Vendemmia Proibita con il Vicino Nero

Una contadina insoddisfatta si fa scopare dal vicino nero nella cantina durante la vendemmia.

18 min read September 06, 2026New

Carmen aveva ventotto anni e un matrimonio che sapeva di vino andato a male: acido, stantio, senza più alcuna traccia di quel bruciore dolce che una volta le scorreva tra le cosce. La villa toscana dei suoi suoceri, con le vigne che scendevano a terrazze verso la valle, era il regno silenzioso della sua insoddisfazione. Ogni autunno, durante la vendemmia, le giornate si allungavano di fatica e di sole, e lei restava lì, sudata, con le unghie nere di terra e il cuore vuoto.

Fu proprio in quei giorni che lo notò davvero. Grant, il vicino senegalese di trentadue anni, era arrivato a dare una mano nei vigneti come faceva ogni stagione. Aitante, spalle larghe, braccia scure che splendevano di sudore sotto la maglietta strappata. Quando si chinava a tagliare i grappoli, i muscoli della schiena si muovevano come onde vive. Carmen lo guardava di sottecchi mentre riempiva i cesti, e ogni tanto i loro sguardi s’incrociavano. Lui non abbassava gli occhi. Lei arrossiva, ma non voltava la testa.

Quel pomeriggio l’aria odorava di mosto e di terra calda. Lavoravano fianco a fianco tra i filari. Carmen allungò la mano per un grappolo alto e le dita di Grant sfiorarono le sue. Un contatto lieve, quasi accidentale, ma elettrico. Lei sentì un brivido salirle lungo le braccia.

«Scusa», mormorò lui con un accento caldo, basso.

«Niente», rispose Carmen, e il sorriso le uscì già un po’ troppo audace. «Hai le mani grandi. Comode per l’uva… e non solo, immagino.»

Grant rise piano, un suono grosso che le fece stringere le cosce. «E tu hai le mani piccole, ma sai afferrare bene. L’ho visto.»

I cesti si riempivano, i corpi si sfioravano di continuo: un gomito contro un fianco, una spalla che urtava l’altra mentre passavano. Carmen sentiva il tessuto della gonna leggera appiccicarsi alle cosce sudate. Ogni volta che Grant si chinava vicino a lei, l’odore di pelle calda e di sole le riempiva le narici. Lei scherzava sempre più scoperta.

«Se continui a guardarmi così mentre taglio», disse a un certo punto, senza alzare la voce, «rischio di farmi male con le forbici. E poi chi mi cura?»

Grant le si avvicinò di un passo. «Io. Con piacere.» Gli occhi scuri le scorrevano sul collo lucido di sudore, sul seno che si muoveva sotto la camicia leggera. «Hai il corpo che brilla, Carmen. Come se la terra ti avesse baciata tutta.»

Lei arrossì forte, ma il sorriso che le spuntò fu malizioso, quasi cattivo. «Complimenti a una donna sudata e sporca d’uva. Sei coraggioso.» Allungò una mano e, fingendo di sistemarsi la cintura, gli sfiorò di proposito i fianchi. Le dita corsero un attimo sulla stoffa dei pantaloni, sentendo il calore vivo sotto. Grant inspirò forte. Non si tirò indietro. Anzi, le restituì il contatto: il dorso della sua mano graziò il lato del suo corpo, giusto sopra l’anca, e restò lì un secondo di troppo.

«Ho sete», disse Carmen, la voce già roca. «In cantina c’è del vino fresco. Vieni a bere un bicchiere con me. Prima che tornino gli altri.»

Non era una domanda. Grant annuì e la seguì giù per il sentiero di pietra, verso la cantina privata scavata sotto la villa. L’aria lì dentro era fresca, umida, impregnata di legno di botte e di fermentazione. Penombra densa. Carmen chiuse la porta pesante alle loro spalle. Il silenzio improvviso rese tutto più grande: il battito, il respiro, il desiderio che da ore le bagnava le mutandine.

Versò due bicchieri. Le mani tremavano leggermente. Grant bevve un sorso guardandola sopra il bordo del calice. Poi posò il bicchiere e si avvicinò. I corpi quasi si toccavano. Carmen sentiva il calore che emanava da lui, l’odore di sudore maschio e di uve calpestate. Alzò il mento.

«Voglio dirtelo chiaro», sussurrò, già bagnata di desiderio, le cosce che si strofinavano l’una contro l’altra. «Sono sposata. Sono insoddisfatta. E ti voglio dentro. Adesso. Grosso come sei. Tutto.»

Grant non chiese altro. Le prese il volto tra le mani grandi e la baciò con una fame secca, profonda. Lingua calda, denti che le beccavano il labbro inferiore. Carmen gemette nella sua bocca, gli afferrò la maglietta e gliela tirò su. Il torace scuro, i pettorali duri, la pelle vellutata di sudore. Si strinsero. Il cazzo di lui premeva già duro contro il suo ventre, lungo, spesso, una presenza impossibile da ignorare.

Nella penombra Carmen scese in ginocchio sul pavimento di pietra fredda. Gli slacciò i pantaloni con mani frettolose. Il cazzo nero le saltò fuori pesante, grosso, già lucido sulla punta. Un sospiro le uscì dal petto. Lo afferrò alla base e lo portò alle labbra. Lo leccò prima lungo la vena, poi lo prese in bocca tutto d’un colpo, avidamente, le guance cave. Grant le cacciò le dita nei capelli, le tenne la testa mentre lei succhiava con rumori umidi, umidi, spingendo la gola il più in fondo possibile. Gli piaceva guardarla così: ginocchia divaricate, seno che penzolava sotto la camicia aperta, bocca piena del suo cazzo.

«Cazzo, Carmen… così… brava…»

Lei si allontanò solo per riprendere fiato e per dirgli, con un filo di saliva che le colava dal mento: «Scopami. Adesso. Forte.»

Grant la sollevò come se non pesasse nulla. La piegò sul tavolo delle botti, la gonna tirata su sulle anche, le mutandine strappate di lato. La bagnò con due dita, la trovò già scivolosa, aperta. Poi ci conficcò il cazzo d’un colpo solo, profondo, fino in fondo. Carmen urlò, un suono rotto di piacere puro. Lui la prese da dietro con colpi lunghi e potenti, le mani strette sui fianchi, il bacino che sbatteva contro le sue natiche con schiocchi umidi. Ogni spinta le faceva vedere stelle. Il tavolo scricchiolava. Lei si aggrappava al legno, spingeva indietro il culo per prenderlo ancora più a fondo.

«Più forte… Grant… riempimi…»

Lui le diede quel che chiedeva. Colpi sodi, regolari, poi più veloci, il cazzo nero che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi. Quando lei cominciò a tremare, lui la girò, la stese sul pavimento fresco della cantina e le montò sopra in missionario. Le gambe di Carmen si aprirono larghe, le caviglie sulle sue spalle. Grant le entrò di nuovo, ancora più profondo, e cominciò a scoparla guardandola in faccia. Lei gli graffiò la schiena muscolata, lasciando strisce rosse sulla pelle scura. Urlava a ogni spinta. Lui le strinse i seni, le pinzò i capezzoli duri, le leccò il collo mentre il cazzo enorme le strofinava il punto giusto senza pietà.

Carmen venne una prima volta con un grido soffocato, il corpo che si contraeva a ondate. Grant non si fermò. Continuò a spingere, a riempirla, a farla venire di nuovo mentre lei singhiozzava di piacere e lo chiamava per nome. Solo allora lui si scaricò, caldo e abbondante, in fondo a lei, con un gemito grosso che le vibrò contro la pelle.

Restarono così un momento, sudati, uniti, il respiro che si mescolava. Poi Grant la baciò dolcemente, sulle labbra, sulla fronte, mentre il cazzo ancora mezzo duro le usciva piano e il seme cominciava a colarle caldo tra le cosce.

«Torno ogni sera», mormorò contro la sua bocca. «Finché dura la vendemmia. Se mi vuoi.»

Carmen, ancora tremante, con le gambe deboli e il sorriso sazio e già affamato, gli accarezzò il petto. «Ti aspetterò qui. Nella cantina. Ogni volta che vorrai. Portami pure la fatica della giornata… e questo.» Gli strinse il cazzo ancora umido di lei. «Non ho finito di averti.»

Fuori, lontano, si sentivano le voci degli altri vendemmiatori che rientravano. Grant si rialzò, si rifece i pantaloni, le porse la mano per aiutarla in piedi. Carmen sistemò la gonna, ma il seme le scorreva ancora caldo e lo sentiva a ogni passo. Si guardarono. La tensione non era finita: era solo appena cominciata. Domani, e il giorno dopo, e tutte le sere della vendemmia, quella cantina li avrebbe di nuovo ospitati. E Carmen sapeva già che avrebbe voluto di più: più a lungo, più sporco, più suo.

Grant le sfiorò l’anca un’ultima volta prima di aprire la porta. «Stasera. Stesso posto.»

«Non farmi aspettare», rispose lei, e la voce le tremava ancora di piacere e di promessa.

La sera dopo Carmen scese in cantina ancora prima del tramonto. Il cuore le batteva forte sotto la camicia di lino leggera, le cosce già umide solo al pensiero. Aveva tolto le mutandine in camera e le aveva lasciate sul letto, come un messaggio silenzioso a se stessa. Grant arrivò dieci minuti dopo, odore di terra e di sudore fresco, la maglietta incollata al petto scuro. Chiuse la porta pesante e la guardò senza sorridere. Solo fame.

«Mi hai fatto aspettare tre ore intere a pensare a questo cazzo», disse lei, andandogli incontro. Gli mise le mani sul petto e lo spinse contro una botte di rovere. «Togliti tutto. Adesso.»

Grant si sfilò la maglietta. I muscoli brillavano di luce fioca. Carmen gli aprì i pantaloni con dita frettolose, gli abbassò la biancheria e afferrò il cazzo già mezzo duro. Era caldo, pesante, e cresceva tra le sue mani mentre lei lo strofinava dalla base alla punta. Si chinò e lo prese in bocca senza preamboli, le labbra strette, la lingua che girava intorno al glande gonfio. Grant gemette basso, le dita nei suoi capelli, e le spinse il bacino in avanti. Carmen si costrinse ad aprirsi la gola, a prenderlo fino in fondo finché le lacrime le bruciarono gli occhi e la saliva le colò sul mento e sul seno.

«Cazzo… succhi come una puttana affamata», mormorò lui. «Continua. Voglio vederti con la bocca piena.»

Lei lo fece. Lo succhiò con rumori umidi, le guance cave, una mano a massaggiargli le palle pesanti. L’altra le scese tra le cosce e si conficcò due dita dentro di sé, bagnatissima. Grant la tirò su per i capelli e la baciò con violenza, assaporando il proprio sapore sulla sua lingua. Poi la girò, le sollevò la gonna e le spalmò le natiche con le mani grandi.

«Apri le gambe. Di più.»

Carmen ubbidì, piegata sulla botte, il petto contro il legno fresco. Grant le lecò la figa da dietro, lingua larga e lenta che le aprì le labbra gonfie, che le spinse dentro e fuori, che le lambì il clitoride fino a farla tremare. Quando lei iniziò a spingere il culo contro la sua faccia, lui si alzò e le conficcò il cazzo d’un colpo solo. Profondo. Fino in fondo. Carmen urlò, le unghie che graffiarono il legno.

«Così… così grosso… riempimi tutto», ansimò.

Lui la scopò con colpi lunghi e sodi, le mani strette sui fianchi, il bacino che batteva contro le sue natiche con schiocchi umidi e grezzi. Ogni spinta le faceva sentire il cazzo nero spingere contro il fondo, stirarle, aprirla. Carmen spingeva indietro, cercava di prenderlo ancora più a fondo, e parlava sporco senza freni.

«Usami. Usami come vuoi. Sono la tua troia della cantina. Scopami finché non cammino più dritta.»

Grant accelerò. La prese con forza bruta, le natiche che ondeggiano a ogni botta, il tavolo delle botti che scricchiolava. Quando sentì che lei stava per venire, le tirò i capelli indietro e le morse la spalla.

«Vieni sul mio cazzo. Adesso. Lascia andare.»

Carmen scoppiò. L’orgasmo le partì dal basso ventre e le scosse le gambe, il succo che le colò caldo lungo le cosce mentre lei gridava il suo nome. Grant non si fermò. Continuò a spingere attraverso le sue contrazioni, a farla venire di nuovo, più forte, finché lei piangeva di piacere e le ginocchia le cedevano.

Lui la sollevò e la stese sul pavimento di pietra fredda. Le aprì le gambe larghe, le mise le caviglie sulle spalle e le rientrò dentro con una spinta lenta, quasi crudele. Carmen lo guardò negli occhi mentre lui la scopava dall’alto, il cazzo lucido dei suoi succhi che spariva e riemergeva. Le pinzò i capezzoli, le strinse i seni, le leccò il collo sudato.

«Guardami mentre ti riempio», ordinò. «Voglio vedere la faccia che fai quando ti vengo dentro.»

Carmen lo guardò. Lo graffiò sulla schiena scura, lasciando strisce rosse. «Fallo. Riempimi. Voglio sentire il tuo sperma caldo scorrermi tra le cosce mentre cammino.»

Grant ruggì e sparò in fondo a lei, getti densi e caldi che la riempirono. Carmen lo strinse con le gambe e lo tenne dentro finché l’ultimo spasmo non passò. Restarono uniti, respiri affannosi, il seme che già cominciava a colarle fuori.

Ma non era finita. Grant non uscì. Restò mezzo duro dentro di lei e ricominciò a muoversi piano, a farla sentire ogni centimetro. Carmen gemette, ancora sensibile, e lui le parlò all’orecchio.

«Stanotte non basta. Voglio un altro giro. Voglio sentire questa figa che mi stringe di nuovo.»

La girò di nuovo a pecora, le natiche alte, e la rifece. Più lento all’inizio, poi più duro, più profondo. Le diede schiaffi leggeri sulle chiappe, le lasciò il segno rosso della sua mano. Carmen spingeva indietro e chiedeva di più, sempre di più.

«Mettilo nel culo», sussurrò all’improvviso, la voce roca di desiderio. «Voglio provarlo. Voglio sentirlo stretto.»

Grant si fermò un attimo, respirò forte. «Sei sicura?»

«Sì. Lubrificami con i miei succhi e col tuo cazzo. Aprimi piano… poi spingi.»

Lui raccolse il loro mescolarsi con le dita e le massaggiò il buco stretto, prima un dito, poi due, mentre lei gemette e si apriva. Poi allineò il glande e spinse. Piano. Carmen abbaiò di piacere-dolore, le unghie conficcate nel pavimento. Grant entrò centimetro dopo centimetro finché fu tutto dentro, le palle contro le sue natiche. Rimasero fermi un momento, entrambi tremano.

«Cazzo… sei strettissima», gemette lui. «Ti sento che mi stringi tutto.»

Poi cominciò a muoversi. Colpi corti e controllati all’inizio, poi più lunghi. Carmen urlava contro il pavimento, il piacere sporco che le saliva su per la schiena. Lui le massaggiò il clitoride con le dita mentre la scopava nel culo, e lei venne di nuovo, violentemente, il corpo che si contraeva intorno al cazzo nero. Grant la seguì poco dopo, scaricandosi caldo e profondo dentro di lei, un gemito grosso che le vibrò contro la pelle.

Si stesero sul pavimento freddo, sudati, uniti ancora, il respiro che si mescolava all’odore di sesso e di mosto. Carmen gli accarezzò il petto, le dita che scivolarono sul sudore.

«Domani sera voglio di più», mormorò. «Voglio che mi leghi i polsi con la tua cintura. Voglio che mi usi finché non riesco più a parlare. E voglio che mi lasci qui a terra piena di te, con la porta socchiusa, solo per il brivido che qualcuno possa sentirci.»

Grant le baciò il collo, il cazzo ancora pulsante tra le sue cosce. «Lo farò. E di più. Ti farò sedere sul mio volto finché non mi bagnerai tutto. Ti farò succhiare il cazzo ancora sporco di te. E se hai coraggio, ti porto fuori tra i filari a mezzanotte e ti scopo sotto le stelle, dove chiunque può passare.»

Carmen sorrise, già bagnata di nuovo al solo pensiero. «Promettimelo.»

«Te lo prometto. Ogni notte della vendemmia. Finché non ti avrò scopata in ogni angolo di questa cantina e di queste vigne. Finché non camminerai più senza sentirmi dentro.»

Fuori le voci dei vendemmiatori si allontanavano. Grant si rialzò piano, le porse la mano. Carmen si alzò tremante, il seme che le colava caldo dal culo e dalla figa, le gambe molli. Si sistemò la gonna ma non le mutandine — non ne aveva. Si guardarono lungamente.

«Stasera», disse lui, sfiorandole l’anca. «Porto la cintura. E un fazzoletto per metterti in bocca se urli troppo.»

Carmen gli strinse il cazzo ancora umido. «Non farmi aspettare. E non essere gentile. Voglio che mi rovini.»

Lui le baciò la fronte, poi le labbra, lento e possente. «Non sarò gentile. Sarò il tuo nero della cantina. E tu la mia puttana della vendemmia. Domani sera ti aspetto qui, gambe aperte, già pronta.»

Aprì la porta. L’aria della sera entrò fresca. Carmen restò un momento sola, le cosce che si strofinavano, il corpo che pulsava ancora. Sapeva che ogni giorno sarebbe diventato più sporco, più pericoloso, più suo. E non voleva fermarsi.

Carmen scese in cantina al crepuscolo, il cuore già batteva contro le costole come un torchio. Aveva indossato solo la camicia di lino bianca, niente sotto, le cosce lisce e già umide al solo pensiero di quello che Grant le aveva promesso. La cintura. Il fazzoletto. La rovina. Lasciò la porta socchiusa di un palmo, proprio come aveva detto la sera prima, e si chinò contro la botte più grossa, le mani dietro la schiena in attesa.

Lui arrivò odoroso di terra calda e di sudore fresco. Chiuse la porta del tutto questa volta, il chiavistello che scattò con un rumore sordo. Nella penombra i suoi occhi brillarono. Tirò fuori la cintura di cuoio scuro e un fazzoletto di cotone grosso.

«Gambe aperte. Polsi uniti.»

Carmen ubbidì senza una parola. Grant le legò i polsi dietro la schiena con la cintura, il cuoio stretto abbastanza da farle sentire il sangue pulsare, ma non abbastanza da farle male. Poi le mise il fazzoletto tra le labbra, lo annodò dietro la nuca. Il sapore di cotone le riempì la bocca. Poteva solo gemere e guardarlo.

Lui le sollevò la camicia fino alle ascelle, le lasciò i seni nudi e pesanti. Le spalmò le natiche con le mani grandi, le diede uno schiaffo secco che echeggiò contro le botti. Carmen si contrasse, il succo le scese già lungo l’interno coscia. Grant le infilò due dita nella figa bagnata, le torse, le cavò fuori lucide e se le passò sul cazzo già duro che gli usciva dai pantaloni aperti.

«Stasera ti uso finché non riesci più a stare in piedi», mormorò contro il suo orecchio. «E se urli troppo forte col fazzoletto, ti do ancora più duro.»

La piegò in avanti sulla botte. Il legno freddo le premeva contro i capezzoli duri. Grant le aprì le natiche e le conficcò il cazzo nero d’un colpo solo, fino in fondo, le palle che sbattevano contro la figa gonfia. Carmen urlò contro il bavaglio, un suono soffocato e grosso. Lui non le diede tempo di abituarsi. La scopò con colpi lunghi e brutali, il bacino che schioccava contro le sue chiappe, le mani strette sui fianchi legati. Ogni spinta le faceva scivolare il torace sul legno, le faceva sentire il cazzo stirarle le pareti, premere contro il fondo.

«Cazzo, sei ancora più stretta quando sei legata», ansimò lui. «Stringimi. Così. Brava puttana.»

Carmen spingeva indietro il culo quanto poteva con le mani bloccate, cercava di prenderlo tutto. Il fazzoletto si bagnava di saliva. Grant le tirò i capelli con una mano, le costrinse la schiena ad arcuarsi e accelerò. Il tavolo delle botti scricchiolava. Lei venne la prima volta con le gambe che tremavano, il succo che schizzava intorno al cazzo grosso mentre lui continuava a martellarla senza pietà attraverso le contrazioni.

Non uscì. La sollevò di peso, ancora impalata, e la portò al centro della cantina. La stese sulla schiena sul pavimento di pietra fredda, le gambe divaricate all’estremo, le caviglie sulle sue spalle. I polsi legati le premevano sotto le natiche. Grant le rientrò dentro piano, quasi crudele, finché il glande non le premeva contro la cervice. Poi cominciò a scoparla dall’alto, guardandola negli occhi mentre il cazzo nero spariva e riemergeva lucido.

Le pinzò i capezzoli, li tirò, li leccò. Carmen piangeva di piacere sotto il bavaglio, le lacrime che le solcavano le tempie. Lui le massaggiò il clitoride con il pollice a ogni spinta e lei scoppiò di nuovo, più forte, il corpo che si contorceva contro i legami, il grido soffocato che le usciva dal naso.

«Ancora», ordinò Grant. «Ne voglio un altro.»

La girò a pecora, le natiche alte, la faccia premuta contro la pietra. Le lecò la figa e il buco del culo con lingua larga, raccogliendo i suoi succhi, poi le infilò prima un dito, poi due nel culo stretto mentre la scopava di nuovo in figa. Carmen ansimava contro il fazzoletto, spingeva indietro. Quando lui allineò il cazzo al buco del culo e spinse, lei abbaiò di piacere-dolore. Entrò centimetro dopo centimetro, il cuoio della cintura che le mordeva i polsi, finché fu tutto dentro, le palle pesanti contro le natiche.

«Strettissima… cazzo, Carmen… ti sento che mi mungi tutto.»

Cominciò a muoversi. Colpi corti e profondi all’inizio, poi più lunghi, più sodi. Le massaggiava il clitoride con le dita libere mentre le riempiva il culo. Carmen venne di nuovo, violentemente, il corpo che si contraeva a ondate intorno al cazzo nero, il succo che le colava dalla figa vuota. Grant ruggì e si scaricò caldo e abbondante in fondo al suo culo, getti densi che la riempirono mentre lui le teneva i fianchi fermi.

Restò dentro un momento, pulsando. Poi uscì piano e le tolse il fazzoletto. Carmen respirava a bocca aperta, la voce roca.

«Fuori… portami fuori… tra i filari… come hai promesso.»

Grant le slegò i polsi solo per legarglieli di nuovo davanti, la cintura stretta. La camicia le restava aperta sul petto. La fece alzare, le gambe molli, il seme che le colava caldo dal culo e le scendeva lungo le cosce. Uscirono dalla cantina nella notte toscana. L’aria era fresca, impregnata di mosto e di foglie. Lui la condusse tra i filari più lontani, dove le vigne formavano un tunnel scuro. La spinse in ginocchio sull’erba umida.

«Succhiami. Sporco di te.»

Carmen gli prese il cazzo ancora lucido di sesso e di sperma in bocca, lo succhiò a fondo, le guance cave, la lingua che girava, il sapore misto di lei e di lui. Grant le teneva la testa e le spingeva il bacino finché lei non lacrimava di nuovo. Poi la sollevò, le mise la schiena contro un palo di vigna e le sollevò una gamba alta. Le conficcò il cazzo di nuovo in figa, dritto e duro, e la scopò in piedi sotto le stelle, i grappoli che le sfioravano le spalle, il vento fresco che le asciugava il sudore.

«Guarda se arriva qualcuno», ansimò lui. «La porta della cantina era socchiusa… e adesso siamo qui. Chiunque può vederci.»

Carmen lo guardò negli occhi, le mani legate che gli premevano sul petto scuro. «Scopami più forte. Voglio camminare domani e sentire ancora il tuo cazzo a ogni passo. Riempimi. Lasciami piena.»

Grant accelerò. I colpi erano grezzi, umidi, il suono che si confondeva col fruscio delle foglie. Le morse il collo, le strinse i seni, le diede schiaffi leggeri sulle natiche. Carmen venne urlando il suo nome contro la notte, le gambe che si chiudevano intorno ai suoi fianchi. Lui la seguì subito dopo, scaricandosi profondo in figa con un gemito grosso, i getti caldi che la riempirono di nuovo mentre la teneva conficcata contro il palo.

Si lasciarono scivolare a terra tra i filari, ancora uniti, il cazzo che pulsava dentro di lei mentre l’ultimo spasmo passava. Grant le slegò i polsi, le massaggiò i solchi rossi del cuoio, le baciò le mani. Carmen gli accarezzò il petto sudato, il sorriso sazio e già affamato.

«Domani sera di nuovo», sussurrò. «E il giorno dopo. Finché dura la vendemmia. E dopo… vedremo.»

Lui annuì, le baciò la fronte. «Ti aspetterò. Sempre qui. O tra le vigne. Come vorrai.»

Si rialzarono piano. Carmen sistemò la camicia ma lasciò che il seme le colasse libero lungo le cosce, un rivolo caldo che le ricordava ogni centimetro di lui a ogni passo verso la villa. Grant le sfiorò l’anca un’ultima volta prima di sparire tra i filari verso casa sua.

Carmen restò un attimo sola sotto le stelle, le gambe deboli, il corpo che pulsava ancora di piacere. Sorrise al buio. Grant non sapeva una cosa. Quella mattina aveva ricevuto la chiamata dal medico di Firenze: era incinta di tre settimane. Del marito non poteva essere—non la toccava da mesi. Era di Grant. Del suo nero della cantina. Del cazzo che l’aveva riempita ogni sera da quando era iniziata la vendemmia. E non glielo avrebbe detto. Non ancora. Avrebbe continuato a farsi scopare così, piena di lui, finché il pancino non avrebbe cominciato a vedersi. E allora, forse, gli avrebbe messo la mano sulla pancia e gli avrebbe rivelato chi portava dentro.

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