La Scommessa Persa nel Camper con Lui
Yvonne perde la scommessa e si fa scopare selvaggiamente da Wesley nel camper.
Il sole di metà pomeriggio batteva sull’asfalto del campeggio sul lago, e il camper di Yvonne e Roman puzzava già di olio bruciato. Il motore aveva emesso un ultimo rantolo metallico prima di spegnersi del tutto. Roman, maglietta sudata attaccata alla schiena, aveva sbuffato, baciato Yvonne sulla fronte e detto che sarebbe andato fino all’ingresso a cercare un meccanico o almeno un pezzo di ricambio. «Resta qui, tesoro. Non ci metto molto.»
Yvonne, ventotto anni, mora, capelli lunghi raccolti in fretta, curve morbide strette in un top corto bianco e shorts di denim che le segnavano il culo, lo aveva guardato andarsene. Poi aveva sentito lo sguardo.
Wesley stava sistemando le sedie pieghevoli fuori dal suo camper, parcheggiato a due metri dal loro. Trentacinque anni, americano, nero, alto quasi un metro e novanta, spalle larghe che riempivano la canottiera scura, braccia gonfie di muscoli e vene che si muovevano quando sollevava le borse. Pelle scura lucida di sudore. Quando si era voltato verso di lei, il sorriso era lento, consapevole.
«Problemi col motore?» aveva chiesto con un inglese caldo, accento del Sud.
Yvonne aveva risposto in un italiano misto a qualche parola d’inglese, ridendo nervosamente. Si erano ritrovati a chiacchierare sull’ombra corta del tendalino. Lui le aveva offerto una birra fredda. Lei aveva accettato. I loro sguardi si erano attardati troppo a lungo: lei sulle spalle di lui, sul modo in cui i pantaloncini sportivi gli disegnavano il pacco pesante tra le cosce; lui sul seno pieno che spingeva contro il cotone sottile, sulle cosce morbide che si aprivano un po’ quando lei si sedeva sulla sedia di plastica.
«Sei qui con il tuo ragazzo», aveva detto Wesley, non era una domanda.
«Sì. Roman. È andato a cercare aiuto.» Yvonne aveva bevuto un sorso, sentendo già il calore salirle tra le gambe solo a guardarlo. Da quando l’aveva visto scendere dal camper la mattina, con il torace nudo e i pettorali definiti, qualcosa le aveva tirato basso nella pancia. Una voglia sporca, vietata.
Wesley si era seduto di fronte a lei, ginocchia aperte, birra in mano. «Bel posto. Tranquillo. Ideale per… scommesse.»
Lei aveva alzato un sopracciglio, divertita e già bagnata. «Scommesse?»
«Carte. O qualsiasi altra cosa.» Il suo sguardo era sceso brevemente sul punto dove gli shorts di lei si aprivano all’interno coscia. «Mi piace vincere. E mi piace quando l’altra persona perde nel modo giusto.»
Yvonne aveva ridacchiato, ma il suono era venuto fuori più basso, più rauco. Il desiderio le pulsava già. Roman non sarebbe tornato prima di un’ora, forse di più. Il campeggio era quasi deserto a quell’ora. Solo il rumore lontano dell’acqua del lago e le cicale.
«Va bene», aveva detto. «Carte. Se perdo…»
Wesley aveva estratto un mazzo stropicciato dal tavolino pieghevole del suo camper. «Se perdi, mi fai vedere quanto sei bagnata. Solo quello. Per ora.»
Il «per ora» le aveva fatto contrarre il ventre. Aveva accettato ridendo, fingendo leggerezza, ma dentro sapeva già che avrebbe perso di proposito. Lo voleva da quando l’aveva visto. Quella tensione elettrica di sguardi e sorrisi complici sotto il sole le aveva già allagato le mutandine.
Avevano giocato sul tavolino all’ombra, le carte che scivolavano tra le dita grandi e scure di lui e le sue più piccole e chiare. Battute spinte. «Se hai un asso, magari ti lascio vincere un assaggio», aveva detto Wesley, e le dita le avevano sfiorato il ginocchio «per sbaglio» mentre raccoglieva le carte. Yvonne aveva sentito la pelle bruciare. Lui le aveva passato un’altra birra, le dita che restavano un secondo di troppo contro le sue. Lei aveva risposto con una battuta sul «quanto era grosso il premio», e la risata di lui era stata bassa, gutturale.
Alla fine, deliberatamente, aveva giocato male. Aveva buttato una carta che poteva salvarla. Wesley aveva sorriso, sapendo. «Hai perso, Yvonne.»
Lei lo aveva guardato dritto negli occhi, le guance calde, il cuore che batteva forte tra le cosce. Si era alzata in piedi lì fuori, ancora visibile se qualcuno fosse passato, ma non se ne fregava. Aveva sganciato il bottone degli shorts, abbassato la cerniera e li aveva spinti giù fino a metà coscia. Le mutandine di cotone bianco erano già scure, fradice, attaccate alla fica gonfia. Un filo di bagnato le scendeva lungo l’interno coscia.
«Ecco quanto», aveva sussurrato, la voce roca. «Sono stroncata solo a guardarti.»
Wesley si era alzato. L’erezione gli tendeva i pantaloncini in modo osceno. Aveva preso la sua mano e l’aveva portata dentro il suo camper, chiudendo la porta dietro di loro. L’aria era più calda, profumata di uomo e di detersivo.
Yvonne si era inginocchiata sul pavimento stretto senza che lui glielo chiedesse. Aveva tirato giù i pantaloncini di Wesley e il boxer. Il cazzo nero e grosso le era schizzato fuori, spesso, venoso, la testa lucida già umida di precome. Più grosso di quello di Roman, pesante in mano. Aveva aperto la bocca e lo aveva preso avidamente, le labbra che si stiravano intorno alla circonferenza. Aveva spinto fino in gola, tossendo un poco, gli occhi che lacrimavano, e Wesley le aveva afferrato i capelli mora con entrambe le mani, tenendola ferma mentre lei succhiava con fame, la lingua che girava sotto il glande, le guance cave.
«Cazzo, così… ingoialo», aveva ringhiato lui. Yvonne aveva sentito la saliva colarle sul mento, sul seno. Riempiva la bocca, premeva contro il palato, e lei borbotta va intorno al cazzo, bagnandosi ancora di più.
Quando lui l’aveva tirata su, le aveva fatto girare le spalle e l’aveva piegata sul tavolino del camper. Gli shorts erano già a metà coscia; lui le aveva strappato le mutandine con uno strattone, il cotone che si era lacerato. Due dita le aveva conficcate dentro senza preamboli: era zuppa, scivolosa. Poi il cazzo. Wesley l’aveva infilata da dietro con un colpo unico, profondo, fino in fondo. Yvonne aveva urlato, le unghie che graffiavano il laminato. Lui aveva iniziato a scoparla con spinte potenti, i fianchi che sbattevano contro il suo culo morbido, le palle che le picchiavano sul clitoride.
«Più forte… scopami», aveva gemuto lei in italiano, e lui aveva capito il tono. Le mani enormi le tenevano i fianchi, le dita che affondavano nella carne. Ogni spinta le faceva vedere stelle. Il tavolino scricchiolava. Yvonne sentiva il cazzo nero aprirla, strofinarle il punto G a ogni entrata, e già tremava.
Poi lui l’aveva sollevata come se non pesasse nulla, l’aveva spinta con la schiena contro la parete del camper. Gambe avvolte intorno alla vita di lui, piedi che dondolavano. Wesley l’aveva penetata di nuovo in piedi, spingendola su e giù sul suo cazzo, i muscoli delle braccia e della schiena che lavoravano. Yvonne gli graffiava la schiena muscolosa, lasciando scie rosse sulla pelle scura, baciandogli il collo saporito di sudore, urlando ogni volta che lui toccava fondo. «Dio, sei enorme… mi riempi tutta…»
Il camper dondolava leggermente. Lei sentiva il orgasmo salire, ma Wesley non aveva finito. L’aveva portata al letto matrimoniale stretto sul fondo, si era sdraiato e l’aveva fatta sedere a cavalcioni. Yvonne si era infilata da sola il cazzo grosso, gemendo mentre scendeva centimetro dopo centimetro fino a sentirselo battere contro il fondo dell’utero. Poi aveva iniziato a cavalcarlo selvaggiamente, seni che rimbalzavano, culo che sbatteva sulle sue cosce, le mani appoggiate sul petto nero ampio di lui. Wesley le teneva i fianchi e spingeva dal basso, incontrandola a ogni discesa. Il suono umido e osceno riempiva lo spazio piccolo. Lei guardava dove i loro corpi si univano: la fica rosa e bagnata che inghiottiva il cazzo nero scuro, lucido dei suoi succhi.
«Vieni con me», aveva ordinato lui, la voce rotta. Yvonne aveva accelerato, il clitoride che strofinava contro il pube di lui a ogni movimento. L’orgasmo l’aveva spazzata via a ondate, la figa che si contraeva a spasmi intorno a lui, un urlo lungo e rauco. Wesley aveva ruggito, le anche che battevano all’insù, e l’aveva riempita di sborra calda, getti spessi che lei sentiva pulsare in profondità mentre veniva ancora, le cosce che tremavano, le unghie conficcate nei suoi pettorali.
Si erano fermati ansimanti, sudati, ancora uniti. Yvonne era crollata in avanti sul suo petto nero ampio, le labbra che baciavano la pelle calda e salata tra un respiro e l’altro. Il cazzo di lui ancora semi-duro dentro di lei, la sborra che iniziava a colarle lungo le cosce.
«È stata… la scopata più intensa della mia vita», aveva confessato contro il suo torace, la voce afona, il corpo ancora percorso da scosse. Non aveva mentito. Roman non l’aveva mai fottuta così, mai con quella furia, mai con quel cazzo che le aveva aperto e riempito fino a farle dimenticare il nome.
Wesley le aveva accarezzato i capelli umidi di sudore, un sorriso lento che non nascondeva ancora la fame. Le dita le scendevano lungo la schiena nuda, fino al culo ancora aperto e gocciolante. Fuori si sentiva il rumore lontano di passi sulla ghiaia del campeggio — forse Roman che tornava, o forse no. Il tempo stringeva e allo stesso tempo no. Yvonne sentiva già il cazzo di Wesley rinforzarsi di nuovo dentro di lei, e la voglia di un altro giro le bruciava la pancia. Lui le aveva sollevato il mento con due dita, obbligandola a guardarlo negli occhi scuri.
«Non abbiamo finito, Yvonne», aveva mormorato, la voce bassa e carica. «La scommessa era solo l’inizio. Adesso voglio vederti farmi di nuovo quella faccia mentre ti riempio. E stavolta non sarei così silenzioso se il tuo ragazzo tornasse…»
Wesley non le diede tempo di riprendere fiato. Il cazzo le pulsava di nuovo duro dentro la fica ancora convulsa, spingendo i suoi stessi getti di sborra più in profondità mentre si gonfiava centimetro dopo centimetro. Yvonne gemette contro il petto scuro e caldo, le cosce che le tremavano ancora, e sentì le dita grosse di lui affondarle nei glutei, aprirla, tenerla ferma mentre lui iniziava a muovere i fianchi dal basso con spinte lente, pesanti, deliberatamente cruenti.
«Sentilo», ringhiò all’orecchio, la voce rauca di chi non ha ancora finito di prendersi. «È tutto tuo adesso. Quello di tuo marito… del tuo ragazzo… non ti arriva nemmeno a metà. Voglio sentirti dire che sei mia mentre ti rovinò.»
Yvonne alzò la testa, gli occhi lucidi, le labbra gonfie. Si sollevò a cavalcioni e cominciò a saltare di nuovo sul cazzo nero lucido di sborra mista ai suoi succhi. I seni rimbalzavano pesanti, i capezzoli duri che lui prese tra le dita scure e torse fino a farla gridare. Ogni discesa la faceva sentire aperta fino all’utero, piena in un modo che Roman non aveva mai saputo darle. Pensò a lui per un attimo—Roman che camminava sulla ghiaia, sudato, magari già di ritorno—e il pensiero le strappò un orgasmo immediato, corto e violento. La figa si strinse a spasmi, spremendolo, e lei urinò un filo caldo di piacere mentre cavalcava più forte, più sporca.
«Sì… cazzo sì… sono tua… riempimi ancora», ansimò in italiano, la voce spezzata. Wesley le diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi sull’altra, il suono che echeggiò nel camper stretto. Lei si piegò in avanti, le unghie conficcate nei suoi pettorali, e lui la afferrò per i capelli mora, tirandole la testa indietro mentre spingeva all’insù con tutta la forza delle anche.
Il letto scricchiolava. Fuori i passi sulla ghiaia si avvicinavano, poi si allontanavano di nuovo—forse un vicino, forse Roman che chiamava il suo nome da lontano. Yvonne se ne fregò. Si sollevò quasi del tutto, lasciando solo la testa del cazzo a farle da tappo, poi si lasciò cadere di scatto, ingoiandolo fino in fondo con un urlo rauco. La sborra di prima schizzò fuori intorno all’asta scura, colandole sulle labbra della figa, sulle palle pesanti di lui. Guardò giù: rosa contro nero, bagnato, osceno. Il contrasto la fece venire di nuovo, le gambe che scattavano, il clitoride strofinato crudelmente contro il pube rasato di Wesley.
Lui la sollevò di peso, la fece girare a quattro zampe sul materasso sottile. Le spalle di Yvonne affondarono nel cuscino puzzolente di uomo, il culo alto, la schiena inarcata. Wesley le aprì le chiappe con le mani enormi e le sputò sulla fica aperta, poi sulla strettissima stella del culo. Due dita le conficcò dentro la fica ancora zuppa, le fece suonare bagnato, poi le portò al buco più stretto e spinse.
«Lo prendi anche qui», disse, non era una domanda. Yvonne annuì frenetica, spingendo indietro. Il dito scuro le entrò piano, poi un secondo. Bruciò, stirò, ma lei era troppo arrapata per fermarsi. Quando il glande grosso premette contro l’anello, ansimò forte.
«Fallo… mettilo… voglio sentirmi spaccata.»
Wesley entrò nel culo con una spinta lenta e inesorabile. Yvonne urlò nel cuscino, le unghie che laceravano la lenzuola. Era enorme, più grosso di qualsiasi cosa avesse mai preso lì. Le vene le strofinavano le pareti strette, il precome e la sborra che lubrificavano. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, restò fermo un momento, facendola sentire piena in un modo che le fece girare la testa. Poi cominciò a scoparla nel culo con spinte lunghe e profonde, una mano che le teneva i fianchi, l’altra che le strofinava il clitoride gonfio e scivoloso.
«Guarda che figa da puttana», mormorò lui, osservando il suo cazzo nero sparire e riapparire tra le chiappe chiare di lei. «Il tuo ragazzo ti ha mai aperto così? Ti ha mai fatto piangere di piacere mentre ti fotteva il culo?»
«No… mai… solo te… cazzo Wesley, più forte», gemette Yvonne, spingendo indietro incontro a ogni colpo. Il camper dondolava. Il suono era umido, osceno: pelle che sbatteva, i suoi gemiti rochi, il respiro grosso di lui. Lui accelerò, le palle che le picchiavano sulla fica, e lei venne di nuovo, un’ondata che le partì dal culo e le salì fino alla gola. La stella si contrasse intorno all’asta, spremendolo, e Wesley ruggì, tirandosi fuori all’ultimo secondo.
Si mise in ginocchio davanti al suo volto. «Apri.»
Yvonne aprì la bocca. Lui si segò due volte e le sparò in faccia e sulla lingua i getti caldi e spessi della seconda sborrata. Lei li bevve avidamente, leccando il glande, pulendolo, le gocce che le colavano sul mento, sul seno, sulle guance. Il sapore amaro e salato la fece fremer di nuovo. Si voltò, si mise a carponi e leccò anche le palle, le cosce interne di lui, mentre la sborra le colava dalla fica e dal culo aperti.
Wesley la tirò su di nuovo, la mise supina sul letto, le gambe aperte a V. Si chinò e le mangiò la figa con fame animalesca, la lingua larga e calda che le raccoglieva la sua stessa sborra e i succhi di lei, che le succhiava il clitoride fino a farla contorcere, che le ficcava la lingua dentro il buco ancora pulsante. Yvonne gli afferrò la testa rasata, gli spingeva la faccia contro la fica, gemendo il suo nome. «Non smettere… mangiami… sono una troia per te…»
Quando fu di nuovo a un passo dal venire, lui si rialzò, le piegò le ginocchia contro il petto e la trafisse di nuovo. Il cazzo scuro scivolò dentro la figa rovinata con un suono bagnato. La scopò così, piegata a metà, le spinte che le facevano battere la testa contro la parete del camper. Ogni colpo le toccava il punto G, la faceva vedere bianco. Le dita di lui le pizzicavano i capezzoli, le schiaffeggiavano leggero le tette.
«Dimmi cosa dirai a Roman quando tornerà», ordinò, ansimando. «Dirai che sei stata brava? O gli farai sentire odore di cazzo nero sulla tua figa?»
Yvonne non riusciva quasi a parlare. «Gli dirò… che mi sono rotta… che ho perso… che ho preso cazzo fino in fondo e mi è piaciuto… Dio, Wesley, sborrami dentro di nuovo… riempimi… voglio camminare con la tua sborra che mi cola mentre lui mi bacia.»
Lui accelerò, selvaggio, i muscoli della schiena e delle braccia che lavoravano sotto la pelle scura lucida di sudore. Il letto batteva contro la parete. Yvonne venne con un urlo lungo, la figa che lo mungeva a spasmi, e Wesley la seguì, affondando fino in fondo e scaricando il terzo carico caldo e abbondante direttamente contro la bocca dell’utero. Lei sentiva ogni getto, ogni pulsazione, e si contorceva sotto di lui, le unghie che gli graffiavano i glutei, tirandolo ancora più dentro.
Restarono uniti, ansimanti, sudati, il cuore che martellava. Wesley le baciò il collo, le spalle, le leccò il sudore tra i seni. Poi si tirò fuori lentamente. Un rivolo spesso di sborra bianca le uscì dalla fica aperta e le colò sull’ano ancora arrossato, giù tra le chiappe, sul lenzuolo. Yvonne restò distesa, le gambe aperte, il corpo che scuoteva di scosse residue. Si toccò la figa con due dita, le infilò dentro e le portò alla bocca, succhiando la miscela di lei e di lui mentre lo guardava negli occhi.
«Ancora», sussurrò. «Voglio che mi usi finché non riesco più a camminare.»
Wesley sorrise, quel sorriso lento e pericoloso, e si rimise duro osservandola. La fece alzare, la piegò di nuovo sul tavolino dove l’aveva scopata la prima volta. Le gambe di lei tremavano. Lui le entrò da dietro senza preamboli, una mano che le teneva i capelli come una redine, l’altra che le stringeva un seno. La scopò con colpi secchi e profondi, il suono della carne che sbatteva che riempiva il camper. Yvonne guardava fuori dal finestrino sporco: la ghiaia, il sole, il camper di Roman a due metri. I passi si erano fermati da qualche parte. Forse Roman stava chiamando un meccanico. Forse stava tornando.
Non le importava. Spingeva il culo indietro, prendeva ogni centimetro, gemendo forte di proposito. «Sì… così… spaccami… fammi tua…»
Wesley le diede uno schiaffo forte sulla chiappa, poi un altro, lasciando l’impronta scura sulla pelle chiara. Le dita le scesero e le strofinarono il clitoride gonfio mentre la fotteva. Yvonne venne ancora, un’ondata che le indebolì le ginocchia, e solo le mani di lui la tennero in piedi. Lui non si fermò. Continuò a spingere, a usarla, a farla sua finché non scaricò il quarto carico, più denso, più caldo, che le riempì di nuovo e le colò lungo le cosce interne mentre lei collassava avanti sul tavolino, ansimante, distrutta, felice.
Si lasciò scivolare in ginocchio, si girò e leccò il cazzo ancora pulsante, pulendolo dalla sborra e dai suoi succhi. Lo prese in gola una volta, due, sentendo le palle pesanti contro il mento. Wesley le accarezzò i capelli umidi, la guardò dal basso con gli occhi scuri saturi di possesso.
Fuori si sentì finalmente la voce di Roman, lontana ma chiara: «Yvonne? Trovato qualcuno, torno tra dieci minuti!»
Yvonne alzò lo sguardo verso Wesley, le labbra lucide di sborra, la figa e il culo che gocciolavano ancora, il corpo marchiato di morsi e di mani. Sorrise, lenta, e sussurrò: «Dieci minuti bastano per un altro giro.»
Wesley la sollevò, la portò di nuovo al letto, le aprì le gambe e le entrò di nuovo con un colpo unico che le fece vedere stelle. La scopò piano, profondo, guardandola negli occhi mentre Roman chiamava ancora il suo nome da fuori. Ogni spinta era un furto, ogni gemito un tradimento dolce. Yvonne si aggrappò a lui, le cosce intorno alla vita larga, e si lasciò fotttere fino all’ultimo respiro di piacere, sapendo che quando sarebbe uscita avrebbe portato dentro di sé la prova calda e spessa di cosa aveva fatto.
Roman sarebbe tornato. Lei avrebbe sorriso. Si sarebbe sistemata gli shorts sopra la figa piena di sborra nera. E nessuna delle due cose l’avrebbe salvata dal fatto che, da quel pomeriggio in poi, ogni volta che il ragazzo l’avrebbe toccata, lei avrebbe pensato solo al cazzo di Wesley che l’aveva aperta e riempita finché non sapeva più chi era.
Quando Roman aprì la porta del camper dieci minuti dopo, trovò Yvonne seduta sul gradino esterno, gambe chiuse, sorriso innocente, e l’odore di sesso e di uomo nero che le saliva ancora dalla pelle.
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