Tentacoli nella Lavanderia Notturna
La studentessa arrapata viene riempita dal mostro tentacolare.
La lavanderia a gettoni era deserta da ore, immersa in un silenzio rotto solo dal ronzio monotono delle macchinette e dal gorgoglio lontano dell’acqua nelle tubature. Giulia, venticinque anni, studentessa di lettere con le cosce già umide di anticipazione, stava caricando un carico di lenzuola stinte nella lavatrice numero sette. Indossava solo una maglietta bianca leggera, senza reggiseno, e un paio di shorts cortissimi che le lasciavano scoperto l’incavo delle natiche. I capezzoli le pungevano già il tessuto, duri come sassi, perché sapeva cosa stava per succedere. Lo sentiva da settimane, quel richiamo umido e familiare che saliva dagli scarichi ogni volta che rimaneva sola al turno di notte.
Un suono viscido, come carne bagnata che scivola su metallo, salì dalle griglie sul pavimento. Giulia sorrise, morsa dal labbro inferiore, e non si mosse. Sapeva perfettamente chi era. Mesi prima, ubriaca di tequila e di noia in quell’appartamentino da merda, aveva disegnato il cerchio con il rossetto, mormorato le parole vecchie trovate su un forum oscuro, e aveva evocato lui per gioco. Un’entità antica che viveva nelle fogne e nei tubi, fatta di tentacoli neri lucidi come pece bagnata. Quella notte si erano scopati fino all’alba, e poi lui era sparito di nuovo giù. Ma il legame era rimasto. Ora i primi tentacoli spuntavano, ondulando nell’aria satura di detersivo, lucidi di una mucillagine scura che gocciolava sul linoleum.
«Eccoti, brutto bastardo», sussurrò Giulia, gli occhi già velati di lussuria. «Ti sei fatto desiderare.»
Un tentacolo più grosso degli altri, spesso come un polso, si alzò fino al suo viso. Lei non indietreggiò. Anzi, avvicinò le labbra e le sfiorò contro la pelle viscida, assaporando il sapore salato e selvatico. Il mostro rispose con un brivido che fece vibrare tutte le appendici. Tra loro scattò subito quell’intesa sporca e complicita: sguardi (i suoi occhi neri senza pupille fissavano i suoi), sorrisi maliziosi, il desiderio caldo che le pulsava già tra le gambe. Entrambi volevano riprendere da dove avevano interrotto. Giulia sentì il calore salirle lungo la schiena mentre altri tentacoli strisciavano fuori, avvolgendole piano le caviglie, salendo lungo i polpacci nudi.
«Vieni qui», mormorò lei, allargando le gambe di proposito mentre si sporgeva sulla lavatrice. «Toccami. Lo sai che muoio dalla voglia.»
I tentacoli ubbidirono con una grazia lenta e affamata. Due di essi scivolarono sui suoi fianchi, accarezzandole la pelle sotto gli shorts, tirandoli giù di qualche centimetro. Un altro, più sottile e agile, le strisciò sotto la maglietta bagnata di sudore e di qualche goccia di muco già caduta. Le trovò i capezzoli turgidi e li circondò, strofinandoli con movimenti circolari che le strapparono un gemito gutturale. Giulia si morse il labbro fino a quasi farlo sanguinare, gli occhi socchiusi, e allargò ancora di più le cosce, offrendosi.
«Sì… cazzo, sì, prendimi», sussurrò, la voce già rauca. «Sono tutta bagnata per te da settimane.»
Il lubrificante caldo del mostro le impregnava già la maglietta, rendendola trasparente, e i capezzoli scuri sporgevano chiari. Lei non resisteva: afferrò due tentacoli spessi, pesanti e pulsanti, e li strinse tra le dita. Cominciò a masturbarli con entrambe le mani, su e giù, stringendo forte alla base e poi liberando verso le punte monche e bagnate. I tentacoli pulsarono violentemente sotto le sue dita, gonfiandosi, e cominciarono a secernere a fiotti un liquido caldo, denso, afrodisiaco che le colava tra le dita e le gocciolava sulle cosce. L’odore era muschiato e dolciastro; appena le toccò la pelle, Giulia sentì il clitoride gonfiarsi e la figa contrarsi di desiderio puro. Si bagnò ancora di più, il suo succo che scendeva già lungo l’interno coscia e si mescolava a quello del mostro.
«Oh Dio… come pulsa», gemette, accelerando le mani. «Vuoi rimpinzararmi, vero? Vuoi riempirmi tutta. Ti prego, fallo. Sono tua. Fottimi i buchi, riempimi di quella roba calda.»
I tentacoli si contorcevano di piacere, e uno le sfiorò la fessura già gonfia attraverso lo short, solo per tormentarla. Giulia ansimava, il cuore che batteva forte, le guance rosse. Continuò a pompiare i due tentacoli finché non gocciolarono copiosi, e fu lei stessa a inclinarsi, a spingere i fianchi indietro, a implorare con voce rotta:
«Riempimi adesso. Non farmi aspettare. Voglio sentirti dentro, spessi, duri… cazzo, ora.»
Il mostro non se lo fece ripetere. Con un movimento fluido e potente la girò e la piegò in avanti sulla lavatrice in funzione — quella numero sette, che iniziò a girare e a vibrare forte sotto il peso dei suoi seni schiacciati sul metallo caldo. Gli shorts le furono strappati via da un tentacolo impaziente. Due tentacoli spessi come avambracci, lucidi di lubrificante bollente, si posero uno contro la figa stretta e gonfia, l’altro contro il buco del culo già rilassato dalla voglia. Giulia spinse indietro i fianchi da sola, offrendosi.
«Sì, così… spingi», ansimò.
Entrambi penetrarono insieme, lenti all’inizio, allargandola con una pressione deliziosa e bruciante. La figa le si strinse intorno al tentacolo che entrava centimetro dopo centimetro, succhiandolo, mentre il culo opponeva una resistenza dolce che presto cedette, spalancandosi per accogliere l’intruso viscoso. Giulia urlò di piacere puro quando furono entrambi dentro fino in fondo, stirandola, riempiendola fino a farle sentire il basso ventre gonfio. Un terzo tentacolo le afferrò la testa per i capelli e le invase la bocca spalancata, spingendosi in gola in un deep-throat viscido e profondo. Lei lo accettò con avidità, la saliva che le colava dal mento insieme al muco del mostro, gli occhi che lacrimavano di estasi mentre succhiava e deglutiva intorno a quella carne pulsante.
Altri due tentacoli le trovarono i capezzoli duri e li strizzarono forte, tirandoli, torcendoli, mentre punte più sottili le frustavano il clitoride scoperto con schiaffi umidi e ritmati. La lavatrice vibra sotto di lei, facendo tremare i seni e mandando scosse dirette al punto dove i tentacoli la sfondavano. Giulia iniziò a cavalcarli con foga, spingendo indietro i fianchi, ingoiandoli più a fondo a ogni spinta, il culo e la figa che schioccavano bagnati a ogni entrata. Il lubrificante afrodisiaco le bruciava dentro in modo delizioso, facendola contrarre e schizzare.
«Mmmhh—ghhk… più forte… riempimi… fottemi i buchi…», gorgogliava intorno al tentacolo in gola, le lacrime di piacere che le rigavano le guance.
Venne la prima volta con un urlo soffocato, la figa che si stringeva a ritmo spasmodico intorno al tentacolo grosso, schizzando abbondantemente sul pavimento e sulle appendici che la scopavano. Ma non si fermò. I tentacoli continuarono a pompala senza pietà, e lei cavalcò l’onda, venendo di nuovo, e ancora, in un orgasmo continuo e urlante che le faceva tremare le gambe e contrarre l’ano intorno all’intruso. Ogni scarica le strappava gemiti rauchi, il corpo scosso da scosse elettriche di piacere totale. Il mostro pulsava più forte, preparandosi a svuotarsi, e Giulia sentiva già i primi getti caldi e densi che iniziavano a colarle dentro.
Quando finalmente i tentacoli esplosero, fu un diluvio. Sperma denso, brillante, quasi luminoso, le riempì la figa e il culo a pressione, gonfiandola, mentre quello in gola le sparava diretto nello stomaco. Troppo ne usciva: le colava fuori dai buchi stirati, scivolava lungo le cosce, le imbrattava il mento e il petto. Altri tentacoli le spararono sul ventre, sulle tette, sui capelli, coprendola di quella robaccia calda e appiccicosa che sapeva di sesso antico e proibito. Giulia continuò a venire attraverso tutto, il corpo che si scuoteva, la mente bianca di piacere.
Esausta, le ginocchia molli, rimase piegata sulla lavatrice ancora vibrante, il corpo interamente coperto di quello sperma denso e brillante del mostro che le scorreva tra i seni, le gocciolava dalla figa aperta e le colava dal culo spalancato. I tentacoli non si erano ritirati del tutto: restavano ancora parzialmente dentro di lei, pulsando piano, e altri le accarezzavano la schiena sudata con una tenerezza possente. Giulia respirava a fatica, un sorriso sazio e già di nuovo affamato sulle labbra gonfie.
«Non… non hai finito, vero?», sussurrò rauca, stringendo i muscoli intorno ai tentacoli ancora sepolti nei suoi buchi pieni. «Sento che ne hai ancora… cazzo, riempimi di nuovo. Stasera voglio restare qui fino all’alba con la figa e il culo stracolmi.»
Un tentacolo le sfiorò di nuovo il clitoride ipersensibile, facendola sussultare. Dal fondo delle tubature arrivò un gorgoglio più profondo, più affamato, come se qualcosa di più grande si stesse svegliando. Giulia rise debole, già pronta a spalancarsi di nuovo, il corpo tremante e lucido di sborra mostruosa, mentre la notte in lavanderia era tutt’altro che finita.
Il gorgoglio dalle tubature crebbe, divenne un brontolio basso che fece vibrare il linoleum sotto i piedi nudi di Giulia. Lei rise ancora, rauca, le cosce già tremanti mentre stringeva i muscoli intorno ai tentacoli ancora sepolti nella figa e nel culo gonfi di sborra. Il liquido caldo le colava lungo l’interno coscia in fili densi e brillanti, mescolandosi al suo succo, e ogni goccia che toccava il clitoride ipersensibile le strappava un sussulto.
«Vieni fuori, brutto pezzo di merda… so che c’è di più», mormorò, spingendo i fianchi indietro. «Sento che ti stai gonfiando. Dammi tutto.»
Dalle griglie sul pavimento esplose un getto di mucillagine nera, e poi emerse. Non solo tentacoli. Qualcosa di più grosso, un massiccio bulbo centrale di carne nera lucida, largo come un torace, da cui spuntavano appendici nuove, più spesse, più lunghe, che si contorcevano nell’aria satura di detersivo e sesso. Gli occhi neri senza pupille si moltiplicarono sulla superficie viscida, tutti fissi su di lei. Giulia sentì il cuore accelerare, la figa contrarsi di puro bisogno. Quella cosa era fame pura, e lei era il pasto che lo aveva chiamato.
Un tentacolo enorme, spesso come un braccio intero, le si avvolse intorno alla vita e la sollevò di peso dalla lavatrice. La girò in aria come una bambola bagnata, le gambe divaricate a forza, i buchi ancora aperti e gocciolanti esposti. Giulia gemette di eccitazione, le braccia che si aggrappavano a due appendici vicine, le unghie che scivolavano sulla pelle viscida.
«Cazzo sì… sollevami, usami», ansimò. «Voglio vederti mentre mi riempi di nuovo.»
Due tentacoli medi le afferrarono i polsi e li tirarono dietro la schiena, immobilizzandola in un arco che le spingeva fuori le tette. La maglietta, già trasparente e strappata, le fu strappata via del tutto. I capezzoli duri, ancora arrossati dalle torcite precedenti, vennero subito attaccati da punte sottili che li succhiavano con forza, tirandoli, mordicchiandoli con ventose che pulsavano. Giulia urlò di piacere, la schiena inarcata.
Poi arrivò quello grosso. Il bulbo centrale si avvicinò, e da una fessura verticale spuntò un tentacolo-fallo monstruoso, più grosso di un avambraccio, con creste viscide e una punta che si apriva come una bocca circolare piena di ciglia sottili che gocciolavano lubrificante bollente. Si posò contro la figa già diluita e piena di sborra, strofinandosi su e giù, raccogliendo il casino che le usciva.
«Entra… cazzo entra tutto», implorò Giulia, gli occhi velati. «Spaccami. Voglio sentirlo fino allo stomaco.»
Il mostro spinse. La punta si aprì e si chiuse intorno al clitoride, succhiandolo forte mentre il corpo principale si conficcava centimetro dopo centimetro nella figa già allargata. Giulia sentì ogni cresta scorrere dentro, stirarla oltre il limite, il lubrificante afrodisiaco che le bruciava le pareti interne facendole contrarre violentemente. Quando fu dentro fino in fondo, la pancia le si gonfiò visibilmente, e lei venne subito, un orgasmo secco e urlante che le fece spruzzare intorno al mostro, le gambe che scalciavano nell’aria.
Ma non bastava. Un secondo tentacolo altrettanto grosso le trovò il culo ancora pieno e lasso. Senza preavviso si conficcò dentro, spingendo fuori la sborra precedente in schizzi caldi che le imbrattarono le cosce. Ora era doppiamente impalata, sospesa in aria, i due monstruosi falli che si muovevano in sincronia opposta: uno entrava mentre l’altro usciva, poi scambiavano, martellandola senza pietà. Il suono era osceno — schiocchi bagnati, gorgoglii di liquido spinto fuori, i gemiti strozzati di Giulia.
«Ahhh—ghh… così… più a fondo… riempimi i budelli», gorgogliò lei quando un terzo tentacolo le invase la bocca, spingendosi in gola fino a farle gonfiare le guance. Succhiava avidamente, la lingua che leccava le creste, deglutendo il muco salato che le scendeva dritto nello stomaco. Altri tentacoli le avvolsero i seni, strizzandoli, tirando i capezzoli con ventose che succhiavano come bocche affamate. Uno più sottile le frustava il clitoride esposto tra le penetrazioni, schiaffeggiandolo a ritmo.
La lavanderia era piena del tanfo di sesso mostruoso, di sborra e di detersivo. Giulia veniva a raffica. Ogni orgasmo le faceva stringere i buchi intorno agli intrusi, spremendoli, e ogni volta il mostro rispondeva pompando più forte, più profondo. Sentiva il primo tentacolo-fallo pulsare dentro la figa, gonfiarsi ancora di più, prepararsi a sparare. Quello nel culo batteva contro un punto che le faceva vedere stelle, e lei spingeva i fianchi incontro alle spinte con tutta la forza che le restava.
«Sborra… sborra dentro… riempimi di nuovo fino a farmi scoppiare», riuscì a dire tra un deep-throat e l’altro, la saliva e il muco che le colavano sul petto. «Voglio camminare domani con la figa e il culo che stillano la tua roba. Sono la tua troia di fogna, cazzo, usami.»
Il mostro esplose. Il diluvio fu peggiore del primo. Getti spessi e luminosi le riempirono la figa a pressione, gonfiandole il basso ventre come se fosse incinta di liquido caldo. Quello nel culo sparò altrettanto forte, spingendo fuori la sborra precedente in cascate che le scendevano lungo le gambe fino ai piedi. Il tentacolo in gola si scaricò diretto nello stomaco, facendola deglutire a fatica, la pancia che si gonfiava ulteriormente. Altri tentacoli le spararono sul viso, sui capelli, sulle tette, coprendola di nuovo di quella robaccia appiccicosa e brillante che sapeva di abisso e di cazzo antico.
Giulia venne attraverso tutto, il corpo scosso da convulsi che non finivano più, la mente bianca, solo piacere puro e animale. Quando i getti calarono, i tentacoli non si ritirarono. Rimasero dentro, pulsando, e iniziarono a muoversi di nuovo, lenti, esplorativi, mentre altri più sottili le leccavano la sborra dal corpo, spingendola di nuovo dentro i buchi o verso la bocca.
Fu sollevata più in alto. Il bulbo centrale si aprì di più e spuntarono tentacoli secondari, più piccoli ma numerosi, che le invasero ogni piega. Due le si conficcarono sotto le unghie dei piedi, massaggiando punti che non sapeva nemmeno potessero dare piacere. Altri le strisciarono tra le dita delle mani, facendole masturbare le appendici stesse. Uno particolarmente agile le trovò l’uretra e iniziò a stimolarla con delicatezza crudele, facendola guaire e bagnarsi ancora di più.
«Non… non smettere», ansimò Giulia, la voce rotta, gli occhi lucidi di lacrime di estasi. «C’è ancora spazio. Sento che ne hai di più. Quella cosa grosso laggiù… tirala fuori. Voglio provarla. Voglio che mi apra finché non cammino più dritta.»
Dal fondo delle griglie arrivò un nuovo suono, più profondo, un grugnito che fece tremare le lavatrici. Qualcosa di ancora più grande stava salendo. Un tentacolo colossale, spesso come una coscia, emerse lentamente, lucido, pulsante, con una punta che si apriva in quattro petali carnosi pieni di ventose e di un foro centrale che gocciolava un liquido ancora più denso, quasi gelatinoso. Gli occhi del mostro brillarono tutti insieme.
Giulia lo guardò e rise, folle di lussuria, il corpo già lucido e gonfio di sborra, i buchi ancora occupati che schioccavano. «Quello… quello lo voglio nella figa. Adesso. Largami i più piccoli e mettimi quella bestia dentro. Splancami. Riempimi finché non riesco più a chiudere le gambe.»
I tentacoli minori si ritirarono in parte, lasciandola gocciolare copiosamente sul pavimento. Fu abbassata di nuovo sulla lavatrice numero sette, che nel frattempo aveva finito il ciclo e ora era ferma, calda. La piegarono a novanta gradi, il petto schiacciato sul metallo, il culo alto. Il tentacolo colossale si avvicinò, la punta che le sfiorò la figa dilatata e grondante. I petali si aprirono e si chiusero intorno alle labbra gonfie, succhiando la sborra in eccesso, preparandola.
Giulia spinse indietro da sola. «Entra. Non essere gentile. Spingi forte. Voglio sentirlo spezzarmi.»
Il mostro ubbidì. La punta si conficcò, i petali che si aprivano all’interno stirandola in quattro direzioni mentre il corpo principale, spesso come una coscia di uomo, iniziava a entrare. Giulia urlò, un urlo lungo e gutturale di piacere puro misto a bruciore delizioso. Sentiva ogni centimetro, ogni ventosa che si attaccava alle pareti interne e tirava, ogni pulsazione. Quando fu a metà, la pancia le si deformò visibilmente, e lei venne di nuovo, schizzando intorno all’intruso in getti che imbrattarono il mostro.
Continuò a entrare. Fino in fondo. Giulia sentì la punta premere contro la cervice, poi oltre, riempiendola in un modo che le fece rotolare gli occhi all’indietro. Altri tentacoli le invasero il culo e la bocca di nuovo, e riprese il ritmo. Spinte profonde, lente all’inizio, poi sempre più veloci, brutali, che la facevano sballottare sulla lavatrice. Il suono era bestiale: carne viscida che schioccava, sborra che schizzava fuori a ogni ritirata, i gemiti soffocati di Giulia che succhiava e veniva senza sosta.
«Piena… sono così piena… cazzo non fermarti», gorgogliava. «Sborra di nuovo. Riempimi finché non esce dalla bocca. Voglio che mi usi tutta la notte. Voglio che mi lasci qui all’alba con i buchi che non si chiudono più e la sborra che mi cola fino alle ginocchia.»
Il mostro accelerò. I tentacoli secondari le torcevano i capezzoli, le frustavano il clitoride, le massaggiavano la gola dall’esterno mentre quello in bocca la sfondava. Giulia era un ammasso di piacere, il corpo che non era più suo ma solo un contenitore per quella fame antica. Sentiva già i tentacoli gonfiarsi di nuovo, prepararsi a un’altra scarica ancora più abbondante.
Dal fondo delle tubature arrivò un altro brontolio, più basso, più vicino. Come se l’intera rete fognaria stesse rispondendo. Giulia, con la figa impalata fino all’inverosimile, il culo pieno, la gola occupata, rise contro il tentacolo e strinse i muscoli con tutta la forza che le restava.
«Ancora… c’è di più, vero?», sussurrò rauca quando il tentacolo le lasciò un attimo la bocca. «Porta fuori tutto. Stasera non esco da qui finché non mi hai trasformata in un sacco di sborra mostruosa. Continua. Scopami. Riempimi. Non ho ancora finito di prenderti.»
Il tentacolo colossale pulsò violentemente dentro di lei, e qualcosa di ancora più grande iniziò a spingere dalle griglie, facendo crepare il linoleum.
Il linoleum si spaccò con uno scricchiolio umido e dalla fessura nera eruppe finalmente la cosa. Non un tentacolo. Un intero tronco di carne antica, largo come il busto di un uomo, nero lucido, percorso da venature che pulsavano di luce propria. Si alzò ramificandosi in mezza dozzina di appendici secondarie spesse come cosce, tutte gocciolanti di quella gelatina densa che già le colava dalle gambe. Gli occhi neri senza pupille si aprirono a dozzine sulla superficie, e Giulia, impalata fino alla cervice dal mostro precedente, sentì la figa contrarsi di puro terrore eccitato.
«Cazzo… guarda che roba», ansimò, la voce rauca di sborra e saliva. «Vieni qui, bestia. Vieni a finirmi.»
Il tronco la afferrò. Non la sollevò soltanto: la avvolse intera, avvolgendole il torace, le cosce, lasciandole libere solo la testa e i buchi già distrutti. Il tentacolo colossale che le riempiva la figa si ritirò di colpo, tirandosi dietro un fiume di sborra biancastra e muco nero che schizzò sul metallo della lavatrice. Giulia gemette per il vuoto improvviso, i muscoli interni che battevano a vuoto, poi urlò quando la punta a quattro petali del nuovo mostro si aprì contro di lei.
Si conficcò. Non lentamente. Con una spinta unica, brutale, che le aprì la figa in quattro direzioni mentre il corpo principale, spesso come una coscia intera, avanzava centimetro dopo centimetro. Giulia sentì la pancia gonfiarsi visibilmente, la pelle tirarsi, il basso ventre deformarsi intorno a quella massa. I petali si aprivano e si chiudevano dentro, le ventose si attaccavano alle pareti e tiravano, e lei venne all’istante, un orgasmo secco e violento che le fece spruzzare ovunque, le gambe che scuotevano nell’aria mentre il mostro la teneva sospesa.
«Sì—ahh cazzo sì—spaccami, riempimi i budelli, non fermarti», gorgogliò, già con un altro tentacolo che le invadeva la bocca e le scendeva in gola. Succhiava avidamente, la lingua che leccava le creste viscide, deglutendo a fatica il liquido caldo che le scendeva dritto nello stomaco. Due appendici medie le trovarono il culo ancora lasso e piene di sborra precedente e si conficcarono insieme, allargandola fino al limite, schiacciando la sborra vecchia fuori in schizzi che le imbrattarono le cosce fino ai talloni.
Ora era triplamente piena. Figa, culo, gola. Il tronco centrale le strinse i seni, le ventose che succhiavano i capezzoli arrossati fino a farli gonfiare e dolere deliziosamente. Altri tentacoli sottili le frustavano il clitoride scoperto, le massaggiavano l’uretra con delicatezza crudele, le strisciavano sotto le unghie dei piedi. Giulia non pensava più. Era solo carne aperta, un sacco di buchi da riempire. Cavalcava le spinte con quel poco di forza che le restava, spingendo i fianchi incontro a ogni penetrazione, stringendo i muscoli per spremere di più.
Il mostro iniziò a pompare sul serio. Spinte lunghe e profonde che la facevano sballottare come una bambola bagnata. Ogni volta che il fallo colossale usciva, tirava fuori fiumi di sborra e muco; ogni volta che rientrava, la riempiva di nuovo fino a farle sentire la pressione contro gli organi interni. Il suono era osceno, bestiale: schiocchi umidi, gorgoglii di liquido spinto fuori, i gemiti strozzati di Giulia che veniva senza sosta. Uno, due, tre orgasmi di fila, il corpo che si scuoteva in convulsi continui, la mente bianca di piacere puro.
«Sborra… sborra dentro adesso… voglio scoppiare», riuscì a dire quando il tentacolo le lasciò un attimo la bocca, fili di saliva e muco che le colavano sul mento e sulle tette. «Riempimi finché non esce dalla bocca. Sono la tua troia di fogna, cazzo, usami tutta la notte.»
Il mostro esplose. Non un getto: un diluvio. Il fallo nella figa si gonfiò ancora di più e sparò getti spessi, luminosi, caldi come lava, che le riempirono l’utero a pressione. Giulia sentì il basso ventre gonfiarsi come se fosse al sesto mese, la pelle tesa, il peso del liquido che la faceva gemere di piacere sazio. Quelli nel culo spararono allo stesso tempo, spingendo fuori cascate di sborra precedente mista a nuova, che le scendevano lungo le gambe in fili densi e brillanti. Quello in gola si scaricò diretto nello stomaco, facendola deglutire a fatica, la pancia che si gonfiava ulteriormente. Altri tentacoli le spararono sul viso, nei capelli, sulle tette, coprendola di nuovo di quella robaccia appiccicosa che sapeva di abisso e di cazzo proibito.
Lei venne attraverso tutto. Un orgasmo lungo, urlante, che le fece perdere il controllo della vescica: un getto caldo di pissio si mescolò alla sborra che già le colava, imbrattando ulteriormente il pavimento e il mostro. Non le importava. Rideva, piangeva di estasi, stringeva i buchi per tenere dentro più liquido possibile.
Ma non era finita. I tentacoli non si ritirarono. Rimasero sepolti, pulsando, e ricominciarono a muoversi. Lenti all’inizio, poi di nuovo veloci. Il mostro la girò in aria, la piegò a metà, la mise a cavalcioni sul tronco centrale e la fece scendere di nuovo sul fallo colossale mentre altri due le riempivano culo e bocca. Giulia cavalcava da sola ora, i fianchi che salivano e scendevano, la figa che schioccava bagnata, i seni che ballavano sotto le ventose. Ogni discesa le faceva vedere stelle. Ogni salita le strappava un gemito gutturale.
«Ancora… cazzo ancora… non ho finito di prenderti», ansimava tra una spinta e l’altra. «Voglio che mi lasci qui all’alba con i buchi che non si chiudono. Voglio camminare con la tua sborra che mi cola fino alle scarpe. Riempimi di nuovo. Sborra. Sborra. Sborra.»
Il secondo diluvio arrivò più forte del primo. Getti che le uscirono dal naso, dalla bocca, dai buchi inferiori. La pancia era un pallone teso di liquido mostruoso. Giulia tremava, le gambe molli, ma non voleva fermarsi. Chiese di più. I tentacoli minori le invasero ogni piega: sotto le unghie, tra le dita, l’uretra di nuovo, perfino le orecchie con punte sottilissime che le facevano vibrazioni nella testa. Venne di nuovo, e ancora, finché il corpo non fu solo un ammasso tremante di piacere e sborra.
Lentamente, verso le prime luci grigie che filtravano dai vetri sporchi della lavanderia, il ritmo calò. I tentacoli si muovevano ancora, ma più dolci, più esplorativi, leccandole la sborra dal corpo, spingendola di nuovo dentro i buchi o verso la bocca perché la deglutisse. Giulia fu posata di nuovo sulla lavatrice numero sette, il metallo freddo ora contro la pelle sudata e lucida. I buchi restavano aperti, gocciolanti, incapaci di chiudersi. La pancia gonfia le dava un peso delizioso. Respirava a fatica, un sorriso sazio e già affamato sulle labbra gonfie.
Il mostro iniziò a ritirarsi piano, appendice dopo appendice, lasciandola vuota e ancora pulsante. L’ultimo tentacolo le sfiorò il clitoride ipersensibile un’ultima volta, facendola sussultare, poi scivolò giù nelle griglie insieme al resto. Restò solo il tanfo di sesso antico, le pozzanghere di sborra luminosa sul linoleum crepato, e Giulia, nuda, coperta, piena, che non riusciva ancora a chiudere le gambe.
Si alzò barcollando, raccogliendo la maglietta strappata e gli shorts. Ogni passo faceva colare altro liquido caldo lungo le cosce. Sorrise. Non era finita. Non lo sarebbe mai stata.
Mentre si puliva alla buona con un asciugamano rubato da una cesta abbandonata, la mente già lavorava. La prossima volta non sarebbe venuta da sola. Avrebbe portato Elisa, la coinquilina che da settimane la guardava con quegli occhi curiosi quando tornava all’alba puzzolente di sesso e detersivo. Le avrebbe raccontato tutto, le avrebbe fatto vedere i segni sui polsi e la pancia ancora gonfia. L’avrebbe trascinata qui un martedì notte, le avrebbe fatto disegnare il cerchio insieme, e poi le avrebbe tenuto le gambe aperte mentre il mostro le riempiva entrambe. O forse l’avrebbe portata giù nelle fogne stesse, dove c’era più spazio, dove poteva evocare non uno ma tre di quelle cose e farsi sfondare per ore senza il rumore delle lavatrici a coprire le urla. Sì. Avrebbe comprato candele nere, più rossetto, forse un collare con una catenella da lasciare qui come richiamo permanente. La prossima settimana. Di sicuro. Giulia strinse le cosce e sentì la sborra ancora calda che le usciva, e rise piano, già bagnata di nuovo all’idea.
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