Riaccendere la Fiamma tra i Tentacoli della Tempesta
Una biologa di 28 anni si fa scopare selvaggiamente da un kraken shapeshifter tra i tentacoli durante la tempesta.
Sono Vanessa, biologa marina di ventotto anni, e se qualcuno mi avesse detto che sarei finita bloccata su un’isola sperduta del Pacifico a farmi scopare da un kraken millenario, gli avrei riso in faccia. E invece eccomi qui, a raccontarlo mentre il corpo mi brucia ancora al ricordo.
La tempesta tropicale era arrivata senza preavviso. Il mio gommone si era sfracellato contro gli scogli neri e io, sola, drenched fino all’osso, avevo strisciato verso l’unica apertura che non sembrava volermi uccidere: una grotta scavata nella roccia vulcanica. Dentro, l’aria sapeva di sale e di muschio umido. I lampi squarciavano l’oscurità a intervalli regolari, illuminando le pareti lucide di acqua. Mi ero accovacciata contro una sporgenza, stringendo contro il petto la giacca impermeabile ormai inutile, quando l’ho visto.
Non è uscito dall’acqua di colpo. Si è materializzato dal buio come se la grotta stessa lo partorisse. Alto, imponente, torace largo da uomo maturo, spalle che avrebbero fatto impallidire qualsiasi nuotatore olimpico. La pelle era iridescente, riflessi verdi e blu scuro che cambiavano a ogni lampo. Dal basso della schiena e dai fianchi si snodavano tentacoli spessi, muscolosi, lucidi di un mucus naturale che brillava. Il viso era umano, ma troppo perfetto, troppo antico: zigomi taglienti, bocca piena, occhi neri senza pupilla in cui mi sono persa subito. Si chiamava Thalor. Me l’ha detto con una voce bassa, cavernosa, che mi ha vibrato dritta tra le cosce.
«Non temere, piccola biologa», ha mormorato, e già sapeva chi fossi. Forse aveva spigolato nei miei pensieri, o forse l’odore del mio desiderio represso era più forte della tempesta. Anni di solitudine, di notti a masturbarmi con le dita guardando video di mostri tentacolari su siti che non avrei mai confessato a nessuno, e adesso quello stesso mostro mi stava fissando con una fame aperta, carnale, che mi ha fatto inumidire le mutandine in tre secondi.
La tensione era elettrica quanto i fulmini fuori. Lui non si è avvicinato subito. Ha lasciato che i suoi tentacoli si muovessero lenti, curiosi, mentre io non riuscivo a staccargli lo sguardo di dosso. Il cazzo gli pendeva già mezzo duro tra le gambe umanoidi, grosso, venato, di un rosa scuro che contrastava con l’iridescenza del resto. Ho leccato le labbra senza accorgermene.
«Ti guardo e sento quanto sei bagnata», ha detto lui, facendo un passo. L’acqua gli scorreva sul petto. «Anni senza essere toccata per davvero. Vuoi che ti tocchi io?»
Ho annuito, la voce rotta. «Sì. Cazzo, sì. Da troppo tempo.»
Fuori il vento ululava e la pioggia martellava la roccia. Dentro, abbiamo iniziato a parlare davvero. Gli ho raccontato delle mie ricerche sui cefalopodi abissali, di come sognassi creature capaci di pensare e di fottere. Lui ha riso, un suono basso che mi ha fatto contrarre la figa, e mi ha detto di essere vivo da millenni, di aver scopato sirene, streghe e marinai spaventati, ma di non aver mai sentito un richiamo così immediato come il mio. Flirtavamo apertamente, senza pudore. Io gli ho detto che volevo essere avvolta, posseduta, usata finché non potessi più camminare. Lui ha risposto che mi avrebbe riempito ogni buco finché non avrei urlato il suo nome fino a perderci la voce.
Poi un tentacolo, morbido e caldo, mi ha sfiorato il collo. Un altro mi ha salito lungo la coscia interna, sotto l’orlo dei pantaloni bagnati. Ho rabbrividito di piacere puro, le ginocchia che cedevano. «Thalor…», ho gemuto. «Fallo di nuovo.»
Lui ha obbedito. I due tentacoli si sono fatti più arditi: uno mi ha cinto la gola con una pressione dolce, dominante, solo quanto bastava per farmi sentire sua; l’altro ha stuzzicato il bordo delle mutandine, scivolando sul clitoride già gonfio attraverso il tessuto. Mi sono aperta le gambe senza vergogna. «Voglio che mi avvolga», ho confessato, la voce rauca. «Voglio i tuoi tentacoli ovunque. Voglio che mi scopi selvaggiamente stasera. Possiedimi.»
La scintilla è diventata incendio quando gli ho afferrato un tentacolo con entrambe le mani. Era caldo, pulsante, ricoperto di quella secrezione naturale che sapeva di mare e di sesso. L’ho accarezzato lentamente, dalla base fino alla punta sensibile, stringendo e rilasciando come avrei fatto con un cazzo. Thalor ha gemuto, un suono gutturale che ha riempito la grotta. Il suo cazzo umanoide è schizzato su, completamente duro, gocciolante di precome. «Vanessa…», ha ruggito basso. «Continua e ti fotterò finché non saprai più chi sei.»
«Lo voglio», ho detto esplicita, guardandolo negli occhi neri. «Voglio il tuo grosso cazzo nella figa, i tentacoli in culo e in bocca. Voglio scopare come una troia affamata tutta la notte. Dillo anche tu.»
«Voglio sfondarti», ha ammessolui, avanzando. «Voglio riempirti di sborra calda in tutti i buchi e sentirti venire finché non piangi di piacere.»
A quel punto non c’è stato più spazio per le parole inutili. I suoi tentacoli mi hanno sollevata come se non pesassi nulla. Mi ha spogliata in un attimo: giacca, maglietta, reggiseno, pantaloni e mutandine strappate via e gettate sull’acqua bassa. Nuda, sospesa, con le tette al vento umido e la figa gocciolante, l’ho sentito posizionarmi. Il cazzo grosso mi ha sfiorato l’ingresso e poi è entrato d’un colpo solo, profondo, allargandomi in un modo che mi ha strappato un urlo. Cascavo di bagnato, ma la stazza era bestiale; mi sentivo spaccata e completa allo stesso tempo.
Altri tentacoli si sono messi al lavoro. Due mi hanno avvolto i seni, le ventose che succhiavano i capezzoli con una pressione ritmica, tirandoli, torcendoli quanto bastava per farmi impazzire. Uno mi stringeva la gola, dolce dominazione consenziente: potevo respirare, ma sapevo chi comandava. Un altro mi è scivolato tra le labbra e io l’ho preso in bocca con fame, succhiando il fluido salato mentre lui mi fotteva con spinte lunghe e pesanti.
«Più forte», ho gemuto intorno al tentacolo. Lui ha ruggito e ha accelerato. Il cazzo mi sfregava il punto G a ogni spinta; le ventose sui capezzoli mandavano scosse dirette al clitoride. Sono venuta la prima volta così, impalata, la gola piena, le cosce che tremavano violentemente intorno ai suoi fianchi.
Non mi ha dato tregua. Mi ha fatta girare con i tentacoli e mi ha messa a quattro zampe sulla roccia liscia, il culo all’aria. Mi ha penetrazione da dietro con spinte ancora più potenti, le palle che sbattevano contro la figa. Un tentacolo, lubrificato dal suo fluido naturale denso e scivoloso, mi ha stuzzicato l’ano e poi è entrato piano, allargandomi. Il bruciore si è trasformato in piacere sporco quasi subito. Mi sentivo piena, usata, adorata.
«Cavalca questo», ha ordinato, e un altro tentacolo spesso, più largo del suo cazzo, mi si è presentato sotto la figa. Mi ci sono seduta sopra mentre lui continuava a fottermi il culo e a tenermi ferma con quelli intorno ai fianchi. Ora avevo il cazzo umanoide che mi sfondava il culo, il tentacolo grosso che mi riempiva la figa fino in fondo, e un altro ancora che mi faceva deepthroat. Succhlavo, spingevo indietro, cavalcavo come una disperata. I suoni erano osceni: schiocchi umidi, i miei gemiti strozzati, i suoi ruggiti animali.
Sono venuta di nuovo, e di nuovo. Orgasmi multipli che mi facevano vedere stelle bianche dietro le palpebre. La figa e il culo si contraevano a ritmo, mungendolo. Thalor ha ruggito il mio nome, i tentacoli che mi stringevano più forte, e ha iniziato a venire. Sborra calda, densa, a getti potenti: prima nel culo, poi ha sfilato e mi ha riempito la figa fino a farla traboccare, e infine ha tirato il tentacolo dalla bocca e mi ha sparato l’ultima scarica in gola. L’ho inghiottita tutta, saporita di mare e di maschio antico.
Eppure non era finita. Lui mi teneva ancora sollevata, i tentacoli che mi accarezzavano la figa gonfia e gocciolante di sborra mista, il cazzo che rimaneva duro contro la mia coscia. Fuori la tempesta ululava più forte, come se volesse entrare. I suoi occhi neri mi fissavano con una fame che non si era affatto spenta.
«Abbiamo tutta la notte, Vanessa», ha mormorato contro il mio orecchio, un tentacolo che già stuzzicava di nuovo il mio clitoride ipersensibile. «E io ho ancora millenni di voglia da scaricare dentro di te. Resterai qui finché non potrai più pensare ad altro che ai miei tentacoli.»
Il mio corpo ha risposto con un altro brivido, la figa che si stringeva sul nulla, già avida di essere riempita di nuovo. Sapevo che sarebbe andata avanti, più sporca, più profonda, e che quella grotta non ci avrebbe lasciato uscire finché entrambi non fossimo stati sazi.
Sono Vanessa, e il corpo mi stava ancora tremando quando Thalor mi ha sollevata di nuovo, i tentacoli caldi che mi stringevano i fianchi e le cosce come fosse un possesso naturale. La sborra mi colava lungo le cosce interne, calda e densa, e il suo cazzo rimaneva duro contro il mio ventre, già pronto a rifottere. Fuori la tempesta ruggiva più forte, i fulmini che illuminavano la grotta a intermittenza, facendomi vedere i riflessi iridescenti sulla sua pelle e le ventose che si aprivano e chiudevano in anticipazione.
«Ancora», ho mormorato io, la voce roca per i gemiti precedenti. «Voglio di più. Voglio che mi usi finché non reggo più in piedi.»
Lui ha sorriso, quella bocca antica e piena che mi ha fatto venire l’acquolina. Un tentacolo mi ha sollevato il mento, costringendomi a guardarlo negli occhi neri senza pupilla. «Piccola biologa avida», ha ruggito basso. «Hai già preso tre cariche e ancora sei così bagnata. Sento l’odore della tua figa mista alla mia sborra. Vuoi che ti apra di più?»
Ho annuito, le gambe che si aprivano da sole. I suoi tentacoli mi hanno girata a mezz’aria, facendomi stare a testa in giù per un momento, la testa che mi girava di eccitazione. Uno spesso e scivoloso mi ha sfiorato le labbra della figa gonfia, strofinandosi sul clitoride ipersensibile con una pressione lenta e crudele. Ho gemuto, le braccia che dondolavano inutili. Poi è entrato, non il cazzo, ma un tentacolo più largo, che mi ha riempito fino in fondo, le ventose che si attaccavano alle pareti interne e tiravano, succhiavano, massaggiavano il punto G con una precisione disumana.
«Cazzo, Thalor… così…», ho ansimato mentre un altro tentacolo mi allargava il culo già pieno di sborra, entrando piano e poi spingendo a fondo. Mi sentivo spaccata in due, piena oltre ogni limite umano, eppure il mio corpo lo reclamava. Il suo cazzo umanoide mi ha sfiorato la guancia, gocciolante di precome. L’ho preso in bocca con fame, succhiandolo fino alla base mentre i tentacoli mi fottevano entrambi i buchi a ritmo alternato: uno che entrava nella figa mentre l’altro usciva dal culo, poi il contrario, un pompaggio costante che mi faceva vedere stelle.
I suoni erano disgustosamente belli: schiocchi umidi, il mio gola che gorgogliava intorno al suo cazzo, i suoi ruggiti gutturali che riempivano la grotta. Un tentacolo mi ha avvolto i seni, le ventose che succhiavano i capezzoli con forza, tirandoli verso l’esterno fino a farmeli dolere di piacere. Un altro mi stringeva la gola, non abbastanza da soffocarmi ma giusto quanto bastava per farmi sentire dominata, sua, una puttana consenziente per un kraken millenario.
Sono venuta di botto, il corpo che si contorceva a mezz’aria, la figa e il culo che si contraevano violentemente intorno ai tentacoli. Lui non si è fermato. Ha accelerato, spingendoli più a fondo, più forte, mentre io succhiavo il suo cazzo come se la vita dipendesse da quello. La sborra precedente mi scorreva via con i nuovi fluidi, scivolosa e calda, e io ne volevo ancora.
Quando mi ha fatta scendere, è stato solo per sistemarmi in ginocchio sull’acqua bassa della grotta. L’acqua mi arrivava alle cosce, fresca contro la pelle bruciante. Thalor si è messo davanti a me, imponente, i tentacoli che si snodavano intorno come un’aura vivente. «Apri la bocca», ha ordinato. Ho obbedito, e lui mi ha riempito la gola con il cazzo, spinte profonde che mi facevano lacrimare gli occhi di piacere. Allo stesso tempo due tentacoli mi hanno afferrato i polsi, tenendomi ferma, mentre altri due mi allargavano le natiche e mi penetravano di nuovo: uno nella figa, uno nel culo, pompando in sincrono con le sue spinte bocca.
«Guarda come ti riempio», ha gemuto lui, la voce rotta. «Sei fatta per questo. La tua figa mi succhia, il tuo culo mi stringe, e questa bocchina… cazzo, Vanessa, ti fotterò finché non saprai più parlare.»
Ho gorgogliato un assenso intorno al suo cazzo, la mente vuota di tutto tranne che di lui. I tentacoli mi strofinavano il clitoride con le punte, due o tre insieme, mentre le ventose sui seni non smettevano di succhiare. Un altro tentacolo più sottile mi ha accarezzato il collo e poi mi è scivolato accanto al cazzo nella bocca, allargandomi le labbra, costringendomi a prenderli entrambi. Soffocavo di piacere, saliva e precome che mi colavano sul mento e sul petto.
L’orgasmo successivo mi ha colpito come un’onda. Ho urlato intorno ai tentacoli, le cosce che sbattevano nell’acqua, il corpo che si scuoteva così forte che Thalor ha dovuto tenermi su con più forza. Lui ha ruggito e ha venuto di nuovo in gola, getti spessi e caldi che ho inghiottito a forza, tossendo un po’ ma non lasciando scappare una goccia. Appena ha sfilato, un tentacolo mi ha preso il posto, facendomi leccare la sborra rimanente mentre lui mi faceva girare di nuovo.
Stavolta mi ha messa a cavalcioni su di lui, ma non sul cazzo. Mi ha fatto sedere su un tentacolo enorme, più grosso del braccio, che mi ha dilata la figa fino a farmi gridare. «Cavalcalo», ha ordinato, e io ho iniziato a muovermi su e giù, le tette che rimbalzavano mentre lui mi guardava con quegli occhi neri affamati. Il suo cazzo mi entrava nel culo allo stesso tempo, spinte dal basso che mi sollevavano. Altri tentacoli mi avvolgevano il torace, le braccia, la gola, tenendomi in una morsa di carne pulsante e mucus scivoloso.
«Più forte, più a fondo», ho ansimato, muovendo i fianchi come una pazza. «Scopami come l’animale che sei. Riempimi di nuovo. Voglio sentire la tua sborra uscire da tutti i buchi.»
Thalor ha riso, un suono basso e minaccioso che mi ha fatto contrarre. I tentacoli hanno accelerato, uno che mi masturbava il clitoride con ventose ritmiche, un altro che mi faceva deepthroat di nuovo. Mi sentivo usata in ogni senso, una bambola di carne per il suo piacere millenario, e amavo ogni secondo. La tempesta fuori sembrava rispondere ai nostri gemiti, i tuoni che coprivano i miei urli quando venivo di nuovo, e di nuovo, orgasmi che si accavallavano senza tregua.
Lui mi ha fatta scendere solo per sistemarmi di lato, un braccio umanoide sotto la mia testa, i tentacoli che mi alzavano una gamba alta. Il cazzo è entrato nella figa di lato, profondo, mentre due tentacoli mi fottevano il culo e la bocca. Le spinte erano lunghe, pesanti, scavando in me come volessero lasciare un’impronta permanente. «Sei mia stasera», ha mormorato contro il mio orecchio. «E domani. E finché questa tempesta non cessa. Ti farò venire finché non piangerai chiedendo pietà, e anche allora continuerò.»
Ho gemuto un sì strozzato, la mente annebbiata dal piacere. Un tentacolo mi ha afferrato i capelli, tirando la testa indietro mentre un altro mi sculacciava le natiche con schiaffi umidi e risonanti. Il bruciore si mescolava al piacere, facendomi stringere di più intorno a lui. Sono venuta ancora, le lacrime di estasi che mi scendevano sulle guance, e Thalor ha ruggito il mio nome mentre scaricava un’altra tormenta di sborra nella figa, tanto che è traboccata immediatamente, colando nell’acqua sotto di noi.
Ma non si è ammorbidito. Il cazzo rimaneva di pietra, i tentacoli ancora attivi, uno che già stuzzicava di nuovo il mio ano gonfio e sensibile, preparandosi a un’altra penetrazione. Mi ha sollevata di nuovo, facendomi stare a quattro zampe sospesa, e ha iniziato a fottermi il culo con il cazzo mentre tre tentacoli si prendevano cura della figa: uno che pompava dentro, uno che strofinava il clitoride, uno che mi allargava le labbra per guardare meglio come mi sfondava.
«Parlami», ha ordinato tra una spinta e l’altra. «Dimmi cosa vuoi.»
«Voglio che mi sfondi», ho ansimato. «Voglio i tuoi tentacoli che mi riempiono finché non c’è più spazio. Voglio la tua sborra calda ovunque. Voglio essere la tua troia di grotta per tutta la notte. Fottermi più duro, Thalor. Usami.»
Lui ha obbedito con un ruggito. Le spinte sono diventate selvagge, bestiali, il mucus che ci faceva scivolare perfettamente l’uno nell’altra. Un tentacolo mi ha avvolto il collo più stretto, un altro mi ha tapparellato la bocca per farmi succhiare. I seni erano marchiati dalle ventose, rossi e sensibili. Ogni lampo fuori illuminava i nostri corpi intrecciati, la mia figa che ingoiava tentacoli, il mio culo che prendeva il cazzo grosso e venato.
Sono venuta così tante volte che ho perso il conto, il corpo che entrava in un loop di spasmi continui. Thalor ne ha approfittato, venendo di nuovo nel culo, poi sfilando per spararmi la sborra sulla schiena e sulle natiche, usandola come lubrificante extra mentre i tentacoli continuavano a pomparmi. Mi ha fatta leccare le proprie ventose sporche della mia figa e della sua sborra, e io l’ho fatto con fame, leccando e succhiando come una disperata.
Quando mi ha girata di nuovo a faccia a faccia, i tentacoli mi tenevano le gambe spalancate oltre il naturale, e lui mi ha penetrazione con il cazzo e due tentacoli insieme nella figa. Il bruciore dell’allargamento era delizioso, il piacere che confondeva con il dolore. «Così piena… non reggo…», ho gemuto, ma spingevo contro di lui lo stesso, chiedendo di più.
«Reggerai», ha promesso lui, gli occhi neri che mi divoravano. «E dopo ti farò prendere di più. Ho tentacoli che non hai ancora assaggiato. Ti legherò a queste rocce e ti userò finché l’alba. La tempesta ci tiene qui, Vanessa. E io non ho ancora finito di scaricare millenni di voglia dentro questa figa avida.»
Il mio corpo ha risposto con un altro orgasmo violento, le pareti che si contraevano intorno alla tripla penetrazione, mungendolo. Lui ha ruggito e ha riempito di nuovo, sborra che schizzava fuori intorno ai tentacoli. Mi teneva ancora sospesa, il cazzo che pulsava ancora duro, un tentacolo fresco che già stuzzicava le mie labbra gonfie e rosse, chiedendo di entrare in bocca. Fuori il vento ululava come se applaudisse, e io sapevo che la notte era ancora lunga, che lui mi avrebbe portato oltre ogni limite che pensavo di avere, e che il prossimo round sarebbe stato ancora più sporco, più profondo, più totale.
Sono Vanessa, e il corpo mi tremava ancora sospeso tra i suoi tentacoli quando Thalor ha spinto più a fondo, il cazzo e i due tentacoli che mi spaccavano la figa insieme, allargandomi finché ho sentito le labbra gonfie bruciare di piacere sporco. La sborra precedente colava giù, mescolandosi al mucus scivoloso, e io spingevo i fianchi contro di lui come una cagna in calore, reclamando ogni centimetro.
«Ancora più grosso», ho ansimato, la voce rotta. «Riempimi finché non c’è posto per un altro cazzo immaginario. Sfondami.»
Lui ha ruggito, gli occhi neri che mi divoravano, e un terzo tentacolo più sottile ma pulsante si è infilato accanto agli altri, le ventose che si attaccavano alle mie pareti interne e tiravano, succhiavano il punto G con una forza che mi ha fatto urlare. Mi sentivo aperta oltre ogni limite, la figa che inghiottiva tutto come se fosse nata per quello, e il mio clitoride ipersensibile veniva strofinato da una punta che vibrava contro di esso. Un altro tentacolo mi ha avvolto la gola, stringendo giusto quanto bastava per farmi sentire la sua proprietà, mentre uno mi riempiva la bocca, costringendomi a succhiare il sapore di mare e della mia stessa figa.
Fuori la tempesta impazziva, i tuoni che coprivano i miei gorgoglii strozzati. Thalor mi ha fatta girare a mezz’aria, tenendomi a testa in giù di nuovo, le tette che dondolavano pesanti mentre lui mi fotteva la gola con il cazzo umanoide, spinte profonde che mi facevano lacrimare di estasi. I tentacoli nel culo e nella figa pompavano a ritmo sincopato: uno entrava mentre l’altro usciva, poi tutti insieme, un assalto che mi faceva venire subito, il corpo che si contorceva violento, le cosce che scuotevano. La sborra e i fluidi schizzavano, bagnandomi il viso, e io leccavo tutto quello che potevo raggiungere.
«Troia di grotta», ha gemuto lui, la voce cavernosa che mi vibrava dritta nel grembo. «Guarda come la tua figa mi munge. Vuoi la mia sborra ovunque? Dimmi.»
«Sì, cazzo, spargila sulla mia faccia, nei buchi, ovunque», ho gorgogliato intorno al suo cazzo. «Usami come il tuo buco personale. Riempimi finché non trabocco da ogni fessura.»
Ha accelerato, bestiale, i tentacoli che mi sculacciavano le natiche con schiaffi umidi e risonanti, il bruciore che si fondeva col piacere. Sono venuta di nuovo, e di nuovo, orgasmi che si accavallavano senza pausa, la mente bianca di stelle. Thalor ha ruggito e ha scaricato in gola, getti densi e caldi che ho inghiottito a forza, tossendo un po’ ma succhiando fino all’ultima goccia. Appena ha sfilato, mi ha girata e mi ha spalmato la sborra rimanente sulle tette con un tentacolo, le ventose che la stendevano sui capezzoli rossi e marchiati, tirandoli finché non ho gemuto di dolore delizioso.
Poi mi ha sistemata a quattro zampe sull’acqua bassa, le ginocchia che affondavano, l’acqua fresca che contrastava col fuoco tra le cosce. I tentacoli mi hanno sollevato il culo all’aria, allargandomi le natiche con le ventose che si attaccavano alla pelle. Il cazzo è entrato nel culo di colpo, profondo, spaccandomi mentre due tentacoli spessi mi riempivano la figa, pompando in sincrono. Un altro mi masturbava il clitoride con ventose ritmiche, succhiandolo come una bocca affamata. Mi sentivo piena, usata, una bambola di carne per il suo appetito millenario, e amavo ogni spinta brutale.
«Più duro, animale», ho ansimato, spingendo indietro. «Sfondami il culo. Voglio sentire le tue palle sbattere. Riempimi di sborra calda finché non cola nell’acqua.»
Thalor ha obbedito, le spinte selvagge che mi facevano avanzare a scatti, i seni che rimbalzavano. Un tentacolo mi ha afferrato i capelli, tirando la testa indietro, mentre un altro mi tapparellava la bocca, facendomi deepthroat il mucus salato. I suoni erano osceni: schiocchi bagnati, i miei gemiti strozzati, i suoi ruggiti che riempivano la grotta. Sono venuta così, il culo e la figa che si contraevano a ritmo, mungendolo forte. Lui ha ruggito il mio nome e ha venuto nel culo, sborra che schizzava fuori intorno al cazzo a ogni spinta, colando giù sulla figa già piena. Non si è fermato; ha sfilato e ha sparato un’altra scarica sulla mia schiena, usandola come lubrificante extra mentre i tentacoli continuavano a fottermi senza pietà.
Mi ha sollevata di nuovo, facendomi cavalcare un tentacolo enorme, più grosso del suo braccio, che mi dilatava la figa fino a farmi gridare di piacere puro. Il cazzo mi entrava nel culo dal basso, spingendo verso l’alto, mentre altri tentacoli mi avvolgevano il torace, le braccia, le cosce, tenendomi in una morsa di carne pulsante. Uno mi stringeva la gola, un altro mi succhiava i capezzoli a turno, tirandoli verso l’esterno. Cavalcavo come una disperata, i fianchi che si muovevano selvaggi, la testa che mi girava di eccitazione.
«Parlami sporco», ha ordinato lui, gli occhi neri fissi sui miei. «Dimmi come ti senti con i miei tentacoli che ti aprono.»
«Mi sento una puttana piena di mostro», ho gemuto, ansimando. «La mia figa ti succhia, il culo ti stringe, voglio la tua sborra che mi esce da tutti i buchi. Scopami più a fondo, Thalor. Usami finché non reggo più. Fammi venire finché non piango di sborra.»
Ha riso basso e ha accelerato, i tentacoli che mi legavano alle rocce umide della grotta, immobilizzandomi a gambe spalancate oltre il naturale. Ora mi fotteva con il cazzo nella figa e tre tentacoli nel culo, allargandomi in un modo che mi faceva vedere bianco. Le ventose succhiavano ovunque: clitoride, capezzoli, interno cosce. Un tentacolo fresco mi riempiva la bocca, costringendomi a leccare la sborra mista alla mia figa. Orgasmi multipli mi colpivano a ondate, il corpo in loop di spasmi, le lacrime di estasi che mi scendevano mentre urlavo intorno al tentacolo.
Thalor scaricava ancora e ancora: nella figa fino a farla traboccare, poi sul mio ventre, sulle tette, facendomi leccare le ventose sporche. Mi ha fatta leccare il suo cazzo pulito dalla mia sborra, e io l’ho succhiato con fame, leccando le palle pesanti. Poi mi ha girata di lato, un tentacolo sotto la testa, e mi ha penetrazione di nuovo, cazzo e tentacoli insieme, scavando in me come volesse marchiarmi permanentemente. La tempesta fuori ululava in sintonia, i fulmini che illuminavano i nostri corpi intrecciati, la mia figa gonfia che ingoiava tutto, il culo che prendeva senza tregua.
«Sei il mio buco di tempesta», ha ruggito contro il mio orecchio, spingendo più forte. «Ti riempirò finché non potrai più chiudere le gambe. Vieni per me, troia.»
Sono venuta urlando, il corpo che si scuoteva così forte che i tentacoli hanno dovuto tenermi fermo, la figa e il culo che pulsavano intorno a lui. Lui ha seguito, un’altra tormenta di sborra calda che mi ha inondato, schizzando fuori e colando nell’acqua sotto. Ma non finiva. Mi ha slegata solo per sistemarmi in ginocchio di nuovo, facendomi aprire la bocca mentre i tentacoli mi allargavano i buchi da dietro, pompando. Il cazzo mi sfondava la gola, precome e sborra che mi colavano sul mento. Soffocavo di piacere, saliva ovunque, e venivo ancora solo da quello, le cosce che sbattevano.
Mi ha sollevata un’ultima volta, faccia a faccia, gambe avvolte intorno ai suoi fianchi umanoidi, e mi ha penetrazione con tutto: cazzo nella figa, tentacoli nel culo e in bocca, altri che mi strofinavano il clitoride e i seni. Le spinte erano selvagge, infinite, il mucus che ci faceva scivolare perfetti. Ho perso il conto degli orgasmi, il corpo ridotto a spasmi continui, la mente vuota di tutto tranne che del suo ruggito e della pienezza brutale. Thalor ha venuto un’ultima volta potente, riempiendomi finché la sborra è schizzata fuori da ogni buco, bagnandomi tutta, e i tentacoli hanno continuato a pompare, a succhiare, a usarmi mentre io tremavo, esausta ma ancora avida.
La grotta sapeva di sesso e tempesta, il mio corpo marchiato di ventose e pieno fino all’orlo, e mentre un tentacolo fresco mi stuzzicava di nuovo la figa gonfia e gocciolante, spingendosi dentro senza pietà, ho gemuto il suo nome una volta ancora, sapendo che mi avrebbe fotuto finché non fossi collassata in un mucchio di sborra e carne usata.
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