Sussurri Notturni al Diner

Lorenzo non resiste più e si scopa la matrigna Petra sul bancone del diner.

18 min read August 20, 2026New

Lorenzo parcheggiò la macchina sotto la pioggia torrenziale che batteva contro il parabrezza come un millennio di dita impazienti. Vent’anni, le spalle larghe da chi ha passato l’inverno in palestra a cercare di dimenticare la voce di Petra al telefono, quella voce bassa, umida, che di notte gli diceva cose che una matrigna non dovrebbe mai sussurrare al figliastro. Il diner lungo la statale brillava di neon sbiadito: “PETRA’S ALL-NIGHT”. Lei lo gestiva da sola quando il padre era via per lavoro, e quel padre era via da tre giorni. Lorenzo sapeva esattamente cosa significava.

Entrò scuotendosi l’acqua dai capelli scuri. L’odore di caffè bruciato e bacon friggente lo avvolse insieme a un altro profumo, il suo: vaniglia e sudore leggero sotto le ascelle. Petra era piegata sul bancone a pulire una tazza. Quarantadue anni, tette pesanti che premevano contro la camicetta bianca sbottonata fino al terzo bottone, la gonna di denim corta che saliva sulle cosce spesse e morbide ogni volta che si muoveva. Quando alzò lo sguardo e lo vide, il sorriso le si aprì lento, complice, come le notti in cui gli aveva mormorato al telefono: «Dimmi cosa faresti alla figa della tua matrigna se potessi, Lorenzo…».

«Ciao, piccione», disse lei, la voce già roca. «Il papà ha chiamato. Torna solo domenica. Sei solo con me stanotte.»

Lorenzo si sedette allo sgabello di sempre, il cazzo già mezzo duro nei jeans solo per il modo in cui lei pronunciava “solo con me”. Guardò le labbra rosse di Petra, il solco profondo tra le tette, le unghie smaltate che tenevano la caffettiera. Da mesi quei sussurri notturni: lei in cucina a casa, lui nella sua stanza del campus, entrambi con la mano tra le gambe, descrivendo quanto fosse proibito, quanto il padre li avrebbe ammazzati se avesse saputo. «Non possiamo», diceva sempre lei, e poi aggiungeva: «Ma dimmi lo stesso come mi scoparesti sul bancone».

Petra gli versò il caffè. La camicetta si aprì un po’ di più; si vedeva il bordo del reggiseno nero e la carne piena che ne fuoriusciva. Fuori il temporale ruggiva. Dentro non c’era anima viva. Solo il ronzio del frigo e il loro respiro.

«Stasera sei vestita da troia di proposito», disse Lorenzo, la gola stretta. Non ce la faceva più a fare finta.

Petra rise basso, si sporse in avanti in modo che le tette quasi gli finissero sul bancone. «E tu sei venuto col cazzo già duro di proposito. Lo sento da come ti muovi sullo sgabello, figlioastro mio. Dimmi la verità: mentre guidavi sotto la pioggia pensavi alla mia figa, vero? A come te la sarei offerta se avessi avuto il coraggio.»

«Sì», rispose lui senza giri di parole. Gli occhi le scesero sulla gonna. Sapeva che sotto non c’era niente; lo aveva confidato una notte, ridendo: «Quando lavoro tardi e penso a te, non metto le mutandine. Così se entri…».

Petra gli girò intorno al bancone. Ora era di fronte a lui, le cosce quasi tra le sue ginocchia aperte. L’odore caldo della sua pelle lo colpì in faccia. Lei abbassò la voce fino a un sussurro sporco.

«Da mesi mi fai venire solo con le parole, Lorenzo. Mi tocco la figa bagnata pensando che sei il figlio di mio marito, che è sbagliato da far schifo, e proprio per questo mi bagno di più. Voglio infrangere questo cazzo di tabù. Voglio che mi scopi come la matrigna puttana che sono diventata per te. Dimmi che non resisti più.»

Lorenzo scattò in piedi. La afferrò per i fianchi grassocci, la spinse indietro contro il lato interno del bancone e le schiacciò la bocca con un bacio affamato, lingua profonda, denti che le mordevano il labbro inferiore. Petra gemette dentro la sua bocca, le mani già a cercare la cerniera dei suoi jeans. Il cazzo di Lorenzo saltò fuori pesante, grosso, venato, la testa già lucida di liquido. Lei lo strinse forte.

«Cazzo, è ancora più grosso di come me lo immaginavo mentre mi ditalino», ansimò. «Scopami. Adesso. Sul bancone. Come nei nostri telefonate sporche.»

Si girò, si chinò in avanti offrendo il culo sodo e rotondo. La gonna salì da sola. Niente mutandine, solo la figa rasata, le labbra gonfie e lucide di bava, il buco del culo che si contraeva per l’eccitazione. Lorenzo le spalancò le chiappe con le mani, sputò sulla fessura e ci cacciò dentro il cazzo d’un colpo solo, fino in fondo. Petra urlò un «Ahhh cazzo sì!» che si perse nel rombo del tuono.

La scopò con spinte profonde e possessive, le palle che sbattevano contro la clitoride, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi. Ogni spinta faceva tremare le tette di Petra sul bancone di formica.

«Scopami più forte, figlio della mia fica proibita», gemette lei, la faccia girata di lato, gli occhi socchiusi di piacere. «Fottimi la figa della tua matrigna come se mi odiassi per quanto ti faccio impazzire. Più a fondo… così… senti com’è stretta per te? Solo per il cazzo del figliastro.»

Lorenzo grugnì, accelerò. Il bancone scricchiolava. Lei era infuocata, scivolosa, si chiudeva intorno a lui a ogni ritirata come se non volesse lasciarlo andare. «Da mesi sogno di riempirti di sborra mentre il papà dorme all’oscuro», ruggì lui. «Sei la mia puttana segreta, Petra. La figa che non dovrei fottere e che fotterò ogni notte che lui non c’è.»

La tirò su, la fece salire sul tavolo più vicino. Petra gli montò a cavalcioni, si infilò da sola il cazzo nella figa e cominciò a saltellare, le tette enormi che rimbalzavano fuori dalla camicetta sbottonata del tutto. Si sporse, gli succhiò un capezzolo duro mentre lo cavalcava con movimenti rotondi e sporchi, la figa che faceva rumori schioccanti a ogni discesa.

«Riempimi», implorò, la saliva che gli colava sul petto. «Voglio sentire la tua sborra calda nella figa della mamma acquisita. Bruciami dentro. Fammi sgocciolare mentre servo i clienti domani pensando a te.»

Lorenzo le afferrò le chiappe, si alzò tenendola impalata sul cazzo e la spinse contro il muro accanto al frigo delle bibite. Ora la scopava in piedi, le cosce di lei avvolte intorno alla sua vita, le natiche che prendevano schiaffi sonori ogni volta che spingeva fino in fondo. Petra urlava di piacere, le unghie conficcate nelle sue spalle.

«Più forte… schiaffeggiami il culo… oh cazzo sì, così… sono la tua troia di famiglia… vienimi dentro, Lorenzo, riempimi tutta—»

Lui le diede un ultimo schiaffo grosso sulla natica destra, sentì la figa di Petra contrarsi in onde violente mentre lei veniva urlando il suo nome, e si scaricò a getti lunghi e caldi dentro di lei, spingendo la sborra il più a fondo possibile, gemendo contro il suo collo. Continuarono a muoversi lenti finché le scosse non si calmarono. Il cazzo gli uscì con un suono umido; un filo di sborra bianca colò lungo la coscia interna di Petra e gocciolò sul pavimento del diner.

Ansimanti, sudati, si guardarono. Petra gli accarezzò il viso con tenerezza complice, le dita ancora tremanti, e gli sussurrò contro le labbra:

«Questo sarà il nostro segreto notturno. Ogni volta che tuo padre sarà assente, tu verrai qui e mi scoperai dove cazzo vuoi: bancone, tavoli, bagno, cella frigorifera. Nessuno deve sapere. Nessuno.»

Lo baciò a lungo, sporco, assaggiando la bocca di entrambi, la lingua che leccava i residui del gemito. Poi si staccò a malincuore, si tirò giù la gonna senza pulirsi, lasciando che la sborra di lui le scendesse ancora tra le gambe, e prese lo straccio per ripulire il bancone dove avevano lasciato impronte di tette e umidità.

«Aiutami a far sparire le prove prima che passi qualcuno», mormorò, ma gli occhi le brillavano già di fame nuova. «E stasera, quando chiudiamo… ti aspetto nuda nel ripostiglio. Ho ancora la figa che pulsa e non ho finito di usare quel cazzo. Tuo padre torna domenica. Abbiamo tre notti intere per rovinarci del tutto.»

Fuori la pioggia non accennava a fermarsi. Il neon del diner tremolò una volta. Lorenzo riallacciò i jeans con le mani ancora sudate, il sapore di Petra ancora in bocca, e sapeva che da quella notte non ci sarebbe stato più ritorno: solo altre ore proibite, altri sussurri, e il pericolo dolcissimo di essere scoperti.

Lorenzo afferrò lo straccio dalle mani di Petra e lo passò sul bancone ancora umido di sudore e impronte di tette, ma gli occhi non le lasciavano le cosce. Un filo di sborra bianca gli scivolava ancora lungo la pelle interna, lucido sotto le luci al neon, e lei non faceva niente per fermarlo. Si limitava a sistemarsi la camicetta senza abbottonarla del tutto, i capezzoli scuri ancora duri che premevano contro il tessuto umido.

«Guarda come mi hai ridotto, figlioastro», mormorò lei, allargando leggermente le gambe mentre raccoglieva una tazza. «La figa mi cola ancora. Se entra qualcuno adesso sente l’odore della tua sborra su di me.»

Lui le fu addosso di nuovo, la schiacciò contro il frigo delle bibite e le infilò due dita dritto nella fica ancora aperta e calda. Petra gemette basso, si aperse di più, e le dita di Lorenzo uscirono lucide, filanti. Se le portò alla bocca e le succhiò guardandola negli occhi.

«Sai di me», grugnì. «Di cazzo e di puttana di famiglia. Non ho finito, Petra. Hai detto il ripostiglio. Adesso.»

Lei rise, quella risata roca che gli aveva fatto venire mille volte al telefono, e lo trascinò dietro il bancone, oltre la porta stretta del ripostiglio delle scorte. L’odore di detersivo e farina si mescolò al tanfo di sesso. Petra chiuse la porta a chiave, si tolse la gonna d’un colpo solo e rimase nuda dalla vita in giù, le tette pesanti ancora mezza fuori dalla camicetta. Si chinò a quattro zampe su un sacco di farina, il culo alto, la figa gonfia e rossa che gli mostrava tutto: le labbra spalancate, il buco del culo che si stringeva, la sborra di lui che gli colava ancora fuori a fili spessi.

«Vieni a leccarmi, Lorenzo. Pulisci la figa della tua matrigna con la lingua prima di rimettercela dentro. Voglio sentire quanto sei affamato di questa fica proibita.»

Lui le si inginocchiò dietro, le aprì le chiappe con le mani grandi e le conficò la lingua dritto nella fica. Succhiò la propria sborra mescolata ai succhi di lei, la leccò tutta, dal clitoride al buco del culo, spingendo la lingua dentro entrambi i buchi a turni. Petra urlò contro il sacco, spingendosi indietro contro la sua faccia.

«Cazzo sì… leccami il culo, brutto porco… mettici la lingua… più a fondo… oh Dio, tuo padre non sa quanto la sua troia di moglie si fa leccare il culo dal figlioastro…»

Lorenzo le sputò sul buco del culo e ci conficcò un dito mentre le mangiava la figa. Poi due. Petra tremava, gemendo come una cagna in calore. Quando lui si alzò e le piantò di nuovo il cazzo nella fica d’un colpo solo, lei venne quasi subito, stringendosi a onde intorno a lui, bagnandogli le palle.

«Ancora», ansimò lei. «Non fermarti. Scopami finché non riesco più a camminare. Voglio che domani quando servo i camionisti abbia ancora il tuo cazzo stampato dentro.»

La scopò a quattro zampe sul sacco di farina, le spinte grezze che facevano scricchiolare il legno del pavimento. Ogni volta che tirava indietro si vedeva il cazzo lucido di sborra e bava, poi lo riaffondava fino a farle sbattere le tette contro la farina. Le diede schiaffi sonori sul culo, uno dopo l’altro, finché le natiche non furono rosse e calde.

«Dimmi cos’altro vuoi», ruggì lui, afferrandole i capelli e tirandole la testa indietro. «Dimmi le cose sporche che non hai mai detto al telefono.»

Petra ansimava, la saliva che le colava dalla bocca. «Voglio che mi inculi. Voglio il cazzo del figliastro nel culo della matrigna. Nessuno me l’ha mai messo lì. Tuo padre non osa. Ma tu sì. Spaccami il culo, Lorenzo. Usami come la troia segreta che sono.»

Lui estrasse il cazzo dalla figa, lo strofinò contro il buco stretto, ci sputò sopra due volte e spinse. La testa entrò a fatica. Petra urlò, un urlo lungo e grosso che si spezzò in un gemito di piacere puro quando lui affondò centimetro dopo centimetro.

«Cazzo… è enorme… mi stai aprendo… più piano… no, più forte… scoperami il culo, brutto bastardo…»

Lorenzo le tenne i fianchi e cominciò a scoparle il culo con spinte lunghe e profonde. Era strettissimo, rovente, si chiudeva intorno a lui come una morsa. La figa di Petra gocciolava a terra mentre lui la inculava. Lei si toccava il clitoride con due dita, digrignando i denti.

«Parlami sporco», ordinò lei. «Dimmi quanto è sbagliato.»

«Sto inculando la moglie di mio padre», grugnì lui, accelerando. «La matrigna che mi ha cresciuto mi sta dando il culo come una puttana da tre soldi. Se lui entrasse adesso mi vedrebbe col cazzo piantato nel tuo buco del culo e ti vedrebbe godere come una cagna. Ti riempirò di sborra anche qui. Ti farò camminare con il culo pieno finché non chiudiamo.»

Petra venne di nuovo, il culo che le pulsava a spasmi intorno al cazzo di lui. Lorenzo non si fermò. La tirò su, la fece sporgere contro gli scaffali, e continuò a inculcarla in piedi, una mano che le stringeva una tetta enorme, l’altra che le frizionava la figa bagnata. Le dita le entravano nella fica mentre il cazzo le martellava il culo.

«Tre notti», ansimò lei. «Tre notti intere. Domani ti voglio qui di nuovo. Ti farò succhiare le tette mentre ti seghi. Poi ti monterò in faccia. Voglio venire in bocca al figliastro e fargli ingoiare tutto.»

«E io ti legherò al bancone», rispose lui, le spinte sempre più brutali. «Ti lascerò lì con le gambe aperte mentre i clienti mangiano fuori, e quando se ne vanno ti scoperò di nuovo. Ti fotterò la figa e il culo a turni finché non riuscirai più a stare in piedi. Sei mia, Petra. La mia puttana di famiglia. Solo mia.»

Lei gli girò la testa e lo baciò di sbieco, lingua e denti, mentre lui le martellava il culo. Il ripostiglio odorava di sesso e farina. Fuori si sentiva ancora la pioggia e il neon che ronzava. Nessuno bussò. Nessuno entrò. Solo loro due a rovinarsi.

Lorenzo sentì le palle stringersi. Tirò fuori il cazzo dal culo di lei, la fece girare di scatto e le scaricò la sborra in faccia e sulle tette, getti caldi e spessi che le colarono sulle labbra, sul mento, sui capezzoli. Petra aprì la bocca e ne prese un po’, la leccò dalle labbra guardandolo, poi gli raccolse il cazzo ancora duro e lo pulì con la lingua, succhiando gli ultimi goccioli.

«Buono», sussurrò. «Sapore di tabù. Di figliastri che non dovrebbero scopare le matrigne.»

Si alzò tremante, le gambe molli, la sborra che le colava dal culo e le scendeva lungo le cosce insieme a quella che le aveva già nella figa. Si passò le dita tra le chiappe, ne raccolse un po’ e se la mise in bocca di nuovo, tenendogli lo sguardo.

«Non abbiamo finito stasera», disse. «Chiudiamo il diner. Poi torniamo a casa. Nel letto di tuo padre. Voglio che mi scopi dove lui mi scopa di solito. Voglio sentire il tuo cazzo nel posto dove lui crede di essere l’unico. E mentre mi fotterai ti racconterò tutte le volte che mi sono toccata pensando a te mentre lui dormiva accanto a me.»

Lorenzo la guardò, il cazzo che gli si rialzava già solo a quelle parole. L’idea del letto matrimoniale, delle lenzuola del padre, del pericolo ancora più grosso, gli bruciava nelle palle.

«E se chiama?», chiese, la voce roca.

Petra gli sorrise, sporca, complicata, felice di rovinarsi. «Allora gli dico che sto facendo i conti del diner. Mentre tu mi hai la lingua nella figa. Oppure ti faccio stare zitto con il cazzo in gola mentre parlo con lui. Ti va, piccione?»

Lui la spinse di nuovo contro gli scaffali, le alzò una gamba e le riaffondò il cazzo nella figa ancora piena di sborra. Cominciò a scoparla di nuovo, lenta e profonda, guardandola negli occhi.

«Mi va», grugnì. «Mi va da morire. Stasera ti rovino nel suo letto. Domani ti rovino di nuovo qui. E dopodomani ti fotterò finché non riuscirai più a chiudere le gambe senza sentire il mio cazzo. Tre notti, Petra. Tre notti per fare di te la mia troia definitiva.»

Lei gli cingeva il collo con le braccia, si faceva spingere contro le scatole di tovaglioli, gemendo a ogni colpo.

«E dopo?», sussurrò contro la sua bocca. «Quando torna? Continuiamo? O ci fermiamo e fingiamo che non sia successo niente mentre io sgocciolo ancora la tua sborra?»

Lorenzo le morse il collo, le diede una spinta così forte che le scatole tremarono.

«Non ci fermiamo. Troveremo il modo. Ti scopero anche con lui in casa se serve. Ti farò venire in silenzio mentre lui è nell’altra stanza. Sei mia adesso. La figa, il culo, la bocca. Tutto proibito e tutto mio.»

Petra venne di nuovo intorno a lui, mordendosi il labbro per non urlare troppo forte, e Lorenzo sentì che non avrebbe sparato ancora, che avrebbe tenuto il cazzo duro dentro di lei finché non fossero usciti da lì. Avevano il diner da chiudere. Avevano la casa vuota che li aspettava. Avevano il letto del padre e tre notti intere. E fuori la pioggia continuava a battere come se il mondo intero sapesse già il segreto e stesse solo aspettando il momento di spaccarglielo in faccia.

Lorenzo non si fermò. Continuò a spingere lento e profondo nella figa ancora piena di sborra, le scatole di tovaglioli che tremavano a ogni colpo contro la schiena di Petra. Lei gli cingeva il collo, le unghie conficcate nella sua nuca sudata, e mormorava contro la sua bocca cose sempre più sporche.

«Senti come mi scivoli dentro… piena della tua roba e già pronta per un altro carico. Chiudiamo questo cazzo di diner e portami a casa. Voglio il letto di tuo padre. Voglio le sue lenzuola puzzolenti di lui sotto il culo mentre tu mi spacchi.»

Lui grugnì, le diede altre tre spinte brutali e poi uscì di scatto. Un filo denso di liquido bianco gli colò dal cazzo ancora duro e gocciolò sul pavimento di cemento. Petra si accasciò un attimo contro gli scaffali, le gambe che le tremavano, poi si chinò, gli leccò la sborra residua dalla punta e si rialzò con un sorriso da troia soddisfatta.

Si vestirono alla buona. Lei si tirò su la gonna senza mutandine, la camicetta ancora sbottonata, la sborra che le scendeva tra le cosce a ogni passo. Lorenzo riallacciò i jeans sul cazzo semi-duro che gli premeva contro la cerniera. Uscirono dal ripostiglio. Il diner era deserto, solo il rumore della pioggia contro le vetrate e il ronzio del neon. Petra spense le luci una per una, chiuse la cassa, abbassò le serrande. Lorenzo la guardava muoversi: il culo che dondolava, le tette pesanti che si spostavano sotto il tessuto umido. Non resisteva. La bloccò contro la porta del bagno dei clienti, le sollevò di nuovo la gonna e le cacciò tre dita nella fica scivolosa.

«Ancora qui?», gemette lei, spalancando le gambe. «Sei un porco, figlioastro. Tocca, senti quanto sei uscito…»

Lui le frizionò il clitoride con il pollice mentre le dita andavano e venivano, bagnate fino alle nocche. Petra venne di nuovo, silenziosa, mordendosi il labbro, il corpo che si contraeva a onde. Poi lo spinsero fuori, chiusero tutto a chiave e salirono in macchina sotto il diluvio.

Il tragitto fino a casa fu un inferno di mani. Petra gli aprì i jeans mentre guidava, gli tirò fuori il cazzo e lo succhiò piegata sul sedile, la testa che saliva e scendeva, la gola che lo prendeva fino in fondo. Lorenzo teneva una mano sul volante e l’altra tra i suoi capelli, spingendola giù ogni volta che un camion li sorpassava. Il sapore di figa e sborra mista le riempiva la bocca. Quando arrivarono nel vialetto buio, lei aveva già la saliva che le colava dal mento e lui era di nuovo duro come pietra.

Entrarono in silenzio. La casa puzzava di lui, del padre: dopobarba economico, caffè vecchio, lenzuola stese ad asciugare. Petra lo trascinò su per le scale senza accendere le luci. Nella camera matrimoniale spalancò le finestre nonostante la pioggia, fece entrare l’odore umido della notte, poi si spogliò del tutto. Rimase nuda, le tette pesanti con i capezzoli scuri ancora duri, la figa rasata lucida di tutto quello che le aveva messo dentro, il culo ancora rosso dagli schiaffi. Si stese sul letto grande, le gambe divaricate, le dita che si aprivano le labbra gonfie.

«Vieni. Scopami dove lui mi prende. Dove crede di essere l’unico cazzo che entra in questa figa. Dimmi quanto è proibito mentre mi fotterai.»

Lorenzo si spogliò in due secondi. Salì sul materasso che scricchiolò sotto il suo peso, le afferrò le caviglie e le aprì fino a farle male. Le guardò la fica aperta, il buco del culo ancora un po’ dilatato dalla scopata precedente, e ci sputò sopra. Poi affondò. Un colpo solo, fino alle palle. Petra urlò nel cuscino del marito, le mani che si aggrappavano alle lenzuola.

La scopò da dietro prima, le mani che le schiacciavano la faccia contro il cuscino dove il padre appoggiava la testa. Spinte lunghe, possessive, il suono bagnato della figa che lo succhiava. Ogni volta che tirava indietro si vedeva il cazzo lucido di sborra vecchia e nuova, poi lo riaffondava facendo sbattere le tette di Petra contro il materasso.

«Parla», ordinò lui, dandole uno schiaffo sonoro sulla natica. «Dimmi cosa fai quando lui ti scopa.»

«Penso a te», ansimò lei, la voce soffocata. «Chiudo gli occhi e immagino che sia il tuo cazzo, più grosso, più giovane, che mi spacca. A volte vengo fingendo che tu mi stia leccando il culo mentre lui mi usa. Sono una puttana, Lorenzo. La puttana di tuo padre che si fa fottere dal figliastro nel suo stesso letto.»

Lui la girò di scatto, le mise le gambe sulle spalle e la piegò a metà. Ora la guardava negli occhi mentre la martellava. Le tette di Petra rimbalzavano a ogni spinta. Lui le prese in mano, le strinse forte, le morse i capezzoli finché lei non strillò di piacere-dolore.

«Voglio il culo di nuovo», ruggì. «Qui. Sul suo letto. Voglio lasciargli la mia sborra nel buco della moglie.»

Petra annuì, gli occhi lucidi di lussuria. Si mise a pecora, il viso affondato nel cuscino del marito, e si aprì le chiappe con le mani. Lorenzo le sputò sul buco stretto, ci infilò prima due dita untuose di figa, poi la testa del cazzo. Spinse. Entrò centimetro dopo centimetro mentre lei gemette a denti stretti.

«Cazzo… mi apri… più grosso di prima… scoperami il culo della mamma acquisita… usami…»

La inculò con spinte profonde e regolari. Una mano le scendeva a frizionarle il clitoride gonfio, l’altra le teneva i capelli tirati indietro. Il letto scricchiolava come se stesse per rompersi. Petra veniva a ondate, il culo che le pulsava a morsa intorno al cazzo di lui, la figa che gocciolava sui lenzuoli del marito.

«Tre notti non basteranno», ansimò lei tra un gemito e l’altro. «Voglio che mi fotti anche quando lui è in casa. Voglio succhiarti il cazzo sotto il tavolo mentre ceniamo. Voglio che mi inculi nel bagno mentre lui guarda la partita. Fammi la sua cornuta ufficiale.»

Lorenzo accelerò, le palle che sbattevano contro la figa bagnata. Sentiva le pareti strette del culo di lei che lo mungevano. Stava per sparare. La tirò fuori all’ultimo, la fece girare, le scaricò i primi getti caldi sulla faccia e sulla lingua aperta, poi se la riaffondò in figa e finì di venire dentro, spingendo la sborra il più a fondo possibile mentre lei si contraeva intorno a lui in un altro orgasmo silenzioso, le unghie conficcate nella sua schiena.

Rimasero così, ansimanti, sudati, il cazzo di lui che ancora pulsava dentro la figa piena. La pioggia batteva contro le finestre aperte. Petra gli accarezzò i capelli bagnati di sudore, lo baciò lenta, assaggiando la propria sborra sulle labbra di lui.

«Sei mio adesso», sussurrò. «Proibito e mio. Dormi qui stanotte. Voglio sentire il tuo cazzo indurirsi di nuovo contro il culo mentre dormo nel letto di tuo padre.»

Lorenzo annuì, esausto e già eccitato all’idea. Si accucciò dietro di lei, il braccio intorno alla vita morbida, il naso tra i suoi capelli che sapevano di vaniglia e sesso. Petra chiuse gli occhi, un sorriso piccolo e segreto sulle labbra. Sul comodino, schermato dal cuscino, il telefono vibra in silenzio con un messaggio arrivato un’ora prima, mentre erano ancora al diner: il marito che scriveva di aver finito in anticipo e di essere già in auto, che sarebbe arrivato verso le quattro del mattino. Lei l’aveva letto di sfuggita mentre chiudeva la cassa e non aveva detto niente. Ora, con la sborra del figliastro che le colava ancora tra le cosce e il suo corpo caldo incollato al suo, teneva gli occhi chiusi e ascoltava il respiro di Lorenzo che si faceva pesante. Sapeva. Lui no.

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