monte di Hana sopra i pantaloni, le dita che trovarono già il calore umido e lo strofinarono in cerchi lenti e spudorati. Hana ansimava, la fronte contro quella di Giulia.

«È... è la prima volta», confessò, la voce spezzata tra un bacio e l’altro. «Che voglio essere toccata da una donna. Davvero. Toccare. Tutto. Non so come... ma lo voglio. Adesso.»

Giulia le leccò il labbro inferiore, gli occhi scuri brillanti di fame. «Ti farò venire finché le gambe non ti reggono più. Ti leccerò la figa finché non urli il mio nome. Fidati di me.»

La spinse indietro contro una cassa bassa e solida. Con gesti rapidi e sicuri le sbottonò i pantaloni da lavoro, li tirò giù insieme alle mutandine già scure di umidità. L’odore di Hana salì denso, dolce e salato. Giulia si inginocchiò sul cemento freddo, le mani che le aprirono le cosce larghe, e guardò. Grandi labbra gonfie, lucide, il clitoride già sporgente. Senza preamboli ci affondò la faccia.

La lingua di Giulia era larga, calda, spudorata. Leccó in lungo tra le labbra esterne, raccogliendo il sapore di Hana, poi spinse in profondità, entrando e uscendo mentre due dita robuste trovavano l’ingresso bagnato e lo penetravano d’un colpo, fino alle nocche. Hana gridò, le mani che afferrarono i capelli corti di Giulia, i fianchi che si muovevano incontro alla bocca.

«Cazzo... Giulia... più forte...»

Giulia succhiò il clitoride tra le labbra, lo fece scorrere contro la lingua dura, mentre le dita pompavano ritmiche, bagnate fino al palmo, il suono osceno di carne umida che riempiva il magazzino vuoto. Hana tremava già, le cosce che stringevano la testa dell’altra. Poi Giulia la fece girare di scatto, la piegò in avanti sulla cassa, il culo nudo esposto, la schiena arcuata. Le dita tornarono dentro di lei da dietro, profonde, mentre la bocca di Giulia saliva e scendeva: una leccata lunga sulla fessura bagnata, poi più su, la lingua calda e insistente sull’ano stretto, che girava e premeva finché Hana non ansimò di sorpresa e piacere misto.

«Ti piace così, eh? Leccarti il buco del culo mentre ti scopi le dita nella figa.»

«Sì... porca puttana, sì...» Hana spingeva indietro, completamente bagnata, il succo che le scorreva lungo le cosce interne. Giulia alternava senza pietà: lingua sull’ano, poi di nuovo in basso a succhiare le labbra gonfie, due e poi tre dita che la riempivano, il pollice che massaggiava il perineo. Hana venne con violenza, un urlo rauco che rimbalzò tra le casse, il corpo che si contrasse a ondate, i muscoli vaginali che strinsero le dita di Giulia in spasmi lunghi e umidi. Le gambe le tremarono davvero, come promesso, e dovette aggrapparsi al bordo della cassa per non crollare.

Ancora ansimante, Hana si voltò. Gli occhi lucidi di lacrime di piacere, la bocca aperta. Spinse Giulia a sedersi su un’altra cassa, le mani già frettolose a sbottonarle i pantaloni. Tirò giù tutto, scoprì il sesso di Giulia: labbra scure, folte di peli corti, già lucide di desiderio. Hana le spalancò le cosce con una fame nuova, si inginocchiò a sua volta e ci affondò il volto senza esitazione.

Leccó con avidità, imparando al volo: la lingua piatta sulle labbra esterne, poi a punta sul clitoride gonfio, succhiandolo forte mentre due dita le entravano dentro, cercando il punto che faceva inarcare Giulia. Giulia emise un gemito basso, gutturale, le mani che si conficcarono nei capelli di Hana e la tennero premuta contro di sé.

«Ecco così... succhiami il clitoride... più duro... mettici le dita fino in fondo...»

Hana obbedì, succhiò e penetrò, il naso premuto contro il monte, il sapore di Giulia che le riempiva la bocca. Giulia esplose in un orgasmo urlato, le cosce che scuotevano, la voce che riempì il magazzino mentre stringeva i capelli di Hana e veniva contro la sua lingua, i fluidi che le scendevano sul mento. Ma non si fermò del tutto: ansimando ancora, tirò Hana su, le baciò la bocca sporca del suo stesso sapore, e le sussurrò contro le labbra bagnate:

«Non abbiamo finito. C’è un’altra pila di casse laggiù, più alta. Voglio vederti seduta sopra, le gambe aperte, mentre ti ficco la lingua di nuovo e ti faccio venire una seconda volta finché non piangi dal piacere. E poi tu farai lo stesso a me. Tutta la notte, se serve.»

Hana, ancora tremante, con le dita ancora lucide e il sesso che pulsava di nuovo, annuì con un sorriso affamato. Le mani di entrambe erano già di nuovo in movimento, i corpi che si cercavano tra il legno grezzo, l’aria del magazzino densa di odore di sesso e sudore. La tensione non si era sciolta: era solo salita più in alto, pronta a spezzarsi di nuovo tra le casse successive.

Si mossero tra le pile come animali affamati, i pantaloni ancora aperti e le mutande abbandonate sul cemento freddo. Giulia afferrò Hana per i fianchi sudati e la sollevò con facilità sulle casse più alte, quelle di legno grezzo che arrivavano al petto. Hana si sistemò a cavalcioni sul bordo, le cosce spalancate, i piedi che dondolavano nel vuoto, la figa già di nuovo lucida e aperta sotto le luci al neon che sfarfallavano. L’odore di sesso salì denso, mescolato al vaniglia e al legno umido.

«Così ti voglio», borbottò Giulia, la voce rauca. «Gambe larghe, figa esposta, pronta a pigliarti tutto.» Si infilò tra le cosce di Hana, le spalle larghe che le tenevano ferme, e ci affondò di nuovo la faccia senza pietà. La lingua larga leccò dal perineo fino al clitoride gonfio, raccogliendo il sapore dolce-salato che già colava. Due dita robuste entrarono subito, profonde, curvate verso l’alto a cercare quel punto spugnoso che faceva tremare Hana. La bocca di Giulia si chiuse sul clitoride e succhiò forte, ritmicamente, mentre le dita pompavano con schiocchi umidi che riempivano il magazzino.

Hana gettò la testa all’indietro, i capelli scuri che le cadevano sulla schiena nuda dove Giulia le aveva tirato su la maglietta. «Cazzo… Giulia… più dentro… leccami così…» Le unghie le graffiarono la nuca, i fianchi che si spingevano incontro alla bocca. Giulia aggiunse un terzo dito, allargandola, il pollice che premeva sull’ano ancora sensibile dalla prima volta. La lingua girava e premeva, ora piatta, ora a punta, ora succhiando forte finché Hana non iniziò a piangere davvero, lacrime di puro piacere che le scendevano sulle guance.

«Urla», ordinò Giulia contro la carne bagnata. «Voglio che le casse sentano come ti faccio venire.» Hana ubbidì. Venne con un urlo lungo e rotto, il corpo che si contrasse violentemente, i muscoli della figa che strinsero le dita di Giulia in spasmi caldi e ritmici. Il succhio le schizzò un poco sul mento di Giulia, che lo leccò tutto, senza fermarsi, continuando a succhiare il clitoride ipersensibile finché Hana non pianse di nuovo, le gambe che scuotevano senza controllo.

Ancora tremante, Hana scivolò giù dalle casse e spinse Giulia all’indietro contro un’altra pila. Le mani frettolose le tolsero del tutto la canottiera, esponendo i seni sodi e sudati, i capezzoli scuri già duri. Hana ci si buttò sopra con la bocca, succhiandoli a turni mentre le dita scendevano tra le gambe di Giulia e trovavano la figa caldissima, folta di peli corti e già zuppa. «Adesso ti faccio piangere io», mormorò Hana, la voce spezzata dall’eccitazione nuova. Si inginocchiò, ma invece di restare ferma tirò Giulia a sedersi sul bordo di una cassa bassa e le aprì le cosce al massimo.

La lingua di Hana era più inesperta ma avida, disordinata, perfetta. Leccó dappertutto, entrò dentro con la punta, poi salì a battere sul clitoride con colpetti rapidi mentre due dita entravano fino alle nocche. Giulia emise un gemito basso, gutturale, le mani che le affondarono nei capelli e la tennero premuta. «Così… succhia più forte… ficcale fino in fondo… cazzo sì…» Hana obbedì, aggiunse un terzo dito, li fece girare, li fece uscire lucidi e li riportò dentro con forza. Il naso premuto contro il monte, il mento tutto bagnato, Hana sentiva il sapore di Giulia che le riempiva la gola e ne voleva ancora.

Giulia venne urlando il nome di Hana, le cosce che si chiusero intorno alla testa dell’altra, i fluidi che colavano abbondanti. Ma non bastava. Ancora ansimante tirò Hana su, le baciò la bocca sporca, scambiandosi i sapori, e la girò di scatto. «In piedi. Gambe aperte. Adesso ti scoperò con le dita finché non reggi più.» Hana si piegò in avanti, le mani aggrappate al bordo di una cassa alta, il culo nudo offerto. Giulia le entrò da dietro con tre dita subito, profonde e veloci, mentre l’altra mano le raggiungeva il clitoride e lo strofinava in cerchi duri. Il suono era osceno: carne bagnata, respiri affannosi, le casse che scricchiolavano sotto la spinta.

«Ti piace prendere così? Figa piena e clitoride massaggiato mentre ti guardo il culo?»

«Sì… porca puttana sì… più forte… fammi venire di nuovo…»

Giulia accelerò, le dita che pompavano senza pietà, il pollice che di tanto in tanto premeva sull’ano e ci girava intorno. Hana venne di nuovo, più forte della prima, un urlo rauco che si spezzò in singhiozzi, le ginocchia che cedettero. Giulia la tenne su, le dita ancora dentro a sentire le contrazioni lunghe e umide, poi le fece girare e le fece strusciare la figa contro la propria coscia muscolosa. Si strofinarono così, clitoride contro coscia, clitoride contro clitoride quando Hana alzò una gamba e si appoggiò a Giulia. Pelle contro pelle, succo contro succo, i seni premuti, le bocche che si mangiavano.

Si spostarono ancora, cercando spazio tra le file strette. Hana finì seduta sul pavimento freddo, la schiena contro una pila, e tirò Giulia a cavalcioni sul suo volto. «Siediti. Soffocami con la figa.» Giulia obbedì, le cosce intorno alla testa di Hana, e si mosse avanti e indietro mentre Hana leccava dal basso, lingua e naso e mento tutti impegnati. Le dita di Hana le entrarono nel culo questa volta, due, poi tre, allargandola piano mentre la bocca lavorava sulla figa. Giulia si piegò in avanti, le mani sulle casse, e gemette basso, profondo, venendo di nuovo contro la lingua di Hana, i fluidi che le scendevano sul collo e sul petto.

Non si fermarono. Si distesero una sull’altra tra due file di casse, a forbice, le gambe intrecciate, le fighe premuto l’una contro l’altra. Si muovevano piano all’inizio, poi più forte, cercando il contatto esatto clitoride su clitoride. Il calore era insopportabile, il succo che scorreva e rendeva tutto scivoloso. Giulia le tenne i fianchi, le impressse un ritmo duro. «Vieni con me. Adesso. Insieme.» Hana annuì, gli occhi lucidi, e accelerò. Vennero nello stesso istante, corpi che si scossero, urli soffocati contro le spalle l’una dell’altra, spasmi che sembravano non finire mai. Il cemento sotto di loro era macchiato, l’aria pesante di odore di sesso, sudore e legno.

Ancora contratte, ancora unite, si baciarono lenti, le lingue pigre che si assaggiavano. Le mani continuavano a toccare, a carezzare seni e cuori e fighe gonfie, senza fretta. Giulia le succhiò un capezzolo piano, Hana le morse la spalla. Parlavano a bassa voce, sporche e tenere insieme.

«Non ho mai… così forte», confessò Hana, la voce roca. «Voglio rifarlo. Domani. Dopodomani. Ogni cazzo di giorno.»

«Lo rifaremo», rispose Giulia, le dita che ancora le accarezzavano la fessura bagnata con lentezza. «Ti farò venire finché non saprai più il tuo nome. Tra queste casse o sul mio letto o contro il muro del bagno. Ovunque.»

Rimasero così a lungo, toccandosi, baciandosi, risalendo piano verso un altro orgasmo lento, quasi pigro: dita che entravano e uscivano, lingue che leccavano clitoridi gonfi e sensibili, respiri che si mescolavano. Hana venne un’ultima volta con un gemito lungo e rotto, il viso contro il collo di Giulia, e Giulia la seguì subito dopo, stringendola forte.

Solo quando i respiri si calmarono del tutto e l’alba iniziò a filtrare dai vetri sporchi, Hana si alzò piano, si rivestì con gesti precisi e tirò fuori dalle tasche posteriori non solo le proprie chiavi, ma un mazzo pesante di chiavi del magazzino intero. Sorrise a Giulia, ancora nuda e sudata tra le casse, e le disse con voce calma: «Da lunedì questo posto è mio. Il carico di stasera era solo il modo più sporco che ho trovato per prendermi anche te.»

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