Scambio di Sguardi sul Tetto Dopo la Chiusura
Dopo la chiusura, Sergio e Bianca si scopano il culo sul tetto del locale.
L’aria sul tetto del locale sapeva di asfalto caldo e di notte appena cominciata. Le luci della città brillavano sotto di loro come una collana spezzata, e il rumore della via, assordante poche ore prima, era sceso a un brusio lontano. Sergio chiuse la porta di metallo alle sue spalle e si accese una sigaretta con un gesto lento, quasi pigro. Aveva ventotto anni, le spalle larghe da chi porta vassoi e casse da anni senza lamentarsi, e la camicia della divisa aperta sul petto ancora un po’ sudato. Bianca stava già lì, appoggiata al muretto basso, una gamba piegata, i capelli scuri raccolti in fretta. Ventiquattro anni, barista sexy che sapeva come far bere la gente e come farli restare, jeans stretti e una canotta nera che lasciava indovinare il reggiseno di pizzo.
«Finalmente,» mormorò lei, senza voltarsi subito. «Credevo non finissi più di chiudere i rubinetti.»
Sergio le porse la sigaretta. Le dita di Bianca lo sfiorarono mentre la prendeva, e quel contatto minimo bastò a far scattare qualcosa. Lei tirò una boccata, spirò il fumo verso le luci, poi gli restituì lo sguardo. Non un sorriso cortese da colleghi: un sorriso malizioso, lento, che gli diceva di aver notato tutto — il modo in cui lui la guardava mentre lei piegava la schiena per prendere le bottiglie, il modo in cui i suoi occhi scendevano sul culo quando lei si allontanava.
«Stasera eri più lenta del solito,» disse Sergio, la voce bassa. «O forse ero io a guardarti di più.»
Bianca rise piano, un suono caldo che gli arrivò dritto allo stomaco. «Ti ho visto. Ogni volta che passavi dietro il bancone mi fissavi le tette. E non solo quelle.» Fece una pausa, gli occhi che gli si conficcavano addosso. «Ti piace guardarmi, Sergio?»
Lui non rispose subito. Si avvicinò, si mise accanto a lei al muretto, le spalle che quasi si toccavano. Il calore del suo corpo gli arrivava attraverso la camicia. Sotto, il cazzo cominciava già a pesare contro il tessuto dei pantaloni, un richiamo sordo e insistente. Aveva passato settimane a fingere di non notarli, quei sguardi di lei, le battute troppo spinte dopo le due di notte, il modo in cui Bianca si leccava il labbro quando lui sollevava le casse di birra e i muscoli delle braccia si tendevano.
«Mi piace,» ammise alla fine, senza giri di parole. «Mi piace un cazzo di tanto. E tu lo sai.»
Il silenzio che seguì non era vuoto: era pieno. Pieno di quello che non avevano ancora detto, di quello che entrambi volevano esplorare. Bianca gli passò di nuovo la sigaretta. Questa volta le dita restarono a contatto un secondo di più. Sergio sentì il polso accelerare. Guardò il profilo di lei, la curva del seno sotto la canotta, il punto in cui i jeans stringevano i fianchi. Bianca girò appena la testa e i loro sguardi si incrociarono di nuovo, più lunghi, più sporchi. Non c’era più la scusa del lavoro, dei clienti, del bancone che li separava. C’era solo il tetto, l’aria notturna, e quella tensione che diventava ogni secondo più pesante e più dolce.
«Da quanto?» chiese lei, la voce un filo più roca.
«Da quando sei arrivata. Tre mesi. Forse di più.» Sergio espirò il fumo di lato. «Tu?»
Bianca non abbassò gli occhi. «Da prima. Da quando ti ho visto la prima sera portare su le casse con le maniche arrotolate. Mi sono bagnata i mutandine solo a guardarti. E da allora non ho smesso di pensarci.»
La confessione cadde tra loro come un fiammifero su benzina. Sergio sentì il sangue battere più forte, il cazzo che si induriva sul serio, premuto contro la zip. Bianca se ne accorse: lo sguardo le scese un attimo lì, poi risalì, e il sorriso diventò ancora più cattivo.
«Ti piace sentirti dire ste cose, eh?» continuò lei, avvicinandosi di un passo. Ora erano faccia a faccia, il petto quasi a toccarsi. «Ti piace che ti dica che mentre pulivo i bicchieri mi immaginavo le tue mani sul mio culo. Che di notte, a casa, mi metto le dita e penso a te che mi scoperesti forte, senza peli sulla lingua.»
«Cazzo, Bianca…»
«Dillo. Dimmi che ci hai pensato anche tu.»
Sergio le prese il mento con due dita, non bruscamente, ma con una fermezza che non lasciava spazio a giochi. «Ci ho pensato ogni santo giorno. A prenderti qui, contro sto muretto. A farti venire mentre sotto la gente cammina senza sapere un cazzo. A sentire come sei stretta.» La voce gli uscì bassa, roca. «E non solo la figa.»
Gli occhi di Bianca si fecero più scuri. Un brivido le corse lungo la schiena, visibile anche nella luce fioca delle lampade del tetto. «Ah no?» sussurrò. «E cos’altro, Sergio?»
I discorsi, da quel momento, smisero di essere allusivi. Diventarono espliciti, sporchi, diretti come un pugno nello stomaco.
«Il tuo culo,» disse lui senza esitare. «Ci ho pensato al tuo culo. A quanto deve essere sodo quando ti abbassi i jeans. A quanto mi farei venire voglia di aprirlo con le dita e poi con il cazzo.»
Bianca emise un suono basso, quasi un gemito trattenuto. Si morse il labbro inferiore e si staccò di un passo, ma non per allontanarsi: per girarsi verso di lui in pieno, le mani che scendevano già alla fibbia della cintura.
«Ho fantasticato su di te per settimane,» confessò, la voce calda e tremante di eccitazione. «Tutte le sere. Mi tocco e penso a te che mi prendi di dietro, che mi spingi sul bancone, che mi fai male buono finché non ti prego di non fermarti. E stasera… stasera non voglio più solo fantasticare.» Alzò lo sguardo, dritto nei suoi occhi. «Vuoi prendermi qui sul tetto, Sergio? Davvero. Vuoi scoparmi il culo sotto ste luci, dove chiunque alzi gli occhi dal palazzo di fronte potrebbe vedere?»
Il cazzo di Sergio era ormai duro come pietra. Sentiva il cuore martellargli nelle tempie. «Sì,» raschiò. «Lo voglio. Lo voglio da pazzi.»
Bianca non aspettò altro. Si girò di schiena verso di lui, di fronte al muretto basso che dava sulla città. Le mani scesero rapide: slacciò i jeans, li abbassò insieme alle mutandine fino a metà coscia, e si piegò in avanti appena quanto bastava. Il culo le apparve nudo, sodo, tondo, la pelle chiara che prendeva i riflessi arancioni delle lampade. Tra le natiche si apriva il solco, e più in basso il buchetto stretto, rosa, già un po’ contratto per l’emozione e l’aria fresca.
«Guardalo,» disse lei, la voce ormai roca di lussuria. «Guardati sto culo. L’ho tenuto per te stasera. Niente slip di cotone, niente scuse. Solo questo.» Si allargò leggermente le natiche con una mano, offrendosi senza pudore. «Vieni a giocare col mio buchetto, Sergio. Toccalo. Aprilo con le dita. Sputaci sopra se vuoi. Fammi sentire quanto sei eccitato prima di ficcarmelo dentro.»
Sergio restò un secondo immobile, il respiro corto, gli occhi inchiodati su quella visione. Poi si avvicinò. Le mani grandi le posarono sui fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida e soda. Scesi con lo sguardo lungo la curva della schiena nuda sotto la canotta alzata, fino a quel culo esposto, vulnerabile e provocante. Con il pollice destro sfiorò la riga delle natiche, lentamente, dall’alto verso il basso, fino a premere appena contro l’anello stretto del buco.
Bianca tremò. «Cazzo… sì. Così.»
Lui circondò l’orifizio con la punta del dito, lo massaggiò piano, sentendolo già un po’ umido di sudore e di voglia. «Sei stretta da paura,» mormorò contro la nuca di lei. «Ti immagino mentre ti allarghi per me. Mentre ti fai fotttere il culo e gemere il mio nome.»
«Fallo,» lo spinse lei, spingendo indietro il bacino contro la sua mano. «Gioca. Mettici lo spit. Apri quel buchetto come se fosse tuo. Perché stasera è tuo.»
Sergio si chinò, raccolse un po’ di saliva e la lasciò cadere proprio lì, caldo e umido sul buco di Bianca. Il dito medio ci premette contro, girò, spinse con delicatezza crescente finché la punta non entrò. Bianca tirò aria tra i denti, un gemito basso e gutturale che si ruppe a metà. Dentro era caldissima, vellutata, che lo stringeva già.
«Più a fondo,» ansimò. «Sentimi. Senti come mi chiudo attorno al tuo dito. Immagina quando ci metterai il cazzo…»
Lui spinse fino alla nocca, poi aggiunse un secondo dito, lento, paziente, allargandola mentre con l’altra mano le teneva ferma l’anca. Bianca si dondolava indietro, i jeans ancora a metà coscia, le cosce che tremavano. Sergio guardava i suoi stessi dita sparire e riemergere, il buco che si apriva e si chiudeva affamato, e sentiva di non poter più trattenersi a lungo.
Si chinò sul suo orecchio, le labbra che sfioravano la pelle calda. «Tra poco te lo metto, Bianca. Tutto. Piano all’inizio, poi forte come mi hai chiesto nelle tue fantasie. Ma prima voglio sentirti chiederlo ancora. Voglio che mi supplichi di scoparti il culo sul tetto.»
Lei girò la testa di lato, gli occhi lucidi di piacere, le labbra socchiuse. «Sergio… mettimelo. Scopami il culo. Fallo adesso. Non aspettare più. Voglio il tuo cazzo nel mio buchetto, voglio che mi riempi, che mi usi, che mi fai venire mentre mi fotte di dietro sotto le luci della città.»
I jeans di lui erano ancora allacciati, ma il rilievo del cazzo premeva duro e evidente contro il sedere di Bianca ogni volta che lei si spingeva indietro. Sergio sfilò lentamente le dita, le lasciò scivolare lucide sulla sua pelle, e con la mano libera cominciò a slacciarsi la cintura. Il rumore del metallo e della zip spezzò l’aria notturna. Bianca sentì l’aria fredda sulla propria apertura ancora spalancata e ansimò, aspettando, il corpo teso come una corda.
Lui le prese di nuovo i fianchi, le premette il glande caldo e gonfio proprio contro il buco umido di saliva. Non entrò. Restò lì, a sfregare, a tormentarla, a farle sentire quanto era grosso e pronto. Bianca gemette più forte, le mani aggrappate al muretto, il culo che cercava di spingersi contro di lui.
«Non te lo do ancora tutto,» mormorò Sergio contro la sua schiena, la voce un ringhio basso e carico. «Prima ti faccio chiedere ancora. Prima ti faccio venire l’acqua in bocca. Poi, quando sarai abbastanza bagnata e aperta… allora ti prendo. Sul tetto. Come hai voluto.»
Bianca chiuse gli occhi, il respiro spezzato, il corpo che bruciava. La città scintillava sotto di loro, indifferente. E la notte, sul tetto del locale appena chiuso, aveva appena smesso di essere solo tensione: era diventata promessa. Una promessa calda, sporca, che stava per essere mantenuta.
Sergio non entrò. Lasciò il glande a premere e a strofinare contro il buchetto umido di saliva, sentendo Bianca spingere indietro il culo con una fame che gli fece pulsare le vene del cazzo. Poi si staccò di scatto, si inginocchiò sul cemento del tetto e le aprì le natiche con le mani. L’odore di lei, caldo e di figa eccitata, gli salì dritto al cervello. Cacciò la faccia tra le chiappe e leccò.
La lingua gli partì dalla fessura bagnata della figa, salì lenta lungo il perineo e si conficcò nel buco stretto. Bianca gridò un «cazzo» rotto, le unghie che grattavano il muretto. Sergio le succhiò l’anello, lo spinse aperto con la punta della lingua, poi scese di nuovo a bere il succo che le colava dalle labbra gonfie. Alternava: una passata lunga e sguaiata sulla figa, due, tre spinte profonde nel culo, il naso schiacciato contro la carne soda. Bianca ansimava a bocca aperta, i jeans ancora a metà coscia che le impedivano di allargare di più le gambe.
«Leccami meglio… leccami quel buco come un cane affamato, Sergio… cazzo sì, mettici la lingua fino in fondo…»
Lui ubbidì. Le tenne aperte le natiche fino a farle male e ci ficcò la lingua a spinte corte e veloci, sentendo il muscolo che si contraeva e si rilassava intorno a lui. Con una mano le massaggiò la figa, due dita che le strofinavano il clitoride gonfio mentre leccava. Bianca tremava tutta, il bacino che si muoveva contro la sua faccia, cercando più pressione, più umidità, più sporcizia.
Quando la sentì abbastanza molle e aperta, Sergio si alzò. Raccolse saliva in bocca, se la sputò sulla mano e se la passò sul cazzo duro come pietra, dal glande alla base, fino a farlo lucido e scivoloso. Le premette di nuovo la testa contro l’anello. Bianca bloccò il respiro.
«Adesso te lo do. Tutto.»
Spinse. Piano. Il glande forzò l’apertura, entrò con un pop umido, e Bianca tirò aria tra i denti con un gemito lungo e gutturale. Sergio restò fermo un secondo, solo la testa dentro, sentendo il calore vellutato che lo stringeva già da impazzire. Poi avanzò centimetro dopo centimetro, le mani piantate sui suoi fianchi, finché le palle non gli sbatterono contro la figa.
«Tutto dentro,» raschiò. «Il tuo culo mi mangia il cazzo come se avesse fame da mesi.»
Bianca non riusciva a parlare. La testa china, i capelli scuri che le cascavano sugli occhi, si limitò a spingere indietro il bacino. Sergio cominciò a scoparla. Spinte lunghe e profonde, uscendo quasi tutto e rientrando d’un colpo solo, il suono bagnato della carne che sbatteva contro la carne che riempiva la notte. Ogni botta le faceva tremare le chiappe. Lei gemette il suo nome, basso e rotto, e lui accelerò.
La posizione era doggy contro il parapetto: Bianca piegata in avanti, le mani aggrappate al muretto, il culo alto e offerto. Sergio la scopava con forza crescente, le dita che le lasciavano segni rossi sui fianchi. Di tanto in tanto le dava una pacca secca su una natica, poi sull’altra, sentendo la carne che ondeggiava e il buco che si stringeva di riflesso intorno al cazzo.
«Più forte… picchiami il culo mentre me lo infili… sì, così, cazzo, sento ogni vena…»
Lui le cambiò angolo, spinse più in basso, più a fondo, e Bianca gridò. Il rumore della via sotto di loro era un brusio lontano; sopra c’erano solo i gemiti di lei e il suono osceno del cazzo che entrava e usciva dal buco dilatato. Sergio sentiva le palle bagnarsi del succo che le colava dalla figa. Si chinò sulla sua schiena, le morse la spalla attraverso la canotta, e le parlò dritto all’orecchio mentre la fotteva:
«Guarda la città mentre ti riempio il culo. Guarda le luci e pensa a quanto sei puttana stasera, a quanto mi stai facendo godere con sto buco stretto.»
Poi la fece accovacciare. La spinse più in basso, le gambe piegate, il culo ancora più aperto, e riprese a scoparla da dietro in quella posizione. Bianca allungò una mano tra le cosce e si toccò il clitoride con due dita veloci, circolari, mentre Sergio le stringeva i fianchi a sangue e le menava pacche forti, rosse, che le lasciavano il segno della mano. Ogni pacca faceva contrarre il culo intorno al cazzo, ogni strofinata sul clit la faceva spingere indietro più disperata.
«Vieni sul mio cazzo,» le ordinò, la voce un ringhio. «Contratti il buco e vieni. Voglio sentirlo chiudersi mentre ti sborro dentro.»
Bianca si masturbava più forte, le dita scivolose, i gemiti che diventavano urla soffocate. Sergio martellava spinte corte e brutali, le palle che schiaffeggiavano la figa, le mani che le tenevano le chiappe aperte per guardare il proprio cazzo sparire fino alla radice. La sentì stringersi all’improvviso, un contrarsi violento e ritmico che lo mungeva. Bianca venne con un urlo rotto, il corpo che scuoteva, il culo che pulsava a ondate intorno al cazzo di Sergio, la figa che schizzava un po’ di liquido sulle sue palle.
Lui non si fermò. Continuò a fotterla attraverso l’orgasmo, sentendola contrarsi e rilassarsi, contrarsi di nuovo, finché il piacere non gli esplose pure a lui. Sprofondò fino in fondo, le palle contratte, e scaricò. Getti caldi e spessi che le riempirono il retto, uno dopo l’altro, mentre lui ansimava contro la sua schiena e le stringeva i fianchi. Bianca sentiva ogni pulsazione, ogni fiotto caldo che la riempiva, e gemette ancora, il culo che stringeva di riflesso per non farne uscire neanche una goccia.
Quando finì di sborrare, Sergio restò conficcato dentro, il cazzo che pulsava ancora, il seme che cominciava a colare intorno all’asta. La tenne stretta da dietro, il petto contro la sua schiena sudata, un braccio intorno alla vita. Bianca tremava ancora, le gambe molli, il respiro a pezzi. Girò la testa e si baciarono, lingue sporche e affamate, sapore di saliva e di notte. Il bacio era pieno di denti e di fame, non di tenerezza: era la conferma che volevano ancora, subito, di più.
Sotto le stelle, con il cazzo ancora semi-duro conficcato nel suo culo pieno di sborra, Sergio le mormorò contro le labbra:
«Questa è solo la prima. Domani sera ti aspetto di nuovo qui. Ti scoperò il culo finché non camminerai storta. Ti riempirò ogni notte finché non ti abituerai al mio cazzo come a un secondo battito.»
Bianca rise, un suono basso e roco, e spinse indietro il bacino per sentirlo ancora dentro mentre lo sperma le colava caldo lungo le cosce.
«Allora fammi un altro carico stanotte, stronzo. Riempimi di nuovo. Voglio scendere le scale con il culo che sborra e i jeans bagnati di te.»
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