Resa Inevitabile alla Birreria: Finalmente Mi Prende Nel Culo
Resa Inevitabile alla Birreria: Finalmente Mi Prende Nel Culo Dopo la chiusura, il barista di 32 anni si fa scopare forte nel culo dalla form
Sono Marco, trentadue anni, barista della birreria di Resa da quasi tre anni. Lei ne ha trentotto, è la proprietaria, una donna matura e formosa, seni pieni che spingono contro le camicie strette, fianchi larghi, culo sodo che si muove quando cammina dietro il bancone. Da mesi mi guarda con desiderio esplicito mentre servo i clienti. I suoi occhi scuri scivolano sul mio corpo, si fermano sul mio culo quando mi chino a prendere le bottiglie dal frigo basso. Ogni volta che passa dietro di me, le sue dita mi sfiorano i fianchi, poi scivolano più in basso, un contatto breve ma deliberato contro la stoffa dei jeans. «Prima o poi ti prendo dove vuoi tu, Marco», mi ha sussurrato una sera tra il chiasso della sala, con un sorriso da predatrice. «Quel culo torreggia dietro il bancone e mi fa venire voglia di aprirlo». La tensione era diventata un filo elettrico teso tra noi due, adulti e consenzienti, che ogni sera si caricava di più.
Quella notte abbiamo chiuso tardi. Gli ultimi clienti se ne erano andati, le luci abbassate, solo le lampade calde sopra il bancone di legno scuro. Resa ha tirato fuori due birre artigianali e mi ha fatto segno di sedermi. Bevevamo in silenzio all’inizio, ma il suo sguardo non lasciava spazio. Ha posato la bottiglia e ha detto chiaro, senza giri di parole: «Voglio scoparti, Marco. Sono ossessionata dal tuo culo. Lo guardo da mesi e stanotte voglio entrarci. Voglio sentirlo stringermi». Il cuore mi batteva forte, il cazzo già si gonfiava nei pantaloni. Le ho risposto guardandola dritto negli occhi: «Lo voglio anch’io. Prendimi nel culo stasera. Adesso». Mi sono alzato, l’ho presa per la nuca e l’ho baciata con fame, lingua contro lingua, denti che sfioravano il labbro inferiore. Il sapore della birra e del suo rossetto. Lei ha gemuto nella mia bocca, le mani grosse mi hanno afferrato le natiche e le hanno strette forte. Poi si è staccata, gli occhi lucidi di eccitazione ma perfettamente lucidi, zero alcol in più. «Spogliati. Tutto. Piegati sul bancone. Mostrami quel buco che ho immaginato di fottere».
Mi sono tolto la maglietta, i jeans, i boxer. Nudo davanti a lei, il cazzo duro che batteva contro la pancia. Mi sono girato e mi sono piegato in avanti sul legno liscio e freddo del bancone, le gambe divaricate, il culo offerto. Sentivo il suo sguardo. Resa ha aperto un cassetto e ha tirato fuori un flacone di olio denso e un grosso strap-on nero già montato sull’imbracatura. Si è sfilata la gonna e le mutandine, ha allacciato il dildo sui fianchi, il fusto grosso e venato che sporgeva minaccioso. Poi è scesa in ginocchio dietro di me. Ha aperto le mie natiche con le palme calde, mi ha soffiato aria calda sul buco e ha iniziato a leccarlo. La lingua umida e piatta ha girato intorno all’anello, poi si è spinta dentro, a spingere e a succhiare. Ho gemuto forte, la fronte appoggiata al legno. «Che buco pulito e stretto», ha mormorato tra una leccata e l’altra. «Ti allargo io». Ha versato l’olio generosamente, le dita scivolose che massaggiavano l’ingresso, poi due dita spesse sono entrate insieme, lente ma inesorabili, piegandosi a cercare il punto che mi ha fatto tremare le cosce. Le muoveva dentro e fuori, aprendo, lubrificando a fondo.
Quando ha giudicato che ero pronto, si è alzata. Ha appoggiato la testa del strap-on contro il mio ano scivoloso e ha spinto. Il grosso diametro mi ha aperto, un bruciore dolce che si è trasformato in pienezza mentre entrava centimetro dopo centimetro. «Cazzo, come ti stringi», ha grugnito. Quando era fino in fondo, i fianchi contro le mie natiche, ha iniziato a scoparmi forte da dietro, in piedi, tenendomi i fianchi. Le spinte erano profonde, ritmate, il dildo che sfregava proprio lì dentro. Io spingevo indietro incontro a lei, gemendo, le mani aggrappate al bordo del bancone. «Più forte, Resa, fottemi il culo». Lei mi ha dato uno schiaffo sonoro su una natica, poi sull’altra. «Questo culo è mio stanotte. Lo uso come voglio».
Mi ha fatto girare. Mi ha sollevato e mi ha sdraiato sul tavolo più vicino, le gambe sollevate e appoggiate sulle sue spalle larghe. Il strap-on è rientrato d’un colpo, fino in fondo. Da quella posizione mi guardava in faccia mentre mi scopava, una mano che mi masturbava il cazzo duro e gocciolante, l’altra che mi teneva una coscia. Alternava spinte profonde e lente a scariche rapide e violente, schiaffi sul culo che mi facevano contrarre intorno al dildo. «Guarda come ti prendo. Sei il mio barista da fottere. Supplicami». Io gemévo, la voce rotta: «Fottemi più forte, Resa, usami il buco, riempimi, ti prego, è tuo». Lei rideva bassa, possessiva, accelerava, il dildo che mi martellava il punto dolce finché il piacere saliva troppo in alto.
Sono venuto di colpo, violento, schizzi caldi sul mio stomaco e sul petto, il culo che si stringeva a spasmi intorno al fusto. Lei ha continuato a spingere ancora qualche volta, poi ha sfilato il dildo, si è strofinata il clitoride contro di esso con movimenti rapidi e ha raggiunto l’orgasmo con un gemito lungo, le cosce che tremavano, il corpo che si piegava in avanti. Dopo, mentre respiravamo pesanti, Resa mi ha baciato teneramente la schiena sudata, le labbra che percorrevano la colonna vertebrale. Ha preso un panno umido e mi ha pulito con cura, l’olio, lo sperma, ogni traccia, le dita delicate sul mio ano ancora pulsante. Poi si è china al mio orecchio e mi ha sussurrato, la voce calda e ferma: «Da ora in poi questo non finisce qui. Il tuo culo mi appartiene, Marco, e la prossima volta ti farò cose ancora più sporche. Resta nudo. Non abbiamo finito».
Sono rimasto nudo sul tavolo, il culo ancora aperto e pulsante, lo sperma asciugato ma la pelle calda. Resa non mi ha lasciato riprendere fiato. Si è tolta l’imbracatura solo per un momento, ha versato altra olio denso sul mio buco e ci ha cacciato tre dita insieme, spingendole fino alle nocche mentre mi guardava in faccia. «Non chiudere ancora. Voglio vederti dilatato e pronto di nuovo». Le dita si muovevano a forbice, allargandomi, poi le ha sfilate e ha rimesso il strap-on nero, ancora scivoloso del mio culo. Mi ha fatto scendere dal tavolo, mi ha spinto in ginocchio sul pavimento di piastrelle fredde della birreria e mi ha messo la testa del dildo contro le labbra. «Leccalo. Gustati il sapore del tuo buco». Ho aperto la bocca e l’ho preso, succhiando il fusto grosso che sapeva di olio e di me, la lingua che girava intorno alla base mentre lei mi teneva i capelli e spingeva fino in gola. «Bravo coglione. Ora ti rifaccio il culo come si deve».
Mi ha sollevato, mi ha piegato di nuovo sul bancone ma questa volta a testa in giù, le spalle sul legno, il culo all’aria e le gambe divaricate appoggiate sui suoi fianchi. Ha spinto il strap-on dentro d’un colpo solo, fino in fondo, e ha iniziato a martellarmi con scariche corte e violente. Ogni spinta mi faceva gemere contro il bancone, il cazzo che batteva molle e poi di nuovo duro tra le mie cosce. «Senti come ti scopro il buco, Marco. Questo ano è una figa da fottere e io lo uso tutta la notte». Mi ha dato schiaffi ripetuti sulle natiche, lasciando segni rossi, poi ha afferrato le mie chiappe e le ha aperte al massimo mentre entrava e usciva, guardando il dildo sparire nel mio buco. Io spingevo indietro, cercando di prenderlo tutto, la voce rotta: «Sì, Resa, sfondami, fottemi più a fondo, voglio sentirlo fino allo stomaco». Lei rideva bassa e accelerava, il rumore umido delle sue anche contro le mie natiche che riempiva la sala vuota.
Mi ha fatto alzare, mi ha voltato e mi ha spinto contro il frigo del bancone, la schiena fredda sul metallo. Ha alzato una mia gamba e l’ha tenuta alta, riinfilando il dildo nel mio culo dilatato e scivoloso. Da quella posizione mi masturbava con una mano mentre mi scopava, il pollice che strofinava la testa del mio cazzo già gocciolante. «Vieni di nuovo mentre ti prendo. Voglio vederti sborrare col buco pieno». Le spinte erano lunghe e profonde, il fusto che sfregava quel punto dentro di me finché le gambe mi tremavano. Sono venuto di nuovo, getti caldi che le schizzavano sulla mano e le scendevano sul polso. Lei non si è fermata, ha continuato a pompami il culo mentre il mio orgasmo mi contraeva intorno al dildo, spasmi che la facevano gemere. «Che culo stretto da puttana. Ti allargo ogni volta di più».
Mi ha sfilato il strap-on solo per spingere quattro dita dentro di me, poi quasi il pugno, l’olio che scorreva lungo le cosce mentre mi apriva ancora. «Respira e prendile. Voglio che il tuo buco resti aperto e pronto». Le dita giravano, piegate, massaggiando le pareti, poi le ha tolte e ha rimesso il dildo. Mi ha fatto camminare nudo fino al tavolo da biliardo in fondo, mi ha steso sulla panno verde e mi ha montato a cavalcioni al contrario, il culo sopra il mio viso. Si è abbassata e mi ha premuto la figa bagnata sulla bocca. «Leccami mentre ti fotto». Ho affondato la lingua tra le sue labbra gonfie, succhiando il clitoride, assaporando il suo gusto salato mentre lei spingeva il strap-on nel mio ano dall’alto, muovendo i fianchi su e giù. Ogni sua discesa mi riempiva completamente, il dildo che mi apriva di nuovo, e io leccavo e succhiavo come un affamato, la lingua che entrava nella sua figa. Lei ansimava, stringeva le mie natiche e accelerava le spinte. «Sì, mangiami la figa, barista di merda, mentre ti riempio il culo».
Quando stava per venire si è alzata, mi ha fatto rialzare e mi ha piegato a novanta gradi sul tavolo da biliardo, le braccia distese. Ha ripreso a scoparmi da dietro con forza bruta, una mano che mi teneva giù la schiena e l’altra che mi masturbava di nuovo il cazzo. «Dicci che sei un buco da cazzo. Dicci che il tuo culo esiste solo per farmi venire». Ho gemuto forte: «Sono un buco da cazzo, Resa, il mio culo è tuo da sfondare, usami, pompami, riempimi di cazzo finto finché non cammino storto». Lei ha grugnito e ha aumentato il ritmo, schiaffi secchi sulle chiappe, il dildo che entrava e usciva a velocità costante, il rumore scuro e umido che riempiva l’aria. Il mio terzo orgasmo è arrivato a sorpresa, più debole ma lungo, lo sperma che gocciolava sul panno verde mentre il culo mi si stringeva a ondate intorno al fusto.
Resa non si è fermata. Ha sfilato il strap-on, l’ha messo da parte e ha spinto di nuovo le dita, cinque questa volta, poi ha spinto di più finché il pugno quasi intero mi entrava piano, l’olio che gocciolava a fiotti. «Apri. Voglio farti il pugno stanotte». L’ho preso, respirando a fondo, il bruciore dolce che si faceva pienezza assoluta mentre la mano entrava fino al polso. Lei muoveva il pugno lento dentro di me, avanti e indietro, aprendo, spingendo, mentre con l’altra mano si strofinava la figa. «Guarda il tuo buco che mi mangia la mano. Sei un culo da riempire fino in fondo». Io spingevo indietro incontro al pugno, gemendo senza ritegno, il cazzo di nuovo duro per l’eccesso di stimolo. Lei ha accelerato i movimenti del pugno e si è toccata più forte finché è venuta con un urlo gutturale, le cosce che le tremavano, il pugno ancora conficcato nel mio ano mentre il suo orgasmo la scuoteva.
Ha sfilato piano la mano, lasciandomi il buco spalancato e gocciolante di olio. Mi ha fatto restare piegato e ha ripreso il strap-on, infilandolo di nuovo fino in fondo con una sola spinta lunga. Ha ricominciato a scoparmi senza pietà, tenendomi i fianchi e tirandomi indietro contro ogni colpo. «Non hai ancora finito di prendere cazzo. Questo buco lavora finché non dico io». Le spinte erano deep e possenti, il dildo che mi sfregava ogni centimetro interno. Io non riuscivo più a parlare chiaro, solo gemiti e parole spezzate: «Fottilo, usalo, scopami il culo finché non esplode». Lei mi ha preso per i capelli, mi ha tirato la testa all’indietro e ha accelerato all’impazzata, il suono delle sue anche che sbattevano contro le mie natiche ormai rosse e calde. È venuta di nuovo contro di me, il corpo che si contraeva, spingendo il dildo più a fondo possibile mentre il piacere la scuoteva.
Alla fine mi ha sfilato il cazzo di silicone tutto d’un pezzo, lasciando il mio buco aperto, rosso, lucido di olio e ancora a contrarsi sul niente. Si è messa in piedi davanti a me, mi ha spinto in ginocchio e mi ha premuto la figa ancora gocciolante sulla faccia. «Pulisci. Lecca tutto». Ho affondato lingua e labbra, succhiando i suoi succhi e l’olio che le era sceso, leccandole il clitoride gonfio finché non mi ha spinto via. Poi mi ha fatto alzare, mi ha piegato un’ultima volta sul bancone e ha cacciato di nuovo due dita nel mio culo spalancato, muovendole forte mentre mi sussurrava contro l’orecchio: «Domani sera chiudiamo prima e ti rifaccio il buco ancora più largo, ti metto un tapo grosso e ti faccio servire i clienti col culo pieno». Ha sfilato le dita, me le ha messe in bocca e mi ha fatto succhiare. Sono rimasto lì nudo, il culo aperto e gocciolante, il cazzo molle e sporco, e lei mi ha guardato dal basso mentre si rimetteva il strap-on ancora una volta e lo ha spinto di nuovo dentro di me fino alle palle finte, pompandomi con tre spinte lunghe e profonde.
Il mio buco ha preso l’ultimo cazzo di Resa tutto intero, stringendosi e aprendo mentre lei mi usava come un buco da sborra finta, e l’ultima cosa che ho sentito è stato il suo respiro caldo e le sue parole basse mentre mi riempiva di spinte fino in fondo: «Adesso questo culo è solo un buco pieno di cazzo e olio, pronto a farsi sfondare di nuovo non appena lo voglio».
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