Sussurri roventi nel buio del privé
In privato, Damon si fa succhiare il cazzo da Yara e poi la scopa forte da dietro sul divanetto.
La luce viola del Velvet Room scivolava sulle pareti di velluto come una lingua pigra, e Damon, seduto al bancone del bar con un bicchiere di whisky che non stava bevendo, sentiva già il sangue spingersi più in basso. Trentadue anni, giacca scura ancora indosso, lo sguardo fisso sul corridoio che portava ai privés. Da mesi era cliente abituale: non per le bottiglie, non per la musica bassa che vibrava nei polmoni. Per lei.
Yara.
Ventotto anni, corpo di ballerina che sapeva cosa fare con ogni centimetro di pelle. Quando entrava in pista le gambe lunghe brillavano sotto i faretti, i fianchi si muovevano lenti, deliberati, e ogni volta i loro sguardi si incrociavano come se si fossero dati un appuntamento muto. Lei non abbassava gli occhi. Lui nemmeno. Era un gioco sporco fatto di promesse non dette: il modo in cui lei si girava di schiena e teneva lo sguardo sopra la spalla, il modo in cui lui sorrideva appena, un filo di denti, come a dire stasera, forse.
Quella sera il “forse” era diventato altro.
Yara apparve dal corridoio laterale con un body nero lucido che le stringeva il seno e le lasciava le cosce nude, i tacchi che battevano un ritmo lento sul pavimento. Si fermò vicino a lui senza chiedere permesso, appoggiò una mano calda sul bordo del bancone e si chinò quanto bastava perché il profumo della sua pelle — vaniglia scura e sudore pulito di palco — gli entrasse nelle narici.
«Sei sempre qui a guardarmi, Damon», mormorò, la voce roca dal fumo e dalle canzoni. «Stasera ho una stanza libera. La numero tre. Buia. Insonorizzata. Vuoi un ballo privato… o vuoi di più?»
Lui alzò lo sguardo. Gli occhi di lei erano neri e lucidi, le labbra lucide di gloss. Non c’era dubbio: entrambi sapevano. Non era più solo spettacolo. Il cazzo gli si era già indurito contro la zip solo a sentirla parlare così, diretta, senza smancerie.
«Portami», rispose solo.
Yara sorrise, presa. Gli offrì la mano. Lui la prese, e le dita di lei si chiusero intorno alle sue con una pressione che diceva io so cosa vuoi, e lo voglio anch’io. Attraversarono il corridoio stretto, le luci si affievolirono, e quando lei aprì la porta del privé numero tre l’oscurità li avvolse come un lenzuolo caldo. Solo una striscia di luce rossa bassa lungo il battiscopa e una lampada alogeno soffusa dietro il divanetto di pelle nera. La porta si chiuse con un click sordo. Isolati. Nessuno avrebbe sentito un gemito, uno schiaffo di pelle, un “più forte”.
La musica filtrava dagli altoparlanti a volume basso, un basso profondo che sembrava battere dentro al petto. Yara non accese altre luci. Si mise davanti a lui, a pochi centimetri, e iniziò a muoversi.
«Siediti», ordinò dolce, spingendolo con un dito contro il petto verso il divanetto.
Damon obbedì. Si lasciò cadere sulla pelle fredda, le gambe divaricate, e Yara salì a cavalcioni sulle sue cosce senza ancora sedersi del tutto, le ginocchia affondate ai lati dei suoi fianchi. Si dondolava sul ritmo, il bacino che disegnava cerchi lenti, il tessuto lucido del body che sfregava contro il tessuto dei suoi pantaloni. Sentiva già il caldo umido tra le gambe di lei, anche attraverso i vestiti. Cristo.
«Ti guardo da mesi», sussurrò Damon contro il suo orecchio, la voce grezza. Una mano salì a posarsi sul fianco di lei, larga, calda, le dita che premevano appena sulla carne morbida sopra l’osso. «Ogni cazzo di sera. Quel culo che muovi, le tette che rimbalzano… mi fai venire voglia di spingerti contro un muro e fotterti finché non urli.»
Yara emise un suono basso, un gemito mezzo risata. Premette il bacino più giù, proprio contro il rialzo duro del suo cazzo, e si strusciò avanti e indietro con lentezza criminale. Era bagnata. Lo sentiva. Il tessuto del body si era già scaldato, e tra le sue labbra si apriva un solco umido che lasciava una traccia calda sui pantaloni di lui.
«Parla ancora», soffiò lei, chinandosi finché le labbra le sfiorarono il lobo dell’orecchio. «Dimmi cosa mi faresti.»
Le mani di Damon salivano. Non più solo i fianchi: i palmi scivolarono indietro, affondarono nelle chiappe sode, le strinsero, le aprirono un poco mentre lei continuava a strusciarsi. I pollici premevano vicino all’ingresso, dove il body si infilava tra le natiche. Yara tirò un respiro spezzato e spinse indietro contro quelle mani, vogliosa, sfacciata.
«Ti tirerei questo body di lato», continuò lui, la bocca contro il suo collo ora, baci aperti, denti che graziano senza mordere ancora. «Ti guarderei quanto sei fradicia. Poi ti farei inginocchiare e ti mettei il cazzo in bocca finché non ti cola la saliva sul seno. E dopo… dopo ti metterei a pecora su questo divano e ti scoperei forte. Come meriti. Come vuoi.»
Yara gemette contro la sua tempia. Le sue mani erano scese a stringere i capelli di lui alla nuca, le unghie che graffiavano leggermente. Il corpo di lei non ballava più: si strofinava. Il clitoride gonfio cercava attrito contro la cerniera dei suoi pantaloni, e ogni passaggio lasciava entrambi più scossi. Il profumo di lei era diventato più intenso, salato, di fica eccitata. Damon lo aspirò come un drogato.
«Sono già bagnata», ammise lei, senza vergogna, la voce un filo di fumo caldo. «Da quando ti ho visto entrare stasera. Mi sono toccata un po’ in camerino, pensando a te. Alle tue mani. Al tuo cazzo.» Una pausa. Si staccò appena abbastanza da guardarlo negli occhi, le pupille dilatate nel rosso della lampada. «Voglio che me lo metti dentro, Damon. Non un ballo. Non le mani sopra i vestiti. Voglio il tuo cazzo duro che mi allarga. Adesso.»
Per un attimo l’aria nel privé sembrò fermarsi. Poi Damon le prese il viso tra le mani e la baciò.
Non fu un bacio dolce. Fu fame. Bocca aperta, lingua che premeva dentro la sua, denti che urtavano, un suono umido e disordinato. Yara rispose con la stessa urgenza, succhiandogli il labbro inferiore, spingendo la lingua contro la sua, gemendo nel bacio mentre il bacino non smetteva di strusciarsi. Le mani di lui scesero di nuovo, una le afferrò un seno attraverso il body, il pollice che cercava e trovava il capezzolo già duro, lo strofinava in cerchi duri. L’altra mano scese tra loro, tra le sue cosce aperte, e con due dita premette contro il tessuto immerso, proprio sulla fessura. Yara si spezzò in un gemito lungo contro la sua bocca.
«Cazzo… sì…», ansimò lei, muovendo i fianchi contro quelle dita. «Toccami. Sentimi quanto ti voglio.»
Damon spostò il tessuto di lato. Le dita trovarono labbra lisce, rasate, gonfie e scivolose. Sprofondò il medio dentro di lei senza preamboli e Yara gettò indietro la testa, un urlo soffocato che la stanza insonorizzata inghiottì tutto. Era stretta, caldissima, si chiudeva intorno al dito con spasmi piccoli e gretti. Ne aggiunse un secondo, la piegò un poco, cercò quel punto ruvido all’interno e lo strofinò mentre il pollice le massaggiava il clitoride gonfio.
«Guarda come mi prendi le dita», ringhiò lui contro la sua gola, baciandola, leccandole la pelle salata. «Immagina quando ti metto il cazzo. Ti aprirai per me, vero? Mi lascerai spingere fino in fondo.»
«Sì… cazzo sì…», Yara si muoveva ormai contro la sua mano come una disperata, i seni che sobbalzavano a ogni spinta del bacino. «Voglio sentirlo. Voglio che mi scopi. Qui. Sul divano. Da dietro, come hai detto. Voglio che mi tieni i capelli e mi dai botte lunghe e dure finché non sborro su di te.»
Damon le sfilò le dita, le portò alla bocca, le succhiò guardandola negli occhi. Il sapore di lei era acido e dolce, lo fece gemere basso. Yara lo guardò fare e gli si gettò di nuovo addosso, bocca sulla sua, a leccargli le labbra, a condividere il proprio sapore. Le mani di lei erano scese alla cintura di lui, le dita frettolose che slacciavano fibbia e bottone, che abbassavano la zip. Quando la mano di Yara scivolò dentro i boxer e strinse il cazzo duro, caldo, già bagnato di liquido pre-eiaculatorio, Damon tirò un fiato sibilante tra i denti.
«Grande…», mormorò lei, la voce piena di approvvazione lussuriosa mentre lo accarezzava dalla base alla punta, il pollice che spargeva l’umidità sul glande. «Lo voglio in gola. Poi lo voglio nella fica. Entrambi. Stasera non esci da questa stanza finché non mi hai usata per bene.»
Lui le afferrò i capelli alla radice, non con violenza ma con possesso, e le tenne il viso vicino al suo. Gli occhi di Damon erano scuri, le narici dilatate.
«Allora in ginocchio», ordinò, la voce roca. «Prima me lo succhi. Voglio vedere quelle labbra rosse intorno al mio cazzo. Voglio sentire la tua lingua. E quando sarò bagnato di saliva abbastanza… ti giro, ti metto a pecora su questo divanetto e ti sfondo. Piano all’inizio. Poi forte. Come ti piace.»
Yara scese dal suo grembo con un movimento fluido, le ginocchia che toccarono il pavimento tra le sue gambe divaricate. Le mani le tremavano leggermente di eccitazione mentre gli tirava giù i pantaloni e i boxer quanto bastava per liberare il cazzo, che balzò fuori pesante, venato, la punta lucida. Lei lo guardò un istante come si guarda una cosa che si è desiderata troppo a lungo, poi alzò gli occhi su di lui e sorrise, un sorriso da peccatrice contenta.
«Guardami mentre lo faccio», sussurrò. E si chinò in avanti, il respiro caldo che gli sfiorò già la pelle tesa.
Damon le mise una mano dietro la testa, non per spingere ancora, solo per sentire, per tenere. Il cuore gli batteva in gola. Il privé era pieno del suono della loro respirazione e del basso lontano. Fuori nessuno sapeva. Dentro, finalmente, non c’erano più sguardi a distanza: c’era la bocca di Yara a un centimetro dal suo cazzo, c’era il suo corpo pronto, c’era il consenso umido e parlato e urgente di entrambi.
Lei aprì le labbra.
E il resto, quello che sarebbe successo sul divanetto di pelle nera, con lei piegata e lui dietro che la prendeva con tutta la fame accumulata in mesi di sguardi, stava per cominciare.
Yara aprì le labbra e scese sul cazzo di Damon con una fame che non nascondeva più nulla. La bocca calda e umida lo avvolse fino a metà, la lingua piatta che premeva contro la vena spessa sul lato inferiore mentre gli occhi neri restavano conficcati nei suoi. Succhiò con avidità, guance concave, un suono schioccante e bagnato che riempì il privé insieme al basso lontano. Damon tirò l’aria tra i denti e le tenne i capelli raccolti in un pugno morbido alla nuca, abbastanza da sentirla, non abbastanza da costringerla. Lei scese ancora, la gola che si apriva con uno sforzo deliberato, e quando il glande le urtò il fondo emise un gemito gutturale che gli vibrò dritto nei coglioni.
«Cazzo, Yara… guarda come lo prendi», ringhiò lui, la voce spezzata. Una goccia di saliva le scivolò dall’angolo della bocca lungo il mento, cadde sul body lucido e gli fece contrarre l’addome. Lei si ritrasse fino a lasciare solo la punta tra le labbra, ci girò intorno con la lingua lenta e lasciva, poi risucchiò forte, le mani che gli stringevano la base e i testicoli pesanti. Lo guardava sempre. Occhi lucidi di lacrime da sforzo e di pure voglia. Ogni risalita faceva luccicare il cazzo di saliva e precome; ogni discesa lo mandava più a fondo, umido, stretto, perfetto.
Damon sentiva già la pressione salire troppo in fretta. Mesì di sguardi, di fantasie sporche dietro il bancone, e adesso quella bocca da peccatrice che lo succhiava come se volesse derubarlo dell’anima. Le dita le tremavano leggermente sui suoi fianchi nudi mentre lei oscillava la testa avanti e indietro con ritmo crescente, saliva che cola, suoni osceni che non cercava di smorzare. Quando lui spinse piano i fianchi in su, lei gemette di approvazione e aprì di più la gola, lasciandolo fotterle la bocca con colpi corti e controllati.
«Basta», ansimò lui all’improvviso, tirandola su per i capelli con un tiro fermo. Il cazzo uscì dalle sue labbra con un suono umido, lucido, pulsante. «Se continui così sborro in gola e non ti scopo. Alzati.»
Yara obbedì con le gambe già molli, il sorriso gonfio e lucido. Damon la sollevò come se non pesasse niente, la girò e la piegò sul divanetto di velluto nero. Il body le venne tirato di lato con un gesto rude; le labbra della fica erano gonfie, lucide, il buco che si apriva e chiudeva già aspettandolo. Lui le diede una sberla secca su una chiappa, la vide arrossarsi, poi le afferrò i fianchi e spinse il cazzo dentro in una sola spinta lunga e profonda.
Yara urlò. Un suono roco, liberatorio, che la stanza insonorizzata inghiottì intero. Era stretta, bollente, scivolosa; le pareti interne le si chiusero intorno al cazzo come un pugno bagnato. Damon non le diede tempo di abituarsi. Tirò indietro fino alla punta e riaffondò duro, il bacino che sbatteva contro il culo sodo con uno schiocco umido di pelle. Colpi profondi e decisi, uno dopo l’altro, il ritmo grezzo che lei stessa aveva chiesto. Le mani le tenevano i fianchi così forte da lasciare segni bianchi, poi scivolarono avanti a stringerle i seni attraverso il tessuto, a pizzicare i capezzoli duri mentre la scopava.
«Così… cazzo così…», gemette Yara, la faccia premuta contro il velluto, i fianchi che spingevano indietro incontro a ogni botta. «Più forte, Damon. Usami. Rompimi.»
Lui le afferrò i capelli e la tirò indietro, inarcandole la schiena, e accelerò. Il cazzo spariva e riappariva lucido dei suoi succhi, il clitoride gonfio che sfregava contro l’aria a ogni ritirata. Il privé odorava di sesso, di vaniglia e di fica bagnata. Damon sentiva i coglioni sbatacchiare contro di lei, il calore che saliva dalla base della spina dorsale. Cambiò angolo, spinse più in basso, e Yara si spezzò in un gemito lungo quando il glande le sfregò quel punto interno spugnoso. Le gambe le tremavano già.
La sollevò di peso senza uscire, si sedette sul divanetto e la fece scendere a cavalcioni con la schiena contro il suo petto. Yara gemette quando il cazzo le riapparve fino in fondo in quella posizione. Lui le aprì le cosce con le mani, le tenne aperte, e iniziò a spingere dal basso con colpi corti e brutali mentre lei rimbalzava. Poi la girò di fronte, la fece sedere dritta sul suo cazzo. Adesso la guardava. Le tette le saltavano a ogni scesa, i capezzoli duri che gli chiedevano di essere succhiati; lui le prese in bocca uno dopo l’altro, denti e lingua, mentre lei si alzava e si riaffondava con forza, il culo che sbatteva sulle sue cosce.
«Guardami mentre mi scopa», ordinò lui contro un seno. «Voglio vedere la tua faccia quando sborri sulla mia sborra.»
Yara cavalcava ormai senza freni, i capelli appiccicati alla fronte sudata, la bocca aperta in gemiti continui e rochi. «Sto… sto per… cazzo Damon, mi fai venire…» Le unghie le graffiarono il petto, i muscoli interni che iniziavano a spasimare intorno al cazzo. Lui le afferrò i fianchi e la tirò giù forte, tenendola conficcata mentre spingeva verso l’alto in colpi disperati. Il orgasmo li travolse insieme come un’onda sporca. Yara gettò indietro la testa e urlò, la fica che la mungeva a spasmi violenti, succhiandolo, spremendolo. Damon sborrò dentro di lei con un ringhio basso, gettate calde e spesse che le riempirono il canale mentre lui continuava a spingere a scatti, svuotandosi fino all’ultima goccia.
Rimasero così, uniti, ansimanti. Lui le restò dentro mentre lei tremava ancora di scosse residue, la fica che pulsava intorno al cazzo che si stava piano piano ammorbidendo. Il sudore gli colava tra i petti uniti. Yara gli sorrise, soddisfatta, gli occhi ancora velati di piacere. Si chinò e gli baciò il collo, la lingua che assaggiò la pelle salata, poi le labbra che restarono contro la sua giugulare.
«Tornerò da te ogni volta che lo vorrai», sussurrò, la voce roca e piena. «Ogni cazzo di sera. Solo dimmi quando.»
Si staccò piano, un filo di sborra mista ai suoi succhi che le colò lungo la coscia interna quando il cazzo uscì. Si alzò con le gambe ancora molli, sistemandosi il body alla buona, il sapore di lui ancora sulle labbra gonfie. Damon restò seduto, il respiro che si calmava a fatica, lo sguardo su di lei mentre raggiungeva la porta del privé.
La maniglia girò dall’esterno con un clic secco prima che lei potesse aprirla.
La porta si spalancò.
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