Ritorno Infuocato al Lago

Due vecchi vicini gay si ritrovano al lago di Como, si toccano, si succhiano e Roman incula Emmett sulla barca fino a riempirlo di sperma.

13 min read September 04, 2026New

Il traghetto tagliava l’acqua scura del lago di Como come una lama lenta, e Roman sentiva il cuore battergli più forte a ogni metro che li avvicinava alla riva di Varenna. Trentadue anni, spalle larghe da nuotatore, capelli castani ancora umidi dal viaggio, teneva la mano chiusa intorno al manico della valigia come se potesse ancorarsi al presente. Dieci anni. Dieci anni da quando aveva chiuso la porta della villa di famiglia con la promessa di non tornare finché non fosse stato pronto a venderla. Ora lo era. O almeno credeva di esserlo, finché lo sguardo non gli cadde sul molo.

Emmett era lì.

Ventotto anni, ma il corpo di un uomo che aveva trasformato ogni giorno in palestra in una scultura viva: pettorali tesi sotto la canottiera bianca sudata, braccia cordate, cosce grosse avvolte da pantaloncini corti grigi che lasciavano indovinare il contorno pesante del pacco. I capelli biondo scuro scompigliati dal vento, gli occhi chiari che si aprirono di sorpresa e poi si strinsero in un sorriso lento, predatore, appena Roman scese a terra.

«Porca puttana», disse Emmett, voce bassa e roca. «Roman. Sei tornato davvero.»

Roman sentì il sangue scendere dritto all’inguine. Quella voce. Quello sguardo che lo spogliava senza pudore. «Dovevo chiudere casa. Non sapevo che fossi ancora qui.»

Emmett fece un passo avanti. L’odore di sole, sudore pulito e deodorante economico lo colpì come un pugno. «Ci sono sempre stato. Ho aperto una palestra a Bellagio. Personal trainer. Guarda un po’ cosa sono diventato.» Si passò una mano sul petto, i nippli già semi-duri sotto il tessuto sottile, e gli occhi di Roman non riuscirono a staccarsi. «Tu, invece… cazzo, sei ancora più bello. Più largo. Più uomo.»

Il complimento gli arrivò dritto alle palle. Roman sentì il cazzo muoversi nei jeans. «E tu sei… impressivo», rispose, la voce un po’ troppo bassa. «I muscoli. Tutto.»

Emmett sorrise, avvicinandosi ancora finché i loro petti quasi si sfioravano. «Impressionante, vuoi dire. O ti piace la parola “grosso”? Perché sono grosso ovunque, Roman. Lo ricordi, vero? Quelle notti in rimessa, quando avevamo diciotto e diciannove anni e ci succhiavamo a vicenda finché non venivamo in gola.»

Roman sentì le guance infiammarsi, ma non arretrò. Il ricordo lo colpì fisico: la bocca calda di Emmett intorno al suo cazzo, le dita di lui che gli aprivano il culo con la saliva, i gemiti soffocati contro il legno della barca. «Ricordo», ammise. «Ricordo tutto.»

«Bene.» Emmett gli toccò il braccio, le dita callose che scivolarono sulla pelle nuda sotto la manica della camicia arrotolata. Un contatto deliberato, caldo, che fece rizzare i peli a Roman. «Perché io ho sognato di rivederti ogni cazzo di notte. Di rivedere questo corpo. Di sentirlo sotto di me. O sopra. Come vuoi.»

La tensione era spessa come l’aria afosa del pomeriggio. Roman deglutì. «La rimessa ha bisogno di essere sistemata prima che arrivi l’agente immobiliare. Mi dai una mano? Come una volta.»

Emmett rise, basso. «Ti do tutte le mani che vuoi.»

Camminarono insieme lungo il sentiero di pietra fino alla vecchia rimessa sul lago. L’acqua batteva dolce contro i pali, il legno scricchiolava, e dentro l’odore di alga secca, vernice stantia e ricordi era soffocante. Roman si tolse la camicia, restando in canottiera nera che aderiva al torace sudato. Emmett lo guardò senza nascondersi, lo sguardo che scendeva sul pacco già semi-duro dei jeans e risaliva lento.

«Cazzo che tette hai fatto», borbottò Emmett, prendendo un martello. «Prima eri magro. Ora sei pieno. Voglio metterci le mani sopra.»

«Allora mettile», rispose Roman, la voce più ferma di quanto si sentisse. «Siamo adulti. Possiamo dire quello che vogliamo.»

Si misero al lavoro. Emmett sollevava le assi pesanti, i muscoli delle braccia e della schiena che si gonfiavano sotto la pelle dorata, e ogni volta che passava vicino a Roman i loro corpi si sfioravano. Una spalla contro un petto. Un fianco contro un culo. Le dita di Emmett che “per sbaglio” strisciavano sulla parte bassa della schiena di Roman quando gli passava un attrezzo. Roman sentiva il cazzo pulsare, già mezzo duro, e non faceva niente per nasconderlo. Emmett lo notò, ovviamente. Il suo sguardo si fissò sull’erezione che tendeva il denim e un sorrisetto sporco gli curvò le labbra.

«Ti stai eccitando a sistemare una rimessa con me?», chiese Emmett, fermandosi dietro di lui mentre Roman si chinava a fissare una vite. Le mani di Emmett scesero sulle anche di Roman, grosse, calde, e lo spinsero leggermente indietro finché il pacco duro del personal trainer non premette contro la fessura dei jeans di Roman. «Senti com’è grosso. Ho sognato di spingertelo dentro mentre mi raccontavi di Milano, di architettura, di tutto. Di rivedere il tuo culo stretto.»

Roman gemette basso, il suono che gli uscì senza permesso. Il calore del cazzo di Emmett contro di lui era brutale, reale, e i ricordi delle estati passate si mescolarono al presente come olio bollente. «Emmett…»

«Dillo», insistette Emmett, le labbra ora vicine all’orecchio di Roman, il fiato caldo. «Dillo che mi vuoi. Io te l’ho già detto. Ho girato i video di allenamento pensando alla tua bocca. Mi sono segaio nel letto immaginando di scoparti finché non ti riempio. Dieci anni, Roman. Dieci anni che mi manca il sapore del tuo cazzo.»

Roman si voltò lentamente. I loro volti erano a pochi centimetri. Gli occhi di Emmett erano scuri di lussuria, le pupille dilatate. Roman alzò una mano e gliela posò sul petto, sentendo il cuore battere furioso sotto il muscolo. Poi scese, deliberato, fino ad afferrare il pacco di Emmett attraverso i pantaloncini. Era grosso, caldo, già duro come pietra. Emmett sussultò e spinse i fianchi in avanti, nella presa.

«Lo voglio», disse Roman, la voce roca. «Ti voglio. Il tuo corpo. Il tuo cazzo. Tutto. Non ho smesso di pensarci neanch’io.»

Emmett gli afferrò la nuca e lo baciò. Non fu un bacio dolce: fu lingua, denti, fame. Roman aprì la bocca e lo accolse, gemendo mentre le loro lingue si attorcigliavano, mentre Emmett gli massaggiava il culo con entrambe le mani e premeva il cazzo contro la sua coscia. Il sapore era di menta e desiderio grezzo. Roman si strusciò contro di lui, l’erezione che faceva male chiusa nei jeans, e sentì le dita di Emmett scivolare sotto la canottiera, calde sulla pelle nuda della schiena, poi avanti a torcere un capezzolo già duro.

«Cazzo, sì», ansimò Emmett contro le sue labbra. «Senti come mi fai venire voglia. Voglio spogliarti qui. Voglio metterti in ginocchio sul legno e ficcarti il cazzo in gola finché non ti lacrimano gli occhi. Poi voglio leccarti il culo finché non mi supplichi di incularti.»

Roman tremò. Le parole gli arrivarono dirette alle palle, facendole tirare. «Qui? Adesso?»

Emmett lo guardò, serio sotto la lussuria. «Solo se lo vuoi davvero. Io lo voglio. Ma lo scegliamo insieme. Niente mezze misure. Se iniziamo, ti scopo finché non cammini dritto. Ti riempio. Ti marchio. Come nei sogni.»

Roman lo fissò. Il lago scintillava fuori dalla porta aperta della rimessa, una barca a remi vecchia dondolava legata al pontile. Il suo cazzo pulsava. Il culo gli pruriva al solo pensiero. Emmett era fuoco vivo tra le braccia, muscoli e verità e dieci anni di fame repressa. Roman alzò le mani, agganciò i bordi della canottiera di Emmett e gliela tirò su, scoprendo l’addome a lavagna, i pettorali gonfi, i capezzoli scuri. Si chinò e ne prese uno in bocca, succhiando forte, mentre la mano destra scendeva di nuovo a liberare il cazzo di Emmett dai pantaloncini.

Uscì pesante, venato, la testa già lucida di precome. Roman lo strinse, lo sentì pulsarli contro il palmo, e alzò lo sguardo mentre leccava il capezzolo. «Lo scelgo», disse. «Ti voglio dentro. Ti voglio in bocca. Ti voglio ovunque. Portami dove cazzo vuoi, ma non fermarti.»

Emmett ringhiò di approvazione, lo baciò di nuovo, più sporco, mentre le sue mani aprivano la cerniera dei jeans di Roman e liberavano il cazzo duro, già gocciolante. Si accarezzarono a vicenda, i pugni che scorrevano lenti, le teste che si strofinavano una contro l’altra, il precome che li ungeva entrambi. Emmett scese con la bocca lungo il collo di Roman, morse la spalla, poi si abbassò finché le labbra non sfiorarono il glande.

«Prima ti succhio», mormorò. «Voglio ricordare il sapore. Poi saliamo su quella barca. Voglio incularti sull’acqua, con il sole che ci guarda. Voglio sentirti stringermi mentre ti riempio di sborra.»

Roman gli infilò le dita nei capelli biondo scuro, il respiro corto, il corpo in fiamme. «Fallo. Succhiami. Poi scopami. Sono tuo per tutto il tempo che resta.»

Emmett aprì la bocca e prese la testa del cazzo di Roman tra le labbra calde, la lingua che girava lenta sul frenulo, e Roman gettò indietro la testa con un gemito rotto. Fuori, il lago batteva dolce contro i pali. Dentro la rimessa, dieci anni di assenza stavano per bruciare del tutto. Emmett succhiò più a fondo, le guance scavate, una mano che massaggiava le palle di Roman mentre l’altra si chiudeva intorno al proprio cazzo duro, e Roman sapeva che quella era solo l’inizio. La barca li aspettava. Il culo di Roman già si contraeva al pensiero di essere aperto, preso, riempito. E quando Emmett alzò lo sguardo, la bocca piena del suo cazzo e gli occhi lucidi di promessa, Roman capì che non c’era più ritorno.

Solo avanti. Solo fuoco. Solo loro due, di nuovo, e tutto il desiderio che avevano tenuto sotto chiave per troppo tempo.

Emmett continuò a succhiare con fame vorace, le labbra strette intorno al cazzo gonfio di Roman, la lingua che premeva forte contro la vena pulsante mentre saliva e precome gli colavano sul mento. Roman gli affondò le dita nei capelli biondo scuro, i fianchi che spingevano piano, il respiro spezzato dai gemiti bassi che gli uscivano dal petto. Il sole stava già calando, tingendo di arancio e rosso l’acqua del lago oltre la porta della rimessa.

«Basta… cazzo, basta così o vengo subito», ansimò Roman, tirandolo su per i capelli. Emmett si staccò con un suono umido, le labbra lucide, gli occhi neri di lussuria. «La barca. Adesso. Voglio vederti nudo sulla barca mentre il sole tramonta.»

Si spogliarono di corsa, lasciando jeans, pantaloncini e canottiere sparsi sul legno. Nudi, il cazzo di Roman ancora duro e lucido di saliva, quello di Emmett pesante e venato che dondolava tra le cosce muscolose, uscirono sul pontile. L’aria calda del tardo pomeriggio li avvolse. La vecchia barca a remi dondolava legata, il legno scuro ancora caldo dal sole. Salirono, Emmett che slegò appena i cavi per farla allontanare di pochi metri dall’ormeggio, abbastanza da sentirsi soli sull’acqua ferma.

Il tramonto dipingeva tutto di fuoco. Roman lo guardò, il petto che saliva e scendeva, le palle già tirate. Emmett si sedette sul bordo di poppa, le gambe aperte, il cazzo dritto che puntava verso il cielo arancione. «In ginocchio», ordinò con voce roca. «Succhiami come ti ho succhiato io. Voglio sentire quella bocca calda.»

Roman obbedì senza esitazione. Si inginocchiò sul fondo della barca, le ginocchia contro il legno umido, e prese il cazzo grosso di Emmett tra le mani. Era caldo, duro come ferro, la testa già gocciolante. Lo leccò dalla base fino al glande, assaporando il sapore salato e maschio, poi aprì la bocca e lo ingoiò avido. Emmett gemette forte, una mano che gli afferrò i capelli castani. «Cazzo sì… più a fondo. Usa la lingua. Succhia forte.»

Roman succhiò con avidità, le guance scavate, la gola che si apriva per prenderlo quasi tutto. La saliva colava lungo l’asta venata, bagnando le palle pesanti che gli massaggiava con una mano libera. L’altra scendeva a torcersi il proprio cazzo, già di nuovo duro e pulsante. Emmett spingeva i fianchi in avanti, il glande che batteva contro il fondo della gola di Roman, facendo lacrimare gli occhi all’altro. Il sapore lo inebriava: muschio, sudore pulito, dieci anni di fantasie condensate in quel sapore amaro-dolce. «Ti sei esercitato», ansimò Emmett, la voce rotta. «Che bocca di puttana. Continua così e ti riempio la gola prima di incularti.»

Roman si staccò solo quando sentì le palle di Emmett contrarsi. Tosse leggera, un filo di saliva che gli pendeva dal labbro inferiore. «Non ancora. Voglio il tuo cazzo nel culo. Voglio che mi scopi.»

Emmett lo afferrò, lo girò con forza possessiva e lo piegò sul bordo di legno della barca. Roman si aggrappò al bordo, il culo nudo esposto all’aria fresca del lago, la schiena arcuata. Emmett gli spalancò le chiappe muscolose con le mani grandi, ammirò il buco stretto che già si contraeva, poi ci sputò sopra e massaggiò la saliva con il pollice. «Rilassati. Lo voglio sentire stringermi.» Inumidì il proprio cazzo con altra saliva e precome, allineò la testa grossa contro l’ingresso e spinse.

Roman gemette lungo e basso mentre il glande lo apriva, il bruciore dolce che si trasformava subito in piacere pieno. Emmett entrò centimetro dopo centimetro, le spinte lente e profonde, finché le palle non gli battevano contro il perineo. «Cazzo che stretto… dieci anni e sei ancora così. Sei mio.» Poi iniziò a inculare sul serio: affondi lunghi e possessivi, il cazzo che usciva quasi tutto per poi sprofondare di nuovo fino in fondo. Il legno della barca scricchiolava, l’acqua sciabordava dolce contro lo scafo. Roman spingeva indietro incontro a ogni spinta, il culo che lo succhiava dentro, i gemiti che diventavano grida soffocate. «Più forte… Emmett, scopami più forte. Riempimi.»

Emmett gli afferrò i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni rossi sulla pelle, e martellò con ritmo crudele e affamato. Ogni affondo faceva battere il cazzo di Roman contro il bordo di legno, precome che imbrattava tutto. Il sole calava più basso, le ombre lunghe, il calore dei loro corpi che si mescolava al fresco della sera. Emmett si chinò, morse la spalla di Roman, una mano che scendeva a strofinargli il cazzo duro. «Vieni così? No. Prima ti voglio sopra. Voglio vederti cavalcarmi.»

Si sfilò con un gemito umido, il buco di Roman che restò momentaneamente vuoto e aperto. Emmett si sdraiò sul fondo della barca, il cazzo lucido di saliva e lubrificazione naturale che puntava dritto. Roman ci montò sopra a cavalcioni, le cosce grosse di Emmett tra le sue, e si allineò. Si abbassò lento, riprendendo tutto quel cazzo grosso dentro di sé fino a sedersi completamente. Entrambi gemettero. Roman iniziò a cavalcare: su e giù, i muscoli delle cosce che lavoravano, il culo che si contraeva a ogni discesa. Si masturbava con pugno veloce e stretto, il glande violaceo che gocciolava sul petto muscoloso e sudato di Emmett.

«Guarda come ti prendo», ansimò Roman, gli occhi semi-chiusi di piacere. «Il tuo cazzo mi apre tutto. Sto per schizzare.» Emmett gli afferrò i fianchi e spinse dal basso, potenti affondi che incontravano le discese di Roman, il suono umido e osceno di pelle contro pelle che riempiva l’aria. Il petto di Emmett era lucido di sudore, i pettorali che si contraevano. Roman accelerò la mano sul proprio cazzo, le palle che si ritiravano. «Vengo… cazzo, vengo sul tuo petto!»

Schizzò con un grido rotto, getti caldi e spessi di sborra che colpirono i pettorali di Emmett, il collo, persino il mento. Alcune gocce gli caddero sulle labbra. Emmett leccò, assaporò, e ringhiò. «Adesso ti riempio. Stringimi.» Affondò più forte, tre, quattro spinte profonde e possessive, poi esplose. Il cazzo pulsò violentemente dentro il culo stretto di Roman, scaricando ondate di sperma caldo e denso che lo riempirono fino a traboccare. Roman lo sentì, caldo, pulsante, che gli bagnava le viscere, e gemette di nuovo mentre le ultime gocce del suo orgasmo gli colavano dalle dita sul ventre di Emmett.

Rimasero così, uniti, ansimanti, sudati. Il cazzo di Emmett ancora semi-duro dentro di lui, la sborra che cominciava a colare lenta lungo le cosce quando Roman si sollevò con un gemito e si lasciò cadere di fianco. Esausti, si abbracciarono stretti sul fondo della barca che dondolava dolcemente sull’acqua calma. Il sole tramontava del tutto, l’ultimo arancio che si spegneva dietro le montagne, l’aria che si faceva più fresca sulla pelle umida. Roman posò la testa sul petto di Emmett, ascoltando il cuore che batteva ancora forte. Emmett gli cingeva la schiena con un braccio, le dita che accarezzavano lente i segni rossi lasciati dalle unghie.

«Dieci anni», mormorò Emmett contro i capelli di Roman. «Non li facciamo passare di nuovo. Promettimelo.»

Roman alzò il viso, lo baciò languido, lingue lente che si assaporavano ancora di sesso e sborra. «Te lo prometto. Niente altri dieci anni. Stanotte restiamo qui. Tutta la notte nel vecchio letto della casa sul lago. Voglio addormentarmi con il tuo cazzo contro il culo e svegliarmi succhiandotelo di nuovo.»

Emmett sorrise, stanco e sazio, e lo baciò più a lungo, le labbra morbide ora, il desiderio che si stemperava in qualcosa di più caldo e duraturo. «La casa. Il letto di quando eravamo ragazzi. Ci scopiamo lì finché non riesci più a camminare. E domani…»

Mentre la barca dondolava e il buio scendeva sul lago di Como, Roman teneva gli occhi semi-chiusi contro il collo di Emmett, già a schemare. Non bastava stanotte. Avrebbe prolungato la vendita della villa di almeno un mese, inventato scuse all’agente immobiliare, preso ferie da Milano. Avrebbe convinto Emmett a chiudere la palestra per qualche giorno, a portare i pesi qui, ad allenarsi nudi sulla terrazza e poi scoparsi sul tavolo della cucina, nella doccia, di nuovo sulla barca all’alba. Avrebbe fatto in modo che «il prossimo incontro infuocato» diventasse ogni cazzo di giorno, finché l’estate non fosse finita e forse anche oltre. Dieci anni erano bastati. Adesso voleva giorni, settimane, il sapore di Emmett stampato sulla lingua ogni mattina.

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