Mascherato che la Prende nel Freddo dei Fiori

Sofia si fa scopare da Franklin nel freddo tra i fiori mentre il marito Silas guarda umiliato e arrapato.

27 min read September 03, 2026New

La neve scendeva leggera sui fiori d’inverno del giardino di Villa Morelli, cristallina e silenziosa, come un velo di pizzo steso sulle rose ghiacciate e sui gelsomini che resistevano al freddo. Le lanterne di carta coprivano i sentieri di una luce ambrata e tremante. Sofia camminava a braccetto con Silas, il marito, e ogni passo faceva scricchiolare la neve sotto i tacchi alti. Aveva trentadue anni e un corpo che il corsetto nero del costume da mascherata esaltava senza pietà: seno pieno spinto in alto, vita stretta, fianchi morbidi che ondeggiavano sotto la gonna di velluto scuro aperta sul davanti a mostrare le cosce avvolte in calze di seta. La maschera di merletto le copriva solo gli occhi, lasciando libere le labbra rosse e la curva del collo dove una collana di diamanti fake brillava contro la pelle calda.

Silas le stringeva il braccio con una fedeltà quasi patetica. Era un uomo devoto, di quelli che controllano tre volte se la moglie ha freddo, se ha bisogno di qualcosa da bere, se la scollatura non è troppo audace. In sicuro fino al midollo. Sotto la maschera da corvo il suo sguardo non smetteva di scorrire su di lei, come a reclamare un possesso che in fondo non sentiva mai abbastanza solido.

«Sei stupenda», mormorò lui, la voce un filo troppo bassa. «Tutti ti guardano.»

Sofia sorrise di lato, consapevole. Sapeva esattamente l’effetto che faceva. Il freddo le induriva i capezzoli sotto il tessuto sottile; li sentiva premerle contro il corsetto a ogni respiro. «Lascia che guardino, amore. È un ballo in maschera. Nessuno sa chi siamo davvero.»

Entrarono nel cuore del giardino, dove un’orchestra da camera suonava un valzer lento e le coppie ruotavano tra le aiuole illuminate. Fu allora che lo vide.

Franklin. Alto, spalle larghe sotto il cappotto scuro, maschera nera che lasciava scoperto solo il terzo inferiore del volto: mandibola forte, bocca ferma, un sorriso appena accennato che sapeva di dominio. Non chiese permesso. Si avvicinò con la naturalezza di chi sa di poter prendere spazio. Si fermò davanti a loro, lo sguardo che passò prima su Silas — un’occhiata breve, quasi compassionevole — e poi si posò su Sofia come una mano calda sulla pelle nuda.

«Signora», disse, la voce grave, calda, senza traccia di esitazione. «Questa sera i fiori sembrano gelosi di lei.»

Sofia sentì un brivido che non c’entrava nulla con la neve. Ricambiò lo sguardo da dietro la maschera, le labbra che si piegavano in un sorriso lento, consapevole, quasi cattivo. «I fiori sopravvivono al gelo. Io no, se continuo a stare ferma qui.»

Silas si raddrizzò, la mano che si strinse sul braccio di lei. «Siamo sposati», disse, troppo in fretta, troppo sottile. «Io sono il marito.»

Franklin non distolse gli occhi da Sofia. «Lo immagino. Ha l’aria di un uomo che sa quanto vale ciò che tiene al braccio… e quanto poco riesce a tenerlo davvero.» La frase cadde tra loro come un sasso nell’acqua ghiacciata. Silas arrossì sotto la maschera; Sofia lo sentì irrigidirsi. Eppure tra le cosce di lei qualcosa si strinse, calda e umida, traditrice.

«Vuole ballare?», chiese Franklin, tendendo la mano guantata. Non a Silas. A lei. Solo a lei.

Sofia guardò il marito un istante — un istante lungo abbastanza da fargli assaporare l’umiliazione — e poi posò le dita in quelle di Franklin. «Con piacere.»

Silas restò ai margini del sentiero fiorito, le mani strette a pugno, mentre i due si allontanavano verso lo spazio danzante tra le rose bianche piegate sotto il peso della neve. Franklin la guidò senza fretta. Una mano le cingeva la vita, le dita che premevano appena sopra la curva del sedere, attraverso il velluto. L’altra teneva la sua. Ballavano vicini, troppo vicini per un primo incontro. L’alito di lui le sfiorava la tempia.

«Tuo marito ti guarda come un cane legato», mormorò Franklin all’orecchio di Sofia. «E tu ti bagneresti solo a sentirlo soffrire così, vero?»

Sofia non negò. Il corpo le rispondeva già: il calore le saliva lungo la schiena, il seno le premeva contro il petto solido di lui a ogni giro. «Lui mi ama. Io… mi diverto a ricordargli che l’amore non è possesso.»

«Brava.» Franklin abbassò la maschera quel tanto che bastava perché le labbra le sfiorassero il lobo dell’orecchio. «Stasera voglio vederti arrapata sotto gli occhi suoi. Voglio che lui senta l’odore di quanto sei bagnata mentre io ti tocco.»

Il valzer li portò vicino a una pergola coperta di glicine ghiacciato. Lì, per un attimo, rimasero quasi nascosti. La mano di Franklin scivolò dalla vita al fianco, poi più in basso, palmandole una chiappa con una possessività aperta, sfacciata. Sofia emise un respiro corto, le cosce che si stringevano. Silas li stava fissando da dieci metri di distanza, immobile, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta. Sofia lo vide e, deliberatamente, inclinò il bacino contro la mano di Franklin, offrendosi.

«Ti piace che lui veda», disse Franklin, non era una domanda. Le dita premevano il solco delle natiche attraverso il tessuto. «Dimmi di sì.»

«Sì», soffiò Sofia, la voce roca. «Mi piace. Mi piace sapermi guardata mentre un altro mi tocca. Mi rende…» cercò la parola e la trovò con un mezzo sorriso lascivo «…cotta. Bagnata. Vogliosa.»

Franklin rise basso. «Torna da lui. Fagli sentire il tuo profumo. Poi vieni di nuovo da me. Stasera questo giardino è nostro, e lui starà a guardare finché non gli cadranno le ginocchia.»

Quando Sofia tornò accanto a Silas, le guance le bruciavano nonostante il freddo. Il marito le offrì il braccio con un gesto meccanico; lei lo prese, ma il corpo restava rivolto, in qualche modo, verso l’uomo mascherato che ora parlava con un gruppo vicino alle lanterne, di tanto in tanto voltandosi a cercarla con gli occhi scuri dietro la maschera.

«Chi è?», chiese Silas, la voce stretta.

«Non lo so. Si chiama Franklin, ha detto. Alto. Sicuro di sé.» Sofia si avvicinò di più al marito, le labbra vicino al suo orecchio, e sussurrò con una dolcezza crudele: «Mi ha messo la mano sul culo mentre ballavamo. E io ho lasciato fare. Ti sei accorto, vero? Ti sei accorto di quanto mi sono spinta contro di lui?»

Silas deglutì. Un brivido lo scosse — umiliazione, rabbia, e sotto qualcosa di più scuro, più proibito, che gli tendeva i pantaloni contro ogni volontà. «Sofia… siamo in pubblico.»

«Proprio per questo.» Lei gli prese la mano e la guidò, per un istante solo, sotto il bordo del mantello, facendogli sfiorare l’interno della propria coscia, dove la calza finiva e la pelle nuda cominciava, calda, leggermente umida. «Senti. Sono già così. Per colpa sua. E per colpa tua che stavi a guardare con quella faccia da cornuto eccitato.»

Silas ritrasse la mano come scottato, ma gli occhi gli restarono spalancati, lucidi. «Non… non dire così.»

«Perché? È la verità.» Sofia gli sorrise, tenera e spietata insieme. «Tu mi adori. Io lo so. E stasera voglio che tu resti vicino mentre lui mi corteggia. Voglio che tu veda ogni sguardo, ogni tocco. E che ti venga duro proprio mentre ti senti piccolo.»

Franklin li raggiunse di nuovo, senza preavviso, portando tre flute di champagne che fumavano lievemente nel freddo. Ne porse uno a Sofia, uno a Silas — un gesto cortese che sapeva di scherno — e tenne il proprio.

«Alla neve, ai fiori, e alle mogli che sanno ballare», propose, alzando il bicchiere. Gli occhi non lasciarono mai quelli di Sofia. «E ai mariti che sanno stare a guardare.»

Silas bevve in silenzio, la gola che si chiudeva. Sofia sorseggò lo champagne e poi, con naturalezza oltraggiosa, passò la lingua sul bordo del bicchiere dove Franklin aveva appena posato le labbra. Il gesto era minimo. Devastante.

«Fa freddo», osservò Franklin, guardando i petali bianchi piegati sotto la neve. «Ma certi posti del corpo restano caldi comunque. Vero, Sofia?»

Lei annuì lentamente. «Verissimo.»

«C’è un viale più in là, tra le camelie. Meno gente. Più ombra.» Franklin abbassò la voce. «Portaci tuo marito. Voglio che stia a due passi mentre ti parlo all’orecchio di tutte le cose che intendo farti. Voglio che lui senta le parole e non possa farci niente. Poi vedremo quanto a lungo resiste prima di chiedermi, con quella faccia arrossata, di continuare.»

Sofia guardò Silas. Il marito tremava leggermente — non solo per il gelo. Tra paura e desiderio il suo volto era un campo di battaglia. Lei gli accarezzò la guancia con dolcezza genuina, quasi pietosa, e gli disse piano: «Vieni. Resta con me. Guardami. È questo che vuoi, anche se ti fa male. Lo so.»

Silas chinò il capo. Un cenno piccolo, sconfitto e arrapato insieme. «Vengo.»

I tre si avviarono lungo il sentiero laterale, dove i fiori d’inverno sporgevano dai muretti bassi e la neve soffice attutiva i passi. Le lanterne diventavano più rare. L’orchestra restava lontana, un eco. Franklin camminava a fianco di Sofia, la spalla che di tanto in tanto le sfiorava il seno. Silas dietro di loro, a un passo, costretto a vedere come la mano dell’altro uomo scendeva di nuovo, questa volta più palese, a stringere l’anca di lei, le dita che affondavano nella carne morbida sopra la calza.

«Stasera ti scoperò tra questi fiori, Sofia», disse Franklin senza abbassare abbastanza la voce. «Col freddo che ti pizzica le tette e il culo nudo, mentre lui guarda. Ti farò venire con la faccia nella neve e il cazzo in gola, se te lo meriti. E tuo marito terrà il tuo mantello, come un bravo cornuto, perché non ti si gelino le spalle.»

Sofia gemette piano, un suono piccolo e affamato. Le ginocchia le tremavano. Silas dietro di loro emise un verso strozzato — protesta, eccitazione, vergogna, tutto insieme.

Il viale delle camelie si apriva davanti, scuro, fiorito, gelido. Franklin si fermò, si voltò, e guardò prima Sofia e poi Silas, come un giudice che ha già deciso la sentenza.

«Siamo solo all’inizio», disse. «Togliti i guanti, Sofia. Voglio sentire le tue mani nude. E tu, Silas… resta dove sei. Occhi aperti. Bocca chiusa. Stasera impari cos’è guardare la tua donna mentre un altro se la prende.»

La neve continuava a cadere sui fiori. Il cuore di Sofia batteva forte, il sesso già pulsante e umido contro la guaina della guêpière. Silas restava un passo indietro, umiliato e duro nei pantaloni, incapace di allontanarsi. Franklin sorrideva dietro la maschera, padrone del freddo e della notte.

E il ballo, lontano, suonava ancora.

La neve scricchiolava sotto i passi mentre i tre avanzavano più a fondo nel viale delle camelie. I fiori bianchi, irrigiditi dal gelo, sporgevano dai muretti bassi come dita delicate tese verso il cielo scuro. Franklin camminava a fianco di Sofia, così vicino che il calore del suo corpo filtrava attraverso i mantelli e le toccava il fianco a ogni passo. Silas li seguiva a un metro di distanza, lo sguardo conficcato nella curva del sedere di lei che ondeggiava sotto il velluto scuro, nella mano di Franklin che di tanto in tanto scendeva a stringerle l’anca con una possessività spudorata.

«Togliti i guanti», ripeté Franklin a voce bassa, senza voltarsi. Sofia obbedì. Le dita nude, già un po’ intorpidite dal freddo, uscirono dal tessuto morbido. Franklin le prese subito, le intrecciò alle sue, guantate ancora, e le portò contro il suo petto, facendole sentire il battito lento e sicuro sotto il cappotto. Poi si chinò verso il suo orecchio, le labbra che sfioravano il lobo caldo.

«Ti desidero da quando ti ho vista scendere dal sentiero», sussurrò. La voce era un ronzio grave, grezzo di lust. «Quei seni spinti in alto dal corsetto, le cosce che si aprono e si chiudono sotto la gonna… so già come sa la tua figa quando è bagnata. So già quanto ti stringerai intorno al mio cazzo mentre tuo marito trema a due passi. Voglio sentire il tuo fiato caldo sulla mia bocca e il tuo culo freddo tra le mie mani. Voglio scoparti finché non urli il mio nome tra questi fiori ghiacciati, e voglio che lui conti ogni spinta.»

Sofia sentì il calore salirle di scatto tra le gambe. Il sesso le pulsava contro la guaina umida della guêpière, le labbra inferiori già gonfie e scivolose. Il freddo le induriva i capezzoli fino a farli male in modo delizioso; premevano contro il tessuto sottile a ogni respiro. Le parole di Franklin le scivolarono lungo la schiena come dita calde. Si voltò appena, abbastanza da cogliere lo sguardo di Silas dietro di loro.

Il marito era pallido sotto la maschera da corvo. Il petto saliva e scendeva a scatti. Tra le gambe i pantaloni erano tesi in modo evidente, una protuberanza dura che non riusciva a nascondere. Gli occhi lucidi, dilatati, passavano dal profilo di lei alla mano di Franklin che le teneva le dita nude. Umiliazione e arrapamento gli solcavano il volto in parti uguali. Sofia lo fissò. Non disse una parola. Gli chiese tutto con lo sguardo: il consenso silenzioso, il permesso di andare oltre, di premere il corpo contro quell’altro uomo sotto i suoi occhi. Le ciglia le batterono una volta sola dietro la maschera di merletto. Un invito. Una sfida dolce e crudele.

Silas deglutì. La gola gli si mosse. Per un istante sembrò sul punto di scuotere la testa, di dire no, di reclamare la moglie. Poi lo sguardo gli scese sul seno di lei, sulla bocca socchiusa, sul modo in cui il corpo già si inclinava verso Franklin. Un brivido lo scosse intero. Annuì. Un cenno piccolo, secco, sconfitto. Le labbra gli tremarono. «Fai… fai quello che vuoi», riuscì a soffiare, la voce roca di vergogna e di un bisogno più scuro. «Guarderò.»

Il permesso cadde tra loro come una fiamma su neve. Sofia non esitò. Si girò del tutto verso Franklin, premette il corpo intero contro il suo. Il seno pieno schiacciato contro il petto solido, la vita stretta dal corsetto che si annidava contro i fianchi di lui, il bacino che spingeva deliberatamente contro la durezza già evidente tra i pantaloni di Franklin. Sentì il cazzo di lui, grosso, caldo anche attraverso i tessuti, premerle contro il ventre basso. Un gemito le uscì dalle labbra rosse proprio mentre Franklin le afferrava la nuca e la baciava.

Il bacio non fu gentile. Fu fame. Franklin le aprì la bocca con la lingua, la esplorò a fondo, assaporando lo champagne e il desiderio. Sofia rispose con la stessa urgenza, le dita nude che gli salivano sul collo, sotto il colletto del cappotto, a sentire la pelle calda. Si alzò sulla punta dei tacchi per premersi di più, le cosce che si aprivano leggermente sotto la gonna spaccata, offrendo il calore umido del suo sesso contro la coscia di lui. Franklin le morse il labbro inferiore, poi scese a baciarle la gola, il punto dove la collana di diamanti fake brillava contro il polso accelerato.

«Cazzo, come sei calda», mormorò contro la sua pelle. «Sento già l’odore della tua figa da qui. Sei inzuppata, vero? Per me. Mentre lui sta lì a farmi da cornuto.»

Sofia ansimò, gli occhi socchiusi ma ancora aperti quanto bastava per vedere Silas. Il marito non si era mosso. Restava piantato nella neve, le mani strette a pugno ai fianchi, lo sguardo inchiodato su di loro. Il cazzo gli tendeva i pantaloni in modo quasi doloroso; lei lo vide spostare il peso da un piede all’altro, come se la pressione lo tormentasse. L’umiliazione gli arrossava le guance sotto la maschera, ma gli occhi erano neri di lussuria. Non distoglieva lo sguardo. Non poteva.

Franklin le fece fare un passo indietro, spingendola delicatamente contro il muretto basso coperto di camelie ghiacciate. I petali freddi le sfiorarono le spalle nude dove il mantello si era aperto. Una mano di lui scese, palpandole un seno attraverso il corsetto, stringendo, trovando il capezzolo indurito e pizzicandolo con due dita. Sofia gemette più forte, il suono che si perdeva tra i fiori. L’altra mano le sollevò il bordo anteriore della gonna, le dita calde che scivolarono sull’interno della coscia, oltre il bordo della calza di seta, fino a toccare la pelle nuda e poi la guaina già scivolosa di secrezioni.

«Bagnata da far schifo», disse Franklin, le dita che tracciavano il solco gonfio sopra il tessuto sottile. «Tuo marito ti ha lasciata così affamata? O è solo il piacere di farti guardare mentre un altro ti tocca la fica?»

«Tutte e due le cose», soffiò Sofia, la voce rotta. Spinse il bacino contro quelle dita, cercando più pressione. «Mi piace… mi piace che lui veda. Che sia duro e piccolo e costretto a stare fermo. Tocca… toccami di più.»

Franklin le sfiorò il clitoride attraverso la guaina, un cerchio lento e deliberato. Sofia singhiozzò di piacere, la testa che si reclinava all’indietro, i capelli scuri che sfioravano i fiori gelati. Il freddo le mordeva la pelle esposta, ma il calore tra le gambe era un fuoco. Franklin la baciò di nuovo, più profondo, mentre le dita continuavano a strofinare, a premere, a farle sentire ogni spinta del desiderio. Con la mano libera le abbassò un poco il corsetto sul seno destro, abbastanza da liberare un capezzolo duro e rosa scuro. Lo prese in bocca, lo succhiò caldo, contrastando il gelo intorno.

Silas emise un suono strozzato. Sofia lo guardò di nuovo, le labbra gonfie dal bacio, gli occhi lucidi di lussuria. «Guardami, amore», gli disse, la voce dolce e spietata. «Guardami mentre mi faccio toccare. Senti quanto sono arrapata per lui. Il tuo cazzo è duro, vero? Duro perché stai vedendo la tua moglie che si strofina contro un altro uomo.»

Silas annuì di nuovo, più lento, come se ogni movimento gli costasse. «Sì…», ammise, la voce un filo. «Sono… duro. Dio, Sofia…»

Franklin rise basso contro il seno di lei. «Bravo cornuto. Resta così. Tra poco ti farò tenere il suo mantello mentre le apro le gambe qui, sulla neve. Ma prima voglio assaggiarla un altro po’.» Alzò lo sguardo su Sofia. «Vuoi che ti baci di nuovo mentre le mie dita entrano dentro di te? Vuoi che lui senta il rumore di quanto sei bagnata?»

Sofia non rispose a parole. Afferrò il volto di Franklin tra le mani nude e lo baciò con una fame che non aveva più freni. La lingua gli entrò in bocca, i denti gli morsero il labbro. Allo stesso tempo allargò un poco le cosce, offrendosi. Franklin scostò la guaina di lato con un gesto deciso. L’aria gelida le sfiorò le labbra pulsatili del sesso per un istante solo, poi due dita spesse e calde scivolarono dentro di lei senza fatica, fino in fondo. Sofia gemette nel bacio, il suono muffo e affamato. Era stretta, scivolosa, le pareti che si contraevano subito intorno a quelle dita. Franklin le fotteva piano, a fondo, il pollice che le strofinava il clitoride gonfio in cerchi precisi.

Il desiderio crebbe come una marea. Sofia si muoveva contro la mano di lui, il bacino che ondeggiava, i seni che premevano. Ogni spinta delle dita le strappava un respiro più corto. Sentiva Silas lì, a due passi, il respiro di lui irregolare, il silenzio carico di tutto ciò che non diceva. Franklin le parlava contro le labbra tra un bacio e l’altro: «Stasera ti prendo in ginocchio tra queste camelie. Ti faccio leccare il cazzo finché non ti cola la saliva sulla neve. Poi ti giro e ti scopo da dietro mentre lui tiene i tuoi polsi. Ti riempio. Ti lascio colata e tremante. E tu dirai grazie. Tutti e due.»

Sofia sentì l’orgasmo avvicinarsi già, troppo presto, un calore che le stringeva il basso ventre. «Franklin…», ansimò. «Se continui così… vengo. Qui. Davanti a lui.»

«Non ancora.» Franklin ritirò le dita lentamente, le portò alla bocca di lei, le fece leccare il proprio sapore. Sofia obbedì, la lingua che puliva le dita lucide, gli occhi fissi su Silas mentre lo faceva. Il marito sembrava sul punto di crollare; una mano gli era scesa quasi inconsciamente verso il cavallo dei pantaloni, poi si era fermata, come vietata a se stessa. Franklin sorrise dietro la maschera. «Brava. Assaggia quanto sei vogliosa. Adesso camminiamo ancora un poco. Più in ombra. Voglio che il freddo ti pizzichi di più i capezzoli scoperti prima di metterti davvero a nudo.»

Sistemò il corsetto di Sofia quel tanto che bastava a coprirla di nuovo, ma lasciò la gonna leggermente scostata, la guaina ancora spostata di lato in modo che l’aria gelida le sfiorasse di tanto in tanto le labbra umide. Prese di nuovo la sua mano nuda. Silas li seguì come ipnotizzato quando ripresero a camminare, più lenti, più in profondità nel viale dove le lanterne diventavano rare e le camelie formavano nicchie di ombra e petali ghiacciati. Franklin le sussurrava ancora all’orecchio ogni cosa che le avrebbe fatto, ogni posizione, ogni umiliazione dolce che avrebbe inflitto a Silas. Sofia ascoltava, il corpo in fiamme, il sesso che pulsava a vuoto, già pronto a essere preso. Il punto di non ritorno era lì, a un respiro di distanza, tra i fiori e la neve e lo sguardo arrapato e spezzato del marito che non riusciva più a fare altro che guardare.

La neve scricchiolava ancora sotto le suole mentre Franklin trascinava Sofia più a fondo nella nicchia di camelie, dove i rami bassi formavano una volta di petali bianchi e ghiaccio. L’aria le mordeva il collo scoperto, ma il calore che le saliva tra le cosce era un forno. Silas li seguiva a un passo, il respiro corto che usciva bianco dalla maschera da corvo, il cazzo ancora teso e doloroso nei pantaloni. Franklin si fermò, si voltò verso di lei e le sfilò il mantello dalle spalle con un gesto lento, deliberato. Lo porse a Silas senza neanche guardarlo.

«Tienilo, cornuto. Non lasciare che le spalle di tua moglie si gelino mentre le faccio succhiare il cazzo.»

Silas lo prese. Le dita gli tremavano. Il tessuto pesante gli restò stretto contro il petto come un’accusa. Sofia lo fissò un istante, gli occhi lucidi dietro il merletto, poi scese in ginocchio sulla neve soffice. Il freddo le morsicò subito le ginocchia nude attraverso le calze, ma non indietreggiò. Le dita le corsero alla fibbia dei pantaloni di Franklin, le sfilò con urgenza, gli liberò il cazzo grosso e già duro che le saltò contro il viso, caldo, venoso, la testa lucida di precome. L’odore di lui le riempì le narici — muschio, sapone e lustro crudo — e le fece stringere il sesso a vuoto.

«Guardami», soffiò a Silas mentre apriva le labbra rosse intorno a quella lunghezza. «Guardami mentre lo prendo in gola.»

Silas non riuscì a distogliere lo sguardo. Sofia lo tenne fissato negli occhi mentre la lingua le scivolava sulla glande, assaporandolo con un gemito basso, poi lo ingoiò a fondo. La saliva le colò subito lungo il mento, gocce calde che cadevano sulla neve e vi formavano piccoli crateri scuri. Succhiava con avidità, le guance che si scavavano, la testa che andava avanti e indietro con ritmo affamato. Franklin le afferrò i capelli, le tenne la nuca e iniziò a spingere, profondi colpi di bacino che le facevano battere la gola. Ogni volta che il cazzo le toccava il fondo lei gorgogliava, gli occhi umidi ma ancora aperti su quelli del marito.

«Cazzo, che bocca calda», borbottò Franklin. «Senti come ti pulisce, Silas. La tua puttanella di moglie che lecca e succhia come se avesse fame da giorni. Non toccarti. Mani lungo i fianchi. Voglio vederti duro e impotente mentre lei mi fa venire quasi in gola.»

Silas emise un suono strozzato. Le mani gli si chiusero a pugno sui lati, le unghie conficcate nei palmi. Il cazzo gli pulsava contro il tessuto, una macchia scura di umidità già visibile. Sofia accelerò, una mano che gli massaggiava le palle pesanti, l’altra che gli stringeva la base mentre le labbra scivolavano su e giù, lasciando il membro lucido di saliva. Guardava Silas. Ogni risucchio, ogni gemito muffo era per lui, per l’umiliazione che gli bruciava in faccia e gli tendeva ancora di più i pantaloni. Sentiva il sapore salato di Franklin, sentiva il freddo che le induriva i capezzoli ancora di più, e si bagnava di più a ogni secondo.

Franklin la tirò su di scatto, la saliva che le filava dal labbro inferiore al mento. La girò di schiena e la spinse contro il tronco scuro di un albero basso, le camelie che le sfioravano le spalle nudi. Le sollevò la gonna di velluto fino alla vita, le scostò di netto la guaina già fradicia e le aprì le cosce con un ginocchio. Il cazzo grosso le sfiorò le labbra gonfie e scivolose. Sofia ansimò, il respiro bianco che le usciva a nuvole.

«Adesso ti prendo», ringhiò lui all’orecchio. «Da dietro. Forte. E tu, Silas, resta esattamente dove sei. Occhi aperti. Niente mani sul cazzo. Se ti tocchi ti mando a casa e lei resta qui con me fino all’alba.»

Silas annuì, la gola che si muoveva a vuoto. «Non… non mi tocco. Guardo. Solo guardo.»

Franklin entrò in un colpo solo. Il cazzo spesso le aprì le pareti strette e calde fino in fondo, il bacino che le sbatteva contro le natiche con un suono umido e sordo. Sofia gridò, un verso lungo e rotto di piacere puro. Il freddo le pizzicava la pelle esposta, i seni che le ballavano fuori dal corsetto a ogni spinta, ma dentro era solo fuoco. Franklin la scopava con spinte profonde e dominanti, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciarle segni, il ritmo pesante e inesorabile. Ogni affondo le faceva sentire ogni vena, ogni centimetro che la riempiva e la svuotava.

«Più forte», gemette lei, spingendo il culo indietro per prenderlo ancora più a fondo. «Scopami… cazzo, sì… così… guardalo, amore, guardalo mentre mi sbatte.»

Silas stava a due passi, il mantello di lei ancora stretto contro il petto, gli occhi spalancati. Vedeva tutto: il cazzo lucido di Franklin che entrava e usciva dalla figa di sua moglie, le labbra rosa che si allargavano intorno a quella grossezza, il modo in cui Sofia si offriva, la schiena inarcata, i capelli scuri che le cascavano sulla schiena nuda. Il marito tremava. Il desiderio gli bruciava le budella, l’umiliazione gli rendeva il cazzo ancora più duro, quasi doloroso. Voleva toccarsi. Non osava.

Franklin accelerò. Le spinte diventarono più violente, il suono di carne contro carne che riempiva la nicchia di fiori. Una mano le scese davanti, le dita che le trovavano il clitoride gonfio e lo strofinavano in cerchi rapidi e precisi mentre la scopava. Sofia gemette sempre più alto, la voce che si spezzava.

«Vieni per me», ordinò Franklin. «Vieni sulla mia minchia mentre tuo marito guarda senza potersi sfogare. Digli quanto ti piace essere scopata da un vero cazzo.»

«Mi piace…», ansimò Sofia, gli occhi che cercavano di nuovo quelli di Silas. «Mi piace il suo cazzo grosso che mi apre… mi fa venire… oh dio, Silas, sto per… sto per squagliarmi… guardami…»

L’orgasmo la colpì come un’ondata. Gridò, il corpo che si contraeva a scatti intorno al cazzo di Franklin, le gambe che tremavano, il sesso che pulsava e spremeva. Franklin non si fermò. Continuò a spingere attraverso le sue contrazioni, più a fondo, più duro, finché non sentì arrivare anche il proprio. Con un ringhio basso le piantò il cazzo fino alle palle e le venne dentro, getti caldi e spessi che le riempirono la figa. Sofia lo sentì, il calore che le si spargeva in fondo al ventre, e gemette di nuovo, un suono affamato e sconfitto di piacere.

Franklin restò sepolto in lei per lunghi secondi, il respiro pesante contro la sua nuca. Poi uscì lentamente. Un filo di sborra densa le colò subito lungo la coscia interna, calda contro la pelle fredda, fino a gocciolare sulla neve. Sofia restò piegata contro l’albero, le ginocchia molli, il corsetto scostato, i seni ancora nudi e i capezzoli duri come sassolini. Il sesso le pulsava, aperto, colato, soddisfatto e ancora affamato.

Franklin le sistemò appena la gonna, abbastanza da coprirla ma non da nascondere la traccia lucida che le scendeva ancora. Si rivoltò a Silas, il cazzo ancora semi-duro e lucido di lei e di sé stesso.

«Guarda com’è ridotta tua moglie. Piena di me. Tremante. E tu sei ancora duro nei pantaloni come un ragazzino. Non hai toccato niente. Bravo cornuto.»

Silas non rispose. Il viso era un rogo di vergogna e di lussuria. Gli occhi non lasciavano il filo bianco che colava ancora dalla figa di Sofia. Franklin le passò un braccio intorno alla vita, la tenne stretta contro di sé, e le mormorò all’orecchio, abbastanza forte perché il marito sentisse:

«Non abbiamo finito. C’è ancora il sentiero più buio laggiù, dove le camelie sono più fitte. Voglio che lei mi cavalchi con la faccia verso di te, così tu le vedi ogni espressione mentre sale e scende sul mio cazzo. E questa volta le farò leccare i miei palle pulite dalla sua stessa sborra prima di ricominciare. Resta con noi, Silas. La notte è lunga e tua moglie è ancora bagnata.»

Sofia sollevò lo sguardo su Franklin, le labbra gonfie, gli occhi scuri di un bisogno che non si era ancora spento. Poi guardò il marito. Un sorriso lento, lascivo, quasi tenero le piegò la bocca.

«Vieni», sussurrò a Silas. «Resta. Voglio che tu veda tutto. Ancora.»

Silas strinse il mantello contro il petto. Il cazzo gli doleva, intatto, negato. Annuì di nuovo, la voce un filo spezzato.

«Vengo.»

Franklin li guidò più avanti, dove l’ombra si faceva più densa e i fiori più alti. La neve continuava a cadere leggera sui petali. Il corpo di Sofia bruciava ancora, piena e colata, le cosce umide, il desiderio che già risaliva. Silas li seguiva, umiliato fino al midollo e arrapato oltre ogni limite, e il ballo lontano suonava ancora, indifferente, mentre il freddo e i fiori li avvolgevano di nuovo.

La neve scricchiolava più fitta mentre Franklin spingeva Sofia oltre l’ultima curva di camelie, dove i rami formavano una stanza naturale di petali ghiacciati e ombra assoluta. L’aria le mordeva i seni ancora nudi, i capezzoli duri come ghiaccio contro il freddo, ma il calore tra le cosce le colava ancora, la sborra di lui che le scendeva lenta lungo la coscia interna e le macchiava le calze. Silas li seguiva a un passo, il mantello di lei stretto contro il petto come un trofeo di vergogna, il cazzo che gli pulsava doloroso nei pantaloni senza un solo tocco.

Franklin si sedette su un muretto basso coperto di neve e muschio, il cazzo ancora lucido e semi-duro che sporgeva dai pantaloni aperti. «In ginocchio», ordinò. «Lecca. Tutta la tua figa e la mia sborra. Pulisci i miei coglioni finché non brillano, e fallo guardando tuo marito.»

Sofia obbedì subito. Si chinò tra le sue cosce, la lingua calda che partì dalla base del cazzo e salì a raccogliere i fili densi di sborra mista al suo succo. Assaporò il sapore salato e acre, gemendo mentre leccava le palle pesanti, succhiandole una a una in bocca, la saliva che cola sulla neve. Gli occhi non lasciavano mai quelli di Silas. Il marito tremava, le guance in fiamme sotto la maschera, lo sguardo conficcato nella lingua di lei che puliva ogni centimetro.

«Guarda come lecca la sborra dal cazzo che l’ha appena scopata», ringhiò Franklin. «La tua moglie è una cagna affamata. Digli quanto ti piace, Sofia.»

«Mi piace…», ansimò lei, la voce roca di saliva e lust. «Mi piace il sapore della sua sborra mescolata alla mia figa. Mi piace leccarlo pulito mentre tu stai lì duro e negato, amore. Sei così piccolo e arrapato. Non toccarti. Guardami solo.»

Silas emise un verso strozzato, le unghie conficcate nei palmi. «Sofia… cazzo…»

Quando il cazzo di Franklin tornò duro e pulsante, lucido di saliva, lui la tirò su e la fece sedere a cavalcioni, la faccia rivolta verso Silas. Le sollevò la gonna fino alla vita, le aprì le cosce e le fece scendere piano sul cazzo grosso. Sofia gemette lungo e rotto mentre si riempiva di nuovo, centimetro dopo centimetro, le pareti ancora sensibili che si allargavano intorno a quella lunghezza. Il freddo le pizzicava il culo nudo e i seni esposti, ma dentro era solo caldo scivoloso.

Iniziò a cavalcarlo. Su e giù, lenta all’inizio, le natiche che sbattevano contro le cosce di lui con un suono umido e sordo. Ogni discesa le faceva sentire il cazzo premere in fondo al ventre, ogni salita glielo faceva uscire quasi tutto, lucido di sborra e di lei. Franklin le stringeva i fianchi, la guidava, poi le afferrò i seni e li strinse forte, pizzicandole i capezzoli gelati finché non le uscirono lacrime di piacere.

«Più forte», ordinò. «Scopati da sola sul mio cazzo. Fagli vedere la faccia che fai quando ti riempio. Digli che il suo cazzo non basterà mai più.»

Sofia accelerò, il bacino che ondeggiava e batteva, i seni che ballavano liberi. Guardava Silas dritto negli occhi, le labbra gonfie, la maschera di merletto umida di fiato. «Guarda… guardami, cornuto… senti come mi si apre… il suo cazzo mi arriva dove il tuo non arriva… sto scopando un altro uomo tra i fiori e tu tieni il mio mantello come un bravo coglione… oh dio sì… più a fondo…»

Silas non riusciva a respirare. Il cazzo gli doleva, una macchia scura di precome che gli macchiava i pantaloni. Vedeva tutto: la figa di sua moglie che si allargava e stringeva intorno a quel cazzo grosso, i fili di sborra vecchia che le schizzavano fuori a ogni botta, il clitoride gonfio che sfregava contro la base. «Sofia… ti prego…»

«Non ti toccare», tagliò Franklin. «Se ti tocchi le faccio leccare di nuovo i coglioni e poi la scopo finché non sviene. Resta duro e impotente.»

Sofia rideva e gemesse insieme, la voce spezzata. Si piegò in avanti, le mani sulle spalle di Franklin, e si scopò più duro, più veloce, il culo che schioccava. Un secondo orgasmo la colpì di sorpresa, violento, le cosce che si contraevano a scatti, la figa che spremeva il cazzo di Franklin in ondate calde. Gridò il suo nome tra i fiori, il corpo che si scuoteva, la sborra di prima che le schizzava fuori mescolata al suo succo.

Franklin non le diede tregua. La sollevò, la girò di schiena ancora a cavalcioni ma al contrario, le fece piegare il busto in avanti verso Silas e riprese a spingere dal basso, affondi profondi e brutali. «Leccagli le scarpe mentre ti scopo», ordinò. «Mostragli cos’è una moglie che si fa usare.»

Sofia obbedì, le labbra che sfioravano le scarpe di Silas coperta di neve, la lingua che assaggiava il cuoio freddo mentre il cazzo di Franklin le entrava e usciva dalla figa fradicia. Silas guardava in basso, gli occhi neri di umiliazione e di lust impossibile. Franklin le spalmò la sborra fresca sulle natiche con una mano, gliela fece scorrere nel solco del culo, poi le infilò un dito nel culo stretto mentre la scopava. Sofia urlò di nuovo, il piacere che le spaccava la schiena.

«Ancora», gemette. «Riempimi di nuovo… cazzo sì… spargimi la sborra sulla neve ai piedi di mio marito…»

Franklin ruggì e venne. La piantò fino in fondo e scaricò getti caldi e spessi dentro di lei, così tanti che le colarono subito fuori, bianchi e densi, lungo le labbra gonfie e sulle scarpe di Silas. Sofia sentì ogni pulsazione, ogni spruzzo che le riempiva e le sfuggiva, e venne di nuovo, debole, le ginocchia che cedevano.

Esausta, tremante, si staccò lentamente. Il cazzo di Franklin uscì con un suono bagnato, seguito da un filo grosso di sborra che le scese dritto sulla neve. Si alzò sulle gambe molli, si voltò verso Franklin e lo baciò con una fame grezza, la lingua che gli entrò in bocca a cercare il sapore di sé stessa, i denti che gli morsero il labbro fino a farlo sanguinare appena. Le mani gli strinsero il cazzo ancora pulsante, lo strofinarono nella sua stessa sborra.

Poi si staccò e tornò da Silas. Gli accarezzò il viso arrossato sotto la maschera, le dita sporche di sborra che gli lasciarono strisce lucide sulle guance. Gli sussurrò all’orecchio, la voce roca e soddisfatta: «Hai visto tutto, amore. Mi sono fatta scopare come una puttana tra i fiori mentre tu tenevi il mantello e ti veniva duro senza poterti toccare. È stato così eccitante vederti umiliato… il tuo cazzo che piangeva nei pantaloni… la tua faccia da cornuto arrapato. Non dimenticherò mai come mi guardavi mentre mi veniva dentro.»

Silas tremava intero, l’eccitazione repressa che gli faceva male al basso ventre. Annuì, incapace di parlare.

Sofia gli riprese il braccio. Insieme camminarono fuori dal viale, mano nella mano, la sborra di Franklin che le colava ancora calda tra le cosce a ogni passo, macchiando la neve dietro di loro. Il ballo lontano suonava ancora. Lei gli strinse le dita e gli disse, mentre tornavano verso casa sotto la neve leggera: «Stasera a letto ti racconterò ogni dettaglio. Come mi sapeva in bocca, come mi ha aperto, quanta sborra mi ha lasciato dentro. Ti farò venire solo ascoltando, senza toccarti, finché non mi supplicherai di rifarlo. Questo è solo l’inizio del nostro gioco, Marco… Silas… come cazzo ti chiami stasera, cornuto. La prossima volta ti farò tenergli il cazzo mentre mi sfonda il culo.»

Silas camminava al suo fianco, ancora duro, tremante, e capì che non sarebbe più tornato indietro.

La figa di Sofia pulsava aperta e colata, pronta a far gocciolare la sborra di Franklin sul sedile dell’auto tutto il tragitto di ritorno.

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