Tempesta di Desiderio tra Due Sconosciuti
Due trentenni gay, Marco e Luca, si incontrano in un bar durante un temporale e finiscono a scopare selvaggiamente a casa di lui.
Non avrei mai immaginato che un temporale potesse salvarmi l’estate. Avevo trentadue anni, ero un architetto stanco di progetti e scadenze, e mi ero concesso una vacanza solitaria a Roma solo per respirare. Quella sera di luglio il cielo si era aperto come una ferita: pioggia a scrosci, tuoni che facevano tremare i vetri, strade deserte in pochi minuti. Correvo senza ombrello, la camicia già appiccicata alla schiena, quando ho scorto la luce calda di un piccolo bar in una laterale vicino a Trastevere. Sono entrato fradicio, i capelli gocciolanti negli occhi, e ho scosso le maniche come un cane bagnato.
Il locale era quasi vuoto. Odore di caffè e legno bagnato. Dietro il bancone un ragazzo di nome Simone asciugava i bicchieri senza fretta. Io mi sono seduto a un tavolino vicino alla vetrata, guardando la pioggia martellare i sampietrini, e ho ordinato un caffè lungo, caldo, qualcosa che mi scaldasse le ossa.
Poi l’ho visto.
Seduto due tavoli più in là, con una maglietta scura inzuppata che gli disegnava il petto e le braccia, c’era un uomo che sembrava uscito da una delle mie fantasie più private. Ventotto anni, me l’ha detto dopo, personal trainer, e si vedeva: spalle larghe, pettorali marcati sotto il tessuto bagnato, avambracci venati, cosce potenti chiuse nei jeans scuri. Luca. Si chiamava Luca. Mi ha guardato appena ho varcato la soglia, e non ha distolto lo sguardo. Io pure. I nostri occhi si sono agganciati come ganci di ferro. Un sorriso lento, complice, gli ha sollevato un angolo della bocca. Io ho ricambiato, sentendo già un calore basso, traditore, scendere lungo la pancia.
Non servivano presentazioni lunghe. Il temporale fuori ruggiva, e dentro cresceva un’altra tempesta.
Mi ha fatto cenno con il mento, come a dire «posso?». Io ho annuito. Si è alzato, si è avvicinato, e si è seduto di fronte a me. Vicino. Troppo vicino per essere casuale. La gamba sotto il tavolino ha sfiorato la mia quasi subito: ginocchio contro ginocchio, caldo attraverso il denim bagnato. Non ho ritratto la gamba. Anzi, ho premuto un po’ di più.
«Brutto tempo per restare fuori», ha detto lui, voce bassa, rauca di pioggia e di qualcosa d’altro. «Marco», ho risposto, porgendogli la mano. La sua era grande, callosa, calda. L’ha tenuta un secondo di troppo. «Luca. Personal trainer. Tu?» «Architetto. In vacanza da solo.» Il sorriso di Luca si è fatto più largo, più sporco. «Da solo è un peccato, con questo fisico.»
Gli occhi gli sono scesi sul mio torace, sulla camicia trasparente che mi segnava i capezzoli, poi più giù. Non ho arrossito. Avevo già il cazzo che si svegliava nei boxer, e lo sapevo. Volevo che lo sapesse.
Simone ci ha portato due caffè caldi. Il vapore saliva tra noi come un velo. Le nostre ginocchia non si erano più separate. Anzi, ora era coscia contro coscia, una pressione lenta, deliberata. La voce di Luca si era abbassata ancora, confidenziale, quasi un bisbiglio sporco solo per me.
«Ti guardo da quando sei entrato», ha confessato, dritto, senza giri di parole. «Quel culo nei pantaloni bagnati… cazzo, Marco. Vorrei scopartelo. Adesso. Qui. Ovunque.»
Il sangue mi è sceso tutto in un colpo solo. Il cazzo mi ha picchiato contro la zip, duro, impaziente. Ho bevuto un sorso di caffè per non gemere ad alta voce, ma la tazzina mi tremava leggermente tra le dita. Gli ho tenuto lo sguardo, e ho sentito la mia voce uscire roca, onesta, confessionalissima come se stessi raccontando tutto a un diario che non esisteva:
«Lo desidero da quando ti ho visto seduto lì. Il fisico scolpito, le braccia, quel modo di guardarmi… volevo già che mi mettessi le mani addosso. Voglio che mi scopi. Selvaggiamente. Senza tanti giri.»
Gli occhi di Luca si sono fatti più scuri. Sotto il tavolo la sua mano è scesa, ha posato il palmo sulla mia coscia, alta, pericolosamente vicina all’inguine, e ha stretto. Io ho aperto leggermente le gambe, un invito chiaro. Le dita gli sono salite di un centimetro, hanno sfiorato il contorno duro del mio cazzo attraverso il pantalone. Un brivido mi ha percorso la schiena. Lui ha sorriso, soddisfatto, sentendo quanto fossi già grosso, già bagnato di desiderio.
«Allora usciamo», ha mormorato contro il bordo della tazza. «Prima che ti faccia qualcosa di indecente su questa sedia.»
Non c’era bisogno di discutere. Abbiamo lasciato i caffè a metà, buttato qualche banconota sul tavolo senza contare, e siamo usciti dritti sotto la pioggia. Il temporale non si era calmato: acqua fredda e violenta ci ha travolti all’istante, ma non ci importava. Luca mi ha afferrato il polso, poi la mano, e abbiamo corso. Le scarpe sguazzavano nelle pozzanghere, le magliette ci si erano trasformate in seconda pelle. A un semaforo rosso ci siamo fermati un attimo sotto lo strapiombo di un balcone; lui mi ha spinto contro il muro bagnato e mi ha baciato.
Bocca calda, lingua decisiva, denti che mi prendevano il labbro inferiore. Ho gemuto nella sua bocca, le mani sul suo petto duro, sentendo i capezzoli tesi sotto il cotone. Il suo cazzo premeva contro il mio fianco, spesso, lungo, già pronto. «Casa tua è lontana?», ha ansimato contro le mie labbra. «Cinque minuti. Corri.»
Siamo ripartiti. Io guidavo, lui mi stava appiccicato al fianco, una mano che di tanto in tanto scendeva a pizzicarmi il culo bagnato attraverso i pantaloni, a massaggiarmi l’erezione con il palmo aperto mentre camminavamo a passo svelto. La pioggia ci lavava il sudore e l’eccitazione insieme, ma non spegneva niente. Anzi. Ogni goccia che scorreva lungo la schiena di Luca, ogni muscolo che si contraeva sotto la maglietta trasparente, mi faceva salire la voglia a un livello quasi doloroso.
Siamo arrivati al mio appartamento al terzo piano di un palazzo silenzioso. Mani tremante ho cercato le chiavi, lui alle mie spalle, il petto contro la mia schiena, il cazzo duro conficcato contro la mia chiappa. «Sbrigati», ha soffiato all’orecchio, mordendomi il lobo. «Voglio vederti nudo. Voglio leccarti i capezzoli, succhiarti il cazzo e poi aprirti il culo con la lingua prima di fotterti a fondo.»
La porta ha ceduto. Siamo entrati in un colpo solo, fradici, ansimanti, lasciando pozzanghere sul pavimento di legno. Luca ha sbattuto la porta con il tallone e mi ha riacciuffato immediatamente, bocca sulla mia, mani che mi strappavano già i bottoni della camicia. Io gli ho tirato su la maglietta, ho scoperto l’addome a tartaruga, i pettorali gonfi, e ho abbassato la faccia per morderne uno. Lui ha gemuto, basso, gutturale.
I pantaloni di entrambi erano un disastro bagnato di pioggia e di precome. Ci siamo spogliati a strappi, ridendo e ansimando, calciando scarpe e jeans in un angolo. Nudi, finalmente. Il suo cazzo era esattamente come l’avevo immaginato: grosso, venato, la testa lucida già che perdeva. Il mio pulsava, rosso, dritto verso di lui. Ci siamo guardati un secondo in più, acqua che stillava dai capelli lungo i colli, i petti, i ventri.
Luca mi ha spinto verso il divano del soggiorno, ma non ci siamo seduti. Mi ha fatto girare, mi ha premuto il petto contro lo schienale imbottito, e si è accucciato dietro di me. Le sue mani hanno aperto le mie natiche. Il respiro caldo mi ha sfiorato il buco ancora chiuso, teso dall’attesa. «Dillo ancora», ha ordinato, voce roca. «Dillo che vuoi che ti scopi.»
«Voglio che mi scopi», ho ansimato, spingendo il culo indietro verso la sua faccia. «Scopami, Luca. Forte. Come ti pare.»
La sua lingua ha toccato la mia pelle sensibile un istante dopo — calda, umida, decisa — e il temporale fuori ha risposto con un tuono che ha fatto tremare i vetri. Io ho chiuso gli occhi, le dita strette sul tessuto del divano, il cazzo che gocciolava sul cuscino, e ho capito che la notte era appena cominciata, che quella lingua era solo l’inizio, e che presto avrei sentito qualcosa di molto più grosso e duro aprirmi e riempirmi mentre la pioggia continuava a battere su Roma.
Non ho resistito più di qualche secondo a quella lingua calda e impaziente che mi apriva con lenti cerchi umidi. Quando Luca si è alzato e mi ha girato di scatto, i suoi occhi erano neri di fame. Ci siamo spogliati del tutto in mezzo al soggiorno, calciando via gli ultimi brandelli di stoffa bagnata, mani che strappavano, dita che scivolavano sulla pelle ancora lucida di pioggia. Il mio cazzo gli batteva contro la coscia, grosso e pulsante; il suo mi premeva contro il ventre, spesso, venato, già gocciolante.
«In ginocchio», ho ansimato, ma è stato lui a piegarsi per primo. Luca si è inginocchiato sul legno freddo, mi ha afferrato le natiche con entrambe le mani e ha ingoiato il mio cazzo fino in fondo in un solo movimento. La bocca calda, stretta, avida. La lingua gli girava sotto il glande mentre succhiava con suoni umidi e disperati, saliva che gli colava dal mento. Io ho conficcato le dita nei suoi capelli bagnati e ho spinto avanti i fianchi, sentendolo gorgogliare intorno alla mia lunghezza. «Cazzo, Luca… così, più forte», ho gemuto, guardandolo mentre le guance gli si scavavano e gli occhi mi fissavano dal basso. Mi succhiava come se avesse fame da giorni, le labbra strette, la gola che si apriva per prendermi tutto. Il piacere saliva rapido, pericoloso; il mio cazzo pulsava contro il suo palato, precome che lui leccava con avidità, gemendo di soddisfazione.
Prima che potessi venire mi ha staccato con un suono bagnato. Si è alzato, mi ha baciato assaporando il mio sapore sulla sua lingua, e mi ha trascinato in cucina. «Sul tavolo. Adesso.» Mi ha piegato in avanti sul legno liscio del tavolo della cucina, il petto schiacciato contro la superficie fredda, il culo alto e esposto. Le sue mani mi hanno aperto le natiche; ha sputato abbondante sulla mia fessura tesa, ha massaggiato la saliva calda intorno al buco con due dita spesse, spingendone una dentro con decisione. Io ho spinto indietro, accogliendola, già aperto e lercio di desiderio. Poi ha sostituito le dita con il cazzo. La testa grossa ha premuto, ha forzato l’anello di muscoli, ed è entrato con una spinta lunga e potente che mi ha strappato un urlo gutturale.
«Apri tutto per me», ha grugnito, affondando fino alle palle. Mi ha fottuto in doggy con spinte profonde e violente, il bacino che sbatteva contro le mie chiappe con schiaffi umidi e ritmati. Ogni colpo mi riempiva fino in fondo, il suo cazzo grosso che sfregava la prostata senza pietà. Io tenevo i bordi del tavolo, le nocche bianche, il mio cazzo che dondolava e gocciolava sul pavimento. «Più forte, scopami più forte», ho ansimato, e lui ha obbedito: manate sul culo, dita che mi pizzicavano i capezzoli mentre mi martellava con potenza bruta, i muscoli delle cosce che lavoravano come pistoni. La saliva e il precome rendevano tutto scivoloso e sporco; il suono della carne contro carne riempiva la cucina insieme ai nostri gemiti e al temporale che ruggiva fuori.
Quando le gambe mi tremavano troppo mi ha sollevato e portato in camera da letto. Ci siamo buttati sul materasso; io mi sono arrampicato sopra di lui, gli ho afferrato il cazzo lercio di saliva e l’ho allineato al mio buco già dilatato. Sono sceso piano, poi tutto d’un colpo, ingoiandolo fino alla radice con un gemito lungo. Ho iniziato a cavalcarlo selvaggiamente, i fianchi che salivano e scendevano a ritmo forsennato, il culo che schioccava contro le sue cosce. Luca teneva i miei fianchi e spingeva su incontro a me, ma le nostre mani non stavano ferme: la mia avvolgeva il suo cazzo alla base ogni volta che saliva, la sua strofinava il mio duro e gocciolante, masturbandoci a vicenda in un caos di piacere. Sudore che scorreva tra i pettorali, capelli appiccicati alle fronti, baci morsicati e parole sporche. «Cavalcalo così, Marco, usami, prenditi tutto», ansimava lui, e io gli ridevo addosso, la voce rotta, mentre il suo cazzo mi sfondava da sotto e le nostre mani si stringevano più veloci sul glande e sull’asta.
Poi mi ha girato di scatto. In un attimo ero sulla schiena, le gambe spalancate sulle sue spalle, e Luca mi ha infilato di nuovo in missionary con una spinta che mi ha fatto vedere stelle. Mi ha martellato senza tregua, le braccia piantate ai lati della mia testa, il corpo pesante e muscoloso che mi copriva, il cazzo che entrava e usciva con forza bestiale. Ci guardavamo negli occhi, ansimanti, sudati, ogni colpo più profondo del precedente. La mia mano si è infilata tra noi a strofinare il mio cazzo contro il suo ventre; la sua ha premuto sulla mia gola con delicatezza possessiva. Il piacere montava come un’onda, inarrestabile. «Vengo… vengo con te», ho gemuto, e lui ha accelerato, martellandomi il buco fino a farmi esplodere. Ho venuto a getti caldi e spessi sul mio petto e sul suo, il culo che si contraeva spasmodico intorno al suo cazzo. Un secondo dopo Luca ha ruggito, ha affondato fino in fondo e ha esploso dentro di me, getti caldi che mi riempivano a ondate, l’orgasmo intenso e simultaneo che ci faceva tremare entrambi, i corpi bloccati in un unico spasmo lungo e devastante.
Ansimanti e sudati, ci siamo lasciati cadere l’uno contro l’altro. Il suo cazzo ancora semi-duro è uscito piano, lasciando scorrere il caldo dei suoi sperma lungo la mia coscia. Ci siamo guardati negli occhi e abbiamo riso, una risata pura, roca, di pura soddisfazione animale, il petto che saliva e scendeva contro il suo. Luca mi ha baciato dolcemente sulle labbra, un bacio lento e tenero dopo tutta quella violenza. «È stata la scopata più bella della mia vita», ha mormorato contro la mia bocca, voce ancora rotta. Io ho sorriso, le dita che gli accarezzavano i capelli umidi. Ci siamo rivestiti lentamente, la maglietta ancora umida che gli scivolava sul petto, i jeans che mi allacciavo con dita pigre. Abbiamo scambiato i numeri di telefono sul comodino, le dita che si sfioravano sullo schermo. «Appena il temporale sarà passato», ha detto lui, baciandomi un’ultima volta all’angolo della bocca, «ci rivediamo. Promesso.» Fuori la pioggia batteva ancora, ma dentro restava solo il calore dei nostri corpi e la certezza di qualcosa che non finiva con quella notte.
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