L'Ultima Nuotata Proibita con la Madre del Mio Migliore Amico

Marco e Selena, la mamma del suo migliore amico, si lasciano andare a una scopata proibita nella piscina di notte.

24 min read September 06, 2026New

Sono Marco, ventidue anni, e questa estate ho deciso di passare le vacanze a casa del mio migliore amico Luca, in una villa affacciata sul lago di Como. Luci calde, acqua scura, silenzio rotto solo dalle cicale. Sua madre, Selena, quarantotto anni, divorziata, corpo ancora tonico, seno pieno, fianchi morbidi e quella camminata lenta che mi ha sempre fatto venire il cazzo duro di nascosto. L’ho desiderata per anni in segreto, mentre fingevamo di essere solo “l’amico del figlio”.

Quando Luca è partito di colpo per due giorni con il padre — una questione di lavoro improvvisa a Milano — mi sono ritrovato solo con lei. La prima sera abbiamo cenato in terrazza; lei indossava una camicetta leggera senza reggiseno e io non riuscivo a staccare lo sguardo. «Stasera facciamo l’ultima nuotata», ha detto con quel sorriso complici, gli occhi scuri fissi nei miei un secondo di troppo. «Luca non c’è. Possiamo stare tranquilli.»

La piscina era illuminata da faretti blu sotto l’acqua. Io indossavo solo i boxer, lei un bikini nero bagnato che si attaccava alla pelle come una seconda pelle. Nuotavamo piano, le nostre gambe che si sfioravano ogni tanto. Il mio desiderio proibito saliva come una febbre: era la madre del mio migliore amico, off-limits totale, eppure ogni sguardo suo mi diceva che anche lei lo sapeva, che anche lei lo voleva.

Quando è uscita dall’acqua, l’acqua le scorreva tra i seni, il tessuto del costume le marcava i capezzoli duri. Mi si è avvicinata sul bordo, piedi bagnati sul cemento caldo. Mi ha sfiorato il petto con le dita umide, tracciando una linea fino allo sterno. La voce era un sussurro caldo contro il mio orecchio.

«Da mesi sogno che tu mi tocchi, Marco. So quanto è sbagliato. So che sei l’amico di Luca. So che se lo scoprisse ci ucciderebbe. Ma ogni notte mi tocco pensando alle tue mani. Voglio che tu mi prenda. Adesso.»

Il mio cazzo è diventato duro all’istante, teso contro il tessuto bagnato. Lei l’ha sentito contro la coscia, ha sorriso maliziosa, e mi ha preso il polso. Ha guidato la mia mano sul suo seno destro, spingendomi a stringere, a sentire il peso morbido e il capezzolo che si induriva sotto il palmo. «Ecco», ha mormorato. «Toccami come mi hai sempre guardato.»

L’ho baciata. Bocca aperta, lingua avida, denti che graffiano il labbro inferiore. Gemiti soffocati, il sapore di cloro e vino bianco. Le ho abbassato la coppa del bikini, ho preso il seno in bocca, ho succhiato forte mentre lei si premeva contro di me. Il suo pube strofinava il mio cazzo ancora coperto; sentivo il calore della figa attraverso i tessuti.

Siamo scivolati di nuovo in acqua fino alla vita. Selena si è inginocchiata sul gradino basso della piscina, l’acqua le bagnava le spalle. Mi ha tirato giù i boxer, ha liberato il mio cazzo grosso e duro, venato, la testa già lucida di precome. Mi ha guardato dritto negli occhi mentre lo prendeva in bocca. Labbra calde, lingua larga che girava intorno al glande, poi giù fino in gola con una suzione lenta e profonda. «Mmhh… così grosso», ha borbottato con la bocca piena, saliva che le colava sul mento mescolata all’acqua. Le mani le tenevano i capelli bagnati, io spingevo piano i fianchi, guardandola succhiarmi con quell’avidità proibita da mamma del mio amico. Ogni tanto alzava lo sguardo, le ciglia bagnate, e mi diceva con gli occhi: lo so che non dovremmo, e proprio per questo lo faccio.

Quando non reggevo più l’ho tirata su. L’ho fatta piegare in avanti sul lettino di teak accanto alla piscina, il culo alto, il bikini tirato di lato. La figa le luccicava, labbra mature già gonfie e bagnate. Mi sono messo dietro di lei, le ho afferrato i fianchi morbidi e maturi, e ho spinto il cazzo dentro con un colpo solo. Profondo. Forte. Lei ha gemuto contro il cuscino del lettino, un suono rotto. «Cazzo, Marco… così… riempimi.»

Ho scopato con spinte lunghe e pesanti, il suono umido della carne che batteva, i miei bacini che schiaffeggiavano il suo culo. Le stringevo i fianchi fino a lasciarle i segni delle dita, la tiravo indietro contro di me a ogni spinta. La sua figa mi stringeva, calda, vellutata, già che gocciolava lungo le cosce. «Più forte», ansimava. «Usami. Usami come hai sempre voluto.»

L’ho girata, l’ho stesa sul telo bianco. Mi sono infilato tra le sue gambe, le ho alzato le cosce intorno alla vita e sono rientrato nella figa bagnata e matura fino in fondo. Missionaria, petto contro petto, i suoi seni schiacciati contro di me. Lei mi graffiava la schiena, unghie che lasciavano strisce rosse, e mi sussurrava contro la bocca, la voce rotta dai gemiti:

«Scopami più forte, anche se sono la mamma del tuo amico. Scopami come una troia. Voglio sentire il tuo cazzo battermi il fondo. Vieni dentro di me, Marco… lo so che è proibito, lo so che distruggerebbe tutto, ma non fermarti.»

Spingevo più duro, più veloce, il lettino scricchiolava. La sentivo stringersi, le pareti della figa che pulsavano, il clitoride strofinato dal mio pube a ogni colpo. Il piacere saliva come un’onda nera. Lei ha alzato la schiena, ha morso la mia spalla per non urlare troppo forte, e è venuta con un gemito lungo e tremante, la figa che mi mungeva il cazzo a spasmi. Quello mi ha fatto esplodere. Ho sparato tutto dentro di lei, getti caldi e spessi, fianchi bloccati in avanti mentre le riempivo la figa fino a farne uscire il gocciolare bianco lungo l’ano.

Siamo rimasti così, ancora uniti, respiri pesanti, sudati e bagnati di piscina e di sesso. Il cuore mi batteva in gola. Selena teneva ancora le gambe intorno a me, le dita nei miei capelli umidi.

Esausti e ancora incollati l’uno all’altra sul telo, con il mio cazzo che pulsavava piano dentro di lei mentre il seme le colava caldo, ho sentito le sue labbra sul mio orecchio. Non diceva “è finita”. Diceva altro, piano, con quella voce bassa che mi aveva appena fatto venire.

«Luca torna dopodomani. Due notti. Possiamo fare finta di niente… oppure possiamo rovinarci ancora di più. Dimmi che vuoi restare stanotte nella mia camera, Marco. Dimmi che non ti basta.»

Il lago era nero oltre la siepe. La villa silenziosa. Io ancora duro di nuovo dentro la madre del mio migliore amico, e sapevo già che non sarei uscito da quella piscina da solo.

Sono Marco, e il cazzo mi pulsava ancora duro dentro di lei mentre il seme le colava caldo tra le cosce, mescolandosi all’acqua della piscina. Selena non mi lasciava andare. Le labbra le premevano contro il mio orecchio, il respiro caldo e irregolare, e quelle parole mi bruciavano più del sole di mezzogiorno sul lago.

«Dimmi che vuoi restare stanotte nella mia camera, Marco. Dimmi che non ti basta.»

Non bastava. Non sarebbe bastato mai. Luca tornava dopodomani, due notti intere, e io sapevo già che le avrei usate tutte per rovinarmi fino in fondo. «Voglio restare», ho mormorato contro il suo collo bagnato. «Voglio fotterti nella tua camera, sul tuo letto, ovunque. Voglio che tu mi chiami figlio del cazzo mentre ti riempio di nuovo.»

Lei ha gemuto basso, la figa che mi stringeva ancora in uno spasmo residuo. Ci siamo staccati piano: il mio cazzo è uscito lucido di lei e di me, un filo denso di sborra che le pendeva dalle labbra gonfie. Selena si è alzata tremante, il bikini ancora tirato di lato, i seni nudi e pesanti che luccicavano sotto i faretti blu. Mi ha preso per mano e mi ha trascinato dentro casa senza spegnere le luci della piscina. I piedi bagnati lasciavano impronte sul parquet freddo del salone. Nessuna parola fino alla porta della sua camera al primo piano.

La stanza odorava di lei: vaniglia, sole secco e quel profumo di donna matura che mi aveva fatto impazzire per anni. Il letto era grande, lenzuola bianche stropicciate, una finestra aperta sul lago nero. Selena ha chiuso la porta a chiave con un click deliberato, poi si è girata verso di me. Si è sfilata il bikini con gesti lenti, prima le coppe, poi lo slip che scivolava lungo le cosce. Nuda. Completamente nuda. I capelli scuri ancora umidi le cadevano sulle spalle, i capezzoli scuri e duri, il ventre morbido con quel leggero rotolino che mi faceva venire l’acquolina, e tra le gambe i peli curati, scuri, lucidi del nostro sesso e del mio sperma che le colava ancora lungo l’interno coscia.

«Guardami», ha detto. «Questa è la figa che il tuo migliore amico ha succhiato al seno da piccolo. E adesso la vuoi tutta per te.»

Mi sono spogliato dei boxer già a metà coscia. Il cazzo mi batteva contro l’addome, venato, ancora bagnato di lei. L’ho spinta indietro sul materasso. Mi sono chinato e le ho divaricato le gambe con le mani. La figa era aperta, le labbra rosse e gonfie, il buco ancora lento a richiudersi, pieno del bianco che avevo sparato. Ho affondato la lingua lì dentro. Il sapore era forte, salato, mio e suo mescolati. Lei ha gemuto alto, le dita nei miei capelli, i fianchi che si alzavano contro la mia bocca.

«Leva… leva tutto, cazzo. Pulisci la figa della mamma del tuo amico.»

Succhiavo, leccavo, spingevo la lingua in profondità mentre il mio naso strofinava il clitoride gonfio. Due dita le sono entrate insieme, curve, a cercare quel punto spugnoso. Selena si contorceva, le cosce che mi stringevano la testa, i piedi che picchiavano sul materasso. «Marco… così… mangiami come una troia. Luca non deve sapere mai quanto la sua mamma si bagna per te.»

Quando l’ho sentita vicina di nuovo l’ho lasciata. Mi sono alzato, le ho girato sul fianco, le ho alzato una gamba e mi sono infilato di lato, il cazzo che scivolava dentro facile, ancora sdrucciolevole di sborra. Spinte lunghe, profonde, il bacino che sbatteva contro il suo culo morbido. Una mano le stringeva un seno, l’altra le teneva i fianchi. Lei girava la testa e mi baciava a bocca aperta, la lingua che combatteva con la mia.

«Più forte», ansimava. «Scopami come se mi odiassi. Come se volessi punirmi per averti desiderato.»

Ho accelerato. Il letto scricchiolava, la testiera batteva contro il muro a ritmo sordo. Ogni spinta faceva uscire un po’ del mio seme precedente, che mi scorreva sulle palle. Il calore della sua figa era soffocante, le pareti che mi mungevano. «Sei stretta», ho ringhiato contro la sua nuca. «Troppo stretta per una donna della tua età che si fa fottere dal ragazzo del figlio. Ti piace, eh? Ti piace sentirmi pulsare così in fondo.»

«Sì… cazzo sì. Riempimi di nuovo. Voglio camminare domani con la figa che cola ancora.»

L’ho tirata su a pecorina. Ginocchia sul materasso, culo alto, schiena inarcata. Le ho preso i capelli bagnati in un pugno e ho spinto fino in fondo con un colpo secco. Selena ha urlato nel cuscino. Ho scopato senza pietà, le palle che schiaffeggiavano il suo clitoride, le mani che le lasciavano lividi rossi sui fianchi. Lei spingeva indietro incontro a me, affamata.

«Parlami sporco», ha chiesto tra un gemito e l’altro. «Dimmi quanto è proibito.»

«È proibito farti venire sulla faccia del tuo figlio migliore amico. È proibito riempirti di sborra mentre lui è a Milano a lavorare. È proibito che io stia scopando la donna che mi ha fatto merenda quando avevo quindici anni. Eppure eccoti qui, Selena, con il culo alzato e la figa che mi ingoia tutto.»

Lei è venuta di nuovo così, un’ondata che le ha fatto tremare le cosce, un gemito strozzato che le usciva dalla gola come un rantolo. La figa le pulsava a ritmo folle intorno al mio cazzo. Non mi sono fermato. L’ho spinta sul fianco, le ho alzato entrambe le gambe sulle spalle e ho continuato a martellare, più profondo, più angolato. Guardavo il mio cazzo entrare e uscire lucido, le labbra della figa che si allargavano intorno a me.

«Guarda», le ho detto. «Guarda come ti apro. Guarda come ti uso.»

Selena teneva gli occhi semi-chiusi, le labbra aperte, un filo di saliva che le colava. «Vieni… vieni di nuovo dentro. Voglio sentirlo caldo.»

Il piacere saliva nero e spesso. Le ho afferrato le caviglie, le ho divaricato al massimo e ho sparato. Getti spessi, caldi, che le riempivano il canale già pieno. Continuavo a spingere mentre eiaculavo, spingendo lo sperma più in fondo. Quando ho finito ero ancora semi-duro, ansimante, sudato. Mi sono collassato su di lei. I seni le premevano contro il mio petto, il cuore le batteva forte.

Restammo immobili a lungo. Fuori le cicale tacevano. Solo il lago nero e il respiro di lei contro il mio collo. Il mio cazzo stillava ancora dentro, lento, e lei chiudeva le cosce per tenermi.

Poi la voce di nuovo, bassa, pericolosa.

«Non abbiamo finito. Due notti, Marco. Stanotte voglio che mi prendi anche il culo. Voglio sentire il tuo cazzo grosso aprirmi lì dove nessuno mi ha mai scopato così. E domani mattina, quando il sole entra da quella finestra, voglio che mi svegli con la bocca sulla figa, anche se c’è il rischio che la donna delle pulizie arrivi presto. Voglio il terrore. Voglio che ogni secondo sia un rischio che ci distrugga.»

Mi sono indurito di nuovo dentro di lei solo a sentirla parlare così. Lei ha sorriso, maliziosa, stanca e ancora affamata. Una mano le è scesa tra i nostri corpi e mi ha stretto le palle con le dita umide.

«Senti quanto sei ancora pieno. Non ti lascio dormire. Adesso ti faccio un bagno nella mia bocca, poi mi metto a cavalcioni e ti scopi da sopra finché non mi riempi di nuovo. E mentre lo faccio voglio che mi guardi negli occhi e mi dica che sei disposto a tradire Luca per questa figa.»

Mi sono alzato a sedere contro la testiera. Selena si è inginocchiata tra le mie gambe. Ha preso il cazzo ancora lucido di sborra e di lei e lo ha ingoiato fino in gola in un colpo solo. Labbra strette, lingua che lavorava, occhi scuri fissi nei miei. Succhiaava lentamente, profondamente, le mani che mi massaggiavano le palle. Ogni tanto si staccava e leccava il glande con la punta della lingua, raccogliendo i residui bianchi.

«Sapore di peccato», mormorava. «Sapore di mamma proibita.»

Quando sono tornato duro come pietra si è arrampicata su di me. Si è seduta a cavalcioni, ha preso il cazzo con una mano e si è abbassata lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a ingoiarlo tutto. Il calore era di nuovo soffocante. Ha cominciato a muoversi, avanti e indietro, poi su e giù, i seni che ballavano pesanti davanti al mio viso. Le ho afferrato le tette, le ho succhiato i capezzoli a morsi, le unghie le conficcavano nei glutei.

«Dillo», ansimava mentre mi cavalcava più forte, il suono umido della figa che mi scivolava addosso. «Dillo che mi vuoi più di qualsiasi amica. Dillo che mi faresti anche se Luca fosse nella stanza accanto.»

«Ti voglio», ho ringhiato, spingendo i fianchi all’insù per incontrarla. «Ti farei anche se fosse dietro la porta. Ti scoperei mentre lui chiama da Milano. Sei la mia troia segreta, Selena. La mamma che non dovevo toccare e che adesso non lascio più.»

Lei accelerava, i capelli che le sbattevano sulla schiena, la figa che mi stringeva a ondate. Il letto batteva contro il muro. Fuori, da qualche parte lontana, un cane abbaiava. Il rischio era reale, vivo, e ci eccitava di più. Ho sentito di nuovo l’orgasmo arrivare. L’ho afferrata per i fianchi e l’ho bloccata in fondo mentre sparavo il terzo carico, caldo e abbondante, che le saliva dentro mentre lei veniva con un grido soffocato contro la mia spalla.

Ci siamo accasciati di nuovo. Io ancora dentro. Lei ancora a cavalcioni, il respiro spezzato. Il seme le colava intorno al cazzo, scendeva sulle mie palle, macchiava le lenzuola.

Selena ha alzato la testa. Gli occhi erano lucidi, scuri, pericolosi.

«Domani mattina ti sveglio prima dell’alba», ha sussurrato. «Voglio che mi prendi nel bagno, sotto la doccia, e poi di nuovo qui. E se riesco a camminare, ti porto in cucina e mi fai piegare sul tavolo dove Luca mangia la colazione da sempre. Voglio il tuo odore su ogni cosa. Voglio che quando torna non sappia niente… e che io porti ancora il tuo sapore tra le gambe.»

Il lago fuori era immobile. La villa taceva. Io ero ancora duro a metà dentro la madre del mio migliore amico, il cuore che mi batteva come un tamburo di guerra, e sapevo che le due notti non sarebbero bastate a spegnere quella fame. C’era ancora il culo che mi aveva promesso, c’era ancora il rischio di essere scoperti, c’era ancora tutto il tempo per rovinarci più a fondo di quanto avessimo già fatto.

Le ho morso il collo e ho cominciato a muovermi di nuovo, lento, e lei ha sorriso contro la mia pelle.

Sono Marco, e il mio cazzo scivolava di nuovo dentro la figa di Selena con spinte lente e pesanti mentre lei sorriva contro la mia spalla, le unghie che mi graffiavano la schiena già segnata. Il seme precedente le colava caldo intorno alla base, scivolava sulle mie palle, e ogni movimento produceva quel suono umido e osceno che mi faceva diventare più duro. Due notti. Solo due. E io volevo rovinarle ogni centimetro del corpo prima che Luca tornasse.

«Il culo», ha sussurrato lei contro il mio orecchio, la voce roca. «Me l’hai promesso. Voglio sentirlo aprirmi lì. Adesso.»

Mi sono sfilato da lei. Il cazzo era lucido, gonfio, venato, ancora gocciolante. Selena si è girata a pancia sotto, ha alzato il bacino, le ginocchia divaricate sul materasso bianco già macchiato. Le ha divaricato le natiche con le mani, mostrando il buco stretto e rosa, pulito, che si contraeva leggermente. Il mio sperma le scorreva ancora dalla figa giù verso l’ano.

«Sputaci», ha ordinato. «Bagnamelo. Poi spingi. Voglio sentire quanto sei grosso mentre mi fotti dove nessuno mi ha mai presa così forte.»

Ho raccolto saliva e l’ho fatta scivolare sul suo buco. Poi ci ho premuto il pollice, l’ho girato piano, l’ho allargato. Selena ha gemuto nel cuscino, i fianchi che si spingevano indietro. Due dita. Poi tre. La strettezza era folle. Quando l’ho sentita abbastanza aperta mi sono messo dietro, le ho afferrato i fianchi morbidi e maturi, e ho premuto la testa del cazzo contro l’anello. Un secondo di resistenza. Poi il glande è scivolato dentro con un pop umido.

«Cazzo… Marco… così…» ha ansimato, la schiena inarcata. «Lento. Poi tutto.»

Ho spinto centimetro dopo centimetro. La stretta era soffocante, calda, vellutata in modo diverso dalla figa. Lei tremava, le unghie conficcate nel lenzuolo. Quando sono arrivato in fondo le palle le battevano contro la figa ancora colante. Sono rimasto fermo un momento, sentendo le pulsazioni del suo buco intorno a me.

«Guardami», ho ringhiato. «Sei la mamma del mio migliore amico e ti sto aprendo il culo come una troia. Come ti senti?»

«Proibita», ha gemuto. «Sbagliata. E bagnata da morire. Scopami. Usami lì.»

Ho cominciato a muovermi. Spinte corte all’inizio, poi più lunghe, più profonde. Il letto scricchiolava di nuovo. Le sue natiche morbide schiaffeggiavano contro i miei fianchi. Una mano le è scesa sotto e le ha strofinato il clitoride gonfio mentre la scopavo nel culo. Selena urlava a denti stretti, la voce rotta.

«Più forte… sì… riempimi anche lì… voglio camminare domani con il culo che brucia del tuo cazzo.»

Ho accelerato. Il piacere saliva nero, denso. Le stringevo i capelli bagnati in un pugno, tiravo la testa indietro, e parlavo sporco contro la sua nuca mentre la sfondavo.

«Luca ti ha succhiato il seno da bambino e adesso il suo amico ti sta scopando il culo fino in fondo. Se sapesse… se sapesse come la sua mamma spinge indietro per prendere tutto…»

Lei è venuta così, un orgasmo che le ha fatto contrarre l’ano a spasmi folli intorno al mio cazzo. Quella stretta mi ha fatto esplodere. Ho sparato getti caldi e spessi dritto nel suo buco, spingendo fino in fondo mentre eiaculavo, riempiendola. Quando mi sono sfilato un filo bianco e denso le usciva dall’ano, scendeva lungo la figa, macchiava il lenzuolo.

Ci siamo accasciati. Respiri spezzati. Il lago fuori era nero e immobile. Selena ha allungato una mano e mi ha accarezzato il cazzo ancora semi-duro, raccogliendo il resto del seme con le dita e portandoselo alla bocca.

«Sapore di tutto», ha mormorato. «Di peccato completo.»

Abbiamo riposato poco. Lei non mi ha lasciato dormire davvero. A un certo punto, nel buio, si è chinata e mi ha succhiato di nuovo, lenta, profonda, fino a farmi tornare di pietra. Poi si è messa a pecorina e mi ha fatto riprendere la figa, spingendo indietro con rabbia, gemendo il nome di Luca come se lo sfidasse.

Quando la luce grigia dell’alba ha cominciato a filtrare dalla finestra sul lago, Selena mi ha svegliato come aveva promesso: con la bocca calda sulla mia figa ancora un po’ gonfia del sonno. Mi ha leccato, mi ha succhiato le palle, mi ha fatto indurire di nuovo. Poi mi ha trascinato in bagno.

La doccia era grande, piastrelle fredde. L’acqua calda ci è cascata addosso mentre la spingevo contro il muro bagnato. Le gambe alzate, il cazzo che entrava di nuovo nella figa ancora piena del mio seme della notte. Spingevo forte, l’acqua che scorreva tra i nostri corpi, i seni che le sbattevano. Lei mi graffiava le spalle e sussurrava:

«La donna delle pulizie potrebbe arrivare… senti… potrebbe sentirci… e allora tutto finisce. Più forte, Marco. Rischia.»

L’ho scopata sotto l’acqua fino a farla venire di nuovo, poi l’ho fatta inginocchiare e le ho sparato in bocca, guardandola deglutire mentre l’acqua le bagnava i capelli.

Ancora nudi, ancora gocciolanti, mi ha portato in cucina. Il tavolo di legno massiccio dove Luca da anni mangia la colazione. Selena si è piegata sopra, le tette schiacciate sul piano, il culo alto. «Qui», ha detto. «Dove mangia il pane. Dove beve il caffè. Scopami qui. Lascia il tuo odore.»

Mi sono messo dietro e sono entrato con un colpo solo. Il tavolo scricchiolava. Le spinte erano pesanti, brutali. Ogni botta faceva muovere le sedie. Lei gemiti soffocati contro il legno.

«Se tornasse adesso… se aprisse la porta e ti vedesse così… con il cazzo del suo amico che le esce dalla figa…»

«Lo farei lo stesso», ho ringhiato, affondando più forte. «Ti farei venire sotto i suoi occhi. Sei mia adesso. Questa figa, questo culo, questi seni… tutto mio finché non torna.»

L’ho fatta venire piegata sul tavolo, poi mi sono sfilato e le ho sparato sulla schiena e sulle natiche, getti bianchi che le scendevano tra le pieghe. Lei ha rialzato la testa, gli occhi scuri e lucidi, e ha sorriso.

«Pulisci», ha ordinato. «Con la lingua.»

Mi sono inginocchiato e ho leccato il mio stesso sperma dalla sua pelle, dalla fessura del culo, dalla figa gonfia. Il sapore era salato, proibito, nostro.

Il telefono di Selena ha vibrato sul piano di lavoro. Un messaggio. Lei l’ha guardato e il sorriso si è fatto più pericoloso.

«Luca. Dice che forse anticipa. Potrebbe tornare stasera invece che domani. Una riunione finita prima.»

Il cuore mi è scoppiato in gola. Il rischio improvviso, reale. Lei ha posato il telefono e mi ha preso il cazzo ancora semi-duro tra le dita umide.

«Allora non abbiamo tutta la notte. Abbiamo ore. Voglio che mi porti in ogni stanza di questa casa. Voglio che mi fotti sul divano dove guardiamo i film in famiglia. Sul balcone dove si vede la strada. Nel letto di Luca… no. Non lì. Ma ovunque altro. E se arriva prima… scappiamo. O non scappiamo. Dimmi che sei disposto a bruciare tutto per un altro carico dentro di me.»

Ero già duro di nuovo. L’ho sollevata, le gambe intorno alla vita, e l’ho portata verso il salone mentre lei rideva bassa contro il mio collo. Il sole saliva sul lago di Como. La villa era ancora silenziosa. Due notti erano diventate forse una sola giornata, e la fame non si spegneva. C’era ancora tempo per rovinarci più a fondo, per lasciare il mio odore su ogni superficie, per farla camminare zoppicando quando e se il figlio fosse tornato. Le ho morso la spalla e l’ho stesa sul divano di pelle, già spingendo dentro, già perduto, già consapevole che il prossimo orgasmo non sarebbe bastato a chiudere quella porta.

Il rischio bruciava più del sole. E io volevo bruciare tutto.

Sono Marco, e il cazzo mi affondava già fino alle palle nella figa di Selena sul divano di pelle del salone, le sue gambe strette intorno ai miei fianchi, i seni che ballavano a ogni spinta pesante. Il sole di mezzogiorno entrava obliquo dalle vetrate sul lago, illuminando le macchie umide che lasciavamo sul cuscino. Lei ansimava contro la mia bocca, le unghie conficcate nei miei glutei, spingendo l’anca in avanti per prendermi più a fondo.

«Più forte… cazzo, Marco, il divano dove guardiamo i film con Luca… scopami qui finché non puzzi di noi.»

La pelle scricchiolava sotto di noi. Le ho afferrato i polsi e glieli ho bloccati sopra la testa, martellando con colpi lunghi e brutali che facevano muovere tutto il mobile. La sua figa era ancora piena del seme della notte e del mattino, scivolosa, calda, che schizzava a ogni botta. Guardavo il mio cazzo sparire tra le labbra gonfie e rosse, uscire lucido, rientrare. Il rischio bruciava: il telefono sul tavolo della cucina poteva vibrare da un momento all’altro. Luca poteva spuntare nel vialetto. E io non mi fermavo.

«Se apre quella porta adesso ti trova con le gambe spalancate e il cazzo del suo migliore amico che ti esplode dentro», ho ringhiato contro il suo orecchio. «E io lo farei lo stesso. Ti terrei premuta qui e ti farei venire sotto i suoi occhi.»

Selena ha gemuto alto, la schiena inarcata, la figa che mi stringeva a spasmi. «Sì… dillo ancora… tradiscilo per questa figa. Usami.»

L’ho fatta venire così, un orgasmo che le ha fatto tremare le cosce e coprire di saliva il mio collo mentre urlava soffocata. Non mi sono sfilato. L’ho sollevata ancora infilata, le gambe avvolte intorno a me, e l’ho portata verso le porte-finestre che davano sul balcone. L’aria calda del lago ci ha investito. Nessuno in vista sulla strada in basso, solo le siepi alte e l’acqua scura. L’ho piegata sul parapetto di pietra, il culo nudo al sole, le tette che pendevano verso il vuoto.

«Qui», ho detto, entrando di nuovo con un colpo solo. «Dove chiunque potrebbe alzare lo sguardo. Dove si vede la curva della strada.»

Ho scopato forte, le mani che le stringevano i fianchi morbidi fino a lasciarle i segni rossi, le palle che schiaffeggiavano il clitoride. Selena teneva il parapetto, i capelli scuri scompigliati dal vento leggero, e spingeva indietro incontro a ogni affondo. «Marco… se passa qualcuno… se ti vede mentre mi sfondi… cazzo sì, più a fondo.»

Una mano le è scesa sotto e le ho strofinato il clitoride gonfio a cerchi rapidi mentre la rimpinavo. Lei è venuta di nuovo, le ginocchia che cedevano, un filo di bava che le colava dal labbro. Io ho tenuto duro, ho continuato a spingere attraverso i suoi spasmi, sentendo il mio orgasmo salire nero e denso. Ma non ancora. Volevo di più. Volevo rovinarla ovunque.

L’ho riportata dentro, ancora gocciolante, e l’ho spinta contro il muro del corridoio che portava alle scale. Le gambe alzate, i piedi che spingevano contro lo stipite, il cazzo che entrava e usciva con suoni umidi e osceni. «Guarda come cola», le ho sussurrato, raccogliendo con le dita il misto di sborra e liquido che le scendeva lungo la coscia e portandoglielo alle labbra. Lei ha succhiato avidamente, gli occhi scuri fissi nei miei.

«Sapore di tutto quello che non dovevamo fare», ha mormorato. «Portami di sopra. Voglio che mi prendi di nuovo il culo nella mia camera, con la luce del giorno che ci vede. Voglio camminare zoppicando quando e se torna.»

Siamo saliti le scale a passi scomposti, i corpi ancora uniti a tratti, le mani che non si staccavano. Nella sua camera la luce di mezzogiorno inondava il letto già devastato. Selena si è buttata a pancia sotto, ha alzato il bacino, ha divaricato le natiche con le dita. L’ano era ancora arrossato, leggermente aperto dalla notte, e un filo bianco del carico precedente gli usciva ancora.

«Sputaci di nuovo. Poi spingi tutto. Voglio sentirlo aprirmi finché non urlo.»

Ho raccolto saliva, l’ho fatta scivolare sul buco stretto, ci ho lavorato due dita, tre, allargandola mentre lei gemiva nel cuscino. Poi ho premuto la testa del cazzo contro l’anello e ho spinto. Resistenza, poi il glande che scivolava dentro con un pop caldo. Selena ha tirato un fiato lungo, tremante. «Cazzo… così grosso… lento… adesso tutto.»

Sono affondato centimetro dopo centimetro finché le palle le battevano contro la figa colante. La strettezza era soffocante, diversa, vellutata e bruciante. Ho cominciato a scoparla con spinte lunghe e pesanti, una mano che le teneva i capelli, l’altra che le strofinava il clitoride. Il letto batteva contro il muro a ritmo sordo. Lei spingeva indietro, affamata, ansimando parole rotte.

«Sei la mamma del mio migliore amico e ti sto aprendo il culo a mezzogiorno mentre lui potrebbe essere già in macchina», ho ringhiato. «Se sapesse come la sua mamma si fa sfondare… come spinge per prendere tutto…»

«Lo so… ed è per questo che gocciolo. Riempimi. Sparaci dentro. Voglio sentirlo caldo mentre cammino.»

Ho accelerato. Le natiche morbide schiaffeggiavano contro i miei fianchi. Il piacere saliva come lava. Lei è venuta per prima, l’ano che mi mungeva a spasmi folli, un grido soffocato nel cuscino. Quella stretta mi ha fatto esplodere. Ho sparato getti spessi e caldi dritto nel suo buco, spingendo fino in fondo, riempiendola mentre i fianchi si bloccavano. Quando mi sono sfilato un filo denso e bianco le usciva dall’ano, scendeva sulla figa, macchiava le lenzuola già devastate.

Ci siamo accasciati di fianco, respiri spezzati, sudati, il sole che ci batteva sulla pelle. Il mio cazzo ancora pulsava, semi-duro, lucido di lei. Selena ha allungato una mano e me l’ha stretto piano, raccogliendo i residui con le dita e portandoseli alla bocca, leccando lentamente.

«Ultimo», ha sussurrato, la voce roca. «Voglio che mi metti a cavalcioni e mi guardi negli occhi mentre mi riempi l’ultima volta. Dimmi che non ti pentirai. Dimmi che bruceresti tutto di nuovo.»

Mi sono seduto contro la testiera. Lei si è arrampicata, ha preso il cazzo ancora gocciolante e si è abbassata centimetro dopo centimetro sulla figa gonfia e piena. Il calore l’ha inghiottito tutto. Ha cominciato a muoversi, su e giù, avanti e indietro, i seni pesanti che ballavano davanti al mio viso. Le ho afferrato le tette, le ho succhiato i capezzoli a morsi, le unghie conficcate nei suoi glutei mentre lei mi cavalcava con rabbia dolce.

«Ti voglio più di qualsiasi cosa», ho ansimato, spingendo i fianchi all’insù. «Ti farei anche se Luca fosse già nel vialetto. Sei la mia troia proibita, Selena. La mamma che non dovevo toccare e che adesso non lascio finché non mi svuoti.»

Lei accelerava, la figa che mi stringeva a ondate, il suono umido che riempiva la stanza. Gli occhi scuri fissi nei miei, le labbra aperte, un filo di saliva. «Vieni… vieni dentro. L’ultimo carico. Voglio portarlo quando torna. Voglio sentirlo caldo tra le cosce mentre gli faccio finta di niente.»

Il piacere è esploso nero e totale. L’ho afferrata pei fianchi, l’ho bloccata in fondo e ho sparato il carico più denso di tutti, getti caldi che le salivano dentro mentre lei veniva con un grido lungo e tremante contro la mia spalla, la figa che mi mungeva a spasmi. Continuavo a pulsare, a spingere piano, a svuotarmi finché non è rimasto più niente.

Ci siamo fermati così. Io ancora dentro di lei, il cazzo che pulsavava lento mentre il seme le colava caldo intorno alla base, scendeva sulle mie palle, macchiava le lenzuola. Selena teneva la fronte contro la mia, il respiro irregolare, le cosce che tremavano intorno ai miei fianchi. Fuori il lago scintillava immobile. La villa taceva. Il telefono non aveva vibrato di nuovo.

Restammo uniti, sudati, pieni, il cuore che batteva ancora come un tamburo. Lei ha sorriso piano contro la mia bocca, le dita nei miei capelli umidi, e non ha detto niente. Non serviva. Il peccato era completo, il rischio ancora vivo nell’aria calda, e io ero ancora sepolto fino in fondo nella madre del mio migliore amico, il seme che usciva caldo, il corpo che non voleva staccarsi.

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