Locker Room Con Il Figlio Della Moglie
Marco seduce il figliastro Warrick negli spogliatoi deserti.
Sono Marco, quarantadue anni, e da otto sono sposato con Miriam. Una donna dolce, affidabile, la madre che non ho mai avuto. Quando ci siamo messi insieme ha portato in casa anche suo figlio: Warrick, allora adolescente, oggi un ragazzo di ventidue anni con le spalle larghe da calciatore, le cosce dure e lo sguardo di chi sa esattamente quanto vale. Atletico, arrogante, sempre un po’ sudato di gloria e di campo. Da mesi vivo con un nodo di desiderio che non dovrei nemmeno nominare. Lui è il figliastro. Io sono il marito di sua madre. Eppure ogni volta che lo vedo uscire dalla doccia di casa, asciugamano basso sui fianchi, qualcosa in me si spezza e si rialza più duro di prima.
Quella sera l’allenamento in palestra era finito tardi. Miriam era a cena con le amiche, la sala pesi deserta, gli spogliatoi quasi vuoti. Io stavo sistemando la borsa quando Warrick è entrato con la maglia da calcio ancora appiccicata al petto, i capelli scuri bagnati di sudore. Si è fermato di fronte al suo armadietto, a due metri da me, e ha iniziato a spogliarsi senza la minima vergogna. Prima la maglia, sollevata lenta, svelando l’addome a piastre e il petto ampio, i capezzoli scuri ancora umidi. Poi i pantaloncini, fatti scivolare lungo le cosce potenti. È rimasto solo con il jockstrap bianco, il sacco pesante che spingeva contro il tessuto. Io non riuscivo a distogliere lo sguardo. Il mio cazzo si era già irrigidito dentro la tuta, tradendomi.
Warrick ha sorriso di lato, quel sorrisetto consapevole che mi ha confitto lo stomaco. Si è tolto anche il jock, lasciando libero il suo cazzo grosso, già mezzo duro, che dondolava tra le gambe mentre si asciugava il torace con un asciugamano. I muscoli delle braccia si muovevano sotto la pelle, le venature sporgevano. Mi fissava dritto negli occhi mentre si passava il panno sul sedere tondo e sodo.
«Ti piace quello che vedi, Marco?» ha chiesto a voce bassa, quasi un mormorio roco. Nudo completo, si è avvicinato di un passo, poi di un altro. L’odore di sudore maschile, sapone di campo e testosterone mi ha invaso le narici. Il mio cuore batteva così forte che temevo lui lo sentisse.
Dovevo dire di no. Dovevo voltarmi, uscire, tornare da Miriam. Invece la verità mi è uscita dalla gola come un gemito.
«Da mesi», ho confessato, la voce rotta. «Da mesi ti guardo di nascosto. Ti desidero quando entri in cucina a torso nudo, quando ti stendi sul divano dopo l’allenamento. Non dovrei. Sei il figlio di mia moglie. Ma cazzo, Warrick… mi fai venire voglia di tutto.»
Lui ha riso piano, un suono basso e scuro che mi ha fatto rizzare i peli delle braccia. Si è piantato davanti a me, il petto quasi contro il mio, il cazzo che ora era completamente duro e premeva contro la mia coscia. Mi ha spinto indietro con entrambe le mani sul petto finché le mie spalle non hanno sbattuto contro gli armadietti metallici. Il freddo del metallo mi ha trafitto la schiena. Poi mi ha baciato.
Non è stato un bacio tenero. È stato un assalto. Le sue labbra hanno schiacciato le mie, la lingua è entrata subito, calda, aggressiva, intrecciandosi alla mia con una fame che sapeva di tradimento. Ho gemuto nella sua bocca. Le sue mani sono scese rapide, hanno afferrato la elastico della mia tuta e me l’hanno tirata giù insieme agli slip in un solo gesto. Il mio cazzo è saltato fuori, già gocciolante, dritto e pulsante. Warrick lo ha avvolto con la mano destra, callosa e sicura, e ha strizzato piano.
«Entrambi sappiamo che stiamo tradendo Miriam», ha mormorato contro le mie labbra, mentre mi masturbava con lentezza deliberata. «E questo ci eccita ancora di più, vero? Dillo.»
«Sì», ho soffiato, le anche che spingevano nella sua presa. «Sì, cazzo. Voglio che mi prendi. Voglio andare fino in fondo.»
Non c’era più scampo. Nessuna scusa. Avevamo scelto. Warrick mi ha fatto girare di scatto, mi ha piegato in avanti sulla panca di legno scura. Le mani mi hanno divaricato le natiche. Ho sentito il suo respiro caldo contro la pelle sensibile, poi la lingua. L’ha affondata dritta sul mio buco, leccando con avidità, bagnandomi, spingendo la punta dentro mentre io singhiozzavo contro le braccia. Era sporco, umido, perfetto. La sua lingua girava, succhiava, mi apriva. Le dita mi tenevano spalancato. Non riuscivo a pensare a Miriam, solo al calore umido che mi stava mangiando il culo.
Quando sono stato abbastanza bagnato e molle, Warrick si è rialzato. Ho sentito la testa larga del suo cazzo premere contro l’anello. Niente preservativo. Pelle contro pelle. Ha spinto.
Il dolore iniziale mi ha fatto urlare a denti stretti. Era grosso, più di quanto immaginassi, e mi ha allargato senza pietà, centimetro dopo centimetro, finché le sue cosce non hanno sbattuto contro le mie natiche. Si è fermato un secondo, affondato fino in fondo, ansimando.
«Cazzo, sei stretto», ha ringhiato. «Sei mio adesso.»
Poi ha iniziato a scoparmi. Spinte profonde, possessive, che mi facevano avanzare sulla panca ogni volta. Il suono umido della carne che batteva sulla carne riempiva lo spogliatoio deserto. Io gemvo come una troia, senza freni, il cazzo che dondolava e sgocciolava sul legno. Ogni stoccata mi colpiva la prostata e mi faceva vedere stelle. Le sue mani mi tenevano i fianchi con forza, le dita scavavano nella carne.
«Più forte», ho chiesto, la voce roca. «Scopami come se fossi la tua puttana.»
Warrick ha abbaiato un’altra risata e ha accelerato. Poi mi ha voltato di nuovo, mi ha sollevato una gamba e me l’ha appoggiata sulla spalla, entrando di nuovo faccia a faccia. Così potevo guardarlo. I suoi occhi scuri, le labbra socchiuse, il sudore che gli scorreva sul petto. Mi ha fottuto con spinte lunghe e precise mentre con una mano mi masturbava al ritmo delle sue stoccate. Il piacere saliva troppo in fretta. Sentivo le palle tirarsi.
«Vieni per me», ha ordinato. «Schizza sul mio addome. Voglio sentirti venire mentre ti riempio.»
Non ho resistito. Un gemito lungo mi è uscito dalla gola mentre il mio cazzo pulsava nella sua mano e schizzava getti caldi e spessi sull’addome di Warrick, sulle sue piastre di cioccolato, fino al petto. Le contrazioni del mio culo lo hanno stretto ancora di più. Warrick ha ruggito, ha spinto fino in fondo e ha sparato. Ho sentito lo sperma caldo esplodere dentro di me, getto dopo getto, riempiendomi, scaldandomi da dentro. Continuava a spingere piano, a pompare ogni goccia, ringhiando contro il mio collo:
«Sei mio. Il culo di Marco è mio. Capito?»
«Sì… tuo…» ho ansimato, ancora scosso dai postumi dell’orgasmo, il seme che già iniziava a colare lungo la coscia quando lui ha cominciato a uscire.
Ci siamo rivestiti in silenzio, ancora ansanti e sudati. Le mani mi tremavano mentre tiravo su la tuta. Il sesso di Warrick brillava ancora di me e di sé stesso mentre infilava di nuovo il jock. L’aria degli spogliatoi sapeva di sesso e di colpa. Miriam non sapeva niente. Domani mattina avrei dovuto baciarla sulla bocca e fingere che tutto fosse normale.
Warrick si è avvicinato un’ultima volta. Mi ha afferrato la nuca e mi ha dato un bacio rude, quasi un morso, le labbra ancora saporite di me. Poi ha posato la bocca contro il mio orecchio e ha sussurrato, la voce bassa e carica di una promessa che mi ha fatto tornare duro all’istante:
«Questa sera non finisce qui. A casa, stanotte, mentre lei dorme… voglio di nuovo quel culo. E la prossima volta ti faccio leccare il mio cazzo ancora fradicio del tuo sugo. Sei pronto a continuare a tradirla con me, patrigno?»
Il mio cuore ha perso un colpo. L’ascensore dello spogliatoio ha tintinnato lontano, forse qualcuno stava per arrivare. Warrick ha sorriso di nuovo, quel sorrisetto da predatore, ha afferrato la sua borsa e si è diretto verso l’uscita senza voltarsi. Io sono rimasto fermo, le gambe molli, il culo ancora pieno e pulsante, e ho capito che non c’era più via di ritorno. Il desiderio non si era spento. Si era solo acceso di più.
Sono tornato a casa con il culo ancora aperto e pulsante, lo sperma di Warrick che mi colava lento lungo la coscia dentro la tuta. Miriam era già rientrata, il sorriso dolce, l’odore di vino e chiacchiere addosso. Mi ha baciato sulla bocca come ogni sera e io le ho restituito il bacio sentendo ancora il sapore di suo figlio sulle labbra. Il cuore mi batteva come un tamburo. Warrick è entrato dieci minuti dopo di me, borsa a tracolla, lo sguardo che mi ha trafitto appena Miriam si è girata per preparare il tè. Nessuna parola. Solo quel sorrisetto.
Ci siamo seduti a tavola. Lei parlava delle amiche, del lavoro, di quanto fossi stanco. Io annuivo, le gambe strette sotto il tavolo perché il cazzo mi si stava già rialzando al solo pensiero di ciò che Warrick mi aveva promesso. Lui mangiava in silenzio, le spalle larghe che riempivano la sedia, e ogni tanto la sua scarpa sfiorava la mia caviglia. Un contatto leggero, deliberato. Mi ha fatto sussultare. Miriam non ha notato niente.
Quando siamo andati a letto lei si è addormentata in fretta, il respiro regolare contro il mio collo. Io restavo sveglio, fisso al soffitto, il culo che ancora bruciava del ricordo di essere stato allargato e riempito. Passata mezz’ora ho sentito il pianerottolo cigolare. La porta della nostra camera si è aperta di uno spiraglio. Warrick era in boxer, nudo dal torace in su, il cazzo già mezzo duro che spingeva il tessuto. Ha fatto un cenno con la testa. Io mi sono sfilato dal letto con infinite precauzioni, il cuore in gola, e l’ho seguito nel suo corridoio, poi nella sua stanza.
Ha chiuso a chiave. La luce della lampada sul comodino era bassa, gialla. «Togliti tutto», ha ordinato a voce bassissima. «Voglio rivedere quel culo pieno del mio sborra.»
Mi sono spogliato tremando. La tuta, le mutande, tutto a terra. Ero già duro, il glande lucido. Warrick si è tolto i boxer. Il suo cazzo è balzato fuori, grosso, venato, ancora un po’ appiccicato del nostro sesso di prima. L’odore era forte, maschio, sudore e me. Mi ha afferrato i capelli e mi ha spinto in ginocchio sul tappeto.
«Leccalo», ha mormorato. «Lecca il mio cazzo ancora fradicio del tuo culo. Come ti ho promesso.»
Ho aperto la bocca. La testa calda e amara mi è entrata tra le labbra. Ho sentito il mio stesso sapore mescolato al suo, salato, intenso. Ho succhiato piano, la lingua che girava sul glande, poi sono sceso lungo l’asta fino a prendere più di quanto potessi. Warrick ha gemuto basso, le dita strette nei miei capelli, e ha iniziato a scoparmi la gola con spinte corte e profonde. «Così, patrigno. Fai il bravo. Pensa a Miriam che dorme a due metri da noi mentre tu mi ingoi il cazzo ancora unto del tuo buco.»
Le lacrime mi bruciavano gli occhi. Respiravo dal naso, la saliva che mi colava sul mento. Lui spingeva più forte, i fianchi che battevano contro il mio viso, le palle pesanti che mi sbattevano sul mento. Io mi masturbavo disperato, la mano veloce sul mio cazzo che gocciolava sul pavimento. Dopo un minuto mi ha tirato su per i capelli, mi ha baciato con la bocca ancora piena del suo sapore e mi ha spinto a quattro zampe sul letto.
«Stasera ti prendo più a fondo», ha detto, la voce roca. Ha sputato sulla mia fessura, ha massaggiato con due dita, poi ha infilato prima un dito, poi due, aprendomi di nuovo. Ero ancora molle e scivoloso del suo carico precedente. Quando la testa del suo cazzo ha premuto contro l’anello ho spinto indietro da solo. Lui è entrato con un solo colpo lungo, fino in fondo, le cosce che hanno sbattuto contro le mie natiche con un suono umido.
«Cazzo…», ho ansimato contro il cuscino. «Sei ancora più grosso così.»
Ha iniziato a scoparmi forte, senza pietà, le mani che mi tenevano i fianchi e mi tiravano indietro su ogni stoccata. Il letto scricchiolava. Io mordevo il cuscino per non urlare. Ogni affondo mi colpiva la prostata e mi faceva vedere lampi bianchi. Il piacere saliva mischiato alla colpa, alla consapevolezza che Miriam dormiva dall’altra parte del muro, ignara che suo figlio mi stava sfondando il culo come una troia qualunque.
«Più forte», ho sospurrato. «Usami. Tradiscila con me fino in fondo.»
Warrick ha accelerato. Poi si è chinato sul mio dorso, il torace caldo e sudato contro la mia schiena, e mi ha afferrato il cazzo con una mano callosa. Mi masturbava al ritmo delle sue spinte, il pollice che strofinava la fessura del glande. «Voglio che schizzi mentre ti riempio di nuovo. Voglio sentire il tuo culo strizzarmi mentre ti vengo dentro una seconda volta.»
Il suono della carne che batteva sulla carne riempiva la stanza. Io spingevo indietro, lo prendevo tutto, i muscoli del culo che si contraevano intorno a lui. Lui ringhiava contro il mio orecchio: «Sei la mia puttana segreta. Il marito di mia madre che si fa fottere dal figliastro. Ti piace, vero? Dillo.»
«Mi piace», ho gemuto. «Mi piace tradirla con te. Voglio il tuo cazzo ogni notte. Voglio che mi rovini.»
Ha ruggito, ha spinto fino all’osso e ha iniziato a venire. Ho sentito i getti caldi esplodere dentro di me, uno dopo l’altro, riempiendomi di nuovo, traboccando. Le contrazioni del mio culo lo hanno milkingato fino all’ultima goccia. Nello stesso istante il mio orgasmo è esploso: ho schizzato forte sulla sua mano e sul lenzuolo, lunghi getti spessi, il corpo che si scuoteva sotto di lui. Lui ha continuato a pompare piano, a far scivolare lo sperma dentro e fuori, finché non è rimasto fermo, affondato, ansante.
Siamo rimasti così per un lungo minuto. Poi lui è uscito lentamente. Ho sentito il caldo colare giù. Warrick mi ha fatto girare, mi ha guardato negli occhi e mi ha fatto leccare le dita sporche del mio stesso sborra. Io l’ho fatto, succhiando, mentre lui sorrdeva.
Ci siamo ripuliti in silenzio frettoloso. Lui mi ha rimesso i boxer, mi ha dato uno schiaffo leggero sulla natica e mi ha sussurrato contro la bocca: «Torna da lei. Baciale la fronte. Fingi. Ma sappi che domani mattina, quando lei uscirà per la spesa, ti voglio di nuovo qui, in ginocchio, a pulirmi il cazzo con la lingua prima di colazione.»
Sono tornato nella camera matrimoniale a passi felpati. Miriam dormiva ancora, il viso sereno. Mi sono sdraiato accanto a lei, il culo dolente e pieno, il cuore che non riusciva a calmarsi. Il desiderio non si era spento. Bruciava più di prima. Sapevo che avrei continuato. Sapevo che ogni giorno sarebbe stato un nuovo tradimento più profondo.
All’alba, prima che lei si svegliasse, Warrick ha aperto di nuovo la porta di una fessura. Mi ha guardato dal corridoio, nudo, il cazzo già di nuovo mezzo duro, e ha sussurrato solo per me, la voce carica di fame e di sfida:
«Stasera le diciamo che andiamo in palestra insieme… o vuoi che te lo infili di nuovo qui, sul letto dove dorme tua moglie, mentre lei è ancora sotto la doccia?»
Rate this story
Popular Collections
Browse Categories