Scommetto che ti faccio venire prima di mezzanotte
Sergio, 32enne programmatore sarcastico, scommette con Fiona, 29enne copywriter volgare, di non venire prima di mezzanotte mentre restano bloccati in ascensore
Sergio appoggiò la schiena contro lo specchio dell’ascensore e guardò l’orologio del telefono con l’espressione di chi aveva già deciso che la serata potesse andare solo peggio. Trentadue anni, programmatore, odio viscerale per le app di dating e per le feste aziendali: tre cose che quella sera coincisero in un’unica trappola di metallo. Fiona, ventinove anni, copywriter del marketing, gli stava di fronte con i tacchi in una mano e l’altra che martellava i pulsanti come se potessero rispondere a insulti creativi.
«Si è bloccato. Ovvio. Dopo tre ore di prosecco tiepido e slide su “sinergie”, il destino ci regala questa poesia», borbottò lei, ridendo già. L’odore di dopobarba economico e di arancini raffredmati aleggiava tra loro.
Sergio alzò un sopracciglio. «Se muoio qui dentro, voglio che sulla lapide scrivano: “Ha swipato a destra una sola volta e se n’è pentito per sempre”.»
Fiona lo squadrò da capo a piedi, sorriso storto, occhi lucidi di noia trasformata in cattiveria giocosa. «Scommetto che ti faccio venire prima di mezzanotte. Solo lingua tagliente e mani. Niente trucchetti da app, niente “ci sentiamo”. Solo noi due, questo ferraccio e la tua faccia da “odio tutto”. Accetti?»
Lui la guardò, poi l’orologio: undici e qualcosa. Il cuore gli fece un balzo ridicolo. «Sei fuori. E se perdo?»
«Mi devi una cena vera, non un match da swipe. Se vinco io… mi fai venire due volte. Qui. Adesso. Consenso totale, scommessa da adulti annoiati. Sì o no?»
Sergio rise, un suono basso e incredulo. «Sì. Dio, sì. Ma se l’allarme suona mentre mi stai succhiando, ti denuncio per violenza estetica.»
«Affare fatto, nerd.»
La tensione cambiò peso. Non era più solo imbarazzo: era un gioco che entrambi avevano accettato a mani aperte, ridendo, con il corpo già all’erta. Fiona si avvicinò, gli sfiorò il petto con un dito. «Raccontami il peggior date da app. Voglio materiale per farmi venire voglia di spoilerarti il pene.»
«Una che mi ha chiesto se sapevo programmare in Java mentre mi stava a cavallo. Letteralmente. Ho perso l’erezione e la dignità in dodici secondi.» Sergio scosse la testa. «Tu?»
«Uno che mi ha mandato la foto del cazzo con filtro dog. Orecchie e tutto. Ho risposto “bau” e l’ho bloccato.» Fiona si morse il labbro, poi scese in ginocchio ridendo, le ginocchia che picchiarono piano sul pavimento di metallo. «Gesù, siamo patetici. E scopatissimi tra cinque minuti.»
Gli slacciò la cintura con dita sicure, cerniera che scese come un applauso sardonico. Il cazzo di Sergio era già mezzo duro, caldo nel pugno di lei. Fiona lo guardò su, occhi grandi e cattivi. «Guarda che roba. Un programmatore sarcastico con un’asta degna di un commit force. Che contraddizione.»
Sergio emise un suono a metà tra risata e gemito. «Se continui a parlarmi così mi viene prima ancora che tu lo lecchi. Truffa.»
«Regole: lingua e mani. E io parlo perché mi piace vederti diventare scemo.» Lei lo strinse, lo fece scivolare nel pugno con un ritmo lento, pollice che sfiorava la fessura già umida. Poi si sporse e leccò solo il glande, un colpo di lingua caldo e volgare. «Sapore di “ho odiato la festa ma adesso mi piace vivere”.»
Lui le infilò le dita tra i capelli senza spingere, solo per toccarla. «La mia volta. Alzati un secondo. Scommetto che ti faccio sgocciolare sulla gonna prima che finisca di parlarti.»
Fiona rise e si alzò. Sergio le sollevò la gonna nera fino ai fianchi, trovò tanga di pizzo già scuro d’umidità. «Merda, Fiona. Sei già impregnata di scommessa.»
«Colpa tua che hai accettato come un coglione felice.»
La spinse dolcemente contro la parete, le allargò le cosce con le ginocchia e le scostò il tessuto. La lingua di Sergio le trovò la fessura calda, leccò piano, poi con decisione, affondando tra le labbra gonfie, succhiando il clitoride mentre lei imprecava e rideva insieme. «Oh cazzo—sei ridicolo. Un nerd che mi mangia la figa in ascensore. Se ci riprendessero le telecamere verremmo licenziati e diventati meme.»
«Le telecamere sono morte quanto la mia vita sentimentale», borbottò lui contro la pelle bagnata, due dita che entravano lente, curve, cercando il punto che la faceva inarcare. Fiona gli premette la testa contro il pube, ansimando. «Più a sinistra—no, così, bravo cane di codice. Continua. Dio, è assurdo e mi sto bagnando le cosce.»
Si spingevano a vicenda con battute e dita e bocca, il calore che saliva, l’ascensore fermo come un complice silenzioso. Sergio le leccava con fame giocosa, mormorando contro di lei: «Le app non ti hanno mai fatto così, vero? Solo swipe e ghosting. Io almeno ti faccio venire le ginocchia molli prima di mezzanotte.»
«Smettila di vincere tu—è la mia scommessa.» Fiona lo tirò su per i capelli, lo baciò con la bocca che sapeva di lei, lingua scatenata, poi tornò in ginocchio. «Ora chiudo io. Occhi aperti, Sergio. Guarda mentre ti rovino.»
Lo prese in bocca fino in fondo, gola che si apriva, mano alla base che torceva appena, l’altra che gli massaggiava le palle con una delicatezza sporca. Lo guardava negli occhi mentre succhiava, ritraeva, leccava il frenulo con precisione crudele. «Così ti piace, eh? Un copywriter volgare che ti fa il pompino da premio. Dimmi quanto sei vicino, bugiardo.»
«Vicino—cazzo, Fiona, se continui perdi pure tu perché vengo adesso e poi ti pago la cena e ti scopo comunque.»
Lei rallentò apposta, lo fece scivolare sulle labbra, sorrise con fili di saliva. «No. Io vinco. Guarda.» Riprese con tecnica impeccabile, ritmo vorace, guance cave, lingua che lavorava sotto mentre lo prendeva profondo. Sergio gemette, una mano sul vetro appannato, l’altra nei suoi capelli. «Sto—sto per—»
Venne con un grido strozzato, cascate calde in gola. Fiona inghiottì ridendo, leccò ciò che restava, gli occhi trionfanti. «Mezzanotte è lontana e tu sei già un disastro bagnato. Ho vinto. Due orgasmi per me, come da contratto.»
Sergio la tirò su, la baciò sapore di sé, le girò contro la parete. «Allora li prendi adesso. Alza quella gamba.» Le sollevò una coscia, allineò il cazzo ancora pulsante e ancora duro—miracolo di eccitazione e orgoglio ferito—e spinse dentro di lei in un colpo solo, pieno, fino in fondo. Fiona gridò di piacere, rideva e ansimava. «Cazzo, sì. Duro. Scopami come se odiasse le notifiche.»
Il ritmo era pesante, giocoso, carne che batteva, uova che sbattuta, lei che commentava a pezzi: «Più forte—così—le app di dating non hanno mai fatto venire nessuno così, giuro, solo te, pezzo di codice con un cazzo onesto.» Sergio le mordicchiò il collo, le tenne i fianchi, martellava contro la parete facendola tremare. Poi scivolarono a terra, lei lo spinse sulla schiena e lo cavalcò con energia, gonna ancora rialzata, tanga spostato di lato, seno che saltellava sotto la camicetta sbottonata a metà.
«Guarda che mi vieni di nuovo troppo presto», lo prese in giro, muovendosi a cerchio, poi su e giù profondi. «Respira. Conta i bug. Qualcosa.»
«Stai zitta e vieni tu», ringhiò lui, ridendo, mani che le stringevano i fianchi, bacino che spingeva incontro. Le dita di lui trovarono il clitoride, strofinarono in tempo con le spinte. Fiona si piegò in avanti, lo baciò disordinata, ansimò contro la bocca: «Sto—sto venendo—non fermarti, stronzo meraviglioso—»
Venne gridando, figa che si stringeva a spasmi attorno a lui, cosce che tremavano, una risata rotta in gola mentre l’orgasmo la scuoteva. Sergio la seguì un attimo dopo, la strinse forte, le schizzò dentro con spinte lunghe e liberatorie, gemendo il suo nome come un insulto affettuoso. Calore che si spargeva, respiri affannati, sudore e sorrisi idioti.
Rimasero così un momento, ancora uniti, l’ascensore silenzioso. Fiona gli accarezzò il petto, voce rauca: «Uno. Me ne devi ancora uno. E guarda l’orologio… non è ancora mezzanotte. Possiamo alzare la posta.»
Sergio rise contro il suo collo, già sentendo il cazzo che non voleva davvero addormentarsi, la scommessa che bruciava ancora tra le gambe di entrambi. Fuori, da qualche parte, forse qualcuno stava chiamando i tecnici. Dentro, però, la notte aveva appena deciso di non finire.
Sergio restò conficcato in lei ancora qualche secondo, il cazzo che dava gli ultimi saltelli stanchi ma testardi, mentre Fiona gli rideva contro il collo con quella voce roca da chi ha appena vinto una scommessa e vuole riscuotere gli interessi. L’ascensore puzzava di sesso, di sudore leggero e di quella misteriosa nota di arancino che non se ne andava mai del tutto. Lei si sollevò piano, facendolo scivolare fuori con un suono umido e volgare che li fece ridere entrambi come due idioti felici.
«Uno», ripeté, leccandosi le labbra. «Me ne devi ancora uno, programmatore di merda. E guarda quell’orologio: undici e quarantatré. Abbiamo tempo per fare casino e forse pure per un dessert.»
Sergio la guardò dal basso, schiena contro il pavimento metallico freddo, pantaloni a metà coscia, camicia spiegazzata, l’espressione di chi ha appena scoperto che odiare le feste aziendali poteva avere un side effect spettacolare. Il cazzo gli restava semi-duro, lucido dei loro liquidi misti, e già stava riprendendo coraggio solo a vedere Fiona sistemarsi la gonna senza sistemarsi un cazzo, tanga ancora tirato di lato, cosce lucide.
«Alza la posta come?» chiese lui, sedendosi con un gemito teatrale. «Perché se mi proponi di programmare un’app mentre ti leccio il culo, rifiuto per questioni etiche.»
Fiona si accovacciò di fronte a lui, gli prese il viso tra le mani e lo baciò lungo, sporco, lingua che andava a cercare il sapore di entrambi. Poi gli parlò contro la bocca: «Tu mi fai venire di nuovo. Qui. Adesso. Con le dita, la bocca, il cazzo, quello che ti pare. Io intanto ti tengo duro a parole. E se riesco a farti sparare di nuovo prima di mezzanotte… mi devi pure la colazione di domani. Uova, caffè, e tu nudo che mi racconti i tuoi commit falliti mentre ti sborro sulle cosce. Accetti, nerd sarcastico?»
Lui rise, un suono basso che gli vibrò nel petto. «Sei una copywriter di merda e ti amo già un po’. Affare fatto. Ma stavolta ti faccio venire così forte che l’allarme dell’ascensore si attiva da solo per solidarietà.»
Le mani di Sergio le salirono sotto la gonna, le apre le cosce con decisione giocosa. Due dita trovarono la figa ancora gonfia, calda, colma del suo sborro che colava lento. Le spinse dentro senza pietà e senza fretta, curvando subito verso quel punto che già conosceva. Fiona emise un «cazzo» lungo e contento, si aggrappò alle sue spalle.
«Così… esatto così, pezzo di codice con le dita magiche. Più a fondo. Voglio sentire il casino che mi hai fatto dentro.»
Lui obbedì, pompando le dita con ritmo sporco, il pollice che le strofinava il clitoride già ipersensibile. Con l’altra mano le sbottonò del tutto la camicetta, le liberò le tette e ci affondò la faccia, succhiando un capezzolo mentre borbottava contro la pelle: «Le app di dating ti mandano dick pic con filtro cane e io ti riempio di sborra in un ferraccio bloccato. Dimmi chi ha vinto la serata.»
«Tu… no, io… cazzo, non so più. Continua.» Fiona gli cavalcava la mano, bacino che ruotava, rideva a pezzi tra un ansimare e l’altro. «Sai che c’è di ridicolo? Che stasera dovevo solo fare networking e invece sto sco-… oh fuck, lì, non smettere… sto scopando un programmatore che odia tutto tranne la mia figa.»
Sergio la fece girare, la mise a quattro zampe sul pavimento dell’ascensore, gonna rialzata fino alla vita, culo esposto, tanga ancora lì a fare da cornice indecente. Le leccò la riga dal basso verso l’alto, raccogliendo il casino che colava, lingua larga e affamata. Fiona gemette forte, la fronte contro lo specchio appannato.
«Gesù, Sergio… mi stai mangiando il tuo stesso sborra. Sei un porco meraviglioso.»
«E tu sei già di nuovo zuppa», rispose lui, voice rauca, prima di conficcarle di nuovo le dita e succhiarle il clitoride con precisione crudele. Lei tremava, le cosce che ballonzolavano, una mano che gli afferrava i capelli da dietro.
«Più… più lingua. Fottimi con la bocca come se stessi debuggando il mio orgasmo. Oh cazzo sì—»
Sergio accelerò, tre dita adesso, bocca vorace, l’altra mano che le stringeva una chiappa e di tanto in tanto le dava uno schiaffetto leggero, solo per sentirla ridere e gemere insieme. Fiona venne la seconda volta con un urlo strozzato che finì in una risata isterica, figa che si chiudeva a spasmi sulle sue dita, liquido che gli bagnava il mento e il polso. Si accasciò in avanti, ansimando, ancora ridendo.
«Due. Contratto onorato, stronzo. Dio, le ginocchia non esistono più.»
Ma lui non aveva finito. Il cazzo gli era tornato di pietra solo a sentirla venire, e la scommessa bruciava ancora. La sollevò, la fece sedere sul bordo della ringhiera bassa dell’ascensore, le allargò le gambe e si infilò di nuovo in un colpo solo, fino in fondo. Fiona gridò di nuovo, lo abbracciò con braccia e gambe.
«Ancora? Sei un mostro. Scopami. Scopami come se l’orologio ti stesse prendendo per il culo.»
Il ritmo stavolta fu più lento, più profondo, carne che sbatteva con suoni umidi e sporchi. Sergio le teneva il culo con entrambe le mani, la sollevava e la riaffondava sul cazzo, guardandola negli occhi.
«Raccontami», ansimò lui. «Il prossimo date da app che fai… gli dirai che un nerd ti ha sborrato due volte in un ascensore e ti ha fatto venire fino a non sentire più le gambe?»
«Gli dirò… ah, cazzo, più forte… gli dirò di andarsene a fanculo perché ho già trovato chi mi scopa meglio di qualsiasi swipe. Sergio—sto di nuovo… non è possibile…»
Le dita di lui trovarono di nuovo il clitoride tra i loro corpi, strofinando in cerchi stretti mentre spingeva. Fiona venne una terza volta, inaspettata, violenta, stringendolo così forte che lui perse il controllo un secondo dopo. Sborrò dentro di lei con un gemito lungo, spinte irregolari, riempiendola di nuovo mentre le mordeva la spalla per non urlare troppo.
Rimasero uniti, sudati, ridendo a bassissima voce contro le bocche l’uno dell’altra. L’orologio sul telefono di Sergio, abbandonato per terra, segnava undici e cinquantotto.
«Mezzanotte tra due minuti», mormorò lei, accarezzandogli i capelli umidi. «Hai perso di nuovo. Mi devi cena e colazione. E forse il pranzo.»
«Ti devo una vita di scopatine sarcastiche», rispose lui, uscendo piano da lei e guardando il casino che colava lungo le sue cosce con un sorriso idiota e orgoglioso. Si sistemarono alla meno peggio: lei il tanga (inutile), lui i pantaloni, camicie abbottonate a casaccio. Si baciarono ancora, lenti, mentre fuori si sentivano finalmente voci e attrezzi.
Quando le porte si aprirono con un ding liberatorio, un tecnico confuso li guardò. Fiona gli sorrise luminosa, tacchi di nuovo in mano.
«Problema risolto, grazie. Eravamo solo… in meeting creativo.»
Scesero insieme, gambe ancora molli, risate che gli uscivano a raffiche. Nel parcheggio semivuoto Sergio la fermò, le prese il numero direttamente, niente app.
«Ascolta», disse, già con quello sguardo da chi sta architettando. «La prossima volta non aspetto un ascensore. Ti porto a cena vera venerdì. Poi ti porto a casa mia, ti leggo i miei pezzi di codice più brutti finché non ti bagni, e scommetto che ti faccio venire almeno tre volte prima che finisca la prima bottiglia di vino. E stavolta senza ferracci di mezzo. Solo un divano largo, la mia faccia tra le tue gambe, e io che ti chiamo copywriter di merda mentre mi cavalchi. Preparati la scusa per il weekend. Perché ho già deciso che dopo cena ti scoperò sul tavolo della cucina e poi ti farò colazione nudo come da contratto esteso. Affare fatto?»
Fiona gli morse il labbro inferiore, occhi lucidi di sesso e di divertimento puro.
«Affare fatto, nerd. E porta il laptop. Voglio che mi programmi qualcosa mentre ti succhio. Tipo un reminder che dice “Fiona ti ha già fatto venire, coglione”. Venerdì. Non fare tardi.»
Si allontanarono verso le auto, ancora zoppicando un po’, già schemiando messaggi sporchi e la prossima scommessa. Fuori era quasi mezzanotte. Dentro di loro, la notte aveva solo deciso di continuare il venerdì successivo, con postazione migliore e poste più alte.
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