Sussurra “ti prego” tra i fiori freddi
Simone, trentaduenne fotografo, si fa succhiare e fottere la venticinquenne Monica tra i fiori freddi del giardino botanico, mentre rischiano di essere visti da
Simone aveva trentadue anni e le mani ancora impastate di freddo quando chiuse il cancello secondario del giardino botanico alle spalle. L’orario di chiusura ufficiale era passato da un’ora; restavano solo le serre illuminate di riflesso dalla luna e il silenzio umido delle aiuole. Monica, venticinque anni, stava già in mezzo ai fiori gelati, l’impermeabile leggero chiuso solo a metà, abbastanza da lasciar intuire il merletto trasparente sotto. Non era una studentessa, non era una ragazzina: era una modella professionista che sapeva esattamente cosa voleva da uno shooting privato e da un uomo che teneva la macchina fotografica come se fosse un’arma erotica.
«Più in là, verso la vetrata», mormorò lui. La voce gli uscì bassa, già calda. «La luce della luna ti taglia le tette in due. Voglio quel contrasto.»
Monica obbedì senza fretta. Ogni passo faceva ondeggiare l’impermeabile; sotto, il reggiseno di pizzo nero non copriva quasi niente, i capezzoli già duri per il freddo e per l’idea. Dal cancello principale, lontano ma non abbastanza, passavano ancora coppie e turisti notturni. Simone lo sapeva. Lei pure. Lo sentiva nel modo in cui lei si voltava di tre quarti, aprendo appena di più il bavero, offrendo il profilo di un seno nudo a chiunque avesse deciso di spiare tra le sbarre.
Clic. Clic. L’otturatore batté come un cuore. Simone inquadrò la curva del fianco, la striscia di pelle tra la giarrettiera e l’inizio della figa, il respiro che le alzava il torace. Monica, a un certo punto, sorrise di lato e lasciò scivolare una spalla fuori dall’impermeabile. Il seno destro restò nudo, esposto all’aria gelida e allo sguardo ipotetico di chi camminava sul vialetto esterno. Simone sentì il cazzo stirarsi nei pantaloni con una spinta improvvisa, pesante.
«Lo sai che potrebbero vederti», disse lui, senza abbassare la macchina.
«Lo so.» La voce di Monica era già roca. «E mi piace. Scatta.»
Lui scattò. Poi scattò ancora mentre lei si toccava il capezzolo con due dita, lentamente, come se stessi solo sistemando il tessuto. Il rischio era reale: una torcia, un custode in ritardo, un passante curioso. Entrambi se ne eccitavano. L’aria odorava di terra bagnata e di petali freddi; Monica tremava un po’, ma non di freddo soltanto.
L’impermeabile si aprì del tutto. Monica lo lasciò scivolare sulle spalle e restò in piedi tra i fiori ghiacciati, lingerie trasparente e niente più. Si guardò intorno, verso il cancello, poi fissò Simone dritto negli occhi.
«Ti prego», sussurrò.
Non chiese una foto. Chiese di essere guardata mentre si toccava. Una mano le salì al seno, lo strinse, tirò il capezzolo fino a farlo arrossare. L’altra scese lungo la pancia, entrò tra le cosce, aprì le labbra della figa già umida e si strofinò il clitoride con due dita lente, circolari. Simone abbassò finalmente la macchina fotografica, la posò su una panchina di pietra, e si avvicinò. Il cazzo gli batteva contro la zip.
La baciò con fame, lingua profonda, denti sul labbro inferiore. Monica gli prese la mano e se la portò sulla figa bagnata, facendogli sentire quanto fosse già aperta. Con l’altra mano gli strofinò il cazzo duro attraverso i pantaloni, su e giù, stringendo il contorno grosso del glande. Sentirono voci lontane sul vialetto. Un paio di passi. Una risata. Potrebbero voltarsi da un momento all’altro e vedere tutto: lei nuda tra i fiori, lui con la mano tra le sue gambe.
«Cazzo, Monica…», gemette Simone contro la sua bocca. «Se ci beccano…»
«Allora che ci beccano.» Lei gli morse il collo. «Voglio che mi guardi mentre me lo succhio. Adesso.»
Si inginocchiò tra i petali freddi. L’impermeabile le restò accartocciato ai piedi come una pozza scura. Con dita svelte gli aprì la cintura, tirò giù la zip, liberò il cazzo grosso e già lucido in punta. Lo guardò negli occhi mentre lo prendeva in bocca tutto d’un fiato, labbra tese, lingua piatta sotto la vena. Simone le afferrò i capelli, non per costringerla — lei spingeva già da sola — ma per sentirla meglio mentre le scopava la bocca con spinte corte e profonde. Monica gemette sul cazzo, il suono umido e sporco, saliva che le colava sul mento e sul seno. Non chiudeva gli occhi. Voleva che lui vedesse tutto, e che chiunque, oltre il cancello, potesse vedere una venticinquenne in ginocchio che si faceva riempire la gola.
«Più a fondo», ansimò lui. «Fatti sentire. Se qualcuno passa, che sappia cos’hai in bocca.»
Lei obbedì, glottide aperta, occhi lucidi di piacere e di rischio. Simone la tirò su prima di venire. La girò, la piegò in avanti contro la vetrata della serra illuminata dalla luna. Il vetro era gelido sul petto nudo di Monica; i capezzoli si strinsero ancora di più. Lui le aprì le cosce con un ginocchio, le abbassò lo slip di pizzo quanto bastava, e la penetrò da dietro con una spinta sola, fino in fondo. Monica urlò — un suono nudo, senza freni — mentre il cazzo le riempiva la figa calda e stretta. Simone le afferrò i fianchi e iniziò a fotterla forte, profonde, il bacino che sbatteva contro le sue chiappe con un rumore carnale. Con una mano le raggiunse i seni, le strizzò i capezzoli fino a farla gridare di nuovo.
«Più forte», ansimò lei, la guancia premuta contro il vetro. «Voglio che mi vedano scopata.»
Lui la girò di scatto, la sollevò. Monica gli avvolse le gambe intorno ai fianchi; Simone la spinse con la schiena contro la vetrata illuminata e la penetrò di nuovo, in verticale, tenendola sollevata. Ogni spinta la faceva salire e scendere sul cazzo; il vetro tremava lievemente. Erano perfettamente visibili: due corpi nudi, lei con le cosce aperte, lui che la sbatteva senza pietà. Monica gemette contro la sua bocca, poi più forte, senza vergogna. Simone le scivolò una mano tra i corpi, trovò il clitoride gonfio e lo stropicciò con il pollice mentre la fotteva a spinte lunghe e dure.
«Vieni», ordinò lui. «Vieni sulla mia figa mentre ti guardano. Fallo.»
Monica scoppiò. L’orgasmo le arrivò a ondate, la figa che si stringeva a pulsazioni violente intorno al cazzo, le unghie conficcate nelle spalle di lui, un grido lungo che si perse tra le serre. Simone non rallentò. Continuò a spingere attraverso le contrazioni di lei, sentendo il caldo bagnato che gli colava sulle palle, fino a quando il proprio piacere salì come una marea. Venne in profondità, sperma a getti caldi dentro di lei, tenendola premuta al vetro mentre le anche gli tremavano. Monica lo sentì riempirla, lo sentì pulsare, e strinse ancora le gambe intorno a lui per non farne uscire nemmeno una goccia.
Restarono così, ansimanti, il cazzo ancora duro e conficcato fino in fondo, il vetro appannato dal loro respiro. Dal vialetto esterno arrivò un nuovo rumore: passi più vicini, una voce maschile che diceva qualcosa a qualcun altro. Simone non si sfilò. Monica non gli chiese di farlo. Si guardarono negli occhi, ancora uniti, il seme di lui che le colava lento lungo una coscia, e sorrisero entrambi con la stessa fame sporca.
«Non abbiamo finito», sussurrò Monica, la voce rotta. «C’è ancora gente là fuori. E io voglio che tu mi fotta di nuovo mentre passano. Ti prego…»
Simone la baciò, lento e possessivo, senza uscire da lei. La luna illuminava ancora i fiori freddi e la vetrata dove i loro corpi restavano esposti. Il rischio non era sparito. Era solo diventato più grande, e tutti e due lo sapevano.
Simone non uscì da lei. Restò conficcato fino in fondo mentre i passi sul vialetto si facevano più nitidi, una voce maschile che rideva e un’altra che rispondeva qualcosa sul freddo della sera. Monica gli strinse le cosce intorno ai fianchi, il seme caldo che già le colava lento lungo la coscia interna, mescolandosi ai suoi succhi. Il vetro della serra le gelava ancora la schiena nuda; i capezzoli, arrossati e duri, premevano contro il torace di lui.
«Ancora», sussurrò lei contro la sua bocca. «Fottermi mentre passano. Ti prego, Simone. Voglio sentirlo di nuovo.»
Lui la baciò a morsi, lingua profonda, poi la calò un attimo, abbastanza da farle posare i piedi tra i petali ghiacciati. Il cazzo scivolò fuori con un suono umido e pesante; un filo di sperma bianco le scese subito dalla figa aperta. Monica si voltò di scatto, si piegò in avanti afferrando il bordo di pietra di un’aiuola rialzata, le chiappe tese, la schiena inarca. L’impermeabile era ancora ammucchiato a terra. Simone le aprì le natiche con le mani, guardò la figa gonfia e lucida, il buco stretto che pulsava ancora, e la rientrò con una spinta secca fino alle palle.
Monica gemette forte, senza trattenersi. Il suono si sparse tra le serre. Simone iniziò a scoparla con colpi lunghi e duri, il bacino che sbatteva contro il suo culo con un rumore carnale e bagnato. Ogni spinta le faceva ondeggiare i seni; i capezzoli graffiavano quasi l’aria fredda. Dal cancello, a meno di cinquanta metri, le voci si avvicinarono ancora.
«Li senti?», ansimò lui, senza rallentare. «Stanno guardando i fiori. Tra un secondo potrebbero voltarsi e vederti piena di cazzo.»
«Falli vedere», rispose Monica, la voce rotta. «Spingi più forte. Voglio che mi sentano venire.»
Lui le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa, e accelerò. Il cazzo entrava e usciva lucido del loro mischione; la figa di lei faceva schiocchi umidi a ogni penetrazione. Simone le scese una mano davanti, trovò il clitoride già gonfio e lo strofinò a cerchi rapidi con due dita. Monica tremava, le cosce che si aprivano di più da sole, offrendo tutto a chiunque avesse deciso di spiare tra le sbarre del cancello secondario.
I passi si fermarono. Una torcia debole danzò lontano, poi si spense. Silenzio. Solo il rumore delle chiappe di Monica che prendevano e il respiro affannato di entrambi. Simone la piegò ancora di più, le aprì le natiche con i pollici e guardò il proprio cazzo sparire dentro di lei fino in fondo. Poi usci quasi tutto e rientrò di botto, facendola gridare.
«Cazzo… così…», ansimò lei. «Riempimi di nuovo. Voglio sentirti pulsare.»
Lui la girò di nuovo, la sollevò come prima e la portò a striscioni fino a una panchina di pietra un po’ più esposta, di fronte alla vetrata e quasi in linea d’aria col vialetto esterno. La fece sedere a gambe divaricate, si inginocchiò un attimo solo per leccarle la figa aperta: lingua piatta sulla fessura gonfia, succhiò il clitoride, bevve il loro sapore misto di sesso e sperma. Monica gli tenne la testa tra le cosce, ansimando verso il cancello.
«Alzati», ordinò poi. «Voglio cavalcarti qui. Che mi vedano sopra di te.»
Simone si sedette sulla panchina fredda, il cazzo dritto e lucido che gli batteva contro la pancia. Monica gli salì sopra a cavalcioni, si allineò e si calò d’un colpo, prendendolo tutto. Gemette a gola aperta mentre le pareti strette lo inghiottivano. Poi iniziò a muoversi: salite e discese lente all’inizio, poi più rapide, le chiappe che sbattevano sulle sue cosce, i seni che ballavano davanti alla faccia di lui. Simone le afferrò i fianchi e la spinse giù più forte a ogni discesa, facendole toccare il fondo.
Dal vialetto arrivò di nuovo una risata. Più vicina. Due ombre si mossero oltre le sbarre. Monica non smise. Anzi, alzò il busto, si toccò i capezzoli con entrambe le mani, li strinse e li tirò mentre cavalcava, lo sguardo fisso verso il cancello come se invitasse chiunque a fermarsi.
«Guardami», sussurrò a Simone, ma la voce era abbastanza alta da potersi sentire. «Guardami mentre mi scoo sopra di te in mezzo ai fiori. Se stanno guardando, che vedano com’è bagnata la mia figa.»
Simone le diede uno schiaffo leggero su una chiappa, poi un altro più forte. Il segno rosso spuntò subito. Monica gemette di piacere e accelerò, il clitoride che si strofinava contro la base del suo cazzo a ogni movimento. L’aria odorava di sesso, di terra umida e di petali spezzati. Lui le morse un seno, succhiò il capezzolo fino a farla inarcare.
I passi ripresero. Si avvicinarono al cancello secondario. Una voce disse: «C’è luce laggiù, nelle serre». Un’altra rispose qualcosa di indistinto. Monica e Simone non si fermarono. Lei si piegò in avanti, le mani sulle spalle di lui, e si fece fottere dal basso mentre lui spingeva in su con forza, il cazzo che la apriva di continuo. Il rumore era obsceno: pelle contro pelle, succhi, gemiti.
«Vieni di nuovo», le ordinò Simone, la voce bassa e roca. «Stringimi. Fallo mentre potrebbero aprirlo, quel cancello.»
Monica chiuse gli occhi un attimo, poi li riaprì lucidi. Si masturbò il clitoride con tre dita rapide mentre cavalcava, e l’orgasmo la prese di sorpresa: la figa che si contrasse a ondate violente intorno al cazzo, un grido lungo che non cercò di soffocare, le unghie che gli graffiarono il petto. Simone la sentì pulsare, sentì il caldo che gli colava addosso, e resistette solo il tempo di farla finire. Poi la sollevò di scatto, la fece mettere a quattro zampe sull’erba tra i fiori freddi, le natiche alte, la schiena inarca, e la penetrò da dietro con tre spinte profonde e disperate.
Venne con un gemito gutturale, conficcando il cazzo fino in fondo, sperma a getti caldi che le riempirono di nuovo la figa già piena. Continuò a spingere attraverso le proprie pulsazioni, spremendosi dentro di lei, tenendola ferma per i fianchi finché non ebbe finito. Monica ansimava a bocca aperta, la guancia contro i petali gelati, sentendo ogni scarica, ogni batticuore del cazzo che le batteva contro il fondo.
I passi si erano fermati di nuovo. Troppo vicini. Una torcia illuminò per un secondo le sbarre del cancello, la luce che lambì appena i fiori e il bordo della panchina. Poi si spense. Le voci si allontanarono piano, parlando di orari e di chiusure. Il silenzio tornò, rotto solo dal respiro di loro due e dal gocciolio lento del seme che usciva da Monica mentre Simone restava ancora dentro, morbido e caldo.
Si sfilò infine con un suono umido. Monica si voltò, si sedette sull’erba, le cosce aperte, lo sguardo soddisfatto e sporco. Si raccolse un po’ di sperma con due dita e se lo portò alla bocca, leccandole lente, gli occhi su di lui. Simone si riallacciò i pantaloni a metà, il cuore ancora accelerato, e le porse l’impermeabile. Lei se lo drappeggiò sulle spalle senza chiuderlo, lasciando i seni nudi e la figa ancora lucida esposti all’aria della notte.
«È stato…», cominciò lui, ma lei lo interruppe con un bacio lento, saporito di entrambi.
«Lo so. Perfetto.» Monica sorrise, una mano che gli accarezzava ancora il cazzo morbido attraverso la stoffa. «La prossima volta ti faccio scopare anche il culo. Qui. Stessa ora.»
Simone rise basso, la tirò su, la strinse. Rimasero un altro minuto tra i fiori freddi, il rischio ancora presente come un brivido sulla pelle. Poi raccolsero la macchina fotografica, i vestiti sparsi, e si diressero verso il cancello secondario. Monica camminava con le gambe un po’ molli, il seme che le scendeva ancora piano lungo l’interno coscia, nascosto appena dall’impermeabile aperto.
Mentre Simone chiudeva il lucchetto alle loro spalle, soddisfatto e già eccitato all’idea del prossimo shooting, Monica gli strinse la mano e guardò indietro verso le serre illuminate. Sorrise tra sé, un sorriso piccolo e segreto che lui non notò. Sapeva qualcosa che lui ignorava del tutto: uno di quei due uomini oltre il cancello non era un semplice passante. Era il redattore della rivista per cui Simone stava lavorando da mesi, lo stesso che avrebbe dovuto scegliere le foto del servizio “notturno botanico”. Monica l’aveva riconosciuto dalla voce e dalla torcia, e aveva deciso di non dirlo. Aveva gemuto più forte apposta. Aveva cavalcato più aperta apposta. Ora quel redattore aveva visto tutto — la modella nuda, il fotografo che la fotteva contro il vetro, il seme che le colava — e Monica sapeva già che le foto sarebbero state accettate senza una sola obiezione. Anzi, con un anticipo generoso. Simone, invece, camminava al suo fianco convinto che il rischio fosse rimasto anonimo, del tutto ignaro di chi avesse davvero assaporato lo spettacolo tra i fiori freddi.
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