Sotto lo sguardo di Luca
Sonia si spoglia nuda davanti alla finestra mentre Simone la spia col cazzo in mano, finché lei lo invita a scoparla guardandola.
L’estate aveva reso l’aria del cortile interno densa e immobile, come se il caldo si fosse attaccato ai muri di mattoni e non volesse più andarsene. Simone, venticinquenne dagli occhi scuri e dal carattere riservato, abitava al secondo piano. Dal suo divano, attraverso le persiane lasciate socchiuse di proposito, poteva vedere dritto nell’appartamento di fronte. Quello di Sonia.
Lei aveva ventidue anni, un corpo pieno e generoso, seni pesanti che tendevano le canottiere e un culo rotondo che faceva venire l’acquolina solo a guardarlo quando scendeva le scale del condominio. Da settimane Simone si palpeggiava il cazzo dietro quelle stecche di legno. E Sonia lo sapeva.
Lo sapeva dai primi giorni. Aveva notato lo sguardo fisso, il movimento del braccio, la maniera in cui lui abbassava lo sguardo quando si incontravano al citofono. Invece di chiudere le tende o chiamare il condominio, aveva iniziato a restare nuda più a lungo. A camminare lenta. A toccarsi un seno come per caso mentre sistemava i capelli. Ogni volta che i loro sguardi si accavallavano nel cortile o sul pianerottolo, lei gli regalava un sorrisetto storto, umido di malizia, e lui arrossiva fino alle orecchie tenendo la borsa di fronte al cavallo dei pantaloni.
Quella sera l’afa era peggio del solito. Sonia lasciò le finestre spalancate e le tende tirate ai lati. Accese solo l’abat-jour sul comò, luce calda che le disegnava le curve. Si piazzò davanti allo specchio a figura intera, di profilo rispetto al vetro, abbastanza perché Simone vedesse tutto.
Iniziò con la canottiera. La sollevò lenta, centimetro dopo centimetro, scoprendo la pancia morbida, il solco sotto i seni, poi i capezzoli già duri. Se la sfilò del tutto e la lasciò cadere. Con le dita si prese le tette, le strinse, se le sollevò e le lasciò rimbalzare. Un gemito basso le uscì dalla gola, abbastanza forte da attraversare il cortile quieto.
Simone era già lì, in piedi al buio del suo salotto, il cazzo fuori dai pantaloni della tuta, duro come il marmo, la mano che lo strofinava con colpi lunghi e lenti. Quando la vide scendere le mutandine di pizzo, facendole scivolare lungo le cosce larghe fino alle caviglie, il fiato gli si spezzò. Sonia si sporse in avanti, stese le mani sulle ginocchia e aprì le gambe, offrendo allo specchio — e a lui — la figa rasata, le labbra già lucide. Si passò due dita in mezzo, le aperse, gemette di nuovo.
«Cazzo…» mormorò Simone, stringendosi il glande.
Lei alzò lo sguardo. Attraverso il vetro i loro occhi si trovarono. Non c’era più finzione. Sonia sorrise, si leccò il labbro inferiore, e con lo stesso dito bagnato gli fece cenno di venire. Un gesto lento, inequivocabile. Poi si toccò di nuovo la figa, si spinse un dito dentro e inclinò la testa all’indietro.
Simone non ci pensò due volte. Si sistemò il cazzo alla meglio, uscì a piedi nudi, attraversò il pianerottolo e bussò. La porta si aprì quasi subito. Sonia stava nuda, le guance calde, le cosce lucide.
«Sapevo che saresti venuto», disse a voce bassa. «Da quanto ti seghi guardandomi, eh? Entra. Voglio che mi guardi mentre ti scopi.»
Lui entrò. L’odore di lei — pelle calda, figa bagnata, un filo di profumo stinto — gli riempì la testa. Sonia lo spinse verso la poltrona di velluto scuro vicino alla finestra ancora aperta. Gli abbassò la tuta e i boxer d’un colpo solo. Il cazzo di Simone balzò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido.
«Bellissimo», mormorò lei, accarezzandolo con la mano. «Me lo sono immaginato tante notti.»
Si mise a cavalcioni. Con una mano si aperse le labbra bagnate e con l’altra guidò il cazzo contro l’ingresso. Si calò piano, gemendo mentre centimetro dopo centimetro se lo prendeva tutto. Quando il bacino le toccò l’inguine di lui, restò ferma un secondo, respirando a scatti, la figa che pulsava stretta intorno al cazzo.
«Guardami», ordinò. «Guardami mentre ti monto.»
Iniziò a muoversi. Su e giù, lenta all’inizio, poi più forte, le tette che sbattevano a ogni botta. Simone le afferrò i fianchi, le dita affondate nella carne morbida, e la aiutò a salire e scendere. Il suono bagnato della figa che lo inghiottiva riempiva la stanza. Lei gemette più forte, piegandosi in avanti per offrirgli meglio il seno; lui le prese un capezzolo in bocca e lo succhiò forte, mordicchiando mentre lei accelerava.
«Più forte… così, scopa la mia figa, Simone… cazzo come sei grosso…»
Si alzò, si girò dandogli le spalle e si rimise a sedere al contrario, il culo rotondo e bianco che gli riempiva la vista. Si chinò in avanti, le mani sulle ginocchia di lui, e ricominciò a scoparlo da dietro. Simone non staccava gli occhi da quel culo che saliva e scendeva, le chiappe che si spaccavano a ogni discesa, la figa che lo succhiava fino in fondo. Le diede uno schiaffo forte su una natica; la carne trepidò e Sonia urlò di piacere.
«Ancora. Picchiami il culo mentre mi guardi.»
Lui le diede altri schiaffi, più duri, lasciando segni rosa, mentre lei lo cavalcava con forza, il bacino che sbatteva contro il suo. A un certo punto si alzò del tutto, lo prese per mano e lo trascinò verso il letto matrimoniale. Si inginocchiò tra le sue gambe appena lui si sdraiò e gli prese il cazzo in mano, vicino alla bocca.
«Adesso te lo succhio come si deve. Voglio sentirlo in gola.»
Aprì le labbra e lo ingoiò. Prima solo la testa, leccando sotto il glande, poi sempre più a fondo, fino a sentire la punta premere contro la gola. Senza trattenersi, spinse ancora, gli occhi che lacrimavano un po’, e lo prese tutto. Simone gemette grosso, una mano nei suoi capelli scuri. Sonia succhiava con avidità, bava che le scendeva dal mento, la lingua che lavorava mentre saliva e scendeva. Ogni tanto lo tirava fuori solo per sputarci sopra e riprendere più a fondo, guardandolo negli occhi.
«Basta… vieni qui», borbottò lui, tirandola su. «Voglio fotterti bene.»
La stese sulla schiena, le aprì le cosce larghe, le piegò le ginocchia contro il petto. La figa era fradicia, aperta, il clitoride gonfio. Simone ci si piazzò contro e spinse tutto d’un colpo. Sonia gridò, le unghie nella sua schiena.
«Sì, così… martellami, Simone, scopami forte…»
Lui iniziò a fotterla a botte lunghe e pesanti, il bacino che sbatteva contro il suo, le palle che le picchiavano il culo. La finestra era ancora aperta; l’aria calda entrava e usciva, e loro se ne fottevano. Simone la guardava in faccia mentre la penetrazioni profonde le facevano girare gli occhi. Lei si teneva le ginocchia aperte con le mani, offrendosi tutta.
«Guardami… guardami mentre mi riempi… sono la tua puttana della finestra, vero?»
«Lo sei», ringhiò lui, accelerando. «Sei la mia troia da spiare e da scopare.»
I colpi diventarono più corti, più violenti. La testata del letto batteva contro il muro. Sonia venne per prima, la figa che si strinse a spasmi intorno al cazzo, un urlo rauco che le uscì dal petto mentre il corpo le tremava. Simone non si fermò. Continuò a martellarla attraverso l’orgasmo di lei, godendosi ogni contrazione, finché sentì arrivare il suo.
«Dentro… sborrami dentro», ansimò lei.
Lui affondò fino in fondo e esplose, getti caldi che le riempirono la figa già zuppa. Continuò a spingere piano, spremendosi tutto dentro di lei, finché le gambe gli tremarono. Si ritirò lento; un filo di sborra bianca gli scivolò fuori dalla figa di Sonia e le discese verso il buco del culo.
Ma non aveva finito. Il cazzo era ancora mezzo duro, lucido dei loro succhi misti. Sonia scese dal letto, si mise in ginocchio sul pavimento davanti a lui che era rimasto seduto sul bordo, e gli prese di nuovo il cazzo in mano. Lo strofinò contro le sue tette, se lo mise in mezzo al decolleté e lo strinse, pompando su e giù con il seno.
«Ancora un po’… voglio sentirtela calda sulla faccia.»
Simone si masturbò guardandola, gli occhi bassi su quel seno spinto insieme, sulla bocca aperta di lei. Dopo pochi secondi venne di nuovo, meno ma più denso: schizzi caldi le colpirono la base del collo, le tette, il mento, un po’ sulla guancia. Sonia gemette soddisfatta, si passò le dita sulla sborra e se la leccò lentamente, la lingua rosa che raccoglieva il bianco mentre lo fissava dritto negli occhi.
«Buona», mormorò. «Tutta per me.»
Si asciugò un po’ con un asciugamano preso dal comodino, ma lasciò volutamente tracce lucide sulle tette. Simone era ancora seduto, il respiro corto, un sorriso stordito stampato in faccia. Credeva che il gioco fosse finito lì, tra loro due, la finestra e il cortile.
Sonia invece sapeva una cosa che lui non immaginava nemmeno.
Dal terzo piano, dall’angolo opposto del cortile, un’altra finestra era rimasta socchiusa tutta la sera. Luca, il vicino del piano di sopra — quello timido con cui Sonia chiacchierava a volte mentre aspettava l’ascensore — era rimasto in piedi al buio per più di un’ora. Aveva visto tutto: Sonia che si spogliava, il cenno, Simone che entrava, lei che lo cavalcava sulla poltrona, il culo che sbatteva, il pompino, la scopata sul letto, la sborra sulle tette. Si era segato due volte, in silenzio, mangiandosi i gemiti, e adesso, mentre Sonia leccava le ultime gocce dalle dita guardando Simone con aria soddisfatta, Luca era ancora lì, il cazzo molle e appiccicoso in mano, il cuore che batteva forte.
Sonia, prima di chiudere finalmente le tende, alzò lo sguardo per un attimo verso quella finestra alta. Un mezzo sorriso le sfiorò le labbra. Simone non se ne accorse. Lei sì.
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