Alba nel Forno: Il Ritorno del Mio Primo Amore nel Culo

Marco, un fornaio di 32 anni, finalmente fotte nel culo la sua ex Tamara, 31enne panettiera, sul bancone caldo del forno.

14 min read September 21, 2026New

Marco scese dal treno con lo zaino a tracolla e l’odore di farina ancora attaccato ai vestiti, come se dieci anni di forni altrui non fossero bastati a lavarglielo via. Aveva trentadue anni, le spalle più larghe di quando era scappato da quel buco di paese, e una fame strana che non c’entrava niente con il panino avvolto nella carta stagnola. Il cartello della stazione era lo stesso, storto, e la piazza pure: due bar, la fontana con lo sputacchio di pietra, e di fronte, illuminata come un altare, la panetteria.

La vetrina diceva “Alba & Forno” in lettering dorato. Lui sorrise storto. Alba. Non Tamara, non un nome da romanzo rosa: Alba, come l’alba in cui l’aveva baciata la prima volta dietro i sacchi di farina, e come il buco nero in cui era sprofondato quando lei gli aveva detto, ridendo, che da dietro non se la sentiva. Avevano vent’anni. Lui era goffo, lei era fuoco. E il culo di lei era rimasto, per lui, terra proibita.

Spinse la porta. Il campanello fece ding come dieci anni prima. L’aria calda lo colpì in faccia: burro, lievito, vaniglia. E lei.

Alba stava piegando un canovaccio sul bancone, i capelli castani tirati in una coda disordinata, le braccia forti di chi impasta da mattina a sera. Trentuno anni belli e sfacciati, il grembiule infarinato che le stringeva il seno e le lasciava indovinare le curve dei fianchi. Alzò lo sguardo e lo riconobbe in mezzo secondo. Non fece la scenata. Rise soltanto, una risata bassa che gli arrivò dritta tra le gambe.

«Guarda chi si è cagato il panettone. Marco il Fornaio Errante. Sei ingrassato di spalle o è solo la nostalgia che mi fa vedere doppio?»

«Ho fatto i compiti a casa, Alba. E tu hai comprato il negozio di fronte a casa mia. Simpatico.»

Lei si avvicinò, gli occhi lucidi di malizia. L’odore di lei era lo stesso: sudore dolce, lievito, un filo di detersivo barato. Si fermò a un palmo. «Casa tua non c’è più. Ora c’è la mia panetteria. E tu, da quello che sento, giri l’Italia a inculare baguette invece di ragazze. Hai finalmente imparato a prendere qualcosa da dietro o continui a rimanere fuori come un principiante?»

Marco sentì il sangue scendere tutto in un punto solo. Rise per non basire. «Dieci anni e ancora su quella storia. Non mi hai mai fatto entrare, Alba. Eri tu quella che stringeva le chiappe e diceva “poi, poi”. Poi non è mai arrivato.»

«Perché avevi le mani di un panettiere maldestro e la pazienza di un cane in calore. Ora invece…» Gli passò lo sguardo addosso, lento, spudorato. «Ora hai la faccia di uno che sa dove mettere le cose. E io ho ancora voglia di vederti provarci. Ammettilo: sei tornato per il mio culo.»

«Sono tornato perché mia zia è morta e mi ha lasciato la cantina piena di vino aceto. Ma sì, cazzo. Anche per il tuo culo. E per il resto. Ti voglio ancora. Tutta. Specialmente lì.»

Alba batté le palpebre, poi sorrise con i denti. «Finalmente uno che parla chiaro. Io pure. Ti voglio. Ti ho voluto ogni volta che un cliente mi guardava il sedere e io pensavo: se fosse Marco, glielo farei pure leccare con la farina ancora attaccata. Ma adesso fuori. Devo chiudere. Se resti qui a farmi venire il prurito non finisco più i cornetti.»

Lui uscì con il cazzo già mezzo duro nei jeans e il sorriso di chi sa che la partita è solo all’inizio. Si piazzò al bar di fronte, ordinò un caffè lungo e la guardò muoversi dietro il vetro. Alba spegneva le luci una a una, piegava i tovaglioli, controllava il forno. Ogni tanto alzava gli occhi e lo trovava lì, e gli faceva un gesto osceno con la mano infarinata, rideva da sola. Il paese era piccolo, le lingue lunghe, ma a loro di colpo non fregava più niente. Dieci anni di “cosa sarebbe successo se” stavano per diventare “cosa succede adesso”.

Quando l’orologio della chiesa batté le otto, la vetrina si spense quasi del tutto. Rimase solo la luce calda del laboratorio sul retro. Alba aprì la porta di servizio e gli fece cenno col capo. «Ehi, ramaiolo. Vuoi assaggiare i cornetti ancora caldi o preferisci continuare a far finta di bere quel caffè di merda?»

Marco attraversò la piazza in tre falcate. L’aria della sera gli freddava le guance, ma dentro bolliva. Entrò. Lei chiuse a chiave dietro di lui. Il chiavistello fece click come una promessa.

Il laboratorio odorava di burro fuso e zucchero. I cornetti erano sparsi su una teglia, dorati, stillanti. Alba ne prese uno, lo spezzò in due e glielo avvicinò alle labbra. «Apri. E non fare il bravo.»

Lui morse. Il croccante si sbriciolò, la crema calda gli scese sul mento. Alba lo guardò leccarsi e rise di nuovo, quella risata che gli accorciava il respiro. «Dio, sei ancora uno schifo ad mangiare pulito. Ti ricordi quando ti veniva sulla faccia e io dovevo pulirti col canovaccio? Stasera potrei pulirti con altro.»

«Alba…»

«Zitto. Ascolta.» Si appoggiò al bancone di marmo ancora tiepido per il forno acceso tutto il giorno, le anche in fuori, il grembiule che accentuava il rotondo del sedere. «Ho passato anni a tocarmi il culo pensando al tuo cazzo. Anni. La mattina prima di aprire, le dita infarinatae, e immaginavo che fossi tu a spingermi qui contro, a aprirmi piano, a dirmi le stesse cazzate di allora ma stavolta fino in fondo. Mi venivo con tre dita e il nome tuo tra i denti. Ridicola, vero? Una donna di trentuno anni che si masturba come un’adolescente arrapata perché un fornaio le ha lasciato il culo a metà.»

Marco sentì le ginocchia molli. Si avvicinò, le mani sui suoi fianchi, le dita che affondavano nella stoffa. «Non è ridicolo. È la cosa più bella che mi abbiano detto da quando ho lasciato questo posto. Io dal mio lato… cazzo, Alba. Ogni volta che infornavo qualcosa di lungo e caldo pensavo a te. A quanto doveva essere stretta. A quanto avrei voluto sentirti stringermi mentre ridevi e mi dicevi di spingere più forte.»

Lei alzò il mento. Gli occhi neri, la bocca aperta sul sorriso. «Allora baciame, cretino. Prima che mi venga voglia di farmi da sola di nuovo e lasciarti a guardare.»

Marco la baciò come se il tempo non fosse mai passato e fosse passato tutto insieme. Labbra salse di zucchero e burro, lingua calda, denti che si beccavano per la fretta. Alba gli aprì la bocca con un gemito divertito, gli agganciò le dita nella cintura dei jeans e lo tirò contro di sé. Il bancone le entrò nei glutei, il calore del marmo le salì lungo la schiena. Il cazzo di Marco, ormai duro da far male, premeva contro il suo ventre. Lei strusciò l’anca, lenta, consapevole, e rise nel bacio.

«Senti quanto sei già pronto. Come un cornetto appena sfornato: caldo e che aspetta solo di essere farcito.»

«Smettila di fare battute da panetteria o ti inculo con un matterello.»

«Promesse, promesse.» Alba gli staccò la bocca, gli leccò il labbro inferiore, gli occhi lucidi di eccitazione vera. «Dieci anni fa mi bloccavo. Avevo paura che facesse male, che tu non sapessi fermarti, che io non sapessi godere così. Adesso so esattamente cosa voglio. Voglio il tuo cazzo nel culo. Voglio sentirlo spingere mentre i cornetti raffreddano e il paese dorme. Voglio che mi fai venire in un modo che mi faccia ridere e piangere insieme. Ma non subito. Prima voglio che mi tocchi. Che mi ricordi com’è fatta. Che mi faccia tremare le gambe finché non ti prego io.»

Marco le scese con le mani sotto il grembiule, trovò la gonna, la cotone delle mutandine già umide. Lei non indossava collant. Solo pelle calda e un filo di tessuto. Gliele accarezzò sopra, poi sotto l’elastico, le dita che scivolarono tra le labbra gonfie. Alba aprì le cosce di scatto, un suono grosso in gola.

«Cazzo, sei già un fiume.»

«Ti ho detto che mi tocco da anni pensando a te. Non è che mi basti vederti entrare e restare asciutta. Avanti. Più dentro. Ah… così. Dio, le tue dita sanno ancora di forno.»

Lui le circondò il clitoride con due dita, piano, mentre il pollice le premeva l’ingresso già scivoloso. Con l’altra mano le afferrò una chiappa, la strinse, il medio che andò a cercare il buco stretto sopra i panni. Alba sussultò e rise di nuovo, una risata rotta dal piacere.

«Ecco… lì. Toccami anche lì. Fammelo sentire che ci sei. Che questa volta non ti fermi alla soglia.»

Marco le baciò il collo, il sale della pelle, mentre le dita lavoravano davanti e dietro, un ritmo lento e crudele. Il bancone cigolava appena. Fuori, un motorino passò e sparì. Dentro, solo il loro respiro e odore di burro e sesso nascente. Alba gli aprì la cerniera dei jeans, gli cavò fuori il cazzo con una mano esperta, lo strinse alla base e lo fece scorrere.

«Ancora più grosso di come lo ricordavo. O forse sono io che ho fame. Marco… stanotte mi prendi il culo. Me lo prendi sul bancone, con la farina attaccata alle tette e i cornetti che ci guardano. Ma prima fammi venire così. Con le dita. Voglio bagnarti la mano come una cretina arrapata che ha aspettato troppo.»

Lui spinse un dito nel culo di lei, solo la punta, mentre le altre le sfregavano la figa aperta. Alba si piegò in avanti, la fronte contro la spalla di lui, e gemette una parolaccia dolce. Il corpo le tremava già, le cosce che battevano un ritmo buffo contro il marmo. Marco sentiva il proprio cazzo pulsare nel pugno di lei, pre-sborrata che le univa le dita.

«Alba… se continui così sborro sui cornetti e domani i clienti dicono che il ripieno ha un sapore strano.»

«Lascia che dicano. Anzi, digli che è crema nuova.» Lei alzò la faccia, gli occhi velati, il sorriso sporco. «Non fermarti. Spingi un altro po’. Voglio sentirti dentro mentre mi viene. Voglio che questa sia solo l’antipasto. Poi mi giri, mi abbassi le mutande fino alle ginocchia e mi fotti il culo come hai sognato per dieci anni. Piano all’inizio. Poi forte. E se rido mentre lo fai, è perché sono felice, non perché mi fai male. Capito, fornaio del cazzo?»

Marco annuì, la voce rauca. «Capito. Ti apro. Ti prendo. Ti faccio venire finché non ti reggi più in piedi. E dopo ti racconto tutte le cazzate che ho pensato su questo culo mentre infornavo pane in città che non sapevano niente di te.»

Le dita di lui andarono più a fondo, il medio che scomparve fino alla nocca nel buco caldo e stretto, l’indice e l’anulare che le sfregavano il clitoride gonfio. Alba si strinse intorno a lui, un spasmo che partì dalla pancia e le arrivò alla gola in un urlo soffocato e ridanciano insieme. Venne così, piegata sul bancone, le mutande tirate da una parte, il grembiule rialzato, ridendo e tremante mentre il piacere le scuoteva le gambe. La mano di Marco si bagnò tutta. Il suo cazzo saltò tra le dita di lei, ma si trattenne a denti stretti.

Quando il brivido calò, Alba restò appoggiata a lui, ansimante, il sorriso ancora stampato in faccia. Gli leccò una macchia di crema secca sull’angolo della bocca e bisbigliò, roca e divertita:

«Bene. Antipasto finito. Ora spegni quella luce del forno… e preparati a farmi il secondo. Perché il mio culo ha aspettato abbastanza, e io non intendo più dirti “poi”. Intendo dirti “adesso”. E voglio sentirti entrare mentre ti racconto esattamente quanto me lo sono immaginato grosso e duro fin lì in fondo.»

Marco le baciò i capelli infarinati, il cuore che gli batteva come un pestello, il cazzo che pulsava contro la pancia nuda di lei. Fuori il paese dormiva. Dentro, il bancone era caldo, i cornetti aspettavano, e dieci anni di attesa stavano per diventare qualcosa di molto più concreto e molto più sporco.

Lei gli prese il polso, glielo portò di nuovo indietro, tra le chiappe ancora sensibili, e gli fece accarezzare l’anello umido e contratto. Gli occhi di Alba brillavano di una fame allegra, adulta, senza più paura.

«Sentilo com’è pronto. Tutto tuo. Ma non osare sbrigarti. Voglio ogni centimetro. E voglio che mentre mi fotte mi racconti quanto ti sei segato pensando a questa scena. Affare fatto, amore del mio culo?»

Marco rise basso, la fronte contro la sua, già perso e già trovato.

«Affare fatto. E questa volta non esco più finché non mi dici di sborrare.»

Marco rise basso, la fronte contro la sua, già perso e già trovato, e le dita che le accarezzavano ancora l’anello caldo e pronto. Alba gli strappò un altro bacio, corto e salato di zucchero, poi si staccò con un sorrisetto da birbante e si girò di scatto verso il bancone di marmo. Il calore del forno spento da poco saliva ancora dalle lastre, un tepore che le stuzzicava le cosce nudae sotto la gonna. Si chinò in avanti, le tette schiacciate contro il piano infarinato, sollevò la gonna fino a scoprire le chiappe rotonde e sode, e con una mano tirò di lato le mutandine già strappate dal piacere precedente. Il buco del culo le tremava un poco, ancora umido delle dita di lui, e lei girò la testa indietro, gli occhi lucidi di risate e voglia.

«Olio d’oliva, fornaio del mio culo. Quello buono, quello che usiamo per le focacce. Spalmamelo tutto, fino in fondo, e non farmi aspettare come dieci anni fa o ti butto i cornetti in testa.»

Marco non se lo fece ripetere. Prese la bottiglia dal ripiano, stappò e versò un filo d’olio dorato proprio sul solco delle sue natiche. L’olio scivolò lento, lucido, e lui lo sparse con le dita, massaggiando i glutei, premendo i pollici per aprirla un po’, guardando l’anello contrarsi e rilassarsi sotto il tocco. Alba rise, una risata bassa che faceva tremare le chiappe.

«Freddo, cazzo. Ma va avanti, non fare il delicato. Leccamelo ora. Voglio sentire quella lingua da mangiatore di panini che ti ritrovi.»

Lui si inginocchiò dietro di lei, le mani che le tenevano aperte le natiche, e leccò. La lingua calda e piatta scivolò sull’olio, sull’anello stretto, spingendo appena dentro mentre Alba gemeva e rideva insieme, picchiando un pugno leggero sul bancone. «Dio, sì… come un gatto affamato. Più dentro, cretino. Assaggia quanto sono pronta dopo tutti quegli anni a toccarmi pensando al tuo cazzo.» Marco leccava avidamente, succhiava piano, faceva girare la punta della lingua finché lei non spingeva indietro il culo contro la sua faccia. Poi alzò la testa, le dita già unte d’olio, e ne cacciò due dentro, lente, girandole, allargandola mentre lei ansimava e diceva parolacce dolci.

«Due dita… ah, bravo panettiere. Allargami bene. Senti com’è stretto? Tutto per te. Ora il cazzo. Mettimelo. In piedi, così, contro il bancone caldo. Voglio sentire il marmo sulle tette mentre mi fotte il culo.»

Marco si alzò, i jeans già a metà coscia, il cazzo duro e pulsante che gli batteva contro la pancia. Si spalmò un po’ d’olio sulla lunghezza, si posizionò dietro di lei, le guidò la punta contro l’anello oleato. Spinse piano. L’ingresso resistette un attimo, poi cedette con un calore stretto che gli fece uscire un gemito grosso. Alba rise di nuovo, una risata rotta dal piacere, e spinse indietro le anche.

«Ecco… cazzo, eccolo. Piano all’inizio, fornaio. Sì… così. Dio, quanto sei grosso. Dieci anni a sognarlo e adesso lo sento che mi riempie. Spingi. Ancora. Ah… più a fondo.»

Lui entrò centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti calde che lo stringevano, l’olio che scivolava, il bancone che cigolava sotto il peso di lei. Una volta dentro fino in fondo, restò fermo un secondo, le mani sui suoi fianchi, godendosi la stretta. Poi iniziò a muoversi, spinte lente e profonde, il bacino che batteva contro le chiappe. Alba gemeva e rideva, la fronte sul marmo caldo, le dita che lasciavano impronte di farina.

«Più forte, Marco. Non fare il gentile adesso. Fottemi il culo come hai sognato. Forte. Voglio sentirlo battere. Ah… sì, così. Inculami più duro, panettiere di merda. Raccontami quanto ti sei segato pensando a questa scena.»

Marco accelerò, le spinte che diventavano più forti, il suono umido di pelle contro pelle che riempiva il laboratorio. «Ogni notte, Alba. Ogni cazzo di notte con la mano sul cazzo e la testa piena del tuo culo. Immaginavo di spingerti così, di sentirti ridere mentre ti aprivo. Sei stretta da far male. Dio, come ti stringi.» Le diede uno schiaffo leggero su una chiappa, poi un altro più forte, e lei rise più forte, spingendo indietro a incontrare ogni colpo.

«Ancora. Schiaffeggiami il culo mentre mi fotte. Dimmi che è tuo. Ah… cazzo sì. Cambiamo. Sul tavolo della panificazione. Voglio che mi prendi a pecorina come una vera pezza da forno.»

Si staccarono un attimo, ridendo entrambi, ansimanti. Alba strisciò fino al grande tavolo di legno dove impastava ogni mattina, si arrampicò sopra, le ginocchia sulla farina sparsa, il culo all’aria, la gonna rialzata fino alla vita. Marco la seguì, le mani che le spargevano le chiappe, e la ripenetrò d’un colpo, più facile adesso, più scivoloso. La prese da dietro a pecorina, spinte lunghe e dure, le mani che le afferravano i fianchi e poi le schiaffeggiavano il sedere a ritmo, lasciando segni rossi.

«Guarda che culo da panettiera. Tutto farina e olio e cazzo. Lo senti come ti riempio? Dimmi che lo vuoi più duro.»

Alba volgeva la testa, i capelli castani sparsi, il sorriso sporco e felice. «Più duro, amore del mio buco. Fottemi il culo come se non ci fosse un domani. Sì… ah… così. Schiaffi e cazzo e dirty talk da fornaio arrapato. Dimmi che sborri dentro. Voglio sentirti venire nel culo dopo dieci anni di “poi”.»

Marco accelerò ancora, il tavolo che scricchiolava, le palle che battevano contro di lei, il piacere che saliva come pasta che lievita troppo in fretta. «Il tuo culo è la mia nuova teglia preferita. Stretto, caldo, e ride mentre lo uso. Sto per sborrare, Alba. Sto per riempirti di crema calda come i cornetti. Prendilo. Stringimi.»

Lei spinse indietro forte, si strinse intorno a lui con un gemito-risata, e lui esplose. Il cazzo pulsò, scaricando sperma caldo e denso in fondo al suo culo, ondata dopo ondata, mentre lui teneva le anche e ansimava parolacce. Alba lo sentì riempirla, il caldo che le saliva dentro, e rise di nuovo, felice, scossa dai residui di piacere.

Quando finì, Marco restò un attimo conficcato, poi uscì piano, guardando lo sperma che colava lento tra le chiappe oleate. Alba si girò sul tavolo, si sedette un poco scomposta, e lo tirò a sé per un bacio lungo, ridendo contro le sue labbra.

«Finalmente ho pareggiato i conti, cretino. Dieci anni di “poi” e adesso il mio culo è pieno del tuo sborra. Missione compiuta.»

Si pulirono con gli strofinacci del forno, ridendo ancora, l’olio e lo sperma e la farina che facevano un pasticcio buffo sulle cosce e sulle mani. Alba gli passò il canovaccio sulla faccia come ai vecchi tempi, poi si sistemò la gonna.

«Senti… questo non può restare una volta sola. Appuntamento fisso serale. Chiudiamo, spegniamo le luci, e tu mi fotte il culo sul bancone o sul tavolo o dove cazzo vuoi. Pane caldo al mattino e anal giocoso la sera. Affare fatto di nuovo?»

Marco annuì, già di nuovo mezzo duro solo a pensarlo, e la strinse contro di sé.

«Affare fatto. Ogni sera. Finché i cornetti non ci guardano con invidia.»

E mentre fuori il paese dormiva ignaro, dentro al forno il bancone fumava ancora del loro calore, e dieci anni di attesa sapevano finalmente di olio d’oliva e risate sporche.

Il pane più buono si cuoce sempre nel buco più stretto.

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