Il Timido Amico Nel Camerino
Sofia seduce il timido amico d’infanzia di suo marito nel camerino.
Il camerino del teatro amatoriale odorava di cipria, stoffe nuove e quel leggero sentore di sudore lasciato dalle prove infinite. Sofia chiuse la porta alle sue spalle e si ritrovò sola con Luca. Il silenzio era denso, rotto solo dal fruscio dei costumi appesi. Lei aveva trent’anni e un corpo che sapeva esattamente come muoversi sotto lo sguardo altrui: fianchi generosi, seno pieno che premeva contro il reggiseno di pizzo nero, gambe lunghe ancora segnate dalla luce calda delle lampadine intorno allo specchio.
Marco, suo marito, le aveva sussurrato quella mattina stesso, mentre le baciava il collo in cucina: «Divertiti, amore. Voglio sapere ogni dettaglio. Luca ti guarda da anni. Fagli assaggiare ciò che sogna.» Sofia aveva sentito un brivido caldo scenderle lungo la schiena. Non era la prima volta che Marco la incoraggiava a essere desiderata, a lasciarsi prendere da un altro mentre lui se ne stava a casa con il cazzo duro solo a immaginare. Quella sera, però, la cosa era diversa. Luca non era un sconosciuto qualsiasi. Era l’amico d’infanzia di Marco, il ragazzo timido che da adolescenti arrossiva ogni volta che Sofia entrava in stanza, e che ancora adesso, a oltre trent’anni, abbassava lo sguardo quando lei gli sorrideva troppo a lungo.
Luca stava in un angolo, con le mani conficcate nelle tasche dei jeans, fingendo di sistemare un appendiabiti. I suoi occhi scuri, però, non riuscivano a restare lontani da lei. Sofia sfilò lentamente la maglietta, restando solo con il reggiseno e la gonna corta. Si girò di tre quarti verso lo specchio, offrendogli il profilo del seno e la linea della schiena nuda.
«Mi aiuti a farmi un’idea di questo abito?» chiese con voce bassa, calda. Prese il costume stretto, un pezzo di velluto rosso che doveva essere una prostituta di un’opera verista, e lo fece scivolare lungo il corpo. Il tessuto si teneva appena, lasciando scoperte le spalle e spingendo il seno in alto. Si girò verso di lui. «Che ne dici? Mi sta bene?»
Luca deglutì. La erezione gli tendeva già i jeans in modo evidente; non riusciva a nasconderla. «Sei… sei bellissima, Sofia. Come sempre.»
Lei si avvicinò di un passo. Poi di un altro. Il sorriso le si fece malizioso, le labbra leggermente dischiuse. «Marco mi ha detto che ti piaccio da una vita. Che mi guardi quando pensi che non te ne accorga. È vero?»
Luca arrossì fino alle orecchie, ma non indietreggiò. Sofia prese la sua mano grande e calda e se la posò sui fianchi, facendola scivolare sotto il velluto fino a farle sentire la pelle nuda della coscia. «Mi ha dato il permesso di divertirmi con te. Sa tutto. Anzi, lo vuole. Vuole che tu mi tocchi. Vuole che io ti dica quanto ho voglia di sentire il tuo cazzo dentro di me.»
Il respiro di Luca si fece corto, irregolare. «Sofia… non so se…»
Lei gli salì sulle punte e gli baciò la bocca. All’inizio fu un contatto leggero, poi approfondì, aprendo le labbra, cercando la lingua di lui con la propria. Luca gemette contro di lei e finalmente le mani le strinsero i fianchi con forza, poi salirono, sfiorando il seno ancora coperto. Sofia gli guidò le dita sotto la coppa del reggiseno, facendogli sentire il capezzolo già duro. «Toccami. Non avere paura.»
Le dita di Luca esplorarono, impacciate all’inizio, poi più sicure. Sofia aprì la gonna e gli fece scivolare la mano tra le cosce. Era già bagnata, la mutandina di pizzo inzuppata. «Senti com’è calda per te?» sussurrò contro le sue labbra. «Da quanto tempo sogni di mettermi le dita qui, Luca? Di sentirmi gemere per te?»
Lui spinse due dita sotto il tessuto, trovando la fessura scivolosa, e Sofia gettò indietro la testa con un sospiro lungo. Si baciarono con più urgenza, denti che sbattevano leggermente, lingue che si rincorrevano. Luca le sfregava il clitoride con il pollice mentre le dita entravano e uscivano piano, e Sofia gli muoveva i fianchi incontro, bagnandogli la mano.
Quando non ne potette più, si staccò e si inginocchiò sul pavimento di legno. Gli sbottonò i jeans con mani ferme, tirò giù boxer e denim insieme. Il cazzo di Luca saltò fuori, grosso, duro, già lucido sulla punta. Sofia lo guardò un attimo, poi lo prese in mano e lo leccò dalla base fino alla testa, assaporando il sapore salato. «Cazzo, sei grosso…» mormorò prima di aprirsi la bocca e ingoiarlo più che poteva. Succhió con avidità, guance cave, lingua che lavorava sotto il glande, una mano che massaggiava le palle. Luca gemette il suo nome, una mano confusa nei suoi capelli castani, senza spingere troppo, lasciandola fare. Sofia lo prendeva in gola finché le lacrime le pungevano gli occhi, poi si ritraeva, ansimante, solo per rifarlo di nuovo, più a fondo.
Quando sentì che stava per venire troppo presto, si alzò. Si liberò del costume e delle mutandine, restando nuda sotto le luci del camerino. Si piegò in avanti contro lo specchio, le mani appoggiate al vetro, il culo offerto. «Scopami. Adesso. Da dietro. Forte.»
Luca le entrò in un colpo solo, scivolando nel calore stretto e bagnato. Entrambi gemettero. Lui le strinse i fianchi con le dita che lasciavano segni e cominciò a spingere, profondi, ritmati. Il suono umido della carne che batteva sulla carne riempiva il piccolo spazio. Sofia guardava il proprio riflesso: seni che ballavano, bocca aperta, occhi lucidi di piacere. «Schiaffeggiami il culo,» ordinò. Luca lo fece, un colpo secco sulla chiappa destra, poi sulla sinistra. La pelle arrossò. Lei spinse indietro i fianchi, chiedendo di più. «Più forte, Luca. Marco vuole che mi prendi come una troia. Fallo.»
Lui le diede spinte più dure, più profonde, una mano che le afferrava i capelli e le tirava indietro la testa mentre l’altra le teneva fermo il bacino. Sofia urlò di piacere, sentendo il cazzo che le sfregava il punto giusto a ogni penetrazione. Il camerino odora di sesso, di sudore, di lei.
Poi si staccò, lo spinsе a sedersi sul tavolo monco pieno di trucchi e spille, e gli salì sopra. Si infilò il cazzo da sola, scendendo lentamente fino a sentirlo premerle contro il fondo. Cominciò a cavalcarlo con forza, alzando e abbassando i fianchi, il seno che rimbalzava davanti alla faccia di lui. Luca le strizzò i capezzoli tra le dita, tirandoli, e Sofia gettò indietro la testa urlando. «Sì… riempimi… cazzo sì, così…» Guidava il ritmo, più veloce, più grezzo, i muscoli della vagina che lo stringevano a ogni discesa. Luca le teneva i fianchi e alzava il bacino incontro a lei, spingendole dentro ogni centimetro. Il tavolo scricchiolava. Lei ansimava frasi spezzate: che voleva sentirlo venire dentro, che Marco l’avrebbe leccata dopo, che lei era la sua puttana e anche quella di Luca in quel momento.
L’orgasmo la colpì come un’ondata. Si contrasse violentemente intorno a lui, le cosce che tremavano, un grido lungo che non riuscì a trattenere. Luca la seguì pochi secondi dopo, spingendosi fino in fondo e sparando a getti caldi, riempiendola completamente mentre lei ancora si muoveva su di lui, mungendolo.
Restarono così, agganciati, ansimanti. Sofia gli baciò la bocca, lenta, dolce questa volta, assaporando il sapore di entrambi. Il seme di Luca le colava già piano lungo la coscia interna mentre si sollevava. Si sedette sul bordo del tavolo, nuda, il cuore che batteva ancora forte.
Luca le accarezzò i capelli, gli occhi ancora velati di piacere e di qualcosa di più tenero, quasi incredulo. «Sofia… è stato… non so come ringraziarti. Ti ho desiderata così tanto.»
Lei gli sorrise, ma qualcosa le si strinse nello stomaco. Raccolse le mutandine e se le infilò senza pulirsi del tutto, sentendo il calore umido tra le gambe. Marco avrebbe voluto i dettagli, avrebbe voluto odorarla, forse fotografarla così, usata. Eppure, mentre guardava Luca che si riallacciava i jeans con mani ancora tremanti e uno sguardo pieno di una devozione che andava oltre il sesso, Sofia sentì un’ombra di dubbio. Non di colpa per il marito — quello era d’accordo, anzi esaltato — ma di qualcosa di più sottile e inquietante. Come se avesse appena aperto una porta che non sapeva se sarebbe riuscita a richiudere. Luca non era un sconosciuto di una sera. Era l’amico di Marco. E il modo in cui la guardava adesso, come se lei fosse diventata il centro del suo mondo in un solo atto, le faceva venire un brivido freddo sotto la pelle ancora calda.
Si rivestì in silenzio. Fuori, nel corridoio, si sentivano le voci degli altri attori che tornavano. Sofia si sistemò i capelli allo specchio e per un attimo non riconobbe del tutto l’espressione dei propri occhi. Il piacere era ancora lì, tra le gambe, nelle cosce molli, nei seni segnati. Ma accanto a esso c’era un nodo di rammarico inatteso, la sensazione che qualcosa di fragile si fosse incrinato, e che forse non avrebbe dovuto spingere così lontano proprio con lui.
«Dobbiamo uscire,» disse piano. Luca annuì, ma la sua mano le sfiorò la schiena un’ultima volta, troppo gentile, troppo piena di significato. Sofia aperse la porta del camerino e uscì per prima, portandosi dietro l’odore di sesso e un dubbio che le restò appiccicato alla pelle più a lungo del suo sesso.
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