Sussurri di Seta nel Camerino

Sofia sa di essere spiata da Rafael nel camerino e lo provoca masturbandosi prima di farsi scopare forte contro lo specchio.

6 min read August 29, 2026New

Il camerino dell’atelier di lingerie era un nido di seta e luci soffuse: specchi da pavimento a soffitto, un divanetto di velluto color crema, tende pesanti che chiudevano il mondo fuori. Sofia, venticinque anni e un sorriso da commessa che sapeva troppo bene quanto valesse il proprio corpo, tirò la tenda dietro di sé e si ritrovò sola con il proprio riflesso. O quasi sola.

La tenda laterale, quella che dava sul corridoio di servizio, restava socchiusa di un palmo. Lei lo aveva notato subito. Rafael, il cliente di mezz’ora prima, il trentenne dagli occhi scuri e dalla giacca costosa che aveva chiesto «qualcosa di nero, di seta, qualcosa che le stia addosso come una seconda pelle». Non se n’era andato. Stava lì, immobile, dietro quel taglio di tessuto, e la guardava.

Sofia sentì un brivido caldo scenderle lungo la schiena. Non spaventato. Affamato. Si tolse la camicetta con gesti lenti, deliberati, e la appoggiò sulla sedia. Poi la gonna. Restò in reggiseno e mutandine di cotone semplice, e sapendo di essere osservata alzò lo sguardo verso lo specchio, proprio dove sapeva che lui potesse vedere il profilo del suo seno, la linea della vita, il disegno delle cosce. Le mani le scivolarono lungo i fianchi, le dita sfiorarono la pelle come se stessero collaudando un tessuto prezioso.

Prese la calza autoreggente nera dal gancio. La arrotolò, si sedette sul bordo del divanetto e infilò il piede. La seta salì lungo il polpaccio, sulla coscia, fino a stringere la carne morbida. L’altra calza. Ogni movimento era un invito. Quando si alzò per indossare il completino di seta nera — reggiseno a balconcino che spingeva i seni verso l’alto, mutandine quasi inesistenti — le dita le rimasero un secondo di troppo sui capezzoli, poi scesero a lisciare il tessuto sulle curve del sedere. Sapeva che Rafael, dall’altra parte, stava soffocando il respiro. Lo sentiva. Lo desiderava.

Finse di non sapere niente. Si girò di tre quarti verso lo specchio, si guardò, e con una mano spinse da parte la pizzo della mutandina. Le dita le trovarono già umide. Iniziò a toccarsi piano, due dita che sfioravano le labbra, poi il clitoride con movimenti circolari lenti. Un gemito basso le uscì dalle labbra, volutamente udibile.

«Mmh… cazzo…»

Dietro la tenda sentì il rumore di una cerniera, un respiro irregolare. Rafael si stava toccando. Sofia sorrise allo specchio, accelerò il ritmo, aperse le gambe un poco di più e spinse un dito dentro di sé, poi due. I gemiti diventarono più chiari, più sporchi.

«Lo so che mi stai guardando…» sussurrò, la voce roca, gli occhi fissi sul riflesso dove la tenda si muoveva appena. «Vieni più vicino.»

La tenda si scostò. Rafael entrò nel camerino, chiudendosi dietro il tessuto. Aveva gli occhi neri di lussuria, la camicia aperta sul petto, il cazzo già fuori, grosso, duro, venato, lucido di precome in cima. Si guardarono. Nessuna parola di scusa. Solo consenso crudo, reciproco, bollente.

«Volevi vedermi così?» chiese Sofia, le dita ancora tra le cosce, lucide. «Allora guardami bene mentre ti succhio.»

Si inginocchiò sul tappeto morbido. Lui si avvicinò, le mani nei suoi capelli scuri. Sofia gli prese il cazzo con entrambe le mani, lo guardò dritto negli occhi e lo prese in bocca fino in fondo, le labbra strette, la lingua che lavorava sotto il glande. Suzione lenta e umida, saliva che colava agli angoli della bocca. Rafael gemette, stringendo i denti.

«Gesù, Sofia… così, continua…»

Lei lo succhiava con fame, la testa che andava avanti e indietro, una mano a massaggiargli le palle pesanti. Ogni tanto lo toglieva dalla bocca solo per leccare lungo la lunghezza, per sputare sulla punta e riprendere a ingoiarlo, guardandolo sempre. Il sapore di lui, salato e caldo, le faceva venire l’acqua in bocca. Quando lui spinse un poco più a fondo, lei non si tirò indietro: aprì la gola e lo prese, lacrime agli occhi, godendo del modo in cui le allargava la bocca.

Rafael la tirò su, la girò di scatto contro lo specchio. Il vetro le freddò le tette mentre lui le strappava le mutandine di seta con un gesto secco — il tessuto si lacero lungo un fianco. Le gambe di lei si aprirono. Lui le affondò due dita nella figa già fradicia, le fece sentire quanto fosse pronta, poi le ritirò e le mise in bocca. Sofia le leccò senza esitazione.

«Scopami,» gli ordinò. «Forte. Contro lo specchio. Voglio vedermi mentre me lo dai.»

Rafael le afferrò i fianchi e entrò in un colpo solo, fino in fondo. Sofia gridò contro il vetro, le mani schiacciate sullo specchio, le tette che battevano a ogni spinta. Lui la scopava da dietro in piedi, profondo, ritmico, le palle che sbattevano contro il suo clitoride. Lei si toccava con una mano, dita rapide sul punto gonfio, mentre l’altra lasciava impronte umide sul vetro.

«Di più… cazzo, Rafael, dammi di più… spaccami…»

Lui accelerò, le dita scavate nella carne del sedere, le spinte che le facevano salire la voce di ottava. Lo specchio li rifletteva entrambi: lei aperta, lui che la martellava, i muscoli del ventre contratti, il cazzo che spariva e riappariva lucido del suo succo. Sofia veniva una prima volta così, le gambe che tremavano, un urlo soffocato contro il vetro appannato.

Non basta. Lui la trascinò sul divanetto, la stese sulla schiena, le alzò le gambe e le bloccò i polsi sopra la testa con una sola mano. L’altra le tenne una coscia aperta. Entrò di nuovo, in missionary, e ricominciò a scoparla con forza, i colpi che facevano scricchiolare il divanetto. Sofia lo guardava dal basso, la bocca aperta, i seni che ballavano a ogni botta.

«Guardami mentre ti riempio,» borbottò lui. «Sei una puttana meravigliosa. Lo sapevi che ti stavo spiando e ti sei toccata apposta…»

«Sì… sì, volevo il tuo cazzo… più forte… non fermarti…»

I polsi le bruciavano sotto la presa di lui, ma era un bruciore buono. Ogni spinta le mandava lampi al basso ventre. Si torceva, si spingeva incontro, chiedeva ancora. Il sesso era sporco, rumoroso, fatto di pelle che sbatteva, di gemiti, di «ancora» e «più in fondo». Quando lei venne di nuovo, le pareti della figa le pulsarono intorno al cazzo di Rafael come una morsa.

Lui non resistette. Con un gemito rauco, guttural e basso, si scaricò dentro di lei a getti caldi, spingendosi fino all’osso, tenendola ferma mentre la riempiva. Restò immobile qualche secondo, il respiro pesante, poi si ritirò lentamente. Il cazzo uscì lucido e gocciolante. Sofia abbassò lo sguardo e vide il suo sperma bianco colarle dalle labbra gonfie, scorrere lungo le cosce interne, macchiare la seta delle calze e il velluto del divanetto.

Ancora ansante, sorrise maliziosa. Si passò due dita tra le gambe, raccolse il miscuglio caldo di sborra e succo, e se le portò alla bocca. Lecco, assaporò, guardandolo negli occhi mentre lo faceva.

«Buono,» mormorò. «Torni a comprare lingerie più spesso, vero?»

Rafael rise piano, si sistemò i pantaloni, riallacciò la cintura. Le porse un fazzoletto di tessuto, poi la giacca. Lei se lo pulì tra le cosce con calma, senza fretta, come se niente fosse di scandaloso. Il camerino odorava di sesso e di seta.

Sofia si rialzò, si infilò di nuovo la gonna e la camicetta sopra il completino lacerato. Rafael le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, un gesto quasi tenero dopo tutta quella volgarità.

«La prossima volta chiudo la tenda meglio,» disse lui con un mezzo sorriso.

«O peggio,» rispose lei.

Lui annuì, raccolse il pacchetto della lingerie che aveva «acquistato» — un pretesto ormai ridicolo — e si diresse verso l’uscita del camerino. Aprì la tenda principale, gettò un’ultima occhiata a Sofia che si guardava ancora nello specchio, le cosce lucide, e uscì senza dire altro. Camminò via tra gli scaffali di pizzo e raso, passo fermo, non arrabbiato, semplicemente sazio e finito con quella stanza. La campanella della porta dell’atelier suonò leggera quando varcò la soglia e sparì nella luce del pomeriggio.

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