Incontro Rovente nella Nebbia
Sofia si fa scopare da Marco e Luca in un rifugio nebbioso tra le Dolomiti.
Sono Sofia, ventotto anni compiuti da poco, e questa vacanza solitaria sulle Dolomiti doveva essere solo silenzio, aria tagliente e sentieri vuoti. Invece la nebbia è scesa come un telo bagnato, densa, improvvisa, a cancellare i cipressi nani e i ometti di pietra. Ho perso il sentiero dopo il secondo tornante. Le scarpe scivolavano sul ghiaione umido, il pile mi si era appiccicato alle spalle sudate e il respiro mi faceva male al petto. Poi, tra i rami, ho visto la luce debole di un rifugio di pietra. Non un’allucinazione: un vero tetto di scandole, il camino che fumava basso, la porta socchiusa.
Ho bussato con le dita intirizzite. Si è aperta e lì, dietro la soglia calda, c’erano Marco e Luca. Li conoscevo da anni, amici di vecchie estati al lago, sempre belli in quel modo sfacciato che ti fa abbassare lo sguardo e poi rialzarlo. Marco alto, spalle larghe, barba corta scura; Luca un po’ più snello ma tutto muscolo sotto la felpa aperta, occhi chiari che ridevano già. «Sofia? Ma sei tu?» ha detto Marco, e mi ha tirata dentro senza chiedermi niente. Luca mi ha tolto lo zaino bagnato dalle spalle. L’odore di legna e di lana bagnata mi ha avvolto.
Mi hanno fatto sedere davanti al camino. Il fuoco scoppiettava. Mi tremavano le cosce e loro lo vedevano. Marco mi ha passato un bicchiere di vino speziato, caldo, che mi ha bruciato la gola in modo delizioso. Luca mi ha sistemato una coperta sulle ginocchia, ma le dita gli sono rimaste un secondo di troppo sul bordo del mio pantalone da trekking umido. I loro sguardi mi percorrevano il corpo senza fretta: il maglione appiccicato ai seni, i capelli scuri incollati alle tempie, le labbra screpolate. Nessuna pressione, solo un calore lento che saliva tra noi tre mentre chiacchieravamo di niente—del meteo da merda, delle vecchie vacanze, di quanto tempo fosse passato. Io sentivo il desiderio crescere come una marea bassa. Mi pulsavano le cosce. Ogni volta che Marco rideva, il petto gli si gonfiava sotto la maglia e io immaginavo di morderlo. Ogni volta che Luca si sporgeva per rabboccare il bicchiere, il profumo della sua pelle mi entrava nel naso e mi bagnava.
Il vino ha fatto il resto. Il fuoco scaldava le guance. Ho cominciato a flirtare sul serio, senza più giri di parole. Ho sfiorato il braccio di Marco, sentendo i peli scuri sotto le dita, e ho detto a voce bassa: «Mi siete sempre piaciuti entrambi, lo sapete? Anche quando facevamo finta di niente». Luca ha sorriso di lato, quel sorriso complici che conoscevo. Si è seduto sul bracciolo della mia poltrona e mi ha accarezzato i capelli bagnati. Marco si è chinato e mi ha baciata. Un bacio pieno, lingua calda di vino e cannella, mano grande sulla mia nuca. Dietro di me Luca ha slacciato il mio pile e mi ha preso i seni ancora coperti dal reggiseno sportivo, stringendoli, sfregando i capezzoli già duri con i pollici. Ho gemuto nella bocca di Marco. Il desiderio è esploso senza vergogna.
Mi sono alzata. Li ho guardati entrambi, arrossata e sicura. Mi sono spogliata da sola, pezzo dopo pezzo: pile, maglia tecnica, reggiseno, pantaloni bagnati, mutandine già impregnate. Sono rimasta nuda davanti al fuoco, la pelle pienottina, i seni pesanti, il pube scuro e lucido di voglia. «Vi voglio tutti e due. Adesso. Insieme. Fatemi quello che volete, purché sia con voi due». Marco e Luca si sono scambiati un’occhiata rapida, poi si sono spogliati a loro volta. Maglie via, pantaloni giù. Le loro erezioni sono saltate fuori già dure, gonfie, venate: quella di Marco spessa e scura, quella di Luca un po’ più lunga, la testa lucida. Mi è venuta l’acqua in bocca.
Mi sono inginocchiata sul tappeto di lana davanti al camino. Ho preso il cazzo di Marco in una mano e quello di Luca nell’altra, li ho accostati al viso, li ho leccati dalla base alla punta alternandoli. Il sapore salato mi ha fatto chiudere gli occhi. Li succhiavo a turno, profondi, sentendo le vene battere sulla lingua, mentre sopra di me i due si baciavano a bocca aperta, lingue lente, gemiti bassi che mi scendevano dritti in figa. Marco mi teneva i capelli; Luca mi accarezzava la guancia mentre gli scivolavo la bocca fin sotto la glande. Bava mi colava sul mento e sui seni. «Che brava…» ha mormorato Luca. Ho preso Marco fino in gola e ho tenuto, gli occhi umidi, poi sono passata a Luca e ho fatto lo stesso, succhiando forte, la mano a pompare l’altro.
Marco mi ha fatta alzare e mi ha messa a quattro zampe sul tappeto. Il pelo mi grattava le ginocchia e i palmi. Mi ha aperto le natiche con le mani grandi e mi ha penentrata tutta d’un colpo, il cazzo grosso che mi spaccava la figa bagnatissima. Ho urlato di piacere puro. Mi scopava forte, spinte lunghe e profonde che mi facevano ondeggiare i seni, mentre Luca si inginocchiava davanti a me e mi riempiva la bocca del suo cazzo. Lo prendevo tutto, saliva che colava, lui che mi teneva la testa e spingeva piano in gola a tempo con le botte di Marco dietro. Il rumore umido dei corpi, il crepitio del fuoco, i nostri gemiti. Mi sentivo piena da entrambi i lati, usata nel modo più dolce e sporco possibile, e volevo solo di più.
Abbiamo invertito senza parole. Luca si è messo sotto di me e mi ha fatta scendere sulla sua erezione; sono scivolata giù fino in fondo, la figa che lo stringeva a spasmi. Marco si è inginocchiato di fianco e mi ha preso i seni tra le mani, li ha premuti intorno al suo cazzo ancora lucido della mia saliva e ha scopato il mio décolleté, la glande che spuntava tra le tette e mi sfiorava il mento. Io leccavo ogni volta che saliva. Luca mi fotteva dal basso con spinte asciutte e precise, il pube che sbatteva contro il mio clitoride. Vedevo le loro facce sudate, le bocche socchiuse, e mi sentivo il centro di tutto. «Così… non fermatevi», ho ansimato. Sono venuta la prima volta così, figa che si contraeva sul cazzo di Luca, seni stretto intorno a Marco, un urlo rauco che mi ha lasciato la gola raschiata.
Non bastava. Volevo entrambi dentro. Mi sono distesa sul fianco, una gamba alzata. Marco si è accostato davanti e mi ha penetrata di nuovo nella fica, lento, facendomi sentire ogni centimetro. Luca, dietro, mi ha bagnato il buco del culo con saliva e con le dita, prima una, poi due, aprendo con pazienza finché non ho spinto indietro io stessa. Poi ha appoggiato la testa del cazzo e ha spinto. Il bruciore dolce si è trasformato in pienezza totale quando è entrato fino in fondo. Ero impalata da entrambi, i loro cazzi che si muovevano dentro di me separati solo da una sottile parete di carne, le spinte sfasate e poi sincrone. Urlavo. Piangevo di piacere. Mi tenevano stretta tra i corpi sudati, baciandomi a turno la bocca, il collo, le spalle. Marco mi strofinava il clitoride con il pollice mentre spingeva; Luca mi mordeva la nuca. Sono venuta di nuovo, violenta, le pareti che stringevano entrambi, e loro hanno accelerato, bestiali e teneri insieme, finché Marco ha gemuto e si è svuotato caldo nella mia figa e un attimo dopo Luca ha riempito il mio culo a getti lunghi. Siamo rimasti così, tre corpi appiccicati, respiro corto, il fuoco che gettava ombre sulle nostre pelle lucide di sudore e sborra.
Ci siamo trascinati sotto la doccia del rifugio, stretti nella cabina piccola. L’acqua calda ci scorreva addosso mentre ridevamo basso, ci baciavamo con tenerezza, ci passavamo il sapone tra le dita. Marco mi lavava i capelli; Luca mi strofinava la schiena e ogni tanto mi baciava una spalla. Mi sentivo vuota e piena allo stesso tempo, le cosce che ancora tremavano, il sapore di loro ancora in bocca. Parlavamo di restare un altro giorno, di rifarlo al mattino, di quanto fosse stato naturale. L’acqua scrosciava. Fuori la nebbia premeva ancora contro i vetri.
Poi un colpo sordo alla porta d’ingresso ha spezzato tutto. Non un bussare educato: un colpo pesante, ripetuto, urgente, come di qualcuno che conosceva il posto e non aspettava permesso. Ci siamo irrigiditi sotto il getto ancora caldo. Marco ha spento l’acqua. Luca ha posato un dito sulle mie labbra. Dal corridoio è arrivata la voce rauca di un uomo che chiamava i loro nomi—e il mio—con un tono che non prometteva niente di buono.
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