Vendemmia con la figliastra silenziosa

Marco seduce la figliastra silenziosa durante la vendemmia.

7 min read August 27, 2026New

Marco aveva quarantacinque anni e la schiena di un uomo che aveva passato troppe vendemmie chino tra i filari. La tenuta di famiglia, a mezz’ora da Montepulciano, era quasi deserta: gli operai stagionali se n’erano andati al paese per la festa del santo, la moglie Carmen era a Firenze da tre giorni per un congresso di enologia, e restavano solo lui e Sofia.

Sofia aveva ventidue anni, i capelli castani raccolti in una coda disordinata e quel silenzio che da sempre lo metteva a disagio. Figlia di Carmen, non di sangue, eppure ogni volta che i suoi occhi scuri si posavano su di lui qualcosa di proibito gli stringeva lo stomaco. Lei non parlava mai di cose intime. Non gli raccontava i fidanzati, non si lamentava del ciclo, non chiedeva nulla. Solo sguardi lunghi, a volte, quando credeva che lui non la vedesse.

Quella mattina il sole batteva già forte sulle colline. Marco versò caffè in due tazzine smaltate e la trovò in cucina che si allacciava le scarpe da trekking.

«Oggi solo noi due», disse lui, cercando di suonare normale. «I ragazzi tornano stasera.»

Sofia annuì, presa una fetta di pane, e lo guardò di sottecchi. «Va bene.»

Uscirono insieme. I filari di Sangiovese erano carichi, i grappoli scuri e turgidi. Marco le mostrò come snocciolare senza schiacciare gli acini, ma lei sapeva già: lavorava lì ogni estate da quando aveva quindici anni. La differenza era il caldo, e il fatto che il suo tank top bianco si fosse già appiccicato alla schiena sudata, e che i pantaloncini corti le lasciassero vedere le cosce muscolose e lisce.

Lavorarono in silenzio per un’ora. Lui tagliava, lei riempiva le ceste. Ogni tanto le dita di Sofia sfioravano il suo braccio quando gli passava la cesoia. «Scusa», mormorava, ma lo sguardo restava un secondo di troppo. Marco sentiva il sangue salire dove non doveva. Si costrinse a pensare alle bolle di acciaio, al pH del mosto, a qualsiasi cosa tranne le labbra carnose di lei che si aprivano un poco quando si concentrava.

Verso mezzogiorno il sole era implacabile. Sofia si fermò, si asciugò la fronte con il dorso della mano e lo guardò dritto.

«Marco.»

La voce era bassa, quasi un sussurro. Lui si voltò, il coltello ancora in mano.

«Da anni…» Lei inghiottì. Le guance erano rosse, non solo per il caldo. «Da anni fantasticavo su di te. Quando mamma non c’era. Quando ti vedevo tornare dal vigneto tutto sudato. Mi sentivo una stronza, ma… non riuscivo a smettere.»

Marco restò immobile. Il cuore gli batteva contro le costole come un tamburo scemo. «Sofia… non si può.»

«Lo so.» Fece un passo avanti, tra i filari. L’odore di uva schiacciata e terra calda li avvolgeva. «Ma oggi siamo soli. E io non voglio più fingere di non guardarti.»

Lui avrebbe dovuto dire no. Avrebbe dovuto ricordarle Carmen, il matrimonio, il fatto che era la figliastra. Invece le sue mani, da traditrici, le presero il viso. Il bacio arrivò grezzo, affamato, sapore di uva e caffè. Sofia gemette contro la sua bocca, si alzò in punta di piedi, gli premette il seno contro il petto. Le lingue si cercarono, goffe e poi improvvise maestre. Marco sentì il cazzo indurirsi contro i jeans in un secondo, e ridacchiò nervoso mentre la baciava ancora.

«Siamo due coglioni», mormorò contro le sue labbra.

«I coglioni più felici della Toscana», rispose lei, e lo baciò di nuovo, mordendogli il labbro inferiore.

Si trascinarono verso il capanno degli attrezzi, mezzo nascosto tra i lecci. Dentro odorava di legno vecchio, di olio di macchina e di fieno. Marco chiuse la porta a scatto. Sofia non aspettò. Gli mise le mani sulla cintura, gli slacciò i jeans con dita tremanti e impazienti, e si inginocchiò sul pavimento di terracotta.

«Cazzo, Sofia…»

Lui le accarezzò i capelli mentre lei gli tirava giù i boxer. Il cazzo le balzò fuori, già duro, venato, la testa lucida. Sofia lo guardò un istante con un sorrisetto da cattiva e poi lo prese in bocca tutto d’un fiato, avidamente, le guance scavate. Marco gemette, la testa all’indietro. Era caldo, umido, perfetto. Lei succhiava con entusiasmo da principiante appassionata, saliva che gli colava lungo l’asta, una mano che gli massaggiava le palle sudate. Ogni tanto alzava gli occhi, e c’era qualcosa di comico e sporco insieme in quel silenzio rotto solo dai suoni umidi e dai suoi gemiti.

«Così… brava… merda, come lo fai…»

Sofia lo lasciò scivolare fuori un momento, un filo di saliva che le pendeva dal labbro. «Ho guardato un sacco di porno pensando a te. Speravo di non sembrare una principiante completa.»

Marco rise, un suono rauco. «Se questa è la principiante, quando diventi esperta mi ammazzi.»

La sollevò, la fece girare, le calò i pantaloncini e le mutandine in un gesto solo. Sofia si piegò sul tavolo da lavoro, le chiappe sode e bianche alzate, la figa già lucida e aperta. Marco le passò due dita in mezzo, la trovò bagnata da far schifo, e rise di nuovo.

«Sei già un pantano. Colpa mia?»

«Colpa tua da anni», ansimò lei. «Fottimi prima che cambi idea e diventi ragionevole.»

Lui le entrò da dietro con una spinta lenta e profonda. Entrambi gemettero. Era stretta, calda, lo stringeva come se lo riconoscesse. Marco le tenne i fianchi e iniziò a spingere con ritmo deciso, le palle che sbattevano contro di lei, il tavolo che scricchiolava sotto di loro. Sofia affondava la faccia in un braccio, ma ogni tanto alzava la testa e rideva tra un gemito e l’altro.

«Dio… sei enorme… e noi… ah… stiamo scopando nel capanno come due… due…»

«Due idioti», completò lui, accelerando. «Due idioti che… cazzo, Sofia, stringi così e vengo subito.»

Lei strinse di proposito, ridendo. Lui le diede uno schiaffo leggero sulla chiappa, solo per sentirla gemere più forte. Continuò a scoparla con spinte profonde, ritmiche, il sudore che gli colava sulla schiena, l’odore di uva e sesso che riempiva l’aria chiusa. A un certo punto la fece alzare, la girò, la adagiò sul pavimento su un vecchio telo di iuta. Si infilò tra le sue gambe, le alzò le ginocchia e riprese a fotterla in missionario, faccia a faccia.

Sofia gli graffiò la schiena, le unghie che lasciavano strisce rosse. «Marco… Marco… oh cazzo…»

Urlava il suo nome tra una risata e un rantolo, come se l’assurdità della situazione — la figliastra, il capanno, la moglie a Firenze, l’uva che li aspettava fuori — la rendesse ancora più eccitata. Lui le baciò il collo, le succhiò un capezzolo, le parlò sporco all’orecchio tra una spinta e l’altra.

«Guarda che figa da sogno… te la sei tenuta nascosta tutti questi anni… e adesso la prendo tutta…»

«Prendila… è tua… solo oggi… o no, cazzo, prendi tutto…»

Vennero quasi insieme la prima volta: lei prima, con un urlo strozzato che si trasformò in una risata isterica mentre si contraeva intorno a lui, lui subito dopo, sparando dentro di lei a getti caldi, ansimando il suo nome come una preghiera blasfema. Restarono aggrovigliati un minuto, sudati, ridendo senza fiato.

«Siamo morti», disse Sofia. «Mamma ci ammazza. Poi ci seppellisce sotto le viti.»

«Almeno l’uva crescerà meglio», ribatté Marco, e lei gli diede un pizzicotto sulla coscia.

Non bastò. Lei lo cavalcò dopo dieci minuti, ancora mezza nuda, i capelli scarmigliati, le tette che ballonzolavano mentre si muoveva su di lui con un’energia da ragazza che finalmente poteva fare quello che voleva. Marco le teneva i fianchi, la guardava dall’alto in basso e dal basso in alto, e rideva ogni volta che lei perdeva il ritmo e imprecava.

«Più piano… no, più veloce… non so… ah, merda, così!»

Vennero di nuovo, lei con un gemito lungo e lui spingendo su mentre lei si piegava in avanti a baciarlo, scomposta e felice. Poi si rivestirono ridacchiando come due adolescenti colti in flagrante dal bidello, lui che le riallacciava il reggiseno storto, lei che gli puliva il cazzo con un pezzo di carta assorbente trovata chissà dove, entrambi che si guardavano e scuotevano la testa.

«Segreto», disse Sofia mentre sistemava i capelli. «A tavola, quando torna mamma, facciamo finta di niente. Tu parli di tannini, io di università.»

«E quando lei è via…» Marco le accarezzò una guancia, ancora incredulo.

«Altre vendemmie private. Solo noi. Il tabù diventa il nostro gioco.» Lei gli strinse la mano. «Promesso?»

«Promesso.»

Uscirono dal capanno. Il sole era ancora alto. Le ceste di uva li aspettavano, innocenti. Mentre riprendevano a tagliare i grappoli, Sofia gli lanciò un’occhiata e sussurrò: «La prossima volta ti faccio vedere quanto ho imparato con la lingua.»

Marco quasi si tagliò un dito. Rise, scosse la testa, e per tutto il pomeriggio ogni volta che le dita si sfioravano tra i filari sentiva il cazzo risvegliarsi di nuovo, e il segreto pulsare tra loro come un secondo cuore.

Quella sera, a cena, mangiarominestra e formaggio in silenzio comico, gli occhi che si crociavano e fuggivano. Carmen avrebbe chiamato più tardi. Loro avrebbero risposto con voci normali. E il mondo sarebbe andato avanti, con l’uva che fermentava e il loro piccolo peccato che fermentava di più.

Quando Sofia, lavando i piatti, gli passò di fianco e gli soffiò all’orecchio «Domani mattina, di nuovo il capanno, prima che tornino gli altri», Marco capì che la vendemmia di quell’anno avrebbe prodotto un vino memorabile — e che il vero raccolto, quello che contava, era già iniziato tra le sue gambe e le sue.

L’ultima cosa che pensò, mentre spegneva le luci e saliva le scale sentendo ancora il sapore di lei in bocca, fu che forse il destino aveva un senso dell’umorismo di merda: perché la figliastra silenziosa, quella che non apriva mai bocca, ora gli aveva messo in testa l’unica conversazione che non avrebbe mai potuto dimenticare — e, ironicamente, era stata la più rumorosa di tutte.

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